caníbal

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CANÍBAL (Spagna-Romania-Russia-Francia 2013) è stato presentato al XXXI Torino Film Festival, nella sezione After Hours.

Carlos è un mite e solitario sarto di una cittadina spagnola. Che ha un piccolo, insignificante vizietto, fedelmente riportato nel titolo di questo flm: gli piace uccidere le donne e poi papparsele tutte, con calma, nella cucina di casa sua, magari accompagnate da un buon vino rosso. Un giorno una ragazza romena va a vivere nel suo condominio, finendo ben presto nello stomaco di Carlos. Ma la vita dell’uomo è destinata a cambiare a causa di Nina, la sorella della ragazza. Può un cannibale scoprire l’amore?

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world war z

WORLD WAR Z (Usa 2013)

locandina world war z

Un virus misterioso trasforma gli uomini in zombie, catatoniche creature affamate di carne umana. Nel giro di pochi giorni il mondo intero è nel caos. Prova a risolvere la situazione un ex agente dell’Onu, coraggioso padre di famiglia. È così basilare la trama di World War Z da sembrare, più che un prodotto inedito, una summa di tutti i film (post)apocalittici usciti negli ultimi anni, una sorta di punto della situazione su questo prolificissimo genere cinematografico, uno sfoggio/esercizio di effetti speciali e tecnica registica portato avanti senza alcun interesse per qualsivoglia contenuto emotivo e narrativo.

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hates – house at the end of the street

HOUSE AT THE END OF THE STREET (Usa 2012)

locandina house at the end of the street

Mamma e figlia, entrambe bionde e piuttosto belline, vanno ad abitare in un delizioso villino nei boschi comprato a modico prezzo, il cui unico, piccolo difetto consiste nel trovarsi a tre metri di distanza da un’altra casa in cui, qualche anno prima, una ragazza leggermente schizzata ha fatto fuori entrambi i genitori. Quale angosciante mistero si celerà tra quelle quattro mura, ancora abitate dal fratello della povera pazza?

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la casa

EVIL DEAD (Usa 2013)

locandina la casa

Mi trovo sempre in un certo imbarazzo quando si tratta di recensire film di questo genere, dal momento che spesso non posseggo le conoscenze necessarie per fare un serio raffronto con l’originale: mi piacerebbe poter dire che l’Evil Dead di Sam Raimi (1981) era mooooolto più figo di questo remake per il motivo x e y, ma la verità è che mentre i miei coetanei, nei primi anni Novanta, si facevano una cultura horror degna di questo nome, io preferivo Ritorno al futuro, I predatori dell’arca perduta e – sì, lo ammetto – Robin Hood principe dei ladri. Continua a leggere

la madre

MAMA (Spagna 2013)

locandina la madre

Da qualche anno a questa parte Guillermo del Toro, da Guadalajara, Messico, ma ben presto adottato da Hollywood, è inspiegabilmente diventato un brand, una garanzia di qualità a prescindere. Un po’ come J.J. Abrams. Personaggi spesso dietro le quinte la cui fama va ben al di là delle propie reali qualità e dei propri effettivi risultati artistici.

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maniac

MANIAC (Francia 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Rapporto confidenziale.

Dal regista di “-2 Livello del terrore”, e prodotto dall’enfant prodige del nuovo horror Alexandre Aja, il remake del celeberrimo e omonimo gore anni 80 di William Lustig (qui anche co-produttore): quasi tutto in soggettiva, con l’angelico Elijah Wood nel ruolo che fu del laido e indimenticato Joe Spinell, un pugno nello stomaco con punte di feticismo selvaggio che lasciano allibiti. Spettatori avvisati.

La vicenda è semplice, quasi banale, e vecchia come il cinema o anche di più: spinto da un trauma infantile, un maniaco uccide giovani ragazze avvenenti. Un giorno incontra una bella fotografa francese e se ne innamora. Ma cambiare abitudini è sempre difficile…

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chernobyl diaries – la mutazione

CHERNOBYL DIARIES (Usa 2012)

locandina chernobyl diaries

“Oh mio dio! Ma è la fiera del precotto!”, esclama Peter Venkman aka Bill Murray nei Ghostbusters, guardando disgustato un frigo straripante cibo in scatola. Ed è più o meno quello che ho pensato io durante la proiezione di Chernobyl diaries, diretto dall’esordiente (e si vede) Brad Parker, accozzaglia dei luoghi comuni horror più triti e ritriti degli ultimi trent’anni.

