l’uomo d’acciaio

MAN OF STEEL (Usa/Canada/Uk 2013)

locandina l'uomo d'acciaio

Questo film parla di Superman, aka Kal-El, aka Clark Kent, il supereore per eccellenza dell’universo fumettistico (prima) e cinematografico (poi). Sì, parla senza dubbio di questo. Ma scordatevi gli occhialoni da nerd a simulare una personalità timida e impacciata. Scordatevi il reporter del “Daily Planet” innamorato di un’inconsapevole Lois Lane. Scordatevi anche Lex Luthor e le cabine telefoniche usate come pratici camerini on the road. Insomma, scordatevi la classica iconografia supermaniana: siamo in epoca di reboot, e dobbiamo abituarci a storie viste sotto punti di vista sempre differenti e spesso inediti.

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iron man 3

IRON MAN 3 (Usa 2013)

locandina iron man 3

Tony Stark, aka Iron Man, è decisamente il supereroe più ganzo della storia del cinema recente: ricco, spiritoso, belloccio, geniale… Tutte qualità che aveva splendidamente mostrato nel primo episodio della saga a lui dedicata, per poi sprecarle, al contrario, malamente nel noioso e banale sequel. Con il terzo episodio della serie, Iron Man torna su buoni livelli, magari senza raggiungere gli apici dell’esordio ma dimostrando di avere ancora qualcosa da dire. E dicendolo in modo divertente e appassionante, come ogni superhero film dovrebbe fare.

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il cavaliere oscuro – il ritorno

THE DARK KNIGHT RISES (Usa/Uk 2012)

locandina il cavaliere oscuro - il ritorno

A volte ritornano. Sempre, nel cinema, quando c’è da completare una trilogia dagli incassi milionari e, cosa piuttosto rara in ambito commerciale, dal grande successo critico. Ci eravamo lasciati ormai quattro estati fa con quello che può essere considerato con una certa dose di sicurezza il miglior superhero movie di tutti i tempi, Il cavaliere oscuro, secondo capitolo della saga di Batman firmata Christopher Nolan. Un lento ritorno, questo (quattro anni per noi, ben otto per gli spaventati abitanti di Gotham City), ma ne è valsa decisamente la pena: se non raggiunge forse gli inarrivabili apici qualitativi del suo predecessore, The Dark Knight rises ci va comunque molto vicino, rappresentando la degna conclusione della trilogia supereroica più esaltante di tutti i tempi.

L’impostazione narrativa è quella di sempre: un crudele psicopatico (Bane, sorta di Hannibal Lecter anarco-comunistoide con la passione per le fogne) minaccia l’esistenza della città di Bruce Wayne, e sarà come sempre il Pipistrellone (interpretato ancora da Christian Bale) a dover aggiustare le cose, questa volta aiutato – ma anche, in un primo momento, ostacolato – dalla sinuosa Selina, al secolo Catwoman (Anne Hathaway). Anche il tono generale della pellicola rimanda coerentemente ai due episodi precedenti: Nolan si prende il suo tempo, conferendo all’opera un tono epico, lento, maestoso, puntellato qua e là da scene d’azione dal grande impatto emotivo (i minuti iniziali dell’attacco aereo, in particolare, sono veramente impressionanti) e sottolineato da una colonna sonora (del fido Hans Zimmer) che più enfatica non si può. L’ironia è ben poca, ma altrettanti sono gli smarmellamenti patetici: Nolan è un regista che prende le sue storie dannatamente sul serio, capace però, ed è quasi un miracolo, di non farsi tentare dai cliché strappalacrime hollywoodiani. È un film duro, questo, e non per finta.

A rendere il tutto un po’ meno indimenticabile rispetto al film del 2008 sono un paio di piccoli difetti. Il cattivo di turno, innanzitutto: per quanto inquietante e non banale, Bane non è certo all’altezza del Joker che fu interpretato da Heath Ledger, uno dei villain più riusciti e memorabili della storia del cinema. Altro limite è rappresentato dai primi 30-40 minuti di pellicola (che ne dura in totale ben 152), in cui la trama, piuttosto complessa e a tratti confusionaria, stenta a decollare (a proposito di decollare: questo discorso non vale per il già citato prologo dell’aereo, assolutamente efficace, un inizio che è una bomba).

Particolarmente interessante è il discorso politico-sociale, così importante a livello narrativo da permettere una lettura del film completamente incentrata sulla dicotomia tra status quo (rappresentato da Batman, tutore dell’ordine prestabilito, dei valori della società occidentale con tutte le sue contraddizioni) e rivoluzione (Bane, i cui discorsi populisti sembrano rimandare, al netto della follia omicida che contraddistingue il personaggio, ora alla Rivoluzione francese, ora a quella russa, ora a certe fazioni estreme del Popolo di Seattle). Curioso notare come il film stia tutto dalla parte di Batman, guardiano di un sistema quantomai marcio e decadente (una delle scene principali della pellicola si svolge non a caso all’interno della borsa valori) visto però come alternativa preferibile a un nuovo ordine apparentemente più giusto (la scena in cui i proletari di Gotham City prendono possesso delle dimore dei ricchi è puro comunismo) ma sotto sotto venato di crudeltà e smania di vendetta sociale. Bane è un black block, un no logo/no global senza patria, senza passato e senza futuro che attira le ire della polizia ben più della criminalità finanziaria e della politica corrotta e inefficiente che consumano la città come un cancro. Anche la polizia di Gotham – commissario Gordon in primis – è vista come un esercito di valorosi pronti a sacrificarsi pur di tutelare un sistema basato sulla menzogna (cfr. il caso della morte di Harvey Dent). Tutto molto 11 settembre.

Finisce in un’idilliaca Firenze baciata dal sole la stupefacente trilogia di Christopher Nolan, ma certo non finisce l’epopea di Batman: che ne sarà del giovane agente Blake (Joseph Gordon-Levitt), che sul finale scopriamo essere un Robin in erba? E cosa combinerà Harvey Dent nei panni di Two-Face? Bruce Wayne tornerà a vestire i panni del Cavaliere Oscuro o si limiterà a godersi la pensione in Toscana? Chi sarà a narrarci le loro gesta? Perché qualcuno ci sarà sempre: un tempo le mitologie si tramandavano a voce di generazione in generazione, oggi diventano saghe cinematografiche complesse e milionarie che di provvisorio hanno una sola cosa: la fine.

Alberto Gallo

the amazing spider-man

THE AMAZING SPIDER-MAN (Usa 2012)

locandina the amazing spider-man

L’importante, in questi casi, è non farsi prendere dalla nostalgia: il primo film della trilogia di Spider-Man diretta da Sam Raimi uscì esattamente dieci anni fa, nel 2002, seguìto dagli altri due episodi nel 2004 e nel 2007. Non starò ad annoiarvi con discorsi su quanto sia affezionato a quei film, su quanto mi piacque il Peter Parker interpretato da Tobey Maguire, su quanto mi innamorai di Kirsten Dunst nei panni di Mary-Jane Watson e via dicendo. No, niente nostalgia: ogni pellicola va vista e giudicata in sé e per sé, non in relazione a quelle che sono venute prima. Una domanda, però, sì, quella concedetemela: perché? Ovvero: che bisogno c’era di ricominciare a raccontare da capo una storia che è stata portata sullo schermo nemmeno troppo tempo fa? Voglio dire, la mia generazione avrà anche qualche capello bianco in più rispetto al 2002, e magari siamo passati dallo status di studenti a quello di lavoratori o disoccupati, ma siamo pur sempre più o meno dei giovincelli. Operazioni di questo genere hanno senso quando le novità tecnologiche intercorse in ambito cinematografico in un determinato periodo di tempo permettono un totale stravolgimento della pellicola, arricchendola con effetti speciali prima inimmaginabili, oppure quando le caratteristiche del film sono così radicalmente diverse a livello di registri e contenuti da risultare completamente sradicate dal contesto originale – ma anche in questo caso ci vuole tempo. Ecco perché i Batman di Christopher Nolan (2005, 2008, 2012; quelli di Tim Burton erano usciti nel 1989 e nel 1992, gli altri non li prendo nemmeno in considerazione) hanno un senso che stento trovare in questo The amazing Spider-Man di Marc Webb, reboot troppo vicino dal punto di vista cronologico e contenutistico ai film di Raimi per risultare davvero originale e interessante.

Ma veniamo al film. Che, c’è da dire, non è proprio un granché. La storia è quella che più o meno tutti conosciamo: Peter (qui interpretato da quella faccia da schiaffi di Andrew Garfield, già in The social network e Non lasciarmi) è uno sfigato che vive con gli zii e che un giorno viene morso da un ragno geneticamente modificato, acquisendo superpoteri in forza e agilità. Lo zio viene ucciso, un supercattivo minaccia la città e così via, verso un finale che vede il trionfo dell’amore, la sconfitta del mostro e la vicenda aperta ad altri ennesimi episodi.

