gravity

GRAVITY (Usa-Uk 2013)

locandina gravity

Mi spiace usare parolacce da saggio universitario o, peggio ancora, da comunicato stampa come “esperienziale” o “immersivo”. Ma la verità è proprio questa: Gravity, ritorno in grande stile del regista messicano Alfonso Cuarón dopo i fasti dell’ormai vecchio (e bellissimo) I figli degli uomini, più che un film è un’esperienza. Assolutamente appassionante, incredibilmente avvincente. Di quelle da lasciare lo spettatore a bocca aperta, con il batticuore e un perenne “speriamo che ce la faccia” a ronzare in testa.

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elysium

ELYSIUM (Usa 2013)

locandina elysium

Sono già passati quattro anni da quando il regista sudafricano-canadese Neill Blomkamp lasciava tutti a bocca aperta con District 9, semicapolavoro di fantascienza politica dai risvolti sociali per nulla scontati. Con Elysium siamo ancora più o meno da quelle parti, in quanto a pretese metaforiche del genere “vi parlo del futuro ma in realtà del nostro presente”. Il risultato, però, è decisamente meno brillante.

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world war z

WORLD WAR Z (Usa 2013)

locandina world war z

Un virus misterioso trasforma gli uomini in zombie, catatoniche creature affamate di carne umana. Nel giro di pochi giorni il mondo intero è nel caos. Prova a risolvere la situazione un ex agente dell’Onu, coraggioso padre di famiglia. È così basilare la trama di World War Z da sembrare, più che un prodotto inedito, una summa di tutti i film (post)apocalittici usciti negli ultimi anni, una sorta di punto della situazione su questo prolificissimo genere cinematografico, uno sfoggio/esercizio di effetti speciali e tecnica registica portato avanti senza alcun interesse per qualsivoglia contenuto emotivo e narrativo.

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after earth

AFTER EARTH (Usa 2013)

locandina after earth

Dopo aver reso invivibile la Terra, il genere umano è dovuto scappare su un altro pianeta, chiamato Nova Prime. Un giorno, però, molto tempo dopo, il generale Cypher Raige e suo figlio Kitai precipitano con la loro astronave proprio sulla cara vecchia Terra. La lotta per la sopravvivenza – e per sconfiggere il nemico più grande: la paura – sarà durissima.

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oblivion

OBLIVION (Usa 2013)

locandina oblivion

Se escludiamo il peraltro magnifico cameo in Tropic Thunder, non andavo al cinema a vedere un film con Tom Cruise dai tempi, credo, di Leoni per agnelli, del 2007. E già all’epoca erano due anni che non accadeva, cioè da quando non avevo visto La guerra dei mondi. Perché? Perché Tom Cruise è un pessimo attore, una pessima persona, un pessimo esempio da seguire e un cretino. Mangia anche con la bocca aperta (probabilmente), e se fosse italiano direbbe cose tipo “Mussolini non era poi così male, solo che bla bla bla”.

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upside down

UPSIDE DOWN (Francia/Canada 2012)

locandina upside down

I giovani e carini Adam e Eden vivono in due mondi molto vicini, quasi attaccati, ma irrimediabilmente separati da forze di gravità opposte. Il mondo di su (dove abita lei) è ricco, moderno e felice, quello di giù (dove vive lui) sembra la periferia di Caracas. Un giorno, per caso, si incontrano e si innamorano. Ma il crudele sistema di “apartheid” che vige tra i due mondi cercherà in ogni modo di dividerli.

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looper

LOOPER (USA 2012)

locandina looper

Immaginate un futuro in cui, come nel nostro presente, non è ancora stato inventato il viaggio nel tempo. Ma in quel futuro c’è un futuro ancora più futuro in cui il viaggio nel tempo esiste eccome, e viene usato dalle organizzazioni criminali per spedire nel passato (cioè nel futuro, per noi) le persone scomode e ucciderle in tutta tranquillità. Gli assassini di uomini venuti dal futuro futuro sono chiamati looper, e ciò che fanno è talmente illegale che a un certo punto vengono uccisi pure loro. Da essi stessi. Continua a leggere

total recall – atto di forza

TOTAL RECALL (Usa 2012)

