holy motors

HOLY MOTORS (Francia/Germania 2012)

locandina holy motors

Finzione, identità, cinema: sono questi i tre macrotemi cui Holy motors gira disperatamente, ironicamente, enigmaticamente, metanarrativamente intorno, ponendo più domande che risposte, disgustando, provocando, spiazzando e inquietando lo spettatore con immagini di estrema suggestione, originalità e crudezza. Grande esempio di cinema viscerale e intellettuale all’europea, questo di Leos Carax, uno di quei film “d’arte” capaci di provocare sensazioni perlopiù negative ma anche di sedimentare nell’animo del pubblico, facendolo riflettere sulla sua funzione, tanto in sala, nel buio della proiezione, quanto nella vita reale, quell’esistenza forse altrettanto onirica e immaginaria che continua a fluire anche una volta terminata la pellicola.

Protagonista è Oscar (il nome vi dice qualcosa?), che di mestiere impersona costantemente, quotidianamente e senza sosta personaggi diversi: un crudele padre di famiglia, una vecchia che chiede l’elemosina, un killer dei bassifondi, un ripugnante mostriciattolo che vive nelle fogne e rapisce una modella… Accanto a lui la fedele autista-assistente Céline. Non si sa bene perché l’uomo faccia quello che fa, né quanto ci guadagni né quale sia la sua reale identità. Sappiamo solo che è pagato da una misteriosa agenzia e che, nonostante la fatica, ama fare il suo lavoro. Un attore della vita, dunque, il cui set è il mondo stesso (Parigi, più precisamente) e il cui pubblico, in un modo o nell’altro, siamo noi: tanto per mettere subito le cose in chiaro, Holy motors si apre con l’immagine di una sala cinematografica piuttosto affollata e silenziosa, sul cui schermo vengono proiettate le immagini di un vecchissimo esemplare di preistoria del cinema, e nel breve prologo scopriamo anche che questa sala si trova dietro la parete di un appartamento in cui vive un uomo interpretato, non a caso, dal regista stesso. Tutto è cinema, tutto è finzione, tutto è un susseguirsi di differenti identità l’una intrecciata alle altre in un inquietante labirinto esistenziale senza fine che sembra rifarsi ai film nel film del lynchiano Inland empire.

Ogni personaggio interpretato da Oscar (a sua volta magnificamente interpretato da Denis Lavant, attore feticcio di Carax, il cui lavoro, soprattutto a livello corporale, ha dell’incredibile) si trova proiettato in una sorta di differente universo cinematografico, omaggio-parodia dei generi più disparati, dal dramma sentimentale al musical, dal fantasy digitale stile Avatar all’horror al thriller malavitoso da “resa dei conti”. Anche la presenza di (pur diversissime) icone come Eva Mendes e Michel Piccoli sembra volersi fare discorso sul cinema, e l’ultimo personaggio interpretato da Oscar – padre di famiglia di una famiglia di scimmie – non può che ricordare la vicenda, a sua volta inspiegabile e surreale, di Max mon amour.

Ma di rimandi, citazioni, metafore e metadiscorsi (sulla società contemporanea, sul sadismo, sui reality show, sulla moda, sul conformismo…) potrebbero essercene potenzialmente all’infinito, in ogni singola scena del film, in ogni dialogo, in ogni scelta estetica. A ognuno la sua interpretazione.

Alberto Gallo

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