oldboy

OLDBOY (Usa 2013)

locandina old boy

Joe Doucett conduce una vita piuttosto incasinata: beve, ha un divorzio alle spalle, il lavoro va male… Ma tutto ciò è nulla in confronto a ciò che sta per succedergli: una sera qualcuno lo rapisce, chiudendolo in una piccola stanza senza porta e senza finestre. Ci rimarrà per vent’anni, mentre fuori, nel mondo (forse) reale, qualcuno uccide la sua ex moglie facendo ricadere la colpa su di lui. Un bel giorno si ritrova libero. Ma è solo l’inizio della seconda parte dell’incubo in cui si è trasformata l’esistenza di Joe.

Allora, premetto che, a differenza di molti critici cinematografici e di moltissime persone che conosco, non sono e non sono mai stato un grande fan dell’Oldboy originale, film coreano di Park Chan-wook che si contende con Battle Royale il titolo di lungometraggio asiatico d’azione più amato del XXI secolo (e non a caso anche questo film giapponese è stato da poco rifatto in America, sotto mentite spoglie e con il titolo di The Hunger Games). In compenso – ed è per questo che mi sono precipitato a vedere il remake di Oldboy nonostante lo scetticismo di molti – sono da sempre un grande appassionato di Spike Lee, che da vent’anni a questa parte, e vi sfido a trovare altri registi sotto i sessanta che abbiano saputo fare altrettanto, partorisce almeno un capolavoro a decennio: Fa’ la cosa giusta negli anni Ottanta, Summer of Sam negli anni Novanta e La 25ª ora negli anni – come chiamarli? – Duemila. Peccato soltanto che la filmografia del regista di Atlanta alterni pellicole meravigliose (oltre a quelle citate direi anche Malcom X, Clockers, He got game e Inside man) ad altre che vanno dal deludente al patetico/ridicolo (cfr. Miracolo a Sant’Anna). Oldboy rientra purtroppo in quest’ultima categoria.

Non che sia un film particolarmente brutto: semplicemente inutile, mediocre. Da un lato perché, per chi ha già visto l’originale, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a una semplificazione, a un riassunto, a una versione for dummies. Dall’altro perché il film di Lee non convince proprio come pellicola in sé, anche per chi non sapesse che si tratta di un remake: il cast è anonimo (protagonista è Josh Brolin, e passi, ma gli altri, eccetto Samuel L. Jackson, sono proprio tristi), la sceneggiatura piattissima, la caratterizzazione dei personaggi assolutamente superficiale. Qualche tocco d’autore qua e là non manca, ma questo Oldboy sembra proprio un film diretto con la mano sinistra, in uno stile che ricorda vagamente (anche per la tematica della vendetta) Quentin Tarantino. Un Tarantino, però, a cui è stata tolta ogni verve. Spike, per favore, torna a fare ciò che sai fare.

Alberto Gallo

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2 thoughts on “oldboy

  1. non resisto…spero mi perdonerai…”te l’avevo detto!” 😉

    cliché a parte, e a prescindere dal fatto che io sia un fan dell’originale, old boy non è un film da spike lee. gli stessi capolavori che giustamente citi, hanno lo stesso denominatore, cioè il rapporto tra il protagonista e l’habitat in cui si trova. spike lee è bravissimo a gestire il dialogo uomo-ambiente.

    old boy è un film autistico, che si fonda sul presupposto contrario.

    è come se spike lee fosse un fenomeno del ping pong che si mette a fare l’us open.

    inutile dirlo, tutto questo è avvolto da un enorme “secondo me”.

    1. Eh ma hai ragione.
      D’altronde anche “Miracolo a Sant’Anna” era fallimentare proprio perché usciva dal solito ambiente spikeleeano (che poi è Brooklyn, o al limite New York in generale).
      In ogni caso ero molto curioso di vedere questo film: speravo che la sua innegabile tecnica registica potesse tornare utile in un film di genere come questo. Purtroppo, invece…

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