inside llewyn davis

31TFF

INSIDE LLEWYN DAVIS (Usa-Francia 2013) è stato presentato al XXXI Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile.

È il 1961, e al Village di New York è il periodo d’oro della folk music. Tra i tanti che cercano di emergere nell’ambiente discografico c’è anche Llewyn Davis, cantante e chitarrista di talento penalizzato, però, dal fatto di essere un pessimo imprenditore di se stesso. Tra concerti al Gaslight Cafe, nottate sui divani delle case degli amici e qualche blando tentativo di trovare un’occupazione più remunerativa, le sue giornate trascorrono nell’indolenza, in attesa di una svolta destinata a non arrivare mai.

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il grinta

TRUE GRIT (Usa 2010)

locandina il grinta

Il cinema dei fratelli Coen sta all’America tutta (ma in particolare all’America piccola, di provincia) come quello di Martin Scorsese sta a New York: è un cinema che, attraverso una grande varietà di generi, registri e stili, rimbalzando tra i decenni, talvolta tra i secoli, ha saputo e sa indagare nella società e nella storia di quel grande e lontano Paese, arrivando, col tempo e forse in maniera casuale, sicuramente involontaria, a creare dell’America una mitologia per immagini, un lacunoso corso di storia contemporanea capace di leggere tra le righe di un luogo forse mai esistito, con affetto, timore e feroce ironia. Un percorso, quello dei fratelli del Minnesota, che attraverso gli anni Cinquanta (Mister Hula Hoop) e il decennio successivo (A serious man), gli anni Quaranta (Fratello, dove sei?) e il decennio precedente (Crocevia della morte), fino ai giorni nostri (che erano gli anni Novanta del Grande Lebowski e il XXI secolo di Burn after reading) giunge ora al suo approdo più naturale, il genere con cui grandissima parte dei maggiori registi di Hollywood ha, prima o poi, dovuto fare i conti: il western.

Un confronto che si sviluppa tutto sommato in maniera abbastanza tradizionale, senza grandi scossoni e innovazioni, quasi con timore reverenziale: Il Grinta non appartiene al filone di quei western (Il mucchio selvaggio, Per un pugno di dollari, Gli spietati…) che hanno voluto e saputo, in modi anche molto diversi, portare avanti un genere ormai antichissimo, innovarlo, conferirgli nuovi significati. E d’altronde non è che se ne sentisse la necessità, considerato anche il fatto che, a modo loro, i Coen un western innovativo l’avevano già diretto, e si chiamava Non è un paese per vecchi. No, Il Grinta non è un’opera geniale e innovativa, e non verrà ricordato come il film (l’ennesimo) che ha fatto risorgere il genere western. Eppure si tratta comunque di una pellicola bellissima, esteticamente meravigliosa, recitata benissimo e toccante.

Protagonista è il vecchio sceriffo Rooster Cogburn, ubriacone e violento ma ovviamente, sotto sotto, un uomo dal cuore d’oro. Accanto a lui la giovane Mattie Ross, decisa a vendicare, attraverso la pistola di Cogburn, da lei assoldato come bounty killer, la morte del padre, ucciso dal fuorilegge Tom Chaney. Il film è tutto qui, un road movie d’inseguimento (cfr. Sentieri selvaggi) che procede, lentamente, con le cadenze di una fiaba: c’è un eroe (anzi due, anzi tre se consideriamo anche il texas ranger LaBoeuf), c’è una missione da compiere, ci sono degli ostacoli da superare e c’è un antieroe da punire. Come in tutte le favole l’obiettivo alla fine viene raggiunto, ma a quale prezzo?

È tutto perfetto in questo film: è perfetta l’incredibile fotografia, è perfetta l’alternanza tra scene d’azione e altre di quiete, è perfetto il bilanciamento di ironia e malinconia… Forse solo la resa dei conti nel pre-finale è un po’ sbrigativa, risolvendosi con una sparatoria non molto originale e una serie di coincidenze/ribaltamenti poco credibile. Ed è perfetta, come dimenticarlo, la prova del cast, con un Jeff Bridges alla sua interpretazione migliore dai tempi del Dude, un Matt Damon (l’attore più sopravvalutato di Hollywood) finalmente libero da quei ruoli pesanti e lacrimosi che da sempre caratterizzano la sua carriera e, soprattutto, la sorprendente Hailee Steinfeld, classe 1996: speriamo che non faccia la fine dei tanti attori adolescenti usa e getta che affollano i set americani.
Che bel film, grazie fratelli Joel e Ethan Coen! Candidato a dieci-dico-dieci premi Oscar, almeno tre li meriterebbe.

