la vita di adele

LA VIE D’ADÈLE: CHAPITRES 1 ET 2 (Francia 2013)

locandina la vita di adele

Pochi ne stanno parlando, in queste settimane, forse perché pochi, all’epoca, l’hanno visto, almeno in Italia, ma il regista di La vita di Adele, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, è lo stesso di Venere nera, bellissimo film del 2010 su una donna africana divenuta fenomeno da baraccone e poi prostituta nella Londra e nella Parigi del XIX secolo. Con quest’ultima sua pellicola Abdellatif Kechiche torna a parlare di donne e di sessualità.

Il contesto, però, è radicalmente diverso: siamo ai giorni nostri, a Lille, e protagonista è la giovanissima liceale Adèle, che si scopre attratta da (e poi innamorata di) Emma, pittrice di qualche anno più grande di lei. Le due si mettono insieme, condividono casa, amici e un’intensa vita sessuale, e poi, dopo un po’, come spesso accade nella vita, semplicemente si lasciano. Ed è questo, forse, il pregio maggiore del film, ovvero la sua capacità e la sua manifesta volontà di evitare a tutti i costi i luoghi comuni che ci si sarebbe potuti aspettare da una storia su due ragazzine lesbiche: La vita di Adele non parla di omosessualità, ma semplicemente di due persone che si incontrano, si innamorano e poi si allontanano, come migliaia di coppie omo- ed eterosessuali di questo mondo. Scarse dosi di luogo comune sono state utilizzate anche nella caratterizzazione delle due protagoniste: siamo lontani dalla solita rappresentazione dei giovani d’oggi, tutti Facebook, telefonini, droghe e musica tamarra (Sofia Coppola, se ci sei batti un colpo); Adele ed Emma, al contrario, sono due ragazze intelligenti, colte, sensibili, che parlano di letteratura, vanno alle mostre e si mantengono da sole. Decisamente più scontati sono invece gli altri personaggi, il cui peso narrativo, però, è piuttosto ridotto, e che esistono esclusivamente in funzione delle due protagoniste (tant’è che – e la cosa secondo me andava gestita meglio in fase di scrittura – appaiono e scompaiono dal racconto come se niente fosse).

C’è poi un’altra questione, fondamentale per capire tutto il casino mediatico che si è venuto a creare intorno a questo film: il sesso. Sì, La vita di Adele è una pellicola molto, molto esplicita, con lunghe scene di letto che lasciano ben poco spazio all’immaginazione, al punto che spesso si ha un po’ l’impressione di trovarsi di fronte al più classico dei “porno con trama”. Ma, al netto di una certa ripetitività che alla lunga finisce per stufare (e per allungare a dismisura la durata del film: 179 minuti sono decisamente troppi), si tratta di un piccolo difetto perdonabile a un film d’autore che, senza tutto questo clamore, non avrebbe probabilmente attratto grandi fette di pubblico: il sesso vende, si sa, e spesso è il mezzo più efficace per avvicinare gli allocchi a opere altrimenti destinate all’oblio o comunque a un minor successo commerciale.

Tipico prodotto di quel realismo contemporaneo che tanto piace ai francesi (cfr. Jean-Pierre e Luc Dardenne o Laurent Cantet, anch’essi non a caso trionfatori a Cannes) e tratto da una graphic novel (Il blu è un colore caldo di Julie Maroh), La vita di Adele non è un capolavoro, ma è comunque un bel film, esaltato dall’ottima prova delle due protagoniste, Léa Seydoux e la splendida ventenne Adèle Exarchopoulos, al suo primo ruolo importante. Molto triste il finale, ma il fatto che si tratti soltanto dei primi due “capitoli” della vita di Adele lascia acceso un barlume di speranza sul futuro di questa ragazzina intelligente e un po’ sola.

Alberto Gallo

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