locandina total recall - atto di forza

Un futuro distopico post-apocalittico con tante macchine volanti e cose cinesi in giro; una crudele dittatura militare; Colin Farrell che è un operaio sfigato ma che poi in realtà è uno dei capi della resistenza solo che non se lo ricorda; Kate Beckinsale poliziotta cattiva; Jessica Biel ribelle buona; personaggio di colore che muore quasi subito; tre quarti d’ora abbondanti di spari ed esplosioni. Ecco, non è poi tanto male questo Total recall, che oltre a essere il remake di quel film con Schwarzenegger che tutti abbiamo visto da piccoli è anche e soprattutto ispirato a un racconto di Philip Dick. Sì, non è poi tanto male, per carità, si fa guardare, classico film disimpegnato da domenica sera tanto per smettere per due ore di pensare al lunedì mattina. Però è proprio tanto, tanto un film del cazzo, e questo va detto. Privo di qualsiasi ironia, di qualsiasi originalità, recitazione buttata lì alla bellemeglio (e d’altronde è il prezzo da pagare quando vuoi infarcire un film di bonazze incompetenti), idee scopiazzate da mille altre pellicole…

Ecco, a proposito, visto che di questo film non ce ne frega poi molto, e visto che non mi ricordo abbastanza l’originale – l’avrò visto su Italia1 quindici anni fa – per impostare la recensione su un confronto tra i due (e men che meno ho letto il racconto di Dick), direi di concentrarci sugli elementi di Total recall che più ricordano, rimandano, riprendono, insomma, sì, copiano altri film ben più memorabili. A dimostrazione del fatto che, nel cinema, e soprattutto nel cinema di genere, e soprattutto nel cinema di genere che tende a fare un po’ schifo, nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto, al limite, si ricicla. Be’, partirei innanzitutto con il sempreverde Blade runner: l’Unione Federale Britannica di Total recall è terribilmente simile alla Los Angeles del capolavoro di Ridley Scott (pure quello ispirato a Dick, ma che ve lo dico a fare). Nelle piccole menti dei produttori di Hollywood il futuro è un posto infestato da cinesi brutti, sporchi e cattivi – e chissà, magari hanno anche ragione. Ma vogliamo passare alla questione “impiantare/rimuovere ricordi fasulli nella/dalla mente delle persone”? Ecco, a parte di nuovo Blade Runner, direi che in questo caso i punti di riferimento sono soprattutto due: Eternal sunshine of the spotless mind (furto di idea casuale: Len Wiseman, regista di Total recall, cafone com’è, secondo me Eternal sunshine non l’ha nemmeno visto) e Inception (furto di idea consapevole). Ma la questione delle realtà parallele, del “chi siamo veramente? Forse che qualcuno ci sta fregando?” non può che rimandare anche al solito Matrix. C’è poi l’affaire Inghilterra: ok, una location, specie se così ampia, non può essere considerata un plagio né un’idea rubata, ma c’è da dire che, da 28 giorni dopo a I figli degli uomini passando per Doomsday e V per Vendetta, l’idea di ambientare storie fantascientifiche e/o fantapolitiche e/o post-apocalittiche nel Regno Unito è diventata davvero un cliché (un po’ come tutti quei film americani recenti che si svolgono al confine tra Stati Uniti e Messico – ma lì la faccenda è più interessante). E che dire, infine, di Doug Quaid/Carl Hauser, il personaggio interpretato da Farrell? A me, con quel suo lento processo di riacquisto della memoria, con quel suo graduale (ri)trasformarsi in un’addestratissima macchina da guerra (però buona e quasi riluttante), ha ricordato il caro vecchio Jason Bourne.

Total recall: un film derivativo.

Alberto Gallo

prometheus

PROMETHEUS (Usa/Uk 2012)

locandina prometheus

Una razza di avanzatissimi “ingegneri” cosmici, inventori del genere umano; un’astronave che salpa dalla Terra alla ricerca della verità sull’origine dell’uomo; la vita di un intero pianeta ridotta in cenere da un’arma terribile e misteriosa; segni di popoli extraterrestri rinvenuti in reperti di antiche civiltà; un finale aperto e ricco di suggestioni, anche metacinematografiche… Per il suo ritorno alla fantascienza, a trent’anni esatti da Blade runner, Ridley Scott ha fatto decisamente le cose in grande, confezionando una sorta di prequel del suo classico Alien dalle grandi ambizioni, dall’enorme budget e, c’è da dire, dai buoni – sebbene non eccellenti – risultati.

