j. edgar

J. EDGAR (Usa 2011)

locandina j. edgar

Vita, morte, amori, deliri e successi di John Edgar Hoover, direttore dell’Fbi dal 1924 al 1972. Per quasi mezzo secolo questo personaggio bruttino, antipatico, paranoico, anticomunista, moralista e razzista fu, tra luci e ombre, l’uomo più potente d’America.

Quante cose da dire su questa ultima fatica (è proprio il caso di dirlo: 137 minuti che volano in un lampo) cinematografica dell’instancabile ultraottantenne Clint Eastwood! Andiamo con ordine.

1 – Il protagonista. Non so molto a proposito di J. Edgar Hoover. Certo, come tutti l’ho sentito nominare molto spesso in film, romanzi e serie tv, ma la sua figura rimane, almeno qui in Italia, avvolta nel mistero, nelle fitte brume dell’epos americano, in quel novero di personaggi misconosciuti al limite tra eroismo e depravazione, insieme ad Al Capone, John Wilkes Booth, Jesse James e Lee Harvey Oswald. Bellissima la descrizione che di lui fornisce Don De Lillo nel monumentale Underworld, nelle cui pagine Edgar è sconvolto dalla visione, durante una partita di baseball, di una riproduzione del Trionfo della morte di Bruegel. E una persistente sensazione di morte caratterizza anche la pellicola di Eastwood: una morte in vita, una morte fatta di rinunce (all’amore per un altro uomo, fatto impensabile per l’epoca), di solitudine, di perenne rancore. Per la lettura che ne è stata data in questo film, Hoover mi ha fatto pensare più di una volta al Giulio Andreotti dipinto da Sorrentino nel Divo: entrambi personaggi potenti ma soli; entrambi capaci di piegare a proprio vantaggio, con mezzi leciti e illeciti, le regole e i vuoti del sistema ma incapaci di condurre una vita normale e soddisfacente; entrambi spalleggiati da una segretaria silenziosa e fedele custode di un “archivio segreto” in grado di zittire, con i suoi imbarazzanti segreti di stato, anche i personaggi politici più influenti. Se fosse vissuto in Italia, Hoover avrebbe sicuramente saputo giostrare a suo vantaggio chiesa, mafia, terroristi e quant’altro. L’America gli permise invece di rivoltare come un guanto il Bureau, che sotto la sua direzione divenne uno degli enti investigativi più avanzati ed efficienti al mondo. Fu Hoover, tanto per fare un esempio, a introdurre l’utilizzo sistematico delle impronte digitali per combattere il crimine. Un genio e un innovatore, a suo modo.

2 – Il film. Con la consueta classe, Eastwood ci regala un’opera che è un capolavoro di ritmo, misura ed eleganza. È veramente raro riuscire a trovare pellicole che, come questa, sappiano, come dire, coinvolgere con un simile distacco. Non c’è condanna, non c’è esaltazione, non c’è gossip né revisionismo: Hoover, l’Fbi e l’America dei primi decenni del Novecento ci vengono mostrati per quello che probabilmente erano, con tutte le scomode contraddizioni del caso. Lo stile è puro distillato di Clint al 100%: sobrio, sotto tono e dominato dalla cupezza di colori, musiche e ambientazioni. Notevole, in particolare, il lavoro svolto sul montaggio: i piani spaziali e temporali si intersecano costantemente in modo sulle prime un po’ spiazzante ma sicuramente originale e coinvolgente, dando al film un ritmo incalzante e mai noioso – nonostante qualche sbrodolamento nel finale. Riuscitissimo è anche il discorso relativo alla (presunta per alcuni, qui data per certa) omosessualità del protagonista, condizione che lo spettatore arriva a conoscere in maniera graduale e quasi naturale, senza il ricorso a outing o illuminazioni improvvise che in un simile contesto sarebbero risultati decisamente fuori luogo. È la modestia – nel senso latino del termine – il punto di forza di questo grandissimo regista, e J. Edgar ne è ennesima e riuscitissima prova.

