django unchained

DJANGO UNCHAINED (Usa 2012)

locandina django unchained

Se dovessi esprimere in due parole che cos’è o che cosa dovrebbe essere per me il cinema contemporaneo, non esiterei a utilizzare i termini “Django” e “Unchained”: spettacolo, azione, elevata ambizione artistica, divertimento, intrattenimento, originalità, tecnica sopraffina, musiche esaltanti, attori grandiosi, rispetto e sconfinato – per quanto, fortunatamente, non filologico – amore per le opere del passato, di serie A o B che siano… C’è tutto e di tutto nell’ultimo film di Quentin Tarantino. Che per me, effettivamente, è, più di chiunque altro, il cinema contemporaneo.

E poi – chi si vede! – il nostro vecchio amico il succo di pomodoro…

Discorso ancora più complesso e importante se pensiamo che questo settimo film del regista americano (ottavo, se consideriamo i due volumi di Kill Bill) è un western, genere di fondamentale importanza per il cinema d’oltreoceano – ma anche nostrano, come ben sa il vecchio Quentin, che non a caso per Django Unchained si è liberamente ispirato al quasi omonimo (lì non si parla di catene) film di Sergio Corbucci del 1966, forse il più celebre spaghetti western non di Sergio Leone. A proposito di Leone, altra grande fonte di ispirazione tarantiniana: Django Unchained può essere facilmente letto come una vicenda a triangolo, alla maniera di Il buono, il brutto, il cattivo. Il Buono è il dr. King Schultz, cacciatore di taglie antischiavista e antirazzista che decide di aiutare Django a ritrovare sua moglie. Il Brutto non c’è, ma c’è un Negro (sì, con la g), Django appunto, schiavo afroamericano assetato di vendetta. Mentre il Cattivo è Calvin Candie, sorta di ricchissimo e sadico dandy del Mississippi appassionato di lotte all’ultimo sangue tra negri (sì, di nuovo con la g) nonché padrone di Broomhilda, sposa di Django. Un “classico” (quando si parla di Tarantino le virgolette sono spesso d’obbligo) film di vendetta, insomma, dove più che il cosa conte il come: un come di inaudita suggestione e potenza estetica, ricco di violenza esplicita, humour nero, scene memorabili e una tale rabbia nei confronti della società schiavista da far quasi pensare che Tarantino sia pure lui, sotto sotto, un vero negro americano, almeno un po’ (decisamente fuori luogo, in questo senso, le critiche preventive di Spike Lee, che spero nel frattempo abbia cambiato idea e sia andato a godersi questo grandissimo film).

Leggermente inferiore, secondo me, all’inarrivabile Inglourious Basterds (soprattutto per la banale, lunghissima e inutilmente iperviolenta sparatoria a casa Candie e per qualche scena, stranamente per Tarantino, un po’ patetico-retorica), Django Unchained è comunque il film che tutti ci aspettavamo da Lui In Persona, nonché il western più originale e importante da tempo immemore (certamente Il Grinta, pur apprezzabile, non aveva fatto scalpore. Che si debba tornare indietro ai tempi del bellissimo e misconosciuto Le tre sepolture, se non addirittura di Gli spietati?). Meravigliosi i tre protagonisti (Jamie Foxx, Christoph Waltz e Leonardo DiCaprio), stupenda la colonna sonora (che mischia con naturalezza Ennio Morricone, Luis Bacalov e pezzi country e hip hop) e grandiosi gli scenari (è il primo film di Tarantino a esaltare in qualche modo l’elemento naturale-paesaggistico). Insomma, un assoluto trionfo su tutta la linea.

Alberto Gallo

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12 thoughts on “django unchained

  1. Ecco. Continuo a leggerne e ho una voglia matta di vederlo.
    [E ho un debole per i western. E Tarantino. E le colonne sonore degne di questo nome.]
    Ieri non c’erano più biglietti, dannazione, ma forse mi è andata bene… vista la folla che c’era ho evitato la visione coi Ruminanti di PoppyCorny e degli Assidui Commentatori Rumorosi.
    Bel post, mi fai gola 😛

    1. Vedrai che non ti deluderà!
      E poi è un film che prende talmente tanto che secondo me anche i Commentatori Più Rumorosi se ne staranno belli zitti a godersi lo spettacolo…
      Ciao!
      Alberto

  2. Ma a sto giro l’oscar glielo diamo a Tarantino? Eh? Eh? Così potrò finalmente laurearmi al Dams facendoci su una tesi? E l’ucronia?? C’è l’ucronia?? No perchè se non c’è l’ucronia io un film non lo guardo

    1. No, caro signor Scazzuffi (se questo è il suo vero nome), niente ucronia a ‘sto giro. Però Tarantino l’Oscar se lo meriterebbe lo stesso, anche se probabilmente se lo beccherà di nuovo Spielberg.

  3. Già avevo voglia di vederlo. Dopo questa recensione non sto più nella pelle. Mi rendo conto che questo commento è quanto più di banale ci sia, ma non mi è venuto in mente niente di meglio. Prometto che la prossima volta mi impegno.

  4. Però l’autore, appassionato di film di genere, non solo italiani, si diletta ad assegnare ai suoi personaggi nomi di artigiani come Leonide Moguy, il regista franco-russo che fece qualche film anche in America, o il nostro Giorgio Ferroni (dal mitologico allo spaghetti western, appunto) attraverso il suo pseudonimo inglese Calvin (J. Padget), mentre per la protagonista femminile sceglie il tedesco Broomhilda, che confessa di averlo pensato prima di parlare col coprotagonista Christoph Waltz che, invece, gli ha raccontato la storia d’amore tra Brunilde e Sigmundo della saga dei Nibelunghi, riportata anche nel film.

  5. Con tutto il meglio che penso di Ennio Morricone, però, la colonna sonora non è assolutamente all’altezza delle altre…

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