Siamo nel 2093, e Prometheus è il nome della mastodontica astronave che compie il viaggio in questione, arrivando su un pianeta sconosciuto simile alla Terra dove un’antica civiltà superintelligente è stata sterminata da “qualcosa”. Che cosa? Tenta di scoprirlo un eterogeneo gruppo di astronauti capeggiato da un’archeologa coraggiosa (Noomi Rapace), un replicante (ehm…) molto simile a un essere umano (Michael Fassbender) e la perfida figlia del miliardario che ha sovvenzionato l’impresa (Charlize Theron).

Sono due i principali difetti di questo film – tipici comunque, purtroppo, di gran parte delle pellicole di fantascienza che non sono 2001: Odissea nello spazio. Innanzitutto l’evidente scollatura tra splendori estetici e limiti contenutistici: è più facile, pare, confezionare un film bellissimo da vedere (e Prometheus lo è sicuramente: i titoli di testa, tanto per dire, girati in Scozia sull’Isola di Skye, sono terribilmente affascinanti) piuttosto che scrivere una storia che riesca a essere per due ore intere coerente, interessante e profonda. Questo film è stato scritto da Damon Lindelof, già co-autore di Lost, e della mitica serie tv replica ahinoi parecchi difetti, come una certa inconcludenza di fondo e la scarsa capacità di mantenere nelle conclusioni le aspettative riposte nelle premesse. Ed è questo, appunto, il secondo (abbastanza tipico) difetto di Prometheus: un ottimo inizio, un proseguimento banaluccio. Continuo a pensare che di sviluppi narrativi geniali come quelli presenti in Terra! di Stefano Benni o nel summenzionato capolavoro kubrickiano non ce ne saranno più, probabilmente, tanto nel cinema quanto in letteratura, ma forse uno sforzo maggiore si poteva fare, e il finale aperto convince solo a metà, lasciando lo spettatore con la voglia insoddisfatta di sapere come andranno a finire le cose (non so se sia previsto un sequel, di questo prequel, ma in ogni caso ogni film dovrebbe essere un’unità a se stante, autosufficiente; qui, al contrario, l’impressione è proprio quella di un finale tronco).

Al di là dell’inconcludenza di cui si diceva e di alcune forzature narrative, comunque (la sceneggiatura è, come dire, un po’ sbrigativa e spesso prevedibile: alzi la mano chi non ha capito con venti minuti di anticipo quale membro dell’equipaggio sarebbe morto per primo), Prometheus è senz’altro un film interessante, a tratti affascinante, girato in grande stile (non a caso viene spesso tirato in ballo Lawrence d’Arabia, che dei film girati in grande stile è il modello insuperato) e capace di tenere ben viva l’attenzione dello spettatore per i suoi 124 minuti di durata. Uno di quei film che ti viene da pensare che se l’avesse diretto, che so, Tarkovskij, sarebbe stato molto più noioso, certo, ma pure decisamente più memorabile.

Alberto Gallo

another earth

ANOTHER EARTH (Usa 2011)

locandina another earth

Da Solaris a Moon passando per Il pianeta delle scimmie (che sono film; ma ci metto dentro pure opere letterarie come Cronache marziane di Ray Bradbury e Terra! di Stefano Benni), il tema dell’identità è spesso stato al centro dell’interesse degli autori di fantascienza, su carta o pellicola che fossero/siano. Non fa eccezione questo Another Earth, diretto dall’esordiente Mike Cahill, dal Connecticut.

Estetica iper-indie (avete presente, no? Immagini traballanti e sgranate, quella roba lì… Non a caso l’anno scorso è stato presentato al Sundance Film Festival), atmosfera deprimente, attori sconosciuti, un pretesto 100% sci-fi da cui si parte per parlare fondamentalmente di rapporti umani, un finale sorprendente… Elementi eterogenei che vanno a creare un’opera prima parecchio interessante.

