argo

ARGO (Usa 2012)

Fine anni Settanta. In America è l’epoca del presidente democratico Jimmy Carter. In Iran, invece, è da quasi quarant’anni l’epoca dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, detentore di un potere assoluto e violento appoggiato proprio dagli Stati Uniti. Novembre 1979: gli iraniani – poveri, combattivi e incazzati – decidono che è l’ora di cambiare le cose, e pochi mesi dopo aver deposto lo Scià a favore dell’ayatollah Khomeyni prendono d’assalto l’ambasciata americana di Teheran. Ma sei persone riescono a fuggire, rifugiandosi, dopo essere stati respinti da inglesi e australiani, nell’ambasciata canadese. Come fare per riportarli a casa sani e salvi, in un clima teocratico di feroce odio antiamericano?

È questo il pretesto da cui parte Argo, terzo film da regista di Ben Affleck (anche protagonista) e finora la sua opera più ambiziosa e riuscita. E d’altronde una storia (vera) di questo genere non poteva che dar vita a una pellicola quantomeno interessante: l’idea di simulare la produzione di un film canadese di fantascienza (Argo, appunto) da girare in Iran con lo scopo di far passare i rifugiati per membri di una troupe inesistente e tirarli fuori dal paese il più presto possibile è talmente incredibile da sembrare già di per sé il copione di un film. Affleck, poi, ci mette del suo, confezionando un’opera tesa, sotto le righe, elegante e forte di un buon cast (Bryan Cranston, John Goodman, ma anche tanti attori bravissimi e meno conosciuti).

Un film perfetto, dunque? Non del tutto, secondo me, fondamentalmente per due motivi. Innanzitutto per la discrepanza qualitativa tra le lunghe sequenze che aprono e chiudono il film e la parte centrale della vicenda: se l’incipit (l’assalto all’ambasciata americana) e il finale (la fuga da Teheran) riescono a costruire in maniera perfetta un senso di tensione che raggiunge lo spettatore in tutta la sua potenza (è uno di quei film che ti porta a pensare “Dai, dai, speriamo che ce la facciano!”), l’ora centrale appare invece decisamente più fiacca e affrettata: Argo sarebbe dovuto durare almeno mezz’ora in più, permettendo alla parte in cui viene concepito il falso film di avere un respiro più ampio (cosa che tra l’altro avrebbe anche permesso al film, quello vero, di approfondire maggiormente l’elemento metacinematografico). Il secondo difetto di Argo sta invece nello scarso approfondimento psicologico dei personaggi: forse le serie tv ci hanno abituato male, portandoci spesso a pretendere di sapere tutto su ogni singolo personaggio che appare sullo schermo, ma l’impressione è che i protagonisti di questo film siano un po’ monodimensionali, appiattiti nella loro mera funzione narrativa (discorso che non vale per Tony Mendez, il protagonista interpretato da Affleck, le cui vicende private non sono comunque particolarmente significative). Apprezzabile, invece, l’approccio ideologico del film, poco dogmatico, poco americanistico e poco interessato a distinguere i buoni dai cattivi. Anzi, nel prologo vengono esplicitamente riferite le responsabilità degli Stati Uniti nella dittatura dello Scià. Anche il regime islamico e tradizionalista di Khomeyni, in ogni caso, non ci fa una gran figura.

È un bravo regista, Ben Affleck, sebbene non immune al difetto di piacersi forse un po’ troppo. Ma se saprà continuare su questa strada, migliorando di film in film a testa bassa come ha fatto finora, la sua carriera potrà diventare qualcosa di veramente interessante.

Alberto Gallo

(vedi anche The Town)

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