3 – Il cast. Leonardo DiCaprio nella parte principale è semplicemente perfetto. Che dire? L’interpretazione migliore della sua carriera, per un Oscar che – complice un trucco capace di imbruttirlo e invecchiarlo in maniera credibile – a questo punto mi sembra davvero inevitabile. Accanto a lui un manipolo di buoni interpreti, alcuni anche piuttosto famosi (Naomi Watts, Judi Dench), le cui parti, però, quasi soccombono di fronte alla complessità e alla profondità di un J. Edgar che spadroneggia dalla prima all’ultima scena. Se il film non è il capolavoro totale che sarebbe potuto essere, però, è paradossalmente colpa dello stesso DiCaprio e della sua fama eccessiva. “Se possiamo avere la star più famosa di Hollywood – avranno pensato Eastwood e i suoi produttori – perché usarla soltanto per metà film?”. Motivo per cui DiCaprio interpreta Hoover tanto da ventenne sbarbatello quanto da settantenne scafato e moribondo. Ripeto, sul trucco di questo personaggio niente da dire, ma per quanto riguarda i coprotagonisti è stato fatto un lavoro decisamente più approssimativo: Armie Hammer in particolare, classe 1986, nella parte dell’amante di Edgar, Clyde Tolson, truccato da ottantenne fa veramente ridere i polli. E in ogni caso il film ne avrebbe senz’altro guadagnato se anche il vecchio Hoover fosse stato interpretato da un attore dell’età giusta. Magari proprio da Clint Eastwood in persona.

Alberto Gallo

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classifica di fine stagione / 4

Un’altra stagione di cinema è giunta al termine. Una stagione veramente insipida, forse la peggiore da quando curo questo blog, tanto che per la prima volta ho fatto davvero fatica a trovare dieci titoli validi da indicare come i migliori dell’anno. Le delusioni e le schifezze, in compenso, non sono mancate.
Come d’abitudine ho preso in considerazione soltanto i film recensiti su questo blog – da settembre 2010 a oggi.

inception

*** I DIECI FILM MIGLIORI DELLA STAGIONE ***

Inception
(Usa/Uk 2010)
Noi credevamo
(Italia/Francia 2010)
Il cigno nero
(Usa 2010)
Venere nera
(Francia/Italia/Belgio 2010)
The next three days
(Usa/Francia 2010)
13 assassini
(Giappone/Uk 2010)
Il ragazzo con la bicicletta
(Belgio/Francia/Italia 2011)
Habemus papam
(Italia/Francia 2011)
The tree of life
(India/Uk 2011)
Source code
(Usa/Francia 2011)

noi credevamo

*** I CINQUE FILM PEGGIORI DELLA STAGIONE ***

The american
(Usa 2010)
Devil
(Usa 2010)
The tourist
(Usa/Francia 2010)
Skyline
(Usa 2010)
Parto col folle
(Usa 2010)
Menzione speciale, inoltre, per La misura del confine e soprattutto per Dreamland, che tanto avrei voluto vedere ma che nelle sale della mia città, purtroppo, non è mai uscito.

the tree of life

*** I CINQUE FILM PIU’ SOPRAVVALUTATI DELLA STAGIONE ***

Somewhere
(Usa 2010)
Un gelido inverno
(Usa 2010)
Il discorso del re
(Uk/Australia 2010)
The social network
(Usa 2010)
Thor
(Usa 2011)

black swan

*** CINQUE FILM PARTICOLARI CHE VALE LA PENA DI VEDERE ***

American life
(Usa/Uk 2009)
Buried
(Spagna 2010)
Scott Pilgrim vs. the world
(Usa/Canada/Uk 2010)
Oncle boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures
(Thailandia/Spagna/Germania/Uk/Francia 2010)
Kill me please
(Belgio/Francia 2010)

habemus papam

*** LE CINQUE DELUSIONI MAGGIORI DELLA STAGIONE ***

L’altra verità
(Uk/Francia/Italia/Belgio/Spagna 2010)
Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni
(Usa/Spagna 2010)
Hereafter
(Usa 2010)
Boris – Il film
(Italia 2011)
Green hornet
(Usa 2011)