Alberto Gallo

a serious man

locandina a serious man

Puntuale come un orologio svizzero (o quasi: sette film dal 2000 a oggi), arriva anche quest’anno la nuova opera di Joel e Ethan Coen, i registi più geniali della loro generazione – con buona pace di Tim Burton e Quentin Tarantino.

Questa volta, però, si tratta di qualcosa di diverso.

Il cast, innanzitutto. Per la prima volta nella loro carriera i fratelli del Minnesota rinunciano alla solita parata di stelle hollywoodiane: niente Pitt, Clooney, Hanks, Turturro ecc, sostituiti da un manipolo di ottimi interpreti semisconosciuti – sebbene alcuni caratteristi si siano visti spesso in altri film o serie tv.

Poi il tema. Lontanta dalle solite, ciniche, crudeli metafore dell’America (di ieri ma soprattutto di oggi) e dei suoi vizi che erano stati Non è un paese per vecchi, Il grande Lebowski, Prima ti sposo poi ti rovino ecc, A serious man è una commedia nera di argomento ebraico ambientata nei primi anni Settanta che se la prende in modo feroce (ma anche, tutto sommato, affettuoso: è probabile che in questa pellicola ci sia molto di autobiografico) con la fede ebraica, i suoi riti e le sue ipocrisie. Protagonista è Larry Gopnik, un professorino di matematica minacciato da un suo allievo coreano e in procinto di essere piantato dalla moglie. Per ottenere una risposta alle sue angosce, o semplicemente per avere una parola di conforto in un momento difficile, si rivolge a tre rabbini, ma nessuno di essi vuole o è in grado di aiutarlo. Su ogni cosa grava un’antica maledizione, illustrata in uno splendido prologo ambientato, presumibilmente, in uno shtetl dell’Europa dell’est e recitato in yiddish.

A serious man è un film crudele e dolente sull’insensatezza del mondo e sugli scherzi del destino: i personaggi sono passivamente agiti da un fato crudele che li prende e li sbatte dove vuole, senza che essi riescano a opporsi in alcun modo. Dapprima pare che vada tutto bene, poi tutto male, infine, quando ogni problema sembra essere sul punto di risolversi, ci pensa la natura a gettare nuovamente nella disperazione questi inconsapevoli burattini. La fede e il razionalismo sono soltanto illusioni, superstizioni incapaci di fornire alcuna risposta.
Uno dei film più originali dei Coen, e anche uno dei migliori. Scena di culto: il rabbino ultranovantenne che recita a memoria la formazione dei Jefferson Airplane, senza però riuscire a ricordarsi Jorma Kaukonen.

Alberto Gallo

2000/2009: cinquanta film da salvare

La 25ª ora

Tra poche settimane il primo decennio del XXI secolo se ne sarà andato. Ecco dunque una classifica dei 50 film più belli e memorabili di questi dieci anni, suddivisa in due parti: “top 20” e “gli altri 30”. All’interno delle due categorie ho disposto i film in ordine cronologico. Solo due regole: 1) i film devono essere usciti al cinema (motivo per cui non c’è, per esempio, Angels in America); 2) in ogni categoria è ammesso un solo film per ogni regista. Al fondo due ulteriori classifiche, dedicate all’Italia e ai cartoni animati. All’interno di ogni sezione i film sono disposti in ordine cronologico.

mystic river

*** TOP 20 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – La 25ª ora, di Spike Lee
(Usa, 2002)
3 – Il pianista, di Roman Polański
(Regno Unito/Francia/Polonia/Germania, 2002)
4 – Mystic river, di Clint Eastwood
(Usa, 2003)
5 – Big fish, di Tim Burton
(Usa, 2003)
6 – Dogville, di Lars Von Trier
(Danimarca/Francia/Svezia/Norvegia, 2003)
7 – Le invasioni barbariche, di Denys Arcand
(Canada/Francia, 2003)
8 – Eternal sunshine of the spotless mind, di Michel Gondry
(Usa, 2004)
9 – Ferro 3, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2004)
10 – Match point, di Woody Allen
(Regno Unito/Irlanda/Usa/Russia, 2005)
11 – Inland empire, di David Lynch
(Usa/Polonia/Francia, 2006)
12 – Il vento che accarezza l’erba, di Ken Loach
(Gran Bretagna, 2006)
13 – Le vite degli altri, di Florian Henckel von Donnersmarck
(Germania, 2006)
14 – Volver, di Pedro Almodóvar
(Spagna, 2006)
15 – La promessa dell’assassino, di David Cronenberg
(Gran Bretagna/Canada, 2007)
16 – Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel
(Francia/Usa, 2007)
17 – Io non sono qui, di Todd Haynes
(Usa/Germania, 2007)
18 – Non è un paese per vecchi, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2007)
19 – Il petroliere, di Paul Thomas Anderson
(Usa, 2007)
20 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)