Detto in soldoni: se anche le scene d’azione non sono male (sul grande schermo Webb è quasi un esordiente, ma già in (500) giorni insieme aveva dimostrato di saperci fare), sebbene alla lunga, come sempre in questi casi, risultino stucchevoli e prevedibili, a livello di sceneggiatura questo film sembra scritto da un bambino di dodici anni: improbabili passaggi logico-narrativi, dialoghi ridicoli, evoluzione psicologica dei personaggi tagliata col coltello… Insomma, in The amazing Spider-Man quando si parla son dolori – difetto non da poco per un film, ne converrete, limite grosso come una casa che conduce a un inevitabile minor grado di coinvolgimento tra spettatore e personaggio: laddove il Parker di Raimi era tormentato, triste e perseguitato dalla sorte, quello di Webb risulta solo un po’ stronzo e menefreghista; laddove Mary-Jane era drammaticamente complessa e tridimensionale, Gwen Stacy (interpretata da Emma Stone) è inutilmente decorativa e dall’innamoramento decisamente troppo facile; per non parlare del cattivo Curt Connors/Lizard: vabbé che a dargli le fattezze è il grande Rhys Ifans, ma la sua profondità psicologica è pari a quella di Fred Flintstone (tanto per fare un nome citato anche nel film). Norman Osborn interpretato da Willem Dafoe era decisamente un’altra cosa.

Per carità, The amazing Spider-Man si fa anche guardare (a Hollywood non è consentito confezionare film “brutti” con budget di questo genere, specialmente da quando Autori con la A maiuscola come i già citati Raimi e Nolan hanno alzato l’asticella qualitativa dei superhero movie), ma si tratta di una pellicola assolutamente e inguaribilmente prescindibile, figlia di un’evidente difficoltà del cinema commerciale americano di trovare storie nuove e originali.

Alberto Gallo

the avengers

THE AVENGERS (Usa 2012)

locandina the avengers

The Avengers non è brutto film. Anzi: è godibilissimo. Ha un unico momento, a mio parere, di calo forte. Più o meno verso metà, quando i rapporti tra i potentissimi supereroi dell’universo Marvel, chiamati in causa per difendere l’intero pianeta dai piani dell’avido e malvagio Loki, cominciano a delinearsi e la trama subisce alcuni scossoni. Tutto l’impianto narrativo ci mette, in generale, un po’ di tempo a carburare; dopo di che, quando finalmente questa congrega di pupe e maschioni decide di collaborare, il resto del film è una discesa piuttosto agevole fino alla fine.

Non c’è molto altro da dire, in realtà, e non è necessariamente un demerito.

Probabilmente va preso atto del fatto che, dopo tanti altissimi e bassissimi, la Marvel abbia finalmente trovato un processo produttivo ben scandito nelle sue fasi, per cui The Avengers non è soltanto il grande fiume nel quale confluiscono tutti i film precedenti, belli e brutti che fossero. Sebbene le vicende raccontate in Iron Man, Iron Man 2, Thor e Captain America (e forse in Hulk, ma secondo me no) siano tutte riprese e citate in The Avengers e ci siano pure il cameo di Gwyneth Paltrow (non citata nei titoli di coda) e la partecipazione di Stellan Skarsgaard nel ruolo del prof. Selvig, già personaggio tra i principali di Thor. Lo stesso discorso, però, vale anche per la questione puramente “produttiva”. The Avengers è un film quadrato. C’è l’incontro, c’è la diffidenza, lo scontro, la coscienza dei propri errori, il desiderio di rivalsa, il riscatto e infine la gloria. Il film misura bene i ritmi, le sbavature sono contenute. In più gioca il suo appeal su un pubblico a cui di fumetti non può fregare comprensibilmente di meno – stiamo parlando di fumetti epici ma anche terribilmente americani e pacchiani (per tante ragioni) – buttandola sul ridere, e anzi escogitando gag piuttosto spassose che funzionano benissimo. C’è, poi, un dispendio di forze in campo che sbagliare il film sarebbe stato persino insultante: effetti speciali di altissimo livello, attori belli e prestanti, una trama con alieni, distruzione di città, donne procaci, tradimenti e moralismi un tanto al chilo. E poi c’è Robert Downey Jr., nel caso in cui qualcosa andasse storto. Siccome non c’è nulla che vada particolarmente storto a Bobby non resta altro che letteralmente divorarsi la scena, diventare quasi il protagonista centrale. E non c’è dubbio che nel momento in cui la sua faccia è sullo schermo si può stare certi che la scena o lo spezzone saranno riusciti, cosa che non vale per tutti gli altri attori, Samuel L. Jackson compreso. Il film è un compitino talmente ordinato e onesto che, in fondo, strappa un’ampia sufficienza e ti regala una serata tutto sommato divertente.

Il discorso secondo me è un altro, e credo di averlo già fatto, e cioè che i film dei supereroi hanno le ore contate. A partire dalla battaglia finale, che altro non è se non un calco della battaglia finale di Transformers 3, tanto nel concetto quanto nella realizzazione (non fosse che nel secondo caso c’è un Michael Bay ispiratissimo): non c’è più nulla che questi blockbuster sappiano o vogliano dire di nuovo o particolarmente originale. Come una qualsiasi puntata di un telefilm giunto alla ventesima o trentesima stagione, The Avengers usa tutte le forze a sua disposizione, ma è una battaglia inutile, uno sforzo vano. Non solleva neanche un piuma. Non c’è nemmeno più quella particolare sensazione di onnipotenza che un film d’azione ben congegnato sa suscitare in un maschio adulto medio, come un Die Hard d’annata, un Expendables (per quando Expendables sia un film assai più inconcludente di questo) o persino un 300. La passione per i personaggi c’è, nel raccontarli (a mio modo di vedere, il successo di questo film è gran parte merito della scelta di mettere uno sceneggiatore di fumetti di professione, Joss Whedon, a scrivere e dirigere il film), in qualche modo la si percepisce, ma non c’è più il tentativo di una riscrittura, di un impossessarsene. Così il supereroe non è più l’escamotage per raccontare qualcos’altro di più profondo, è soltanto un tizio assai muscoloso e probabilmente anche piuttosto bello che si muove vestito come un cretino da un lato all’altro dello schermo. Con l’esplosione della comicsmania Sam Raimi, Bryan Singer e Christopher Nolan (mettiamoci anche i fratelli Wachowski) hanno saputo prendere i personaggi in un mondo che fosse, in realtà, il loro, ciascuno con i propri pregi e difetti. Tutto quello che, secondo me, si poteva dire sulla cultura del fumetto in America l’hanno detto loro. Il resto è massa, è marketing, è inutile, esagerato spreco di denaro. Non è brutto The Avengers, non è brutto neanche un po’. Però è inutile.

(Per quanto riguarda il 3D, la mia l’ho detta. Riassumerò così: l’ultimo 3D che ha avuto un senso per me l’ho visto in Coraline.)

Francesco Rigoni

transformers 3

TRANSFORMERS: DARK OF THE MOON (Usa 2011)

locandina transformers 3

Era da un po’ che non mi concedevo il piacere di contribuire a questo blog. Mi diletterò a raccontarvi dell’ennesimo film per nulla serio che ho visto l’altra sera, e cioè Transformers 3. Per la verità non c’è molto da dire, se non che trattasi di un film di enormi bruttezze e di riuscitissimi intenti.

Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati? Siamo proprio sicuri di volerlo fare? Transformers 2 – La vendetta del caduto era un film di una bruttezza insopportabile. Stupido, insensato, noiosissimo, e per di più stupido (lo dico due volte perché non renderò mai abbastanza l’idea della sua stupidità). Transformers 3 narrativamente non necessita che sia nota la trama del secondo capitolo della serie, se non per ricordarsi che nell’episodio precedente il malvagio Megatron veniva sconfitto dalle forze del bene; e se nel presente capitolo esso appare sotto forma di uno scassatissimo e arrugginito camion di grossa cilindrata, questo potrebbe cogliere di sorpresa lo spettatore dimentico delle puntate precedenti. Tuttavia il collegamento, come del resto la trama nella sua interezza, non è rilevante: Megatron infatti si appresta a buggerare tutti in grande stile. Come? Spedendo sulla Luna i suoi acerrimi nemici, gli Autobot, i cui componenti sono sostanzialmente sempre quelli – fatta eccezione per uno che era stato spezzato in due nel primo episodio da Megatron stesso e non so quando sia stato ricomposto – e due o tre figure comprimarie, la maggior parte delle quali dovrebbe svolgere l’ormai sempre più presente ruolo di “linea comica” secondo un gusto per lo meno discutibile (almeno per uno spettatore sopra i quattordici anni… La verità è che ho sentito gente sganasciarsi molto più di quanto avrei voluto). Sulla Luna si cela una terribile verità: un’astronave autobot la cui esistenza è stata celata ai Nostri e che invece è la prova della consapevolezza degli umani dell’esistenza dei Transformers ben prima che quel bel tomo di Shia LaBeouf ne venisse a conoscenza due capitoli fa. Non solo: alcuni umani collaborano con i Transformers, con quelli cattivi, e da molti anni ormai. Colpo di scena! Per questa ragione Megatron sembra povero in canna, ma in realtà non lo è affatto: ha un socio d’affari umano che gonfia e sgonfia i bilanci della Nasa a seconda che faccia più o meno comodo ai robottoni cattivoni. Datovene questo piccolo assaggio, vi avverto che la trama è molto più intricata di così e ha molto meno senso, e pertanto in questa sede vi risparmierei il resto. Come se importasse! Quel che a me è parso di capire è che, aggiungendo tanti eventi uno meno ragionevole dell’altro, alla fine lo spettatore, disinteressato di questo macchinosissimo intreccio di cose improbabili e sconnesse, finisce per desiderare ardentemente le scene d’azione. Così ardentemente da non perdersene un singolo fotogramma, condendolo con commenti divertiti, risate, grugniti e tutto il campionario di esultanze concesse in uno spazio solitamente intimo e riservato quale la sala cinematografica.