Il pretesto 100% sci-fi è la scoperta e il progressivo avvicinamento alla Terra di un pianeta assolutamente identico. Così identico che, si scopre, persino le persone che lo abitano sono le stesse che abitano il nostro: stessi nomi, stesse professioni, stessi ricordi d’infanzia… Uno specchio perfetto, insomma, che il fortunato vincitore di un concorso (“Spiega in 500 parole perché vorresti andare su Terra 2”) potrà visitare in esclusiva. Protagonista della pellicola è la giovane Rhoda, appena uscita di prigione per aver sterminato una famiglia (quasi) intera in un incidente automobilistico, mentre guidava ubriaca. “Quasi” perché all’incidente è sopravvissuto papà John, che un giorno la ragazza raggiunge a casa per ottenere perdono. Ma non ha il coraggio di rivelare la sua identità, e tra i due nasce una storia d’amore…

Potrebbe sembrare una sorta di versione alternativa di Melancholia con altri personaggi, ma non è così: laddove il film di Lars Von Trier analizzava fondamentalmente il fallimento di un’intera specie, quella umana, qui ci si concentra sul fallimento di una sola persona, la protagonista – o al limite su quello di due persone, i protagonisti, se vogliamo considerare come un fallimento la morte accidentale della propria famiglia: e se lassù, si chiede il film, su quel pianeta ancora sconosciuto, ci fossero altri “noi”, dei noi che magari non hanno commesso i nostri stessi errori, o che semplicemente sono stati più fortunati? Come il Nuovo Mondo o il Far West nei secoli passati, l’Altra Terra di questo film è dipinta come una risposta (cinematograficamente assai originale) a una delle esigenze (speranze, illusioni) fondamentali dell’uomo: la possibilità di ricominciare da zero. Il finale, piuttosto inatteso, sembra fornire una risposta positiva.

Lo si è aspettato tanto, in Italia, questo film (penso di aver visto per la prima volta il trailer almeno un anno fa), ma alla fine direi che, pur non trattandosi di un capolavoro, ne è valsa la pena: da oggi la fantascienza “adulta” può vantare un altro piccolo classico.

Alberto Gallo

in time

IN TIME (Usa 2011)

locandina in time

Un pretesto semplice semplice, come spesso accade nei film di fantascienza: in un futuro prossimo la moneta corrente è il tempo, che serve per comprarsi la roba (una corsa in bus vale due ore, tanto per dire) e ovviamente anche per sopravvivere. A 25 anni si smette di invecchiare, e l’unico modo per non soccombere è accumulare tempo – secoli, anni o anche solo qualche minuto per tirare avanti ancora un po’. Ma è un mondo molto ingiusto, e se c’è chi possiede secoli di vita c’è anche chi (la maggior parte della gente) deve sfangarsela giorno per giorno.

in time 1

Ora, ideuzze stimolanti di questo genere sono sempre insospettabilmente pericolose per chi vuole fare un film, perché il rischio è che l’interesse dello spettatore scemi dopo i primi minuti di pellicola, quando, finito lo stupore iniziale, ci si accorge che il resto è solo fuffa. Con In time – che, metto le mani avanti, nonostante qualche spunto carino è veramente un filmaccio, vedremo poi perché – questo accade e non accade: se, da un lato, è evidente che solo il primo quarto d’ora di pellicola è in qualche modo necessario (un modo anche abbastanza facile e banaluccio, e in ogni caso l’antifona è chiara dopo due-scene-due), dall’altro devo dire che un paio di svolte narrative carine in fondo in fondo ci sono. Will Salas viene coinvolto nell’omicidio di un riccastro (ovvero di un tizio con un sacco di tempo) stanco di vivere. Ma è innocente. Messo alle strette, rapisce Sylvia Weis, figlia di un multi-miliardario (ovvero un tizio con un sacco ma un sacco di tempo) che però, in preda alla più classica delle sindromi di Stoccolma, si unisce alla lotta di Will contro le ingiustizie della società, ingiustizie che, come nel nostro mondo reale, riducono il pianeta a una sterminata accozzaglia di gente povera (di tempo) governata da pochissima gente ricca (sempre di tempo).
Cosa succede allora?

