moonrise kingdom

MOONRISE KINGDOM (Usa 2012)

locandina moonrise kingdom

Il solitario boyscout Sam e la triste Suzy, dodicenni, entrambi amareggiati e delusi dal mondo che li circonda, decidono di fuggire insieme nei boschi di una selvaggia isola del New England, proprio quando sta per abbattersi un terribile uragano. A cercarli i compagni e capi scout di lui, i parenti di lei e un poliziotto un po’ tontolone.

Potrebbe rappresentare una svolta, questo Moonrise kingdom, nella carriera del talentuoso regista texano Wes Anderson, trattandosi di un’opera che, pur rientrando in tutto e per tutto nell’ormai classico e codificato stile Anderson, presenta, narrativamente ed emotivamente, elementi del tutto (meravigliosamente e sorprendentemente) inediti per l’autore dei Tenenbaum.

A rientrare nel solco della tradizione andersoniana sono vari aspetti che nell’ultimo quindicennio abbiamo imparato ad amare alla follia: la presenza di alcuni attori feticcio che il regista, nel corso degli anni, ha contribuito a lanciare o rilanciare (Bill Murray, Jason Schwartzman); il determinante uso di determinati colori dominanti (verde, giallo, rosso, azzurro); l’utilizzo, nella colonna sonora, di canzoni pop prevalentemente di un solo artista (Hank Williams; ma in una delle scene più toccanti del film i protagonisti ascoltano Le temps de l’amour di Françoise Hardy); l’attenzione rivolta verso personaggi in qualche modo diversi, emarginati, borderline, e i loro oggetti (vestiti, accessori, dischi, libri ecc.); e soprattutto una regia incredibilmente geometrica, esibita, finta, naïf: tutto, nei film di Wes Anderson, sa di messinscena, di recita scolastica all’ennesima potenza.

Ma, come si diceva, Moonrise kingdom segna anche una marcata discontinuità con le precedenti opere del regista. Trascurando il poco significativo fatto che si tratta della prima pellicola di Anderson a essere ambientata in un’epoca che non è quella di chi guarda il film (siamo nel 1965), mi sembra che l’aspetto più inedito dell’opera sia la preponderanza dell’elemento naturale: lontano dai luoghi affollati o comunque estremamente antropizzati dei vecchi film del regista, Moonrise kingdom è caratterizzato dalla presenza di una natura selvaggia, potente e per lo più disabitata: quando i due giovani protagonisti del film si tuffano in mare ormai consapevoli dell’amore che li lega, è come se Anderson abbia voluto liberarsi del suo pesante fardello fatto di elucubrazioni mentali, disagio intellettuale e ansia sociale. Sam e Suzy sono felici come, credo, nessun personaggio partorito dalla mente del regista è mai stato. Ed è forse per questo – per timore o per pudore – che il loro gesto liberatorio viene mostrato così da lontano. Persino altri elementi naturali potenzialmente minacciosi (l’uragano, i fulmini) vengono mostrati in tutta la loro (improbabile) positività, e quando il boyscout viene centrato in pieno da un fulmine tutto continua a procedere nella più assoluta normalità, come se nulla fosse accaduto. È quasi biblica la fuga dei due piccoli amanti, fuga propiziata da una potenza superiore che sembra voler riversare tutta la propria ira soltanto sugli inseguitori.
Eppure, forse ancora per il timore di mostrare una felicità troppo impossibile nella sua perfezione, Anderson ha reso Moonrise kingdom il suo film più malinconico. Innanzitutto per il fatto stesso di aver scelto come protagonisti due bambini, impossibilitati per definizione ad autodeterminarsi, costretti ad arrendersi (ma sarà poi proprio così?) alla prepotenza di una società “adulta” e infelice che li vorrebbe divisi. E poi per il modo in cui la loro avventura (c’est le temps de l’amour, le temps des copains et de l’aventure) viene descritta: quelle musiche così malinconiche (il meraviglioso score originale è di Alexandre Desplat), quell’atmosfera da filmino amatoriale invecchiato con il passare dei decenni, quell’amore così impossibilmente puro e incontaminato… Moonrise kingdom è un film da farsi venire (spesso) le lacrime agli occhi, quasi completamente privo di quell’ironia intellettuale e un po’ furbetta che ha spesso contraddistinto la filmografia di Anderson.
Un ultimo elemento di discontinuità rispetto alle opere precedenti è riscontrabile anche a livello cromatico, nel prefinale, quando, arrivato l’uragano, tutto si fa oscuro e notturno, e a dominare è una tenebrosa tonalità di grigio-blu scuro: sembra quasi che un’isola sperduta non possa, nel mondo di celluloide, che portare con sé oscuri presagi di morte (cfr. The wicker man, Lost, Shutter Island…).

Forse Wes Anderson non partorirà mai un vero capolavoro con la C maiuscola, di quelli da tramandare ai posteri e da studiare all’università, ma il fatto che, come in questo caso, ci vada sempre dannatamente vicino fa di lui un grande autore, come pochi ce n’è in circolazione.

Alberto Gallo

(vedi anche Fantastic Mr. Fox e Il treno per il Darjeeling)

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