E qui passiamo al secondo punto. Abbiamo detto: enormi bruttezze e riuscitissimi intenti. Delle enormi bruttezze abbiamo parlato e posso garantire che mi sono risparmiato parecchio, riservandomi giusto di fare ancora un paio di osservazioni: la trama, i dialoghi, il presunto umorismo è tutta roba di ultimissima categoria. Le scene d’azione, invece, sono d’alta scuola. Ora, lasciamo perdere il fatto che è tutto in digitale (un digitale in ogni caso con i fiocchi e controfiocchi), come se il cinema d’azione ai giorni nostri non ne facesse già un uso esagerato. Parliamo piuttosto del fatto che Michael Bay sia in grado di creare sequenze d’azione di qualsiasi durata, e che quei tre quarti d’insopportabile preparazione servano a portare a un’ultima mezz’ora di botti ed esplosioni senza soluzione di continuità. Parliamone, perché è straordinario, è divertente, è rocambolesco, è emozionante: alcuni dei personaggi più infidi trovano persino riscatto in qualche impresa gloriosa. Il regista tira giù tutta Chicago pur di distruggere edifici, far volare robot, far esplodere cose, far cadere persone, far improvvisare piani, farli fallire, farli cambiare; far spuntare asce giganti dal nulla, far spappolare teste di robot, far massacrare mezza popolazione polverizzandola: in un caleidoscopio di iperviolenza che non urta, tanto è fumettone! Bay utilizza tutte le varie improponibilità della trama per aggiungere gente che serve a creare ulteriore casino. Un casino armonico, che non infastidisce: non si tratta soltanto di una mezz’ora di caos più o meno diffuso dove non si sa chi è chi o chi vince o chi perde. È una macchina perfetta di suspence e di ribaltamenti di situazioni, tutte così esageratamente spettacolari (e, attenzione, senza giocare al rialzo: non è necessario che la cosa successiva sia più epica, bestiale o surreale di quella precedente), tutte così perfettamente descritte dallo sguardo del regista che te le godi proprio, e alla fine riesci anche a uscire contento; non esageratamente contento, ma abbastanza da non prendertela con il costo del biglietto, con i soliti americani che fanno sempre queste porcate, con gli attori pessimi, con la trama che fa acqua da tutte le parti, con i dialoghi imbarazzanti e via dicendo. A differenza del secondo capitolo, dove tutto era così scadente da non riuscire in nessun modo a giustificare la spesa, in questo caso ci si può dire appagati per quel che ci si aspettava: robottoni che fanno la guerra. E questo per un tipo di prodotto che investe così tanti soldi che non voglio nemmeno pensarci, alla faccia delle ingiustizie sociali e della crisi costante dei mercati: i soldi buttati (e buttati male) sono giustificati dal fatto che la serata è stata gradevole, rilassante. Almeno per un paio d’ore successive alla visione del film: dopo di che ci si indigna e ci si torna a chiedere il perché. D’altro canto non mi sono ancora risposto a quell’altro quesito, e cioè: “Ma perché dovresti avere bisogno, addirittura bisogno, di guardare un film con dei robottoni che si menano?” Per adesso la risposta più sensata è “Perché mi permette di volare con la fantasia”. Al secondo posto c’è “Perché scarica l’adrenalina a furia di botti e risate”. Al terzo c’è “Perché ho otto anni”.

Tre considerazioni finali, poi giuro smetto:

1) Gli attori: Micheal Bay coinvolge ancora una volta John Turturro, gli affianca Frances McDormand e concede un piccolo spazio addirittura a John Malkovich. Tutti e tre fanno il loro lavoro senza esagerare, senza sporcarsi le mani. Sembrano divertirsi, ma lasciano lo spazio necessario al giovane LaBeouf di tenere il film in piedi, e ci riesce abbastanza, sebbene il suo personaggio sia completamente fuori da ogni logica, bipolare e nevrotico. Senza infamia e senza lode il resto del cast già presente negli episodi precedenti, inguardabile la sostituta di Megan Fox, tal Rosie Huntington-Whiteley: non nel senso che sia brutta (tutt’altro), ma nel senso che non sa recitare. Non sa farlo e basta. Menzione a Ken Jeong, l’unico attore in grado di entrare anima e corpo dentro lo spirito dell’umorismo inspiegabile che contraddistingue l’intera saga, portandolo alle estreme conseguenze; il suo personaggio così risultando, pur nella sua brevità, uno dei meglio riusciti di tutta la trilogia.

2) Fedeltà al fumetto/cartoon: a mio parere nessuna. Non ne so molto, ero piccolo quando mi ci drogavo e confesso che il cartone vent’anni dopo è piuttosto inguardabile, così come ho trovato illeggibili le recenti riscritture americane del fumetto. Alcuni personaggi, come Megatron, Optimus Prime, Starscream e Shockwave (pur in una versione reinventata e incredibilmente più cattiva e cool di quella originale) mi pare siano stati riportati con una certa coerenza rispetto agli originali. Gli altri no e basta. Non voglio ripetere che l’umorismo è terribile, no: dirò che non ho capito da dove lo abbiano tirato fuori, perché nel fumetto/cartoon non c’è. La cosa mi lascia sgomento.

3) Il 3d: da qualche parte ho letto che questo film è la morte e l’esaltazione del 3d. Sono d’accordo: il 3d è una tecnologia inutile che non cambia in nessun modo l’esito di una pellicola, ma è anche vero che il 3d permette allo spettatore finalmente di riconoscere i robot l’uno dall’altro e di capire cosa fanno, annosissima questione relativa ai film precedenti. Dirò di più, però: in certi frangenti l’ho anche apprezzato, l’ho trovato spettacolare. Ciò non cambia la mia opinione in generale sul mezzo, non solo: tenere due paia d’occhiali per due ore e mezza è un’inutile sofferenza alla quale non vorrei più essere costretto. Inoltre ci sono alcuni momenti in cui è evidente che il 3d richiede di essere usato quando invece non ci sta e basta: un elicottero passa, un lampione viene inquadrato in primo piano, un altro elicottero passa, poi è il turno di un palazzo, poi c’è della cenere. È evidente che una volta scelto il 3d poi devi usarlo sempre, e per questo escogitare dei mezzucci che imbruttiscono la qualità e il senso delle immagini. Se ci aggiungi che per usare il 3d devi necessariamente inserire delle sequenze che si svolgono nei cieli, altrimenti poi non rende… Insomma, speriamo che la smettano e basta.

Con questo ho terminato. Un film dimenticabile ma che regala i suoi momenti. Non fosse stato così lungo avrei detto meno cose. Fortuna che il finale è molto stringato, cosa che ho apprezzato assai. E fortuna che anche questa saga è finita.

Francesco Rigoni

captain america: il primo vendicatore

CAPTAIN AMERICA: THE FIRST AVENGER (Usa 2011)

locandina captain america

Steve Rogers è uno sfigato senza speranza. Ma di quelli proprio radicali, che si fanno menare a ogni angolo di strada e una ragazza non l’hanno mai vista nemmeno da lontano. Insomma, una specie di Peter Parker, ma ancora più brutto e con l’ulteriore sfiga di vivere negli anni Quaranta. Lui vorrebbe andare in guerra a uccidere quei bulli dei nazisti, ma la sua asma e il suo fisico minuto non glielo permettono. Fortuna che arriva il dottor Erskine, che vede in lui potenzialità nascoste e lo usa come cavia per un esperimento rivoluzionario: grazie a un siero miracoloso Rogers diventa Captain America, sorta di superuomo che aiuterà gli Stati Uniti nella guerra contro i tedeschi e contro l’ubernazista Johann Schmidt, anch’egli “potenziato” da un antico esperimento di Erskine.