in time 2

Succede che i due diventano una sorta di versione moderna e ipersessualizzata di Bonnie e Clyde (che già nel film di Arthur Penn e nella canzone di Serge Gainsbourg non è che non fossero sensuali), cominciando a rapinare banche e a distribuire ai poveri tutto il tempo che è sempre loro mancato. A inseguirli è un altro personaggio interessante, Raymond Leon, poliziotto proletario dal retrogusto quasi pasoliniano (ricordate quando PPP diceva che tra i contestatori ricchi e viziati e i celerini costretti ad affrontarli lui stava dalla parte dei secondi, veri rappresentanti della classe più umile?). Non è male questa parte centrale della pellicola, venata di pseudocomunismo all’americana e all’acqua di rose ma quasi sincero, in cui si scorge una seconda trovata narrativa laddove spesso opere commerciali di questo genere si fermano a quota uno.
Bene, direte, e allora perché In time è un filmaccio?

in time 3

È presto detto.
Innanzitutto perché questo film è girato con un’incompetenza da far venire i capelli dritti: Andrew Niccol avrà anche diretto il buon Lord of war, ma qui dimostra tutta la sua inguaribile mediocrità estetica, riuscendo persino a coprirsi di ridicolo con un incidente automobilistico a suon di modellini che nemmeno un bambino ci cascherebbe – roba che gli effetti speciali dei b-movie anni Ottanta al confronto sembrano George Lucas, e se tiro in ballo George Lucas come esempio virtuoso vuol dire che siamo messi proprio male. Il secondo motivo sono i dialoghi, stracolmi di banalità e luoghi comuni e spesso involontariamente ridicoli. Terzo: i due protagonisti. Pessimi entrambi. Justin Timberlake e Amanda Seyfried sono due attori che cani è dir poco, messi lì soltanto per il loro bel faccino e completamente incapaci di dare ai loro personaggi il minimo spessore o personalità. Per carità, non dico che Amanda non si faccia guardare volentieri (cfr. foto in alto), ma è talmente evidente il tentativo di sessualizzare ogni singolo fotogramma con minigonne, tacchi alti (persino durante gli inseguimenti…), labbra a canotto e tette in bella vista che alla fine il tutto non può che risultare veramente ridicolo. Il film l’ho visto doppiato, ma ho come l’impressione che stavolta sia stato un vantaggio anzichenò.

Alberto Gallo

skyline

SKYLINE (Usa 2010)

locandina skyline

Che orribile tamarrata. Veramente un film inguardabile, sotto ogni punto di vista e sin dalle primissime inquadrature: macchinoni sportivi che rombano come motoseghe, appartamenti da miliardari con piscina, cocktail party, musica tamarra… Per non parlare di quelle riprese di Los Angeles dall’alto (dev’essere una città orribile, tra l’altro) che gridano vendetta. Insomma, sembra di assistere a un lungo video hip hop. Un incubo.

E poi ci sono gli alieni. Perché di questo, ahinoi, parla Skyline, diretto da Mr. Nessuno Greg Strause (già autore di Alien Vs Predator 2, e ho detto tutto) con suo fratello (almeno credo) Colin Strause: di un’invasione aliena. I metodi di questi megamostri sono più o meno quelli cui già assistemmo in un altro grande capolavoro del cinema di fantascienza, l’ormai classico Independence day: arrivano sulla Terra senza preavviso con le loro superastronavi e, per non saper nè leggere nè scrivere, cominciano a spaccare tutto. In questo caso, però, la variante è piuttosto macabra, dal momento che questi enormi alieni, un po’ macchine un po’ esseri viventi, rapiscono i malcapitati umani per poi papparsi i loro cervelli. I protagonisti del film (tra i quali non posso non citare Donald Faison, già Turk nella serie tv Scrubs), reduci da un festino alcolico, cercano ovviamente di scappare e sopravvivere. Con scarsi risultati.