match point

*** GLI ALTRI 30 ***
21 – Fratello, dove sei?, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2000)
22 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti
(Italia, 2001)
23 – Mulholland drive, di David Lynch
(Francia/Usa, 2001)
24 – Il favoloso mondo di Amélie, di Jean-Pierre Jeunet
(Francia, 2001)
25 – Il ladro di orchidee, di Spike Jonze
(Usa, 2002)
26 – The hours, di Stephen Daldry
(Usa, 2002)
27 – Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2003)
28 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana
(Italia, 2003)
29 – Kill Bill Vol. 1 & 2, di Quentin Tarantino
(Usa, 2003-2004)
30 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino
(Italia, 2004)
31 – Million dollar baby, di Clint Eastwood
(Usa, 2004)
32 – 2046, di Wong Kar-Wai
(Francia/Hong Kong, 2004)
33 – Collateral, di Michael Mann
(Usa, 2004)
34 – The village, di M. Night Shyamalan
(Usa, 2004)
35 – Mare dentro, di Alejandro Amenábar
(Spagna/Francia/Italia, 2004)
36 – Heimat 3, di Edgar Reitz
(Germania, 2004)
37 – Hotel Rwanda, di Terry George
(Canada/Gran Bretagna/Italia/Sudafrica, 2004)
38 – The jacket, di John Maybury
(Usa, 2005)
39 – Good night and goodluck, di George Clooney
(Usa, 2005)
40 – The departed, di Martin Scorsese
(Usa, 2006)
41 – Radio America, di Robert Altman
(Usa, 2006)
42 – I figli degli uomini, di Alfonso Cuarón
(Gran Bretagna/Usa, 2006)
43 – L’ultimo inquisitore, di Milos Forman
(Spagna, 2006)
44 – Inside man, di Spike Lee
(Usa, 2006)
45 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
46 – Sogni e delitti, di Woody Allen
(Usa/Gran Bretagna, 2007)
47 – Il treno per il Darjeeling, di Wes Anderson
(Usa, 2007)
48 – Onora il padre e la madre, di Sidney Lumet
(Usa, 2007)
49 – Gomorra, di Matteo Garrone
(Italia, 2008)
50 – Il nastro bianco, di Michael Haneke
(Austria/Francia/Germania, 2009)

volver

*** ITALIA – TOP 10 ***
1 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti (2001)
2 – Il mestiere delle armi, di Ermanno Olmi (2001)
3 – Buongiorno, notte, di Marco Bellocchio (2003)
4 – Io non ho paura, di Gabriele Salvatores (2003)
5 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana (2003)
6 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino (2004)
7 – Romanzo criminale, di Michele Placido (2005)
8 – La terra, di Sergio Rubini (2006)
9 – Gomorra, di Matteo Garrone (2008)
10 – Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì (2008)

le vite degli altri

*** CARTONI ANIMATI – TOP 10 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – Shrek, di Vicky Jenson e Andrew Adamson
(Usa, 2001)
3 – L’era glaciale, di Chris Wedge e Carlos Saldanha
(Usa, 2002)
4 – Alla ricerca di Nemo, di Andrew Stanton
(Usa, 2003)
5 – Appuntamento a Belleville, di Sylvain Chomet
(Francia, 2003)
6 – La sposa cadavere, di Tim Burton e Mike Johnson
(Gran Bretagna, 2005)
7 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
8 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)
9 – Valzer con Bashir, di Ari Folman
(Israele/Germania/Francia, 2008)
10 – Up, di Pete Docter e Bob Peterson
(Usa, 2009)

Clicca qui per vedere la classifica in versione video.

Alberto Gallo

burn after reading

locandina burn after reading

Un analista della Cia con il vizio dell’alcol (John Malkovic) dimentica nello spogliatoio di una palestra un cd-rom contenente le sue memorie, zeppe di riferimenti spionistici; lo ritrovano un trainer stupidotto fissato con la forma fisica (Brad Pitt) e una sua collega ansiosa di rimodellare chirurgicamente il proprio corpo flaccido e bruttino (Frances McDormand), che decidono di usarlo come arma di ricatto. A complicare le cose è la moglie dell’analista (Tilda Swinton), che lo tradisce con un’ex guardia del corpo maniaca delle armi (George Clooney), amante a sua volta della trainer bruttina.