Ah, l’ucronia! Cosa sarebbe il mondo dei fumetti (e dei film tratti da fumetti, come questo) senza l’ucronia! Così come gli X-Men, pochi mesi fa (tanto per rimanere in zona Marvel), avevano scongiurato con i loro superpoteri la crisi missilistica cubana, così Captain America aiuta il suo Paese a vincere la seconda guerra mondiale. E lo fa in modo tutt’altro che spiacevole: lontano dalla spocchia intellettual-noiosa che aveva rovinato Thor (personaggio che presto ritroveremo proprio al fianco di Steve Rogers nel film sui Vendicatori), Captain America è un bel fumettone, avvincente, citazionista e scanzonato quanto basta per renderlo uno dei Marvel movie più convincenti degli ultimi anni. È anche vero che un paio di difettucci gli impediscono di essere al livello di Iron Man e Spider-Man. Innanzitutto si fa sentire la mancanza di profondità psicologica del protagonista: ok, Rogers è vittima degli spacconi, è insicuro, non può andare in guerra e tutto quello che volete, ma mancano completamente i drammi interiori freudshakespeariani (o, al contrario, la graffiante ironia) che avevano reso grandi Tony Stark, Peter Parker e, già che ci siamo, il Batman di Nolan. Lo scarso spessore narrativo di Captain America si riversa di conseguenza anche sui personaggi secondari, compresa la bella e inutile Peggy Carter (ma davvero settant’anni fa le donne potevano rivestire ruoli di potere nell’esercito americano? Mmmh, mi sa di no…), il cattivone Red Skull e il dottor Erskine, quest’ultimo uguale a mille altri scienziati pazzi del mondo dei fumetti e riscattato solo dalla prova del sempre bravo Stanley Tucci.

L’altro difetto di questo film è una regia non sempre all’altezza della situazione: laddove non mancano adrenaliniche scene d’azione (per esempio il primo inseguimento, tra le vie di New York) e altre sequenze ben riuscite (gli spettacolini di Captain America quando ancora è un fenomeno da baraccone mediatico, o il finale, davvero sorprendente), spesso le idee migliori si riducono a sterili citazioni di classici del cinema (l’inseguimento nei boschi, in particolare, è ripreso pari pari da Il ritorno dello Jedi), e alcune scene potenzialmente interessanti vengono sfruttate decisamente male (su tutte lo spiegone iniziale di Erskine).
Anche la scelta degli attori, Tucci e Tommy Lee Jones a parte, non è particolarmente brillante: Chris Evans nella parte principale se la gioca per inutilità con Chris Hemsworth (che fu e sarà Thor), Hayley Atwell (Peggy) per quanto graziosa è piuttosto dimenticabile e Sebastian Stan, nella parte dell’amico di Rogers che muore cadendo dal treno, è così vacuo che non sono nemmeno sicuro di aver azzeccato il nome.

In ogni caso, per tornare a bomba, questo Primo Vendicatore non delude le aspettative degli amanti del genere, entrando di diritto nella lavagna dei film che si sono comportati bene. Si tratta, credo, della prima pellicola di supereroi girata in costume, se così si può dire, la prima quasi interamente ambientata nel passato. Elemento che mi porta a un’ulteriore, ultima considerazione: a che pro? A che pro ambientare un film negli anni Quaranta se poi gli anni Quaranta sono storicamente e tecnologicamente assenti? Voglio dire, Captain America si svolge durante la seconda guerra mondiale, ma la guerra non si vede e non si sente, tanto che gli americani, invece di combattere contro i nazisti, combattono contro un pazzo che, allontanatosi da Hitler e soci, agisce in solitaria. E come combattono, questi schieramenti contrapposti? Con armi supertecnologiche che dire che fanno XXI secolo è riduttivo. Per carità, non pretendo che sia la Marvel a insegnarmi la storia, ma credo che il tutto sarebbe risultato più interessante se gli elementi “d’epoca” fossero stati sfruttati con maggiore convinzione, invece di ridursi a qualche ovvia pettinatura démodé.

Alberto Gallo

x-men: l’inizio

X-MEN: FIRST CLASS (Usa 2011)

locandina x-men l'inizio

Dunque, cominciamo col dire che questo prequel alla saga degli X-men non è affatto male: tamarro quanto basta, incalzante, non troppo patetico, originale, avvincente e via dicendo. Ma cominciamo soprattutto con una breve analisi del cast, che mi sembra uno degli elementi più interessanti della faccenda.

James McAvoy: interpreta il giovane Professor X, al secolo Charles Xavier. Questo scozzese dalla faccia un po’ così mi è sempre stato simpatico, anche se l’ho spesso confuso con Joseph Gordon-Levitt. McAvoy si era già visto in quella cagatona di Wanted ma anche in film più carini come Espiazione e L’ultimo re di Scozia. Promosso (anche se il suo ruolo da saputello ricco non ispira proprio una grande empatia).
Michael Fassbender: lui invece è il giovane Magneto. Uno che sul cv c’ha scritto Inglourious basterds non ha bisogno di molte presentazioni. Qui se la cava alla grande, con quella faccia perennemente incazzata e quel fisico da idolo gay. Promossissimo.
Jennifer Lawrence: il tempo di abituarsi all’idea che questa cavallona da action movie hollywoodiano (nella parte di Mystique) è la stessa che ha fatto spendere parole d’elogio ai cinefili di mezzo mondo come protagonista di Winter’s bone… e non si può che rimanerne innamorati. Promossa pure lei.
January Jones: un altro ruolo spiazzante, per chi era abituato a vedere questa biondina slavata nei panni della signora Draper in Mad Men. Là se la cavava bene (e d’altronde non faceva altro che prendersi insulti e bugie), qua no. Come direbbe qualcuno, più che un’attrice è una cagna senza speranza. Rimandata (giusto perché è carina).
Kevin Bacon: l’ho sempre cordialmente detestato, e l’unico ruolo decente della sua carriera è stato, secondo me, quello in Mystic River di Clint Eastwood. Qui, nei panni di Sebastian Shaw, se la sfanga senza infamia e senza lode. Rimandato pure lui.

Un buon film supereroico, si diceva. Uno di quelli che puntano in alto senza aver paura di strafare. Qui, addirittura, alla maniera di Watchmen, si cerca di riscrivere la Storia, quella con la S maiuscola: siamo nel 1962 (dopo un breve prologo dalle parti di Auschwitz), nei giorni caldi della crisi missilistica cubana, che secondo la fantasia degli sceneggiatori fu causata proprio da Shaw nella speranza di annientare la razza umana e permettere ai mutanti come lui di dominare il mondo. Ma ci pensano gli altri mutanti, quelli buoni, a rimettere le cose al loro posto. Il rapporto tra esseri umani e mutanti è il nodo tematico centrale del film: integrarsi o rimanere separati? Gli uomini riusciranno mai ad accettare la diversità (estetica e genetica) degli X-men? Ma soprattutto: i mutanti riusciranno mai ad accettare se stessi, la loro alterità? Domande che nel film vengono poste in maniera (non dico profonda ma) non superficiale, e che trasportano la pellicola nel novero di quei film di supereroi che sanno parlare anche di qualcosa che non sia soltanto una serie di esplosioni, cazzotti e poteri incredibili. Poi, va da sè, X-men: l’inizio (diretto da Matthew Vaughn, già autore di Kick-Ass ma soprattutto marito di Claudia Schiffer) spiattella giustamente minchiate fumettistiche in gran quantità e qualche ovvissima scena patetica, ma anche questi immancabili elementi sono comunque affrontati con il piglio giusto. Un film che fa il suo semplice dovere (ovvero: mettere il cervello degli spettatori in modalità off per due ore senza fare troppi danni estetici), e che al confronto del tanto sbandierato Thor del tanto sbandierato Kenneth Branagh fa quasi la figura del capolavoro.

Alberto Gallo

thor

THOR (Usa 2011)

locandina thor

Ecco l’ennesimo film ispirato a un fumetto della Marvel. Fumetto di cui non sospettavo, fino all’altroieri, nemmeno l’esistenza, anche se mi pare di ricordarne una parodia su un vecchio numero di Ratman – ma potrei sbagliarmi. Trattasi appunto di Thor, figlio del dio nordico Odino, scacciato dal suo stesso padre dal regno di Asgard e precipitato come un meteorite (lui e il suo super potentissimo martello) sulla Terra. Sul nostro pianeta incontra la bella (e figurati se non era bella) Jane Foster, astrofisica che lo aiuta a sconfiggere i crudeli giganti di ghiaccio, spalleggiati da Loki, fratello traditore di Thor.

Lo direste, voi, che un film con una simile trama è diretto nientemeno che da Kenneth Branagh, attore e regista shakespeariano per eccellenza? Vabbè che nemmeno Sleuth, sua ultima fatica registica di quattro anni fa, era un film shakespeariano, ma si trattava comunque di una pellicola scritta dal premio Nobel Harold Pinter e dunque lo spessore psicologico era di ben altra caratura. In ogni caso sì, il film sul dio biondone col martello che finisce in New Mexico è diretto proprio dal buon Branagh, quindi mettiamoci l’animo in pace e andiamo avanti.

