tv. b. / 18 (the newsroom)

jeff daniels in the newsroom

THE NEWSROOM

Io, se fossi Dio, maledirei davvero i giornalisti. E specialmente tutti, che certamente non sono brave persone e dove cogli, cogli sempre bene. Compagni giornalisti, avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete; avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate, e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento. Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbè, lo ammetto: la scomparsa dei fogli della stampa sarebbe forse una follia, ma io, se fossi Dio, di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia.

Will McAvoy è un celebre anchorman americano, noto per la sua imparzialità, per il suo “fiuto” giornalistico e anche per il suo caratteraccio. Durante una conferenza in una gremita aula universitaria gli viene posta con insistenza una domanda a cui cerca in tutti i modi di non rispondere: “Perché, secondo lei, l’America è il paese migliore del mondo?”. Messo alle corde, ammette che secondo lui l’America, con i suoi alti tassi di ignoranza, disoccupazione e arretratezza in vari campi, non è affatto il paese migliore del mondo. Gelo totale, l’aula ammutolisce. Tre settimane dopo, di ritorno da un forzato “esilio” vacanziero, McAvoy deve tentare di ricostruirsi una carriera e una credibilità pubblica. Per aver pronunciato la peggiore delle bestemmie a stelle e strisce.

Un incipit che è una bomba per una delle serie tv più intelligenti, sottili, eleganti e appassionanti che mi sia mai capitato di vedere. Trasmessa negli Stati Uniti dalla HBO (ovviamente: l’Home Box Office sta alla televisione attuale come, non so, la RKO al cinema hollywoodiano degli anni Quaranta), The Newsroom (“la redazione”, nei cui spazi si svolge la maggior parte degli episodi) segna un ulteriore passo in avanti nella narrazione televisiva, nel racconto dell’attualità, nell’utilizzo dei dialoghi e nell’avvicinamento dell’arte del piccolo schermo a quella del cinema.

Partiamo proprio da quest’ultimo elemento. Sappiamo tutti bene che cinema e tv sono due media distinti, con tempi, risorse economiche e obiettivi ben diversi. Ma è altrettanto vero che, fino a poco tempo fa, difficilmente la qualità di un prodotto televisivo di fiction era in grado di avvicinarsi a quella di un film per il grande schermo. Ebbene, da una decina d’anni a questa parte (con qualche importante esempio in un passato un po’ più remoto; cfr. Twin Peaks) le cose sono cambiate radicalmente, e The Newsroom a questo cambiamento, a questa costante sfida al rialzo delle produzioni televisive, contribuisce in maniera determinante. Tutto, qui, è di altissimo livello: il cast, davvero, appunto, cinematografico (curiosamente, molti dei protagonisti – Jeff Daniels, Emily Mortimer, Alison Pill, il grande vecchio Sam Waterston – hanno lavorato in una o più occasioni con Woody Allen, e come nei suoi film anche qui si parla tanto tanto tanto con scambi di battute velocissimi e arguti), le musiche (di Thomas Newman), la fotografia (nitida, dinamica, senza fronzoli), le scenografie (perfettamente credibili e ricche di dettagli, a evitare l’effetto posticcio ben noto, purtroppo, alle fiction italiane), il montaggio (veloce, brillante, abile a saltare tra i vari spazi e piani temporali – il terzo episodio, in particolare, risulta assolutamente geniale proprio grazie a un montaggio tutt’altro che scontato)… Ogni cosa è perfetta, insomma. Già, perfetta: non mi viene in mente un termine migliore.

sam waterston

Anche perché la perfezione non è fatta solo di mestiere, di attori brillanti, di tecnici dotati di innegabile perizia: la grandezza di The Newsroom è determinata anche, forse soprattutto, dai suoi aspetti “sentimentali” e – cosa piuttosto rara per un prodotto di fiction televisiva – morali. Parlo di sentimento perché, come ben sa il creatore di The Newsroom, lo scafato Aaron Sorkin, nessuno si metterebbe mai a guardare 10 episodi di una nuova serie tv (tra l’altro della durata di circa 60 minuti l’uno: 600 minuti di vita non sono pochi) se i suoi protagonisti non offrissero spunti in grado di smuovere emotivamente, anche solo un po’, un pubblico subissato da fiction di ogni genere. E The Newsroom di spunti ne offre in abbondanza, grazie a una serie di personaggi assolutamente umani, tridimensionali, ben costruiti, lontani anni luce dalle tradizionali distinzioni buono/cattivo, bello/brutto, protagonista/antagonista. In questo racconto corale ogni personaggio è interessante, approfondito, utile allo svolgimento della trama. Non so voi, ma io mi sono appassionato alle vicende di Will, di Mac, di Jim e di Maggie sin dal primo episodio, e non è una cosa da poco.

Parlo, poi, di morale perché mai come in questo caso una fiction televisiva ha saputo essere tanto severa, tanto sprezzante e tanto combattiva nei confronti delle storture, delle ingiustizie e delle ipocrisie della società. Il cattivo giornalismo, certo, ma non solo: l’americanismo acritico dei conservatori statunitensi (non a caso la serie si apre con l’episodio raccontato all’inizio del post), la politica più ignorante e violenta (il Tea Party), l’opportunismo del mondo degli affari e via dicendo. Pur mantenendo sempre un tono piacevolmente leggero (spesso si sorride) e per niente moralista, The Newsroom è una fiction indignata, indispettita, infastidita dallo stato in cui versano le cose nel nostro mondo, e desiderosa di mostrare la via percorrendo la quale la società potrebbe dare una svolta a se stessa: al centro della vicenda c’è, non a caso, il tentativo di McAvoy e della sua executive producer di produrre un tg innovativo, libero dalla spada di Damocle degli ascolti, privo di notizie infondate, di gossip, frivolezze e inutili allarmismi. Ed è per questo che la frase di Giorgio Gaber citata in apertura, così perfetta per descrivere il giornalismo che – anche e soprattutto in Italia, patria del berlusconismo culturale – va oggi per la maggiore, è quanto di più distante dall’operato dei protagonisti di The Newsroom, perennemente alla ricerca di un’informazione di qualità. Perché trasmettere per l’ennesima volta l’ennesima sparata di Sarah Palin, quando si può dare una notizia utile e concreta?*

Un grande prodotto televisivo, una grande lezione di etica – non solo – giornalistica, resa ancora meno scontata dal fatto che le vicende narrate negli episodi si svolgono a partire dal 20 aprile 2010 (giorno del disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon), data molto vicina dal punto di vista cronologico a noi che vediamo la serie e dunque, necessariamente, non ancora metabolizzata – non del tutto, almeno. Un conto è parlare di giornalismo quando si tratta di eventi ormai storicizzati, se non mitici, leggendari (mi viene in mente ad esempio l’Ed Murrow – citato anche in The Newsroom – di Good night, and good luck), un altro è parlare di attualità. La scelta di Sorkin di ambientare la sua serie in un’epoca molto vicina alla nostra ma comunque abbastanza lontana da poter essere vista con un certo distacco – storicizzando quindi il nostro passato prossimo, rendendo oggetto di studio e analisi il nostro ieri – è assolutamente geniale: The Newsroom è cronaca e storia allo stesso tempo. Ma d’altronde è proprio di questo che stiamo parlando: di puro genio.

Alberto Gallo

* Perché intasare le homepage dei quotidiani online con animaletti carini e donne nude quando si potrebbe contribuire in modo un po’ più intelligente alla crescita culturale e alla consapevolezza del popolo italiano, verrebbe da chiedere agli editori di certi giornaletti nostrani…

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