Alberto Gallo

hereafter

HEREAFTER (Usa 2010)

locandina hereafter

Marie è una giornalista francese che, sopravvissuta per miracolo a uno tsunami, crede di aver visto l’aldilà. Marcus è un ragazzino inglese che ha perso il fratello gemello in un incidente stradale. George è un operaio di San Francisco che possiede il dono (o, secondo lui, la condanna) di poter dialogare con i defunti. Tre storie legate dalla presenza della morte che si incontrano brevemente in un finale londinese pieno di tristezza ma anche di speranza.

Argomento spinoso, quello dell’aldilà e del contatto tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Spinoso nell’esistenza quotidiana e a maggior ragione nel cineuniverso, che spesso su questo tema è scivolato goffamente, regalandoci perle di involontaria comicità ultraterrena – mi vengono in mente Al di là dei sogni con Robin Williams, Ghost o il recente Amabili resti di Peter Jackson, per non parlare di un patetico film dei primi anni Novanta con Bill Cosby di cui non ricordo e non voglio ricordare il titolo. Ma qui stiamo parlando dell’ultima fatica di Clint Eastwood, autore che non può essere liquidato con un sorrisino di sufficienza e un “passiamo oltre”.
Eppure, per quanto mi riguarda, pur con i necessari distinguo il risultato è deludente. Deludente soprattutto per un problema di sceneggiatura: scritto dal veterano Peter Morgan (inglese, già autore di Frost/Nixon, The Queen e L’ultimo re di Scozia), Hereafter soffre di un problema di aspettative non mantenute. Detto in altre parole: questo film sembra un eterno inizio, un incipit cinematografico di 129 minuti che non approda ad alcuna conclusione. Seguiamo le avventure di Marie, di Marcus e di George, ne osserviamo i cambiamenti d’umore e di atteggiamento nei confronti della morte (e di conseguenza della vita), ne studiamo il reciproco e graduale avvicinamento e poi… e poi basta. Dopo due (anche abbastanza soporifere) ore il film finisce, proprio quando i tre protagonisti sono finalmente vicini e potrebbero dirsi e dirci qualcosa di più su un argomento, quello dell’aldilà, che è sì al centro del film ma che alla fine sembra soltanto appena sfiorato. Questione di eleganza, forse: stiamo parlando di cinema d’autore, mai dare al pubblico ciò che il pubblico si aspetta. Eppure Hereafter non può che lasciare in bocca un sapore di incompiuto, di non finito.
Questo per quanto riguarda la sceneggiatura.
Per quanto riguarda la messa in scena, invece, come al solito niente da dire: il vecchio Clint affronta la vicenda con la consueta eleganza, evitando di cadere nelle facili trappole patetico-sentimental-paranormali che uno script di questo genere avrebbe potuto generare.
Minimali e azzeccate anche le musiche, scritte come sempre dal regista stesso, e buona l’interpretazione dei protagonisti, il solito Matt Damon e la sconosciuta (da noi, ma popolarissima in patria) Cécile De France.
Cenno a parte merita la bellissima scena iniziale, quella dello tsunami: nonostante i non sofisticatissimi effetti speciali (l’onda anomala che colpisce il paesino asiatico è decisamente videogiocosa) si tratta di una ricostruzione spaventosa e toccante, girata con gusto eppure con un realismo che non lascia scampo. Mi chiedo cosa ne avrebbe tirato fuori Steven Spielberg, qui fortunatamente solo produttore.