Sorta di versione squallida e californiana dell’impareggiabile Cloverfield, Skyline si salva in corner per un paio di scene d’azione architettate in maniera non disprezzabile – mi riferisco in particolare alla battaglia aerea – e per alcuni effetti speciali abbastanza sofisticati. Carina anche l’idea di tenere protagonisti e spettatori all’oscuro di tutto, ignari di cosa stia realmente succedendo: evitata, fortunatamente, la scena del tg che aggiorna il popolo americano sul numero di morti e il Presidente che dice di non arrendersi perché la razza umana trionferà bla bla bla. Ma per il resto buio totale. C’è persino – a tanto può arrivare la banalità di un film, anche nel 2011 – la sequenza che mostra le principali città del mondo, illustrate attraverso i monumenti più famosi, distrutte dalla furia aliena. E la scena finale, che non vi svelerò, è quanto di più imbarazzante mi sia capitato di vedere al cinema negli ultimi tempi.
E ho pure pagato il biglietto intero, mi venisse un accidente!

Alberto Gallo

tron legacy

TRON LEGACY (Usa 2010)

locandina tron legacy

La prima nonchè ultima volta che ho visto Tron – l’originale – dovevo avere circa sette anni. Da allora l’unico avvenimento tronamente rilevante della mia vita è stato, nel 2003, il video degli Strokes della canzone 12:51. Nemmeno un granchè. Ecco, sarà per questo, o per il fatto che ho seguìto il sèguito con scarso trasporto e dunque con scarsa concentrazione, o forse si trattava degli occhi di Olivia Wilde, troppo, davvero troppo distraenti, ma io di questo Tron legacy non ci ho capito niente.
Non ho capito cos’è quel mondo tutto blu in cui si svolge il 90% del film, non ho capito chi sono gli abitanti di quel mondo e perché si comportano in siffatta maniera, non ho capito che rapporto c’è tra il mondo blu e il mondo reale, non ho capito cosa succede se uno muore nel mondo blu, non ho capito cosa sono quei dischi sulle spalle delle persone e a cosa servano (oltre a darsi un sacco di mazzate) e non ho capito nemmeno come fa il protagonista, interpretato da Jeff Bridges, a procurarsi, condire e cucinare quel maialino arrosto che serve per cena a suo figlio che non vede da vent’anni e a (sospiro sognante) Olivia Wilde, in arte Quorra (un nome più brutto non potevano trovarlo? Si tratta forse di un modo per de-sessualizzare l’iper-sessuale Olivia? Se è così, caro Walt “Film Per Famiglie” Disney, tentativo fallito).

Insomma, non ci ho capito niente e non saprei nemmeno riportarne la trama, se non per sommi capi.
Alcune cose però le ho capite.
Innanzitutto che si tratta di un film noiosetto.
Quando si punta troppo sull’aspetto visivo di una pellicola e troppo poco su quello contenutistico la noia è sempre in agguato. Questo perché, per quanto fighi possano essere scenografie ed effetti speciali, dopo un po’ servono anche dialoghi che siano un minimo coinvolgenti e sviluppi narrativi credibili. Questo indipendentemente dal fatto che io ci abbia capito poco. In ogni caso – cosa capìta n.2 – alcune trovate non sono malaccio. La scena del combattimento tra supermoto, ad esempio: esaltante al punto giusto. Anche grazie alle musiche dei Daft Punk (che appaiono in un cameo nella parte, si potrebbe dire, di loro stessi), talvolta scontate ma più spesso assai geniali. Altre cose che mi sono piaciute: l’interpretazione del solito, geniale Michael Sheen (truccato e acconciato à la David Bowie) e la presenza – ma forse l’ho già detto – della meravigliosa Olivia Wilde. Decisamente meno apprezzabili, invece, la totale mancanza di ironia di tutta la faccenda, affrontata con una seriosità ben poco adatta a una tecnosciocchezza di questo genere, e la presenza di decine e decine dei soliti luoghi comuni dei film di fantascienza – dal rapporto complicato padre/figlio alla presenza di una dittatura tecnologico-orwelliana, dalle solite supermegaesplosioni al sacrificio finale dell’eroe eccetera eccetera eccetera.

