anna karenina

ANNA KARENINA (UK 2012)

locandina anna karenina

Il film di Joe Wright, scritto da Tom Stoppard e musicato da un italiano candidato all’Oscar (Dario Marianelli, che poi l’Oscar non l’ha vinto e che aveva già lavorato con Wright in Espiazione), è l’ennesimo tentativo di ridurre per lo schermo il capolavoro di Lev Tolstoj. “Ridurre” è sicuramente il verbo più azzeccato, in questo caso, dal momento che il romanzo è di circa 700 pagine e il film ha una durata più o meno standard di 130 minuti. Mi verrebbe da chiedere a Wright: “Ma senti, perché non l’hai fatto più lungo? Perché non sei andato anche tu sulle 3 ore come quest’anno Lincoln e Django Unchained e l’anno passato il terzo Batman di Nolan?”. Insomma, il pubblico sarebbe stato pronto, preparato. E invece si rimane sulle 2 ore canoniche e questo, alla fine, si fa sentire.

La scelta del regista e dello sceneggiatore è quella di ambientare l’intero film in un teatro. Così, con molti movimenti di macchina, maschere, artifici e quinte mascherate da esterni, il film prende da subito un’aria a metà strada tra Fellini e Luhrmann. Affascinante, incredibile, anche geniale; poi, quando la storia si impossessa del racconto, un simile approccio diventa ridondante, noioso, cervellotico. Il problema principale di questa messa in scena è la freddezza intellettuale, la scarsa empatia, che rende poca giustizia a un romanzo al contrario estremamente attento ai sentimenti e alla loro caratterizzazione.

L’eccezione a questa messa in scena, magnificamente mostrata con l’apertura dell’ennesima quinta teatrale, è rappresentata dall’episodio di Levin: chi ha letto o sta leggendo il libro sa bene che si sta parlando del vero protagonista dell’opera (pensavate che tutto finisse sotto il treno? E no…). Giovane e aristocratico proprietario terriero, rivoluzionario e un po’ filosofo, Kostantin Levin è uno dei tanti alter ego tolstojani (tra l’altro: The Last Station è il film che racconta gli ultimi anni di vita e un po’ della filosofia di Tolstoj, ed è molto bello): ecco, Levin agisce in esterni veri, non ricostruiti, nel tentativo di sottolineare la differenza tra due mondi – quello urbano e quello agricolo – portatori di etiche opposte. Tutto qui, verrebbe da dire, perché la dicotomia Levin-Anna non è resa con i giusti spazi: ad Anna viene dedicata la maggior parte del film, a Levin quattro o forse cinque scene in tutto.

Insomma, l’opera non era certo facile da ridurre, i precedenti cinematografici sono numerosi ed era pressante l’esigenza di fare qualcosa di nuovo. Può essere ancora attuale la vicenda amorosa di Anna Karenina? Forse sì, se raccontata nel modo giusto: ma in questa trasposizione, nel finale, la protagonista sembra quasi cadere in paranoia in preda a forti attacchi di gelosia, mentre nel libro la sua parabola è esclusivamente morale. Levin, d’altro canto, viene ritratto come un bonaccione che alla fine vince, tralasciando tutta la parte “politica” del personaggio (e quindi di Tolstoj, che teorizzava una specie di vangelo mischiato a marxismo).

L’impegno, in ogni caso, è buono, e chi ha letto il libro può godersi il giochino di riscoprire alcuni degli episodi memorabili dell’opera originale. Il film si fa amare, e i personaggi pure, per merito di un solido script. Alcune figure, poi, rimangono, come la cugina Betsy e Oblonskij, cognato di Anna (è lui che, a inizio romanzo, esprime il celebre incipit). Altri personaggi, invece, si perdono, almeno rispetto al libro: la dama che insidia Karenin e le sorelle Kitty e Dolly sono quasi relegate in ruoli di contorno, e Karenin stesso ha poco spessore (e spiace per l’imbruttito Jude Law, nella parte migliore della sua carriera dopo il dottor Watson in Sherlock Holmes); l’imperturbabile Vronskij è un insulso Aaron Johnson (il rasta di Le belve), non aiutato, per di più, da baffi smaccatamente posticci; Keira Knightley, infine, nel ruolo di Anna, non può più essere rimproverata per la scarsa gamma di espressioni facciali, ma Cate Blanchett sarebbe risultata sicuramente più adatta. Certo, ripetiamo, non si può mettere tutto in una riduzione cinematografica, ma l’impressione è che qui le facce e la regia abbiano davvero qualcosa che non va.

Marcello Ferrara

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