Alberto Gallo

2000/2009: cinquanta film da salvare

La 25ª ora

Tra poche settimane il primo decennio del XXI secolo se ne sarà andato. Ecco dunque una classifica dei 50 film più belli e memorabili di questi dieci anni, suddivisa in due parti: “top 20” e “gli altri 30”. All’interno delle due categorie ho disposto i film in ordine cronologico. Solo due regole: 1) i film devono essere usciti al cinema (motivo per cui non c’è, per esempio, Angels in America); 2) in ogni categoria è ammesso un solo film per ogni regista. Al fondo due ulteriori classifiche, dedicate all’Italia e ai cartoni animati. All’interno di ogni sezione i film sono disposti in ordine cronologico.

mystic river

*** TOP 20 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – La 25ª ora, di Spike Lee
(Usa, 2002)
3 – Il pianista, di Roman Polański
(Regno Unito/Francia/Polonia/Germania, 2002)
4 – Mystic river, di Clint Eastwood
(Usa, 2003)
5 – Big fish, di Tim Burton
(Usa, 2003)
6 – Dogville, di Lars Von Trier
(Danimarca/Francia/Svezia/Norvegia, 2003)
7 – Le invasioni barbariche, di Denys Arcand
(Canada/Francia, 2003)
8 – Eternal sunshine of the spotless mind, di Michel Gondry
(Usa, 2004)
9 – Ferro 3, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2004)
10 – Match point, di Woody Allen
(Regno Unito/Irlanda/Usa/Russia, 2005)
11 – Inland empire, di David Lynch
(Usa/Polonia/Francia, 2006)
12 – Il vento che accarezza l’erba, di Ken Loach
(Gran Bretagna, 2006)
13 – Le vite degli altri, di Florian Henckel von Donnersmarck
(Germania, 2006)
14 – Volver, di Pedro Almodóvar
(Spagna, 2006)
15 – La promessa dell’assassino, di David Cronenberg
(Gran Bretagna/Canada, 2007)
16 – Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel
(Francia/Usa, 2007)
17 – Io non sono qui, di Todd Haynes
(Usa/Germania, 2007)
18 – Non è un paese per vecchi, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2007)
19 – Il petroliere, di Paul Thomas Anderson
(Usa, 2007)
20 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)

match point

*** GLI ALTRI 30 ***
21 – Fratello, dove sei?, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2000)
22 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti
(Italia, 2001)
23 – Mulholland drive, di David Lynch
(Francia/Usa, 2001)
24 – Il favoloso mondo di Amélie, di Jean-Pierre Jeunet
(Francia, 2001)
25 – Il ladro di orchidee, di Spike Jonze
(Usa, 2002)
26 – The hours, di Stephen Daldry
(Usa, 2002)
27 – Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2003)
28 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana
(Italia, 2003)
29 – Kill Bill Vol. 1 & 2, di Quentin Tarantino
(Usa, 2003-2004)
30 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino
(Italia, 2004)
31 – Million dollar baby, di Clint Eastwood
(Usa, 2004)
32 – 2046, di Wong Kar-Wai
(Francia/Hong Kong, 2004)
33 – Collateral, di Michael Mann
(Usa, 2004)
34 – The village, di M. Night Shyamalan
(Usa, 2004)
35 – Mare dentro, di Alejandro Amenábar
(Spagna/Francia/Italia, 2004)
36 – Heimat 3, di Edgar Reitz
(Germania, 2004)
37 – Hotel Rwanda, di Terry George
(Canada/Gran Bretagna/Italia/Sudafrica, 2004)
38 – The jacket, di John Maybury
(Usa, 2005)
39 – Good night and goodluck, di George Clooney
(Usa, 2005)
40 – The departed, di Martin Scorsese
(Usa, 2006)
41 – Radio America, di Robert Altman
(Usa, 2006)
42 – I figli degli uomini, di Alfonso Cuarón
(Gran Bretagna/Usa, 2006)
43 – L’ultimo inquisitore, di Milos Forman
(Spagna, 2006)
44 – Inside man, di Spike Lee
(Usa, 2006)
45 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
46 – Sogni e delitti, di Woody Allen
(Usa/Gran Bretagna, 2007)
47 – Il treno per il Darjeeling, di Wes Anderson
(Usa, 2007)
48 – Onora il padre e la madre, di Sidney Lumet
(Usa, 2007)
49 – Gomorra, di Matteo Garrone
(Italia, 2008)
50 – Il nastro bianco, di Michael Haneke
(Austria/Francia/Germania, 2009)