Questione a parte: il 3D. Che, per quanto mi riguarda, allo stato attuale delle cose non è una forma d’arte. O meglio, non contribuisce in alcun modo a rendere più interessante o innovativa quella forma d’arte chiamata cinema. Perché fino a quando si dovrà pagare un sovrapprezzo per avere un paio di ridicole – e scomode, per chi come me un paio di occhiali li porta già – lenti da sole che, nel migliore dei casi, ti permettono di provare uno stupore fanciullesco in un due o tre scene, la terza dimensione cinematografica rimarrà nel ben poco lusinghiero novero delle trovate pubblicitarie. Poi magari tra qualche anno, con l’evoluzione della tecnologia, tutto cambierà, ma per ora il contributo del 3D alla buona riuscita di un film è pressochè nullo. E Tron legacy non fa eccezione.

Alberto Gallo

Post scriptum: rileggendo su Wikipedia la trama del Tron originale qualche punto oscuro dell’intreccio effettivamente si è chiarito. Il mio giudizio del film, in ogni caso, non cambia poi di molto. E continuo a non capire da dove venga il maialino arrosto.

pandorum

locandina pandorum

XXII secolo. La vita sulla Terra è gravemente minacciata dalla mancanza di risorse. Un’enorme nave spaziale chiamata Elysium viene mandata nello spazio per colonizzare un pianeta simile al nostro, scoperto da poco. Ma qualcosa va storto e la missione rischia di fallire, trascinando con sè nel baratro il futuro dell’umanità.

Diretto da Christian Alvart, Pandorum è un thriller di fantascienza kitsch, banale e irrisolto, ma non completamente privo di spunti d’interesse: immersi in un mare di stereotipi e colpi di scena quantomai prevedibili (mostri antropofagi, sdoppiamenti di personalità, personaggi già visti mille volte, un finale che vorrebbe essere sconvolgente ma che in realtà sa di poco) è infatti possibile scorgere alcuni piccoli tocchi di classe in grado di tenere viva l’attenzione dello spettatore. Mi riferisco soprattutto ai primi venti minuti di pellicola, claustrofobici e spiazzanti. Per il resto si tratta in fin dei conti di un videogame senza joystick, una fiera di botte, tette e tecnologia che si fa guardare e dimenticare con la stessa facilità.
Anonima, come sempre, l’interpretazione di Dennis Quaid, ma in generale il cast (come d’altronde le musiche, la fotografia e tutto il resto) non si distingue per brillantezza.
Il film ideale per una sonnacchiosa sera di fine estate, ma niente di più.

Alberto Gallo

moon

locandina moon

Chiamatela fantascienza adulta, fantascienza filosofica, fantascienza introspettiva… Chiamatela come vi pare, fattostà che erano anni che non si vedeva un film di ambientazione “spaziale” (in questo caso lunare) così elegante, così minimale, così intelligente. Moon è un capolavoro di rigore formale, di tristezza cosmica, di inedita riflessione sull’uomo e sulla sua fragilità, sulla sua lotta per la sopravvivenza, sulla sua indicibile solitudine.

Eppure non si può proprio dire che Sam (interpretato da Sam Rockwell, bravissimo a tenere incollato lo spettatore allo schermo per un’ora e mezza senza il supporto di nessun altro attore) sia solo. Anzi, il suo problema è proprio quello: la base lunare in cui abita e lavora da tre anni è infestata da cloni di se stesso, pronti a sostituirlo dopo che il suo contratto sarà scaduto. Ma la cosa più tragica e sorprendente è che egli stesso è una copia, un rimpiazzo la cui memoria è stata riempita di falsi ricordi di un tempo ormai perduto per sempre. Insieme a un altro clone e con l’aiuto di un computer (versione “buona” dell’Hal 9000 di kubrickiana memoria) cerca allora di tornare sulla Terra per recuperare la sua vita, o quello che si suppone la sua vita dovrebbe essere.

Ciò che più stupisce di questo film, diretto da Duncan Jones, è la sua capacità di rendere credibile e coinvolgente una storia assurda, un cortocircuito emotivo-esistenziale in grado di scavare a fondo e in modo tutt’altro che banale argomenti imperscrutabili ed eticamente delicati. Con pochissimi effetti speciali, e girato quasi tutto in claustrofobici interni, Moon è un film praticamente perfetto.