Dopo la splendida e inquietante parentesi di Non è un paese per vecchi, i fratelli Coen tornano al loro genere preferito, la commedia. Come in Fargo e Ladykillers, però, si tratta di una commedia che più nera non si può, infarcita di violenza e morti ammazzati, capace al contempo di suscitare risate spensierate e di gettare uno sguardo severo (e un po’ moralista) sulla società contemporanea, dominata da ansie di denaro e bellezza. Ogni personaggio è stupido e ingenuo a modo suo, ma qua e là c’è spazio per momenti di autentico (per quanto ridicolizzato) dramma interiore: in questo senso il padrone della palestra, ex prete ortodosso innamorato di Frances McDormand, è il personaggio più coeniano della pellicola. Così come il divertentissimo dialogo finale tra due alti papaveri della Cia è quanto di più surreale i fratelli del Minnesota abbiano estratto dal loro cilindro dai tempi dell’Uomo che non c’era.

Burn after reading è un film di puro intrattenimento che non aggiunge né toglie alcunché all’arte di Joel e Ethan Coen, capaci in passato di sfornare opere decisamente più memorabili ma anche pellicole meno riuscite.

L’impressione finale è che l’elemento di maggiore attrazione di questo film sia il suo cast di all star hollywoodiane.

Alberto Gallo

non è un paese per vecchi

locandina non è un paese per vecchi

Quando dici America pensi al far west. Alle pistole. Alla violenza. Ai cowboy a cavallo. Pensi alle autostrade, che non finiscono mai. Ai canyon rocciosi. Alle stelle da sceriffo. Al confine tra Stati Uniti e Messico, dove lo spagnolo è la lingua ufficiale e chissà cosa può accadere da un momento all’altro. Al Texas. Ai piedi sulla scrivania. Agli enormi pick up che è meglio non sapere cosa trasportano. No, decisamente l’America non è un paese per vecchi. Troppo pericoloso, ci vanno i riflessi buoni per cavarsela in certe situazioni. Ci va la prontezza di spirito di Llewelyn Moss, che trova per caso una valigetta piena di soldi in mezzo a un mare di morti ammazzati e senza pensarci troppo su la prende con sè a scapito di ogni prudenza e buon senso. Ci va la scaltrezza di Anton Chigurh, serial killer che sarà mezzo pazzo ma il suo lavoro lo sa fare bene, e lui a quella valigetta ci tiene davvero. Ci va l’intelligenza di Ed Tom Bell, sceriffo tanto onesto quanto scaltro. Sennò si rischia di fare la fine di Carson Wells, che vecchio non sarà ma chiacchiera troppo e conclude poco. Segui le truculente avventure di questi crepuscolari (anti)eroi (Tarantino? Naa, piuttosto Peckinpah o al limite Leone, ma anche Le tre sepolture e Gli spietati) e ti stupisci che il tuo sguardo non incroci per caso quello di Johnny Cash, appena uscito da un concerto di Neil Young o dei Calexico, diretto verso casa Wayne a farsi un goccetto di whiskey. Quello buono, però. E poi ti chiedi come mai i fratelli Coen – loro che di questa America sognata e forse mai esistita sono da vent’anni i cantori più sinceri – c’abbiano messo così tanto tempo a sfornare la loro opera più completa e compiuta (facendola precedere da due pellicole minori e prescindibili), un quasicapolavoro che sostituisce alla consueta ironia e leggerezza dei fratelli del Minnesota un tocco splendidamente grave, rallentato e manierista (anche L’uomo che non c’era era a suo modo grave e manierista, ma si trattava di caratteristiche talmente esibite da risultare volutamente ridicole, mentre nel caso di Non è un paese per vecchi di ridicolo c’è ben poco) che conferisce alla pellicola un sapore epico e quasi antico. Sebbene la vicenda si svolga negli anni ’80 del ‘900 sembra davvero di fare un tuffo indietro di oltre un secolo: strade deserte il cui silenzio è rotto soltanto dal sibilo dei proiettili, duelli all’ultimo sangue e tanta, tanta sabbia interrotta qua e là da un piccolo villaggio fantasma. A stupire sono infine due cose: la maestria con cui sono costruite le scene di tensione, davvero in grado di tenere a bocca aperta lo spettatore, e l’interpretazione dei protagonisti. Tutti, ma soprattutto Javier Bardem, terrificante, indistruttibile e spietato, maschera di crudeltà degna di entrare nella storia della settima arte. E per l’attore spagnolo non si tratta certo della prima volta. Per i fratelli Coen nemmeno.

Alberto Gallo