Ovvero: ragazzi americani giovani e carini in libera uscita (in questo caso in Europa); una comunità di zombie-mutanti tenuta nascosta dal governo; villaggi (solo apparentemente) abbandonati; tette al vento; riprese amatoriali effettuate da alcuni personaggi che testimoniano fatti destinati altrimenti a rimanere nell’oblio; un finale in cui alcuni dei protagonisti sembrano salvarsi ma che riserva invece crudeli sorprese e così via.

Immagino che ognuna delle caratteristiche sopra elencate abbia riportato alla vostra memoria cinefila un bel numero di pellicole dell’orrore del più o meno recente passato, ma se così non fosse lasciate che ve ne snoccioli qualcuna: Le colline hanno gli occhi, La notte dei morti viventi, Non aprite quella porta, Hostel, The Blair witch project… E io non sono nemmeno un esperto in materia, se lo fossi mi verrebbero con ogni probabilità in mente altre decine di titoli.

Il solito horror della domenica, tutto sommato guardabile, discretamente spaventoso e confezionato benino, ma più dimenticabile dell’ultimo spot della Barilla.

Alberto Gallo

the oregonian

THE OREGONIAN (Usa 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

the oregonian

Un film che porta con sé la macchia del non capirsi. Come si fa a entrare per tempo a uno spettacolo del TFF senza perdere il posto pur avendo il biglietto? Si arriva cinque minuti prima? Si fa la coda? Oppure si entra appena si arriva, anche venti minuti prima dello spettacolo? Quando si è da soli è semplice: si arriva con anticipo spropositato e il gioco è fatto. Quando si è in compagnia e ci si dà appuntamento al cinema, be’, bisogna essere altrettanto lungimiranti, ma purtroppo il più delle volte questo non è possibile. E così c’è mancato poco che mi perdessi anche questo spettacolo, che era invece un regalo che mi facevo, un innamoramento a prima vista. La locandina del film, infatti, consiste in un fumetto di Kermit La Rana insanguinato e malconcio. Ed ecco cosa riporta il programma del TFF a riguardo:

Horror indipendente strambo e imprevedibile, inquietante, spiazzante. Come se S. F. Brownrigg (Non guardare in cantina) avesse diretto un film di David Lynch.

Con presupposti del genere non avrei mai potuto resistere: dovevo vedere The Oregonian a tutti i costi, sentivo di esserne terribilmente attratto – pur non conoscendo S. F. Brownrigg! Prima di parlarvene, tuttavia, vorrei riportare anche il commento del regista, molto appropriato:

Una volta ho sognato che mi trovavo in un bosco sotto una pioggia torrenziale e ridevo di quella situazione. Il giorno successivo ho iniziato a scrivere un film su una ragazza che, nella stessa condizione, vive uno dei momenti peggiori della sua esistenza. Non ho da proporre una grande teoria al riguardo e non credo neanche che i sogni posseggano un significato recondito, ma per me c’è qualcosa di sacro nel processo attraverso cui l’inconscio elabora una storia così folle e astratta da non poter neanche essere espressa verbalmente in modo coerente. Ho girato questo film perché mi interessava indagare l’ignoto e non è possibile dire se l’abbia fatto correttamente.

Questo svela già più di un mistero riguardo a questo film così incredibilmente surreale da sorprendere in maniera sempre diversa, scena dopo scena, lo spettatore, a tal punto che il pubblico stesso del TFF si è diviso tra chi ha riso di scherno, chi è rimasto molto serio e chi invece (trattandosi pur sempre di un horror) si è spaventato per ogni momento di tensione. Io ho cercato di mantenere il più possibile un equilibrio fra simili umori, per quanto mi fosse chiaro sin da subito che questo era il film per me, e pertanto fosse ancor più difficile mantenere un giudizio lucido ed equilibrato. Ragion per cui non starò a dire se il film è bello oppure no.

Ebbene: una ragazza abbandona il ranch del proprio fidanzato ubriacone e disperato dopo avergli rubato il portafoglio e la boccetta di gin. Nella sequenza successiva si risveglia in macchina, con la fronte sanguinante appoggiata al cruscotto. Cos’è successo? Non ricorda. Da qui inizia un viaggio spirituale pieno di visioni senza capo né coda, attraverso un’America che potrebbe ben rappresentare il rovescio della medaglia di quella vista in Into the Abyss, il documentario di Werner Herzog sulla pena di morte. Lì si vedeva un’America concreta, osservata sul piano socio-culturale, in qualche modo descritta fedelmente e senza commenti. Qui si vede invece un’America allucinata, abbandonata, in preda alla follia e alla solitudine, alla depressione e al degrado. La protagonista si muove dentro boschi silenziosi