Bello? Brutto? Mediocre? Difficile a dirsi. Il fatto è che si tratta in tutto e per tutto di un Marvel movie, quindi prendere o lasciare: qui come in tutti gli altri film di questo genere si alternano momenti epici, battaglie all’ultimo sangue, tradimenti, lato oscuro della forza, cameratismo, ragazze attraenti e pronte a innamorarsi, siparietti da commedia, effetti speciali all’ultimo grido, l’eroe che sembra sconfitto ma poi si ripiglia ecc… La qualità è ovviamente medio-alta (stiamo parlando di produzioni milionarie che non possono permettersi il lusso di partorire schifezze), ma l’impressione è che ogni elemento sia stato già visto mille volte, ciò che porta a un’inevitabile e non piacevole sensazione di prevedibilità e déjà vu. E il fatto che dietro la macchina da presa ci sia un “autore” e non il solito mestierante alle prime armi non cambia poi di molto le carte in tavola, dal momento che a) non si tratta certo della prima volta (cfr. Spider-Man di Sam Raimi e Green hornet di Michel Gondry), e b) se l’autore in questione, come in questo caso, non ci mette niente, o ci mette poco, di suo allora il nome diventa soltanto un blasone da esibire nei titoli di coda.

Ovviamente, poi, ogni singolo film ha le sue specificità, buone o non buone che siano, e in Thor citerei per esempio il cast molto poco azzeccato (il biondo è interpretato da un inutile bietolone palestrato di nome Chris Hemsworth, che scopro ora essere più giovane di me e già lo odio; Jane è una magnifica e un po’ spaesata Natalie Portman, che dopo la faticaccia di Black swan avrà deciso di prendersi una vacanza ben retribuita dal cinema impegnato; e Odino è addirittura Anthony Hopkins, che se la cava col mestiere ma niente di più), gli sbiaditi personaggi secondari (in particolare la svampita Darcy, interpretata da Kat Dennings, messa lì giusto per dare un tocco sexy alla faccenda), le bellissime ed esageratissime scenografie (che fanno molto Il signore degli anelli) e un 3D di un’inutilità senza precedenti. Il ritmo è incalzante, ma il lunghissimo (e inevitabile) battaglione finale è decisamente soporifero: il giorno in cui un film tratto da un fumetto finirà diversamente ci sarà di che gridare al miracolo.

Alberto Gallo

the green hornet

THE GREEN HORNET (Usa 2011)

locandina the green hornet

Mi piacerebbe poter dire che Michel Gondry, francese di Versailles, regista-artigiano geniale e innovativo, si è venduto alle lusinghe di Hollywood. Ma la verità è che, come molti altri suoi connazionali, l’ha già fatto tempo addietro, con risultati che vanno dal buono (Human nature, Be kind rewind) all’eccellente (Eternal sunshine of the spotless mind, l’ho già detto mille volte, è il mio film del decennio). Ma qui la faccenda è completamente diversa, trattandosi di un film di supereroi dal budget milionario e dalle ambizioni artistiche decisamente più modeste. Ma al contrario i risultati sono tutt’altro che deludenti.

Sorta di Iron Man più frivolo, di Batman più scanzonato e di Spider-Man più sfigato*, The green hornet narra le vicende di un supereroe senza superpoteri (Green Hornet, appunto, “calabrone verde”**), dotato però di un sacco di quattrini e di Kato, assistente-meccanico-migliore amico-esperto di arti marziali. Dall’altra parte ovviamente i cattivi, in questo caso la mafia russa di Los Angeles, padrona del mercato della droga.

Niente di particolarmente originale, insomma. Anzi, a parte il fatto che da qualche anno a questa parte i supereroi senza poteri sono decisamente più numerosi di quelli superdotati (colpa della nostra società che non sa più sognare, della televisione, di Berlusconi e bla bla bla), in The green hornet prolificano indisturbati i luoghi comuni del genere: il conflitto del protagonista con il padre; la scena in cui vengono costruite e presentate le superapparecchiature supertecnologiche che aiuteranno l’eroe a combattere i cattivi; l’arrivo di una biondazza decorativa (in questo caso Cameron Diaz) che però aiuta il protagonista in extremis; la presenza dell’aiutante-spalla che bada alle cose concrete mentre l’eroe è perso nei suoi voli pindarici di, appunto, eroismo e virtù; il ruolo fondamentale giocato dalla carta stampata; il rappresentante della legge che in realtà è il più corrotto di tutti; lo scontro finale a calci&pugni&esplosioni eccetera eccetera eccetera.
Due però i punti di forza e di originalità di questo film: 1) la verve comica. The green hornet è innanzitutto una commedia piuttosto divertente, che nonostante una sceneggiatura un po’ piatta, un intreccio per nulla originale e coinvolgente e tre attori protagonisti mediocri (Seth Rogen, Jay Chou e la Diaz, mentre il cattivo è interpretato da Christoph Waltz, quello di Inglourious basterds) riesce a far ridere o sorridere per il 90% della sua durata; 2) la regia del sempre geniale Gondry, che risolve con la sua inesauribile inventiva e la sua incredibile perizia tecnica scene che altrimenti sarebbero risultate mediocri. E poi, voglio dire, a chi mai sarebbe venuto in mente di mettere un giradischi tra gli accessori di un’automobile da supereroe?

Bella, a proposito di musica, la colonna sonora, che include pezzi di Rolling Stones, White Stripes, Johnny Cash e Sam Cooke. Tutto molto grazioso, insomma. Futile e grazioso. Ora, Michel, puoi tornare a fare Gondry?

Alberto Gallo

*Noto ora per la prima volta i diversi modi di scrivere i nomi dei supereroi: con trattino, senza trattino, tutto attaccato o staccato. Curioso.
**Pessimo l’espediente usato nel doppiaggio italiano per passare da Calabrone Verde detto nella nostra lingua al nome originale. “Ehi, Calabrone Verde mi piace – esclama il protagonista – ma diciamolo in inglese che è più fico!”. No comment. Sono sempre più convinto che il doppiaggio, esclusi casi rari, andrebbe abolito. Come già accade da tempo in Paesi più evoluti del nostro.

super

28TFF

SUPER (Usa 2010)

Questo film è stato presentato in anteprima al XXVIII Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

super

Guardando Super in una sala gremita da (super)nerd come il sottoscritto, che hanno colto e apprezzato ogni riferimento, non possono non venire in mente altri fumetti, quali Kick-Ass o Powers, che hanno affrontato il tema del supereroe in modo parodistico e postmoderno, riscrivendone l’identità in chiave naturalistica. E cioè: se una persona normale diventa o decide di diventare un supereroe, cosa succede? Se in Kick-Ass il protagonista è un teenager, e se in Powers è un ex supereroe in un mondo dove i supereroi sono stati banditi (come in Watchmen, capostipite del genere), in Super, che non è tratto da un fumetto, il protagonista è un ciccione brutto, impacciato e solo interpretato da Rainn Wilson (Juno, Almost famous), il quale, non si capisce come (ma poi lo spiega, ed è molto importante), si sposa con Liv Tyler (nientepopodimenoche), fin quando non arriva Kevin Bacon e lei scappa con lui. Ma il nostro non si dà per vinto: è convintissimo che il cattivo Jacques la tenga prigioniera, imbottendola di droga. Ma come può il cuoco ciccione di uno squallido fast food tenere testa a un mafiosetto figo e strafottente? Poi c’è la visione: è dio in persona ad aprirgli la testa (letteralmente) e a toccargli il cervello con la punta del suo dito. Allora l’impacciato Frank D’Arbo diventa The Crimson Bolt, il supereroe che sconfigge il crimine al grido di “Shut up, crime!”. Ovviamente Frank non ne sa niente di supereroi, gira con la sua macchina (con la targa ben in vista) e soprattutto all’inizio non sa con chi (e soprattutto, come) prendersela. Ma è grazie alla lettura dei fumetti giusti che saprà trovare la strada per scoprire la sua arma ideale (un’enorme chiave inglese) e incontrerà la sua fedele spalla, la commessa della fumetteria Libby (una strepitosa Ellen Page) – pazza, isterica, arrapata e sadica versione di un grillo parlante ubriaco e incazzoso. Naturalmente, trattandosi di una parodia, non mancano le gag e le risate. Ma il film con l’andare avanti prende un’altra piega. Il trauma di Frank diventa centrale, e il film a sua volta diventa la vera storia delle origini di un supereroe, un uomo vero. Bruce Wayne senza soldi, Peter Parker senza intelligenza, Tony Stark senza soldi&intelligenza. E quindi bisogna mettere in conto l’imbarazzo, la goffaggine, l’incompetenza di fondo; e quindi un’eventuale numero di figure di merda da scontare e tanta violenza a caso, prendendosela anche con chi non se lo merita. Frank impara a prendersi le responsabilità di Spiderman e a costruirsi i congegni di Batman. Diventa anche un uomo eccitante, un po’ alla Ironman (secondo Libby, almeno), ma sempre in una chiave di lettura squallida che scade spesso nel patetico e a suo modo anche nel sociale, essendo il film ambientato nei quartieri delle underclass americane, dove non c’è bisogno di essere supereroi per avere superproblemi.