Molti i rimandi cinematografici ai “soliti noti” (Solaris e Odissea nello spazio sopra tutti), ma ogni elemento potenzialmente già visto è riletto e rielaborato in modo inedito e spiazzante. Mi riferisco per esempio al computer (che nella versione originale ha la voce di Kevin Spacey), apparentemente ostruzionista ma lontano dalle manie di grandezza del suo collega del ’68; o all’architettura degli interni, a prima vista “bianchi”, geometrici e asettici ma in realtà sporchi, disordinati e pieni di crepe. Siamo dunque lontani dalle due visioni del futuro che maggiormente hanno caratterizzato la fantascienza classica (il futuro dominato da macchine crudeli e quello invece perfetto e tecnologico), sostituite da una visione degli anni a venire disincantata, non troppo dissimile dal nostro presente (mi riferisco soprattutto alla prima e all’ultima scena; ma anche i problemi di comunicazione sono tutto sommato un elemento raro in ambito fantascientifico, tanto che a volte pare che Sam abbia a che fare con uno dei nostri scassatissimi pc odierni) e completamente incentrata sull’uomo.

Alberto Gallo

district 9

locandina district 9

Vent’anni fa un’enorme nave spaziale contenente centinaia di alieni simili a gamberi antropomorfi si fermò, sospesa a mezz’aria, sui cieli di Johannesburg. Ora il governo sudafricano, fiancheggiato dalla multinazionale Mnu, ha deciso di sfrattare in massa i mostriciattoli – nel frattempo moltiplicatisi e stabilitisi in un orrido slum chiamato District 9 – verso un’altra area, con lo scopo di allontanarli dal centro cittadino, abitato dagli umani, e soprattutto di impossessarsi delle loro potentissime armi. Ma qualcosa va storto, e un agente dell’Mnu, contaminato dal dna alieno, cerca in tutti i modi di aiutare un gamberone e suo figlio a tornare sul loro pianeta.

Girato con una tecnica mista che unisce classica fiction da action movie a un approccio fintodocumentaristico alla Cloverfield, District 9, ispirato ai fatti del famigerato District 6, è un vero capolavoro di inventiva, originalità e denuncia sociale.

La carne al fuoco è molta, moltissima.

La tecnica, innanzitutto. Sorprendente, avanzatissima, mai fine a se stessa. Gli effetti speciali (alieni, armi fantascientifiche, navicelle spaziali, mutazioni genetiche, ma anche classici spari & esplosioni) si fondono alla perfezione con gli elementi dell’esistenza quotidiana, dando vita a un riuscitissimo ibrido che rimanda ora ai videogame più estremi, ora ai classici film di fantascienza, ora a banali servizi da tg – evitando però le trappole della parodia dei generi (pur non mancando forti dosi di ironia) e dello sterile citazionismo, che da almeno dieci anni, sia al cinema che in tv, fa tanto chic e postmoderno.

Ma il film è notevole anche dal punto di vista della scrittura: i dialoghi sono tutt’altro che banali e la trama è originale e ricca di colpi di scena, sebbene non del tutto libera dai luoghi comuni del genere – il manager spietato della multinazionale, il soldato fascista che non vede l’ora di ammazzare qualcuno, il protagonista che prima è un fesso un po’ stronzo e poi si ravvede. A questo proposito: ottima l’interpretazione di Sharlto Copley (che vedremo – anzi, vedrete – il prossimo anno nel film sull’A-Team), credibile tanto nel ruolo del lecchino in carriera quanto in quello dell’action hero.

Infine il discorso sulla denuncia sociale. Il mondo di District 9 non è il nostro ma ci assomiglia terribilmente: i mezzi di comunicazione sono completamente asserviti al potere, incapaci di distinguere menzogna e verità. I diversi, i poveri, sono costretti a subire passivamente i giochi di potere di politici e multinazionali, sfogando la propria frustazione nell’illegalità. La cittadinanza vive all’oscuro di tutto, bevendosi ogni cosa purchè sia detta in tv. Il (paradossale: stiamo parlando di una pellicola di fantascienza!) realismo del film è reso ancora più agghiacciante dal fatto che la vicenda, oltretutto ispirata come si è detto a eventi realmente accaduti, si svolga in Sudafrica, patria dell’apartheid.

Quando si dice un film originale. Se l’ha visto, sicuramente l’ha amato anche Cronenberg.

Alberto Gallo