volver

*** ITALIA – TOP 10 ***
1 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti (2001)
2 – Il mestiere delle armi, di Ermanno Olmi (2001)
3 – Buongiorno, notte, di Marco Bellocchio (2003)
4 – Io non ho paura, di Gabriele Salvatores (2003)
5 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana (2003)
6 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino (2004)
7 – Romanzo criminale, di Michele Placido (2005)
8 – La terra, di Sergio Rubini (2006)
9 – Gomorra, di Matteo Garrone (2008)
10 – Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì (2008)

le vite degli altri

*** CARTONI ANIMATI – TOP 10 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – Shrek, di Vicky Jenson e Andrew Adamson
(Usa, 2001)
3 – L’era glaciale, di Chris Wedge e Carlos Saldanha
(Usa, 2002)
4 – Alla ricerca di Nemo, di Andrew Stanton
(Usa, 2003)
5 – Appuntamento a Belleville, di Sylvain Chomet
(Francia, 2003)
6 – La sposa cadavere, di Tim Burton e Mike Johnson
(Gran Bretagna, 2005)
7 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
8 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)
9 – Valzer con Bashir, di Ari Folman
(Israele/Germania/Francia, 2008)
10 – Up, di Pete Docter e Bob Peterson
(Usa, 2009)

Clicca qui per vedere la classifica in versione video.

Alberto Gallo

gran torino

locandina gran torino

Walt Kowalski, il protagonista di questo film, interpretato splendidamente da Clint Eastwood, mi ha ricordato per certi aspetti colui che fu mio nonno: entrambi reduci di guerra, un po’ rabbiosi e asociali, entrambi rimasti vedovi in tarda età, entrambi conservatori e un po’ tristi, ma in fondo buoni.

Ma sto divagando.

Il film. Uhm. Bello. Ma non é certo una novità, stiamo parlando di Clint Eastwood. Il vecchio regista stavolta ha deciso di affrontare, con il suo solito inconfondibile stile (che quasi si potrebbe definire un non-stile per la continua ricerca di invisibilità registica. Eppure é proprio questo a renderlo grande), una vicenda che scava a fondo nei temi della violenza, del razzismo, della vecchiaia, dell’immigrazione e dell’integrazione. Per l’occasione – era dai tempi di Million dollar baby che non accadeva – il cineasta californiano é tornato a interpretare un ruolo da protagonista. Ruolo che – mutatis mutandis – catapulta l’attore indietro agli anni ’70, se non addirittura ai ’60 dello spaghetti western, per la durezza pseudo-fascista mista a ironia che lo caratterizza.
Fucile sempre a portata di mano, Kowalski é un reduce della guerra di Corea che, cinquant’anni dopo, si trova a vivere fianco a fianco con una famiglia di immigrati asiatici (i classici “musi gialli”) immischiata suo malgrado in torbide vicende di gang giovanili. Dopo l’iniziale diffidenza l’ex soldato diventa amico di un ragazzino hmong che ha tentato di rubargli la macchina (la Ford Gran Torino del titolo). L’amicizia diventa così profonda che Kowalski decide di sacrificare la sua esistenza (ormai agli sgoccioli: é vecchio e malato) per salvare – indirettamente – quella del giovane vicino.

Strano film: leggero, quasi divertente nella prima metà (soprattutto grazie a un Eastwood piuttosto sopra le righe, impegnato in una quasi-parodia senile dell’ispettore Callahan), affida all’ultima mezz’ora gran parte della sua violenza e drammaticità. Strano ma efficace: nonostante la vicenda sia poco originale e tutto sommato un po’ “telefonata” (la struttura diffidenza iniziale-ammorbidimento-amicizia-sacrificio finale é piuttosto prevedibile) c’é ben poco di banale o superfluo nei 116 minuti di questa pellicola.