Il regista, James Gunn, noto per aver girato i film di Scooby Doo e un po’ meno noto per aver girato un ancor meno noto remake dell’opera shakespeariana dal titolo Tromeo and Juliet , film cult per gli amanti del trash e dello splatter, conosce i trucchi per rendere l’idea dello schifoso: il vomito, le budella, il sangue, tantissimo turpiloquio (al limite della blasfemia). La scena di sesso più squallida che si sia mai vista. Anche i cattivi sono delle mezze seghe, gangster di infima categoria. E nonostante ciò, Super riesce a essere un film morale: il finale è agrodolce ma lucido. L’eroe compie la sua missione, impara la sua lezione, rende il suo servigio e si mette da parte – cosa che il supereroe classico di solito non fa. Impara inoltre l’umiltà e il rispetto verso se stessi, chiudendo circolarmente la storia.

Un altro bel film a chiudere questo TFF: ero convinto di andare a vedere una cazzatina (passatemi il termine) e invece mi sono ritrovato di fronte a una piccola perla di cinema, che un giorno mi auguro di poter rivedere nelle sale. Ma su questo non mi faccio illusioni.

Francesco Rigoni

Post scriptum: scopro che esiste un altro film sullo stesso argomento e più o meno con lo stesso taglio comico intitolato Defendor, uscito l’anno scorso. Il protagonista è Woody Harrelson (nientepopodimenoche). Lo guardo e poi vi dico…

scott pilgrim vs. the world

SCOTT PILGRIM VS. THE WORLD (Usa/Canada/Uk 2010)

locandina scott pilgrim vs. the world

Esistono film così divertenti, così frizzanti, così originali e così… pieni di roba che nel guardarli non si può far altro che pensare “Wow! Il regista dev’essersela davvero spassata a girare ‘ste scene!”. Mi era capitato l’anno scorso con (500) giorni insieme, mi è capitato ieri con Scott Pilgrim vs. the world, commedia-fumettone-cartone animato-pseudovideogioco-action movie diretto da quell’Edgar Wright, inglese, che nel 2004 esordì alla regia con l’esilarante Shaun of the dead, parodia dei film di zombie.

E forti dosi di parodia (una parodia piena d’affetto nei confronti dell’oggetto ridicolizzato, che poi è l’unico modo di fare una parodia non idiota, almeno da Frankenstein Junior a questa parte – e scusate se ho scritto quattro volte la parola ‘parodia’ in tre righe. Con questa fanno cinque) campeggiano anche in Scott Pilgrim, storia di un ragazzo di Toronto molto indie e un po’ fancazzista (Scott, appunto, interpretato da Michael Cera) che, per conquistare il cuore della fanciulla che ama (Ramona, che ha l’adorabile volto di Mary Elizabeth Winstead), deve sconfiggere in duello tutti i suoi cattivissimi ex fidanzati, capeggiati dal crudele e potente Gideon Graves (nientemeno che un Jason Schwartzman all’apice della sua geniale nerdosità).

Ok, potrebbe sembrare tutto molto stupido, e lo è, per carità, ma lasciate che vi spieghi perché questo film è una colossale minchiata che va vista a tutti i costi: innanzitutto perché si tratta di 112 minuti in cui non c’è un attimo di tregua. Ogni singolo fotogramma è arricchito da un numero infinito di citazioni, colpi di scena, battute, effetti speciali e chi più ne ha più ne metta, un vortice postpostmoderno, ipercinetico e superkitsch che quantomeno vi conquisterà per sfinimento. Poi perché, per chi come il sottoscritto è verso la fine del terzo decennio di vita, vedere questa pellicola sarà come fare un tuffo nella propria adolescenza più sfrenata: vi basti sapere che ogni volta che Scott sconfigge un cattivo il suddetto nemico esplode in una cascata di monetine (sììì, come nei videogiochi anni Novanta!), e ad un certo punto il nostro eroe riceve pure una vita supplementare. Non solo: il protagonista indossa per parecchi minuti una maglietta degli Smashing Pumpkins, suona in una garage rock band che ricorda un po’ i primi White Stripes (c’è persino una ragazza alla batteria) e… ah! A proposito di musica: se vi dico che la colonna sonora del film è scritta e interpretata da gente come Beck e Nigel Godrich (storico produttore dei Radiohead)? Ora vi ho convinti? Be’, in caso contrario lasciate che vi dica ancora che il motivo migliore per andare a vedersi questo film è la straordinaria ed esilarante inventiva con cui sono state girate e arricchite le scene di combattimento, nelle quali Scott – tanto per farvi capire l’andazzo – deve vedersela con un astro nascente del cinema d’azione e le sue spietate controfigure, una rock star spocchiosa i cui superpoteri nascono dal suo essere vegano e una coppia di gemelli giapponesi che (le) suonano (con la) musica elettronica.
C’è altro da aggiungere?
Ah sì, molte delle scene più spassose vedono coinvolto il coinquilino di Scott, gay e pettegolo all’ennesima potenza (interpretato da Kieran Culkin, fratello di voi-sapete-chi), che già da solo varrebbe il prezzo del biglietto.

Aaah… erano mesi che non mi divertivo così tanto al cinema!

Alberto Gallo

iron man 2

locandina iron man 2

Non gliene va bene una al povero miliardario Tony Stark, aka Iron Man: da un lato l’esercito e il governo degli Stati Uniti, interessati alle sue potentissime armi; dall’altro un russo pazzo e brutto e un produttore di armi, interessati a distruggerlo, economicamente e fisicamente; e come se non bastasse la sua salute è gravemente minata dal congegno radioattivo che al contrario dovrebbe tenerlo in vita. Ma – suvvìa – stiamo comunque parlando di un supereroe! Un vero ganzo che con tutti quei soldi e l’aiuto di due splendide fanciulle non può che risolvere ogni avversità.

E così, come da copione, accade: il cattivo, apparentemente invincibile, viene sconfitto, una delle due splendide fanciulle gli si concede, l’amico con cui aveva litigato torna ad aiutarlo ecc ecc ecc… Come da copione, appunto. Un po’ troppo, forse?

Il fatto è questo: se da un lato lo schema narrativo tipico dei film tratti da fumetti (calma iniziale, periodo di esaltazione dell’eroe, momento di difficoltà, lieto fine) va accettato così com’è e c’è poco da sperare in qualcosa di nuovo, per la natura stessa dei personaggi e per le aspettative di un pubblico che pretende esattamente questo tipo di struttura narrativa, dall’altro si tratta di uno scheletro talmente semplice che, per forza di cose, deve essere di volta in volta abbellito da una serie di trovate che possano renderlo non banale: introspezione psicologica (Spiderman, Il cavaliere oscuro), effetti speciali da capogiro (condicio sine qua non per qualsiasi film di questo genere), ironia (il primo Iron Man), storie d’amore (ancora Spiderman), un ampio respiro narrativo, magari con (fanta)riferimenti alla nostra società o alla politica (Watchmen), trovate scenografiche particolarmente originali e visionarie (Hellboy – The golden army, ancora Watchmen) e via dicendo.

Ecco, tutto ciò in Iron Man 2 un po’ manca. Ci si diverte, per carità, non siamo ai livelli di un Hulk o di Daredevil, tutto è molto ben fatto e Robert Downey Jr. è geniale come sempre. Ciò che manca è il guizzo, quel nonsochè in grado di rendere (relativamente) memorabile la pellicola. Questo film, in poche parole, non emerge dalla massa ormai oceanica di superhero movie, e nemmeno gli effetti speciali sono in fin dei conti così speciali. Comunque, come sempre in questi casi, vale il discorso “spegnimento del cervello”: se l’obiettivo della vostra serata è – semplicemente e comprensibilmente – non pensare e magari farvi quattro risate cariche di adrenalina Iron Man 2 andrà più che bene. Per non parlare della presenza simultanea sullo schermo (e qui mi rivolgo ai miei colleghi di sesso maschile) di due bellezze mozzafiato (Gwyneth Paltrow e Scarlett Johansson) che da sola vale il prezzo del biglietto.

Alberto Gallo

(super)eroi

the wrestler

The wrestler e Watchmen. Cos’hanno in comune questi due film? Poco. Ma qualcosa, a ben pensarci, c’é.

Innanzitutto – fattore soggettivo – sono due film che mi sono piaciuti, sebbene trasmettano sensazioni radicalmente differenti.

C’é poi il fatto che entrambe le pellicole affrontano in fondo una sola questione: la decadenza dell’eroe – e la sua parziale rivincita finale – in un mondo a sua volta altrettanto decadente.

