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FRANKENWEENIE (Usa 2012)

locandina frankenweenie

Nel 1984, un 26enne Tim Burton dirigeva uno dei suoi primi cortometraggi, sorta di omaggio/parodia alla classica storia protohorror di Frankenstein. Lo intitolava Frankenweenie, e come protagonista (in carne e ossa) sceglieva Barret Oliver, che lo stesso anno diventava famoso in tutto il mondo come protagonista di La storia infinita. Ventinove anni dopo (wow, ventinove… Quasi una vita intera, per me e per quelli della mia generazione, cresciuti a pane e Burton), il regista californiano torna sui suoi passi, dirigendo un autoremake d’animazione in stop motion (e pure in 3D) dallo stesso titolo.

Finalmente. Finalmente, grazie a questa macabra ma anche tenera storia di bambini strambi dall’aspetto cadaverico e animali resuscitati che si trasformano in mostri, Tim Burton torna a fare il Tim Burton. Non che nei suoi ultimi film si fosse allontanato particolarmente da quel tipico stile horror-fumettoso intriso di humour nero e quant’altro che ha fatto la sua fortuna, ma con Frankenweenie i risultati sono decisamente più soddisfacenti, come si addice a un regista che, comunque la si veda, ha fatto la storia del cinema degli ultimi due decenni.

Lo stile – a parte le canzoni, qui assenti – è all’incirca quello di Nightmare before Christmas (1993) e La sposa cadavere (2005), gli altri due film d’animazione in stop motion prodotti o diretti dal regista. Ed è uno stile che rappresenta la quintessenza di ciò che Burton meglio sa fare (anche senza Johnny Depp, una volta tanto): rappresentare, a livello di forma e di sostanza, la diversità. A ben vedere è sempre stata questa la poetica dell’autore, costantemente alla ricerca del modo migliore di catturare su pellicola l’eterno incontro-scontro tra una società ipocrita, cattiva e moralista e chi di questo mondo e modo di vivere non si sente parte nemmeno un po’. Negli ultimi film di Burton un tale meraviglioso e romantico approccio alle cose della vita (un noi/loro in cui il pubblico non può che immedesimarsi con chi si trova in minoranza, con chi sta dalla parte dei perdenti) era risultato manieristico, banale, ripetitivo. In Frankenweenie, invece, grazie all’amore così incontaminato ed esclusivo (Victor, il giovane protagonista del film, non ha amici) di un bambino per il suo cane, l’autore, pur senza sfornare un immortale capolavoro, riesce nell’intento di raccontare una favola nera perfettamente bilanciata, con tutti gli elementi giusti al loro posto giusto: ci sono scene di (relativo) spavento, altre più ironiche, tante citazioni cinefile (due su tutte: Gremlins e Jurassic Park), una trama semplice ma un po’ più ricca e complessa del cortometraggio originale e personaggi dall’aspetto accattivante, né troppo buffo né troppo grottesco. Adorabile, in particolare, il professor Rzykruski, che ha gli inconfondibili lineamenti di Vincent Price, idolo di Tim Burton (recitò anche in Edward mani di forbice) e icona dell’horror che fu.

Un film che vale la pena di essere visto, insomma (sebbene sia forse un po’ troppo cruento per un pubblico di bamboccetti: la scena della metamorfosi del signor Baffino è veramente spaventosa!), e già che ci siete andate a ripescarvi anche il corto originale, disponibile in italiano, proprio qui, su YouTube. Ora, però, è necessario che Tim Burton torni a essere se stesso anche alle prese con attori in carne e ossa: si sappia, laggiù in California, che non siamo affatto disposti a sorbirci un’altra cagata come Alice in Wonderland. Con rispetto parlando.

Alberto Gallo

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