Sono giunto alla conclusione che Clint Eastwood e Woody Allen siano, pur non avendo nulla in comune nel loro modo di fare cinema, i due registi americani viventi più importanti e migliori in assoluto: anche quando partoriscono film minori (e Gran Torino tutto sommato é un film minore), generalmente scegliendo se stessi come protagonisti (tanto per fare un esempio recente: Scoop non valeva Match point, così come Gran Torino non vale Mystic river), sono incapaci di deludere.
Perchè il loro stile, il loro cinema e la loro poetica sono compiuti e pressochè perfetti.

Alberto Gallo

Ps: una curiosità finale sul titolo del film e sul nome della celebre auto. Secondo Wikipedia, “il nome Torino deriva dal fatto che gli americani consideravano questa città come la Detroit italiana in quanto sede della Fiat”.

changeling

locandina changeling

C’è poco da fare: Clint Eastwood proprio non ci riesce a girare un film brutto. Di più: il vecchio regista californiano sembra ormai del tutto incapace di produrre pellicole che non siano quantomeno interessanti, coinvolgenti, intense e memorabili. Changeling è l’ennesimo capolavoro di un autore che, specialmente negli ultimi vent’anni, non è stato secondo a nessuno.

Come nei Ponti di Madison County e in Million dollar baby, protagonista è ancora una donna forte che si trova a combattere in un mondo di uomini e donne non più forti di lei ma decisamente più prepotenti. 1928: Christine Collins (un’ottima Angelina Jolie) vive con suo figlio Walt in una villetta di Los Angeles. Sono felici, non hanno che l’un l’altro per sostenersi e andare avanti. Ma un giorno Walt sparisce nel nulla. Christine, disperata, si rivolge alla polizia, che dopo settimane di ricerche annuncia il ritrovamento del bambino. Peccato che si tratti del bambino sbagliato. Inizia quindi il calvario della madre, che cerca in tutti i modi di rendere pubblica l’inefficienza delle forze dell’ordine (corrotte, violente e incompetenti) e che per questo viene spedita in manicomio dalla stessa onnipotente polizia. Ad aiutarla nella sua lotta (che in parte risulterà vincente) rimane soltanto un predicatore attivista, il reverendo Gustav Briegleb (John Malkovic).

La ricostruzione della California degli anni ’20 è sobria ed elegante, così come le musiche (del regista stesso), la recitazione, i dialoghi e la regia: impossibile trovare anche solo una minima traccia di enfasi o retorica nei 141 minuti di Changeling, che scorrono in un lampo e riescono nella difficile impresa di coinvolgere lo spettatore senza alcun ammiccamento sentimentale o commerciale. Eastwood ci sbatte in faccia tutta la bruttura di una situazione incredibilmente drammatica senza mai scadere nel banale, nel violento o nel pornografico, anche se lo script offrirebbe, specialmente nella seconda metà, parecchi spunti per cedere a simili tentazioni. Il regista, che non a caso alcuni critici hanno soprannominato l’ultimo dei classici, dimostra per l’ennesima volta di possedere la difficile arte della misura, della continenza, della sobrietà. Tutto ciò senza che venga meno l’empatia con le vicende narrate.

Changeling – pellicola che riporta alla mente, per spirito e ambientazione, storie tra loro diversissime come Serpico, A sangue freddo, Gone baby gone e Mystic river dello stesso Eastwood – è uno dei migliori film dell’anno: chissà se l’Academy se ne accorgerà. Per il vecchio cowboy non sarebbe la prima volta.

Alberto Gallo

lettere da iwo jima

locandina lettere da iwo jima

I film di guerra si dividono in due categorie: quelli che iniziano in medias res, ovvero che ostentano sin dalle prime immagini squallidi scenari bellici di morte e dolore (a questa categoria appartengono, tra gli altri, Salvate il soldato Ryan e Orizzonti di gloria), e quelli che, al contrario, nei minuti iniziali mostrano la quiete prima della battaglia. A questa seconda categoria sono riconducibili opere eccezionali come Il cacciatore e La sottile line a rossa.

E Lettere da Iwo Jima.