Infine é impossibile non notare, sia in Watchmen che in The wrestler, una certa tendenza conservatrice. Detto banalmente: mi sembrano due pellicole che esprimono una visione della vita decisamente di destra. The wrestler, poi, é un film conservatore anche sotto il punto di vista cinematografico, ben lontano dalle aspirazioni avanguardistiche dei precedenti film di Aronofsky.

Ecco le – brevi – recensioni dei due film.

The wrestler: Randy Robinson, detto The Ram, é un wrestler sul viale del tramonto. Nonostante il pubblico lo segua ancora, fisico e soldi non sono più quelli di una volta. Tutto, comunque, procede più o meno bene, fino al momento in cui, dopo un incontro particolarmente violento, The ram viene colpito da un infarto. La malattia lo costringe ad allontanarsi dal ring, unico posto al mondo dove si senta realmente felice. Intorno a lui due donne: la figlia, con cui non riesce a instaurare un rapporto sereno, e una spogliarellista, bella ma, come il wrestler, ormai lontana dai suoi anni migliori.
Un film senza fronzoli, di una semplicità e “verità” (incredibile come il wrestling, sport fasullo per eccellenza, ne esca fuori come una disciplina di epica sofferenza) quasi disarmanti. Ma l’aspetto più notevole della pellicola é l’incredibile “mimesi” tra il protagonista della vicenda e l’attore che lo interpreta, quel Mickey Rourke che più di ogni altro divo di Hollywood ha conosciuto gli alti e i bassi del successo e i problemi legati all’incedere dell’età. Il monologo finale é quasi una confessione autobiografica di colui che fu l’interprete di Rusty il selvaggio e Nove settimane e mezzo.
Malinconico, violentissimo, a tratti ironico: un film da vedere.

Watchmen: in un 1985 alternativo dove Richard Nixon (sempre lui: é decisamente il presidente più amato dal mondo del cinema) é ancora al potere e la guerra nucleare con i russi é alle porte, un gruppo di supereroi in pensione (nonché fuorilegge: il presidente ha dichiarato illegale l’attività supereroica) si vede minacciato da un ignoto killer: Rorshach, Nite Owl e Silk Spectre cercano di capire di chi si tratti. Su questa semplice trama (legata a doppio filo con l’attività del potentissimo Dr. Manhattan, il cui compito é impedire che il conflitto nucleare esploda davvero e distrugga l’umanità) si innestano le storie passate di due generazioni di supereroi.
Kitsch, eccessivo, lunghissimo, politicamente scorretto, ma anche inventivo, sorprendente, originale e visionario: Watchmen é un’opera bizzarra e appassionante, uno dei migliori film tratti da fumetti degli ultimi anni. Che invece di concentrarsi su superpoteri (di alcuni protagonisti nemmeno si capisce cos’abbiano in più degli esseri umani) e scene d’azione (che comunque non mancano) preferisce riflettere – amaramente – sul tempo, sulla guerra, sui rapporti umani, sulla violenza, sull’etica e sul suo fallimento. Il finale é spiazzante, ma ciò che si ricorda di più sono i magnifici titoli di testa, sorta di storia alternativa degli ultimi cinquant’anni di politica americana.

Alberto Gallo

hancock

locandina hancock

Hancock è un supereroe alcolizzato, solo e depresso che, invece di aiutare l’umanità con i poteri che possiede come fanno tutti i suoi colleghi, combina un sacco di guai: distrugge marciapiedi, danneggia edifici, tratta male la gente e fa spendere alla comunità più soldi di quanti non gliene faccia risparmiare. Fino al giorno in cui salva la vita a un pubblicitario in crisi, che per sdebitarsi (e per rilanciare la sua traballante carriera) gli propone di aiutarlo a rifarsi un’immagine.

Fin qui tutto bene: il tono è scanzonato, talvolta spassoso, il protagonista (Will Smith, bravo come sempre) è un personaggio originale e accattivante, gli effetti speciali più che discreti.

Peccato che nel giro di tre quarti d’ora il film si trasformi, da divertente e disimpegnata commedia di stampo fumettistico, in un incompetente pastrocchio di generi, banale e poco interessante: il solito criminale dalla mente manipolatrice, finito in prigione per colpa di Hancock, medita la vendetta contro il supereroe, il quale a sua volta si innamora di una sua simile (Charlize Theron), che guarda caso è pure la moglie del pubblicitario a cui salva la vita (Jason Bateman).

La carne al fuoco è decisamente troppa, i personaggi secondari risultano scarsamente approfonditi e la regia è di una banalità sconcertante, videoclippara nel senso più deteriore del termine.

Se la sceneggiatura avesse puntato maggiormente sulla crisi personale di Hancock e sugli stratagemmi per risolverla, invece di addentrarsi nei meandri di un film d’azione già visto mille volte, il tutto sarebbe risultato decisamente più interessante. Un’occasione sprecata.

Alberto Gallo

il cavaliere oscuro

locandina il cavaliere oscuro

Che dire? Una volta tanto le attese non sono state tradite. Il cavaliere oscuro, ultimo episodio della lunga saga di Batman, diretto da Christopher Nolan, è nel suo genere (forse non solo) un capolavoro.

È persino difficile elencare in maniera ordinata e coerente i tanti punti di forza di questo film. Partiamo dalla regia: efficace, elegante, inventiva, non invisibile ma al contempo non vistosa. La capacità di Nolan (ormai a tutti gli effetti uno dei maestri del cinema contemporaneo) di gestire senza inutili sbrodolamenti e con un sapiente uso del montaggio alternato l’enorme quantità di carne al fuoco che la sceneggiatura propone ha dell’incredibile. Sono molte le scene memorabili, ma i minuti che più si incollano alla memoria visiva dello spettatore sono forse quelli che vedono il perfido Joker penzolare a testa in giù da un vertiginoso grattacielo, circondato da un’oscurità che confonde e unisce tra loro il cielo, il mare e la tetra Gotham City.
E poi la recitazione. Non è ipocrisia affermare che, come si è detto da più parti, Heath Ledger meriterebbe un Oscar postumo. La sua interpretazione è fisica, intensa, inquietante: grazie a lui Joker smette di essere un personaggio da fumetto e si trasforma in una maschera tragica, inafferrabile, indecifrabile, degna dei grandi villain della storia del cinema. Ma anche il redivivo Gary Oldman e Aaron Eckhart offrono interpretazioni memorabili. Per quanto riguarda il pur bravo Christian Bale la faccenda è più complicata, dal momento che il suo personaggio, spesso nascosto dietro la maschera del giustiziere nero, è forse quello che ha le battute meno interessanti, pur non essendo privo di una certa tragicità. La tragicità, appunto: ciò che più stupisce nel Cavaliere oscuro è lo spessore della sceneggiatura, capace di fondere armoniosamente cadenze da thriller classico, divertimento fumettistico (spari, botte, esplosioni) e tematiche “morali” degne di un film d’autore se non persino di una tragedia greca. Tematiche che affrontano argomenti “spessi” come i comportamenti collettivi della gente, il sacrifico personale – anche estremo – in nome dell’etica e della giustizia, la pazzia, la cupidigia, la corruzione, il valore della famiglia, la solitudine e la fedeltà all’ideale e alla persona amata. Ogni elemento è affrontato con intelligenza e senza luoghi comuni – o almeno, con pochi luoghi comuni, dato che i mafiosi italoamericani (chiamati in questo caso Maroni e Falcone…) hanno le stesse caratteristiche in quasi tutti i film hollywoodiani.

Un film perfetto? Be’, non proprio: i difetti più vistosi sono almeno due. Il primo è un limite apparentemente inevitabile che lega quasi tutti i film tratti da opere fumettistiche, e si chiama tecnologia. Limite che consiste nella smania di mostrare armi e automobili sempre più esagerate, distruttive e uguali a se stesse. La scena in cui l’inventore (in questo caso Morgan Freeman) mostra all’eroe il proprio laboratorio con le sue ultime diavolerie è quanto di più stucchevole si possa immaginare in tutto ciò che è stato girato da 007 in poi. La cosa buffa è che poi generalmente queste armi servono a poco o niente: per risolvere la situazione l’eroe è costretto a ricorrere a mezzi ben più sottili come l’ingegno e il coraggio. Il secondo difetto del Cavaliere oscuro è l’evidente scarto tra la prima e la seconda parte: la pellicola ci mette un po’ di metri a carburare, e i primi minuti sono piuttosto confusi e già visti – seppur non da buttare via, sia chiaro: per esempio la scena iniziale della rapina in banca è molto avvincente e ben diretta.

Si tratta comunque di uno dei migliori film mai tratti da un fumetto, un classico istantaneo.

Alberto Gallo

wanted

locandina wanted

Continua la rassegna dei filmacci dell’estate, quelli che i disperati come il sottoscritto che non vanno in vacanza si sorbiscono a intervalli regolari tanto per dimenticarsi per qualche ora di lavoro, caldo e strade bucate.

