good vibrations

GOOD VIBRATIONS (Uk 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile.

Autentico footage e finzione si mescolano per raccontare la vera storia di un’icona della musica nordirlandese degli anni Settanta: Terry Hooley. Il suo piccolo negozio di dischi diventa quasi casualmente la culla del punk in una Belfast devastata dalla guerra civile. La sua etichetta discografica è lo spiraglio di luce capace di regalare speranza in tempi bui. Il potere della musica emerge con leggerezza e ironia.

Good vibrations, come la (passatemi il termine: mitica) canzone dei Beach Boys. Ma qui l’assolata California anni Sessanta di Brian Wilson e soci non c’entra: siamo nella grigia e triste Belfast dei grigi e tristi anni Settanta-Ottanta, un luogo e un tempo segnati da bombe, stragi, cattolici vs. protestanti, recessione economica, depressione sociale e via dicendo. Finché, ad allietare almeno un po’ le disilluse vite nordirlandesi, non arrivò la musica disillusa per eccellenza, il punk. “No future”, come cantavano i Sex Pistols? Direi di no: a Belfast al futuro, nemmeno in chiave distruttiva, non ci pensava nessuno, era un lusso che giusto giusto gli inglesi potevano ancora permettersi (e nemmeno tanto: l’epoca Tatcher era alle porte). La scena che sorse intorno al negozio di dischi gestito da Terri Hooley (Terri con una “i”, che in inglese significa anche “Terri con un solo occhio” – l’altro era di vetro), chiamato appunto, paradossalmente, “Good vibrations”, era lontana anni luce da qualsiasi discorso sociopolitico, per quanto ironico, nichilista o anarchico che fosse: agli Undertones e agli Outcasts importava solo fare casino, suonare la loro musica e non pensare allo squallore della vita. E ci riuscirono, per un po’.

Ma – perdonatemi – sto girando intorno alla questione principale, e cioè che Good vibrations è un film bellissimo, una di quelle pellicole capaci di trasmettere un sano e sincero amore per il rock’n’roll, con ironia, leggerezza e affetto. Simile nelle atmosfere a 24 hour party people, ma divertente e scanzonato come Alta fedeltà e The boat that rocked (sebbene meno ruffiano di quest’ultimo), il film di Glenn Leyburn e Lisa Barros D’Sa è un inno al cazzeggio, alla passione per la musica (non solo il punk: quando Hooley, orgogliosamente irlandese, dice “E d’altronde cosa mai ci ha dato Londra? Ok, a parte i Clash e Ray Davies“, mi sono venute le lacrime agli occhi), al rifiuto di prendersi le responsabilità tipiche dell’età adulta. Insomma, al rock’n’roll.

Geniale il protagonista, Richard Dormer (che presto rivedremo in Game of thrones), e bellissima l’idea di intervallare di tanto in tanto le immagini del film con videoriprese originali dell’epoca, capaci di trasmettere tutta la malinconia di un’epoca triste ma anche terribilmente eroica. Consigliatissimo anche a chi, come il sottoscritto, non ha grande dimestichezza con il punk nordirlandese.

Alberto Gallo

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