Come tutti ormai saprete, l’ultimo film di Clint Eastwood è la seconda parte di un dittico dedicato dal regista californiano ad uno dei più celebri e importanti scontri della seconda guerra mondiale, la battaglia di Iwo Jima. Il primo film, Le bandiere dei nostri padri, narrava la vicenda dal punto di vista degli americani, mentre questo si concentra sulle sorti dei soldati nipponici.
L’inizio della pellicola si svolge ai giorni nostri: un gruppo di speleologi giapponesi, nella squallida isoletta del Pacifico che dà titolo al film, sta compiendo alcuni scavi in uno degli innumerevoli cunicoli sotterranei che i loro padri crearono durante i disperati giorni della battaglia, quando gli americani, ormai sicuri della vittoria, guadagnavano di giorno in giorno chilometri di territorio e i giapponesi erano costretti a trovare rifugio nelle montagne. Gli speleologi rinvengono un oggetto sepolto nel terreno, ma, prima che lo spettatore possa capire di cosa si tratti, le immagini tornano indietro nel tempo, a sessant’anni prima, durante i drammatici giorni del conflitto nippo-americano.

L’isola di Iwo Jima era un luogo di fondamentale importanza strategica, poiché da lì i bombardieri statunitensi sarebbero potuti facilmente partire per le operazioni di bombardamento del Giappone. La battaglia iniziò il 19 febbraio del 1945 ed ebbe termine il 26 marzo dello stesso anno. I marines annientarono l’esercito imperiale, nettamente inferiore per equipaggiamento e numero di soldati.

La situazione giapponese era disperata sin dall’inizio, e il film illustra alla perfezione (ma d’altronde stiamo parlando di Clint Eastwood, cosa vi aspettavate?) la presa di coscienza, da parte nipponica, della sicura sconfitta. I soldati dell’imperatore elaborarono il lutto della propria morte per giorni e giorni prima che la morte stessa effettivamente sopraggiungesse, consapevoli di ciò che sarebbe toccato alle loro esistenze e alla loro patria. Alcuni tentarono gli ultimi disperati attacchi, altri si tolsero la vita, altri ancora si consegnarono al nemico. Per intere settimane non furono altro che condannati a morte. Dead men walking.
Come facilmente intuibile, visto il tema, alcuni passaggi di questo magnifico film sono estremamente toccanti, quasi insostenibili: i suicidi di massa (che riportano alla memoria il discusso La caduta), i flashback dei soldati, il cui pensiero torna alla vita prima della guerra (come ne La sottile linea rossa), e il terrore dei loro volti nel momento in cui capiscono che la fine è vicina sono narrati in modo semplice ed elegante. Il regista non cerca di esasperare il coinvolgimento emotivo dello spettatore, sa che non ce n’è bisogno, e si limita ad illustrare, con distacco ma senza cinismo, la sorte dei morituri. La fotografia iperrealista di Tom Stern, che ricorda per certi aspetti quella di un altro grande film di guerra, Il grande uno rosso di Sam Fuller, dona alla pellicola un’atmosfera quasi pittorica, mentre le musiche, scritte come sempre dal regista stesso, sono efficaci e mai invadenti né, come spesso accade nei film di guerra, inutilmente enfatiche.

Terminata la battaglia, morti quasi tutti i soldati giapponesi, finita di fatto la seconda guerra mondiale, le immagini del film tornano al presente, al momento in cui gli speleologi portano alla luce un prezioso tesoro sepolto. Si tratta delle lettere che i giapponesi morti a Iwo Jima (circa 18.000 su 20.000 di stanza sull’isola) non poterono mai spedire: pagine semplici, disarmanti, piene di amore per una vita normale ormai irrimediabilmente perduta.

Con Lettere da Iwo Jima il vecchio Clint Eastwood dimostra per l’ennesima volta di meritare l’appellativo di “ultimo dei classici”: da anni non sbaglia un colpo, portando avanti con grazia e coerenza un discorso mai banale sulla vita, le sue sofferenze e la sua inevitabile e spesso drammatica fine. Il più grande regista americano vivente, insieme a Martin Scorsese e David Lynch, è una delle ragioni per cui il cinema rimane una forma d’arte degna di essere presa in considerazione.

Alberto Gallo