Dopo Hulk (molto deludente) e Hellboy 2 (abbastanza carino) è la volta di Wanted. Che non è poi così schifoso. Mi spiego: si tratta di una pellicola di una banalità sconcertante (i primi minuti sono praticamente un remake un po’ più ironico di Matrix – ma d’altronde essere meno ironici di Matrix è impossibile), piena dei più triti luoghi comuni thriller-fumettistici e tamarra quanto basta.

Eppure, come dire, si fa guardare.

E non mi sto riferendo a Angelina Jolie, che bella è bella ma si concede ben poco (la scena della schiena nuda – furbamente inserita nel trailer – è l’unica un po’ piccante e dure tre secondi netti), quanto piuttosto al ritmo incalzante e ai buoni quanto esagerati effetti speciali.

L’aspetto più deludente del film (che comunque una sufficienza estiva la strappa) è quello morale. Per due motivi: innanzitutto perché la storia del travet frustrato, ansioso e cornuto che diventa un giustiziere-supereroe non solo è vecchia come il mondo, ma è anche falsa (che male c’è a fare il contabile? E ve lo dice uno che odia qualsiasi cosa preveda l’utilizzo di numeri) e pericolosa (quanti poveri sfigati americani, per non sentirsi ancora più sfigati, vorranno imitare le gesta del buon James McAvoy?). Poi perchè l’idea di una “confraternita” similfascista che uccide gente a caso (sì, esatto: a caso) non è proprio il massimo del progressismo.

E altre due ore di questa stupida estate che è appena all’inizio se ne sono andate (grazie Manu). Yuhu!

Alberto Gallo

hellboy – the golden army

locandina hellboy - the golden army

Il satanasso infernale è tornato, più cinico che mai. E bisogna ammettere che, come talvolta accade con i film tratti da fumetti, questo secondo episodio è meglio del precedente: il tono è più ironico, la trama più ritmata e meno confusionaria, il look di Selma Blair decisamente più sexy.

Certo, poi mai come in questi casi “i gusti sono gusti”. Per esempio chi scrive ha trovato assolutamente insopportabili tutti quegli elementi fantasy – a metà strada tra Guerre stellari, La storia infinita e Il signore degli agnelli – che popolano flora e fauna del mondo di Hellboy in misura decisamente maggiore rispetto al primo episodio (elfi, draghi, che stronzate…): per quanto mi riguarda il fantasy è un genere kitsch sempre e comunque. Ma è anche vero che il talento visionario del regista Guillermo Del Toro (sintesi perfetta di George Lucas e Tim Burton) riesce talvolta a rendere originali e poetici i suddetti elementi: memorabili, ad esempio, le invenzioni dei pupazzetti di legno e della “nevicata” su New York (che per la miliardesima volta nella storia del cinema rischia di essere distrutta da un essere diabolico e mostruoso). Ho trovato anche discretamente patetica la storia d’amore tra quel tizio che sembra un pesce (l’intellettuale della situazione) e la bionda (bruttina), sorella del cattivo di turno. Ma anche in questo caso il miele diabetico viene stemperato da una spassosissima scena a forte gradazione alcolica.

Ho visto questa pellicola circa una settimana fa. Ero reduce – tanto per cambiare – da una giornata faticosa e avara di soddisfazioni. Azzerare il cervello per un paio d’ore con il mio amico Francesco mi ha fatto certamente bene. Ma del film non mi è rimasto molto.

Aspettiamo fiduciosi il nuovo Batman

Alberto Gallo

l’incredibile hulk

locandina l'incredibile hulk

Delusione. Film mediocre, poco brillante, poco coinvolgente.

Il fatto è che gli ultimi vent’anni di film tratti da fumetti (indicativamente dai Batman di Tim Burton al recente Ironman, passando per Sin City e la trilogia di Spiderman) ci hanno convinto della potenziale bontà di una simile operazione: le storie disegnate possono essere ottimi presupposti per dare vita a un buon film.

Però ci vuole un’idea.

Ironman, tanto per dirne una, punta sull’ironia e sulla virile brillantezza del suo protagonista; Spiderman, al contrario, illustra un personaggio povero e sfigato che proprio per questo risulta simpatico; Batman e Sin City sono invece opere smaccatamente gotiche e deprimenti, memorabili, pur nella loro diversità, per il mondo di paradossale pessimismo cui danno vita.

Poi ci sono quelle pellicole, quali Daredevil o le due versioni del mostro verde (sui Fantastici 4 e X-men non mi esprimo perché non le conosco), che girano decisamente a vuoto.

Per quanto riguarda L’incredibile Hulk, in particolare, sono due le gravi carenze che lo rendono un film dimenticabile. Innanzitutto la scelta (sbagliata) degli attori e la loro (conseguente) pessima recitazione: Edward Norton (ex grande promessa del cinema americano che negli utlimi anni, tra veli dipinti e illusionisti, pare aver smarrito la retta via) sembra capitato lì per caso, William Hurt dà vita a un’involontaria quanto improbabile parodia di un severo ufficiale dell’esercito americano e Tim Roth si limita a digrignare i denti di tanto in tanto. L’unico personaggio potenzialmente non fuori parte è quello di Liv Tyler (quant’è bella?), che però non fa altro che svenire, piagnucolare e prendere mazzate. Nei 114 minuti di durata del film non è presente la benché minima traccia di approfondimento psicologico: Hulk e il suo perfido omologo urlano e picchiano, il generale Ross fuma il sigaro e la bella di turno si limita a mostrare (nemmeno tanto spesso) lembi di tette e cosce. Il secondo grave difetto della pellicola è il suo prendersi troppo sul serio: Hulk è un film triste senza lo spessore necessario per esserlo, e nei rari casi in cui tenta di buttarla sull’ironia il risultato è pietoso.

Nemmeno gli effetti speciali (che rappresentano un tassello fondamentale in prodotti di questo genere) sono poi così memorabili, e la regia (di un tale Louis Leterrier) è di una mediocrità senza precedenti.

Se stasera non sapete cosa fare e tutti i vostri amici sono già in vacanza andate pure a vederlo, questo film (se non altro vi aiuterà a spegnere il cervello per un paio d’ore), ma se avete voglia di cinema rivolgetevi altrove.

Alberto Gallo

iron man

locandina iron man

Ecco i luoghi comuni da inserire obbligatoriamente in un film tratto da un fumetto supereroico:

– donne belle e disponibili;
– automobili sportive ultramoderne;
– un amico e/o collaboratore dell’eroe che poi si rivela un cattivone;
– musica hard rock cafona;
– una minaccia potenzialmente letale per il popolo americano.

Iron man li rispetta tutti.

Ma lo fa bene.

Nonostante una massiccia dose di tamarraggine, infatti, e nonostante un messaggio pacifista un po’ confuso, il film gira a mille: grande ritmo, grandi scene d’azione, trama fitta e coinvolgente. Pure il cast è di prim’ordine (Robert Downey Jr., Jeff Bridges, la splendida Gwyneth Paltrow).

Non ai livelli dei Batman di Tim Burton o della trilogia di Spiderman, ma Iron man non delude. Specialmente chi – come il sottoscritto – si è recato in sala senza grandi aspettative.

E su questo film non ho altro da dire.

Alberto Gallo

spider-man 3

locandina spider-man 3

Adrenalina e sentimentalismo, ma anche una forte dose di ironia: questo il segreto del successo di Spider-man 3, ultimo episodio della saga dell’Uomo Ragno che, come quelli che l’hanno preceduto, non tradisce le aspettative e regala due ore di spettacolo in cui neanche il nostro amichevole supereroe riuscirebbe nell’impresa di staccare per un attimo gli occhi dallo schermo.

Diretto – e si vede – dal veterano Sam Raimi, il film fa della leggerezza, nel senso migliore del termine, il suo grande punto di forza. Non si cerca a tutti i costi la coerenza, né la poesia, né il colpo di scena: tutto ciò sembra scaturire spontaneamente da una storia che alla base ha quanto di più toccante un film – ma anche un libro o una canzone – possa offrire, ovvero la situazione esistenziale di chi è solo e incompreso, per poi svilupparsi in un caleidoscopio di strepitose invenzioni visive, battute al fulmicotone e sentimenti genuini che, pur sfiorando spesso il kitsch e il patetico, non cadono mai in queste trappole mortali. E se anche ci cadono (effettivamente alcuni dialoghi tra Peter e Mary Jane, bella in maniera commovente, sono un po’ troppo Beautiful-style, e il ritratto di Norman Osborn/Willem Dafoe, che campeggia nel salotto del lunatico Harry, è indescrivibilmente pacchiano), lo fanno in modo perdonabile.
Impossibile non menzionare la scena d’esordio di Sandman, uno dei tanti cattivoni che assillano il Nostro in questo film: pura poesia. Così come alcune sequenze che vedono protagonista la versione malvagia di Spider-man, che citano il musical e la commedia demenziale, sono puro postmodernismo.

Il messaggio dell’opera – la vendetta è un male che avvelena l’anima – è evidente, ma non per questo banale, specialmente in tempi come i nostri.

Alberto Gallo