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PRISONERS (Usa 2013)

locandina prisoners

In una tranquilla e dimenticata cittadina della Pennsylvania, due bambine scompaiono nel giorno del Ringraziamento. Un camper sospetto indirizza le indagini iniziali del detective Loki (Jake Gyllenhaal), poliziotto tanto bravo quanto impenetrabile. Intanto le famiglie delle bambine devono far fronte al trauma di una scomparsa che, perdurando nel tempo, lascia loro poche speranze. La storia si concentra in particolare sulla famiglia Dover, che sembra essere la più devastata. La mamma (Maria Bello) si rifugia nei sonniferi, mentre il marito (Hugh Jackman) segue un suo particolare e personale metodo di indagine: la tortura.

La doppia indagine, se così possiamo dire, prosegue quindi parallela, piena di passi avanti e ricadute, particolari rilevati e colpi di scena anche violenti, con storie del passato che riemergono continuamente. Prisoners è un thriller vecchio stile o, come l’avrebbero chiamato una volta, un poliziesco, un giallo. C’è un crimine e c’è la ricerca del colpevole. La narrazione è tradizionale, senza flashback né anticipazioni.

Il film si apre con la recita, per intero, del Padre Nostro, al termine della quale un ragazzo accompagnato dal padre uccide un cervo in mezzo ai boschi (e già queste prime scene sono ricche di simbologie). Poi assistiamo alla cena del Ringraziamento, una famiglia afroamericana e una caucasica insieme, due figli adolescenti e due bambini. Vengono tirati in ballo Bruce Springsteen, Batman, Jingle Bells e l’inno nazionale.

Dal Padre Nostro all’intero pantheon dei simboli americani, il film parte bene in quella che solitamente è la parte riservata all’ambientazione, alla creazione del contesto. Il regista, Denis Villeneuve, è un canadese, e sembra affascinato da questi miti patriottici made in Usa, tra cui la virilità esibita della caccia (cfr. Il cacciatore, ma c’è anche un po’ di Un tranquillo weekend di paura) e il ruolo protettivo, quasi paranoico, del pater familias: il suo è uno sguardo esterno ma non lontano, sui passi del connazionale David Cronenberg e il suo A History of Violence), al quale il film sembra inizialmente rimandare.

Una trama lenta, dura, orchestrata nei toni dell’angoscia e sottolineata da pochi tocchi musicali e da temperature gelide in cui viene fin da subito messo in campo il tema del “dovere di ogni buon padre di famiglia americano”, ovvero la protezione dei propri cari, che qui si trasforma in giustizia privata. È l’orrore celato nella provincia: Prisoners, in questo senso, ricorda Mystic River.

Due attori protagonisti abbastanza esperti reggono l’intero film circondati da un cast di comprimari da produzione indipendente: alcuni anonimi, pochi fuori parte, molti azzeccati.
Jackman è molto bravo nel ruolo del falegname qualunque alle prese con due sistemi di valori (la religione e la cultura) tanto saldi da indurlo a comportarsi in maniera violenta ed estrema: questo padre disperato agisce il più delle volte indisturbato, giustificato proprio dal suo dovere, anche contro lo Stato. La sua diventa una progressiva e non solo metaforica discesa agli inferi. Gyllenhaal è invece un poliziotto poco credibile nell’aspetto ma molto nei fatti. Tatuato e con un tic agli occhi, indossa anelli da malavitoso e di lui non si sa niente: si fa solo cenno a un suo passato in riformatorio, e una solitaria cena del Ringraziamento in una tavola calda lo dipinge come un solitario. Un ruolo, più che un personaggio, una pura funzione narrativa ma arricchita da caratteristiche che sembrerebbero essere una scelta personale di Gyllenhall. Interessante la scelta di renderlo un eroe imperfetto, che sbaglia nelle indagini, le prende, ha colpi di fortuna e deve litigare con il suo capo su ragioni spesso di budget.

Molto curata anche la trama, con tutti i tasselli sparsi per il film che, alla fine, ritrovano il loro posto nel puzzle; un finale aperto riporta in alto un’angoscia che sotterraneamente ha accompagnato tutto il film. Guasta, in Prisoners, un’eccessiva lunghezza che a tratti, vista la pesantezza dell’argomento, rischia di annoiare e di far andare fuori strada qualche punto debole della sceneggiatura.

Marcello Ferrara

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