la regola del silenzio

THE COMPANY YOU KEEP (Usa 2012)

locandina la regola del silenzio

Come regista, c’è poco da fare, Robert Redford è una certezza. La certezza che non riuscirà mai a partorire un film davvero memorabile, capace di sollevarsi da quella sua caratteristica mediocrità fatta di un encomiabile impegno politico-civile controbilanciato però da massicce dosi di noiosissimo buonsenso e prevedibile americanismo.
The company you keep non fa eccezione.
Se però anche la mediocrità, come tutte le cose di questo mondo, ha le sue sfumature, devo dire che questo film è un po’ meno mediocre delle altre opere redfordiane, distinguendosi per un paio di buone intuizioni, un cast, come si suol dire, d’eccezione, e una scena molto molto bella che, se fosse stata girata in Italia, avrebbe suscitato un mare di polemiche.

La vicenda è ambientata ai giorni nostri, e gira intorno all’arresto di Sharon Solarz, ex “terrorista” accusata di omicidio e rimasta latitante per più di trent’anni. Con una reazione a catena, questo fatto, su cui indaga anche il giovane reporter Ben Shepard, si ripercuote sulle vite di tutti gli ex membri del gruppo radicale di cui faceva parte Sharon, anch’essi latitanti. Tra loro c’è l’avvocato Jim Grant, che, intenzionato a non perdere la giovane figlia, si dà alla macchia per dimostrare la propria innocenza.

Di positivo, in questo film, c’è il fatto che manca quasi completamente la tipica tendenza hollywoodiana a raccontare favole edificanti, improbabili storie di redenzione e/o pentimento, teorie strampalate sull’animo umano: gli sbirri rimangono sbirri che cercano di acciuffare i cattivi, i giornalisti rimangono i soliti volponi a caccia di scoop e gli ex militanti radicali rimangono uomini e donne soli in costante fuga dalla legge. Non c’è scampo, insomma, e nessuno rivede improvvisamente i propri ideali come Paolo di Tarso sulla via di Damasco per venire incontro alle esigenze (narrative) di qualcun altro. Altri elementi positivi di The company you keep: il ritmo incalzante della vicenda (specialmente nella prima mezz’ora, dopo si perde un po’), l’elegante messa in scena, semplice semplice ma priva di sbavature o cadute di stile, e, come si diceva, il cast, in cui figurano lo stesso Redford, Susan Sarandon, Terrence Howard, Richard Jenkins, Stanley Tucci, un ingrassatissimo Nick Nolte, quella faccia da schiaffi di Shia LaBeouf e addirittura la (ancora) meravigliosa Julie Christie, che, chissà perché, pensavo fosse morta o in pensione.

D’altro canto, il film si distingue in negativo per lo scarso approfondimento psicologico della maggior parte dei personaggi (e d’altronde ce n’è talmente tanti…), per l’estrema prevedibilità di alcuni presunti colpi di scena e per un finale eccessivamente consolatorio. Tutto è bene quel che finisce bene.

E la scena memorabile di cui si diceva? Si svolge in carcere, dura più o meno cinque minuti e consiste in un semplice scambio di battute campo-controcampo tra il giornalista (LaBeouf) e l’attivista appena arrestata (Sarandon). Ma quanta cruda verità in questo breve dialogo! Il cui succo, detto in soldoni, è: “Ok, noi contestatori abbiamo sbagliato a scadere nella violenza, ma i nostri ideali di pacifismo e antimilitarismo erano giusti e lo sono tuttora”. Fanny Ardant disse qualcosa di simile nel 2007 circa le Brigate Rosse, e fu costretta a furor di buonismo qualunquista a chiedere scusa. Evidentemente l’America sa rimarginare certe ferite meglio di noi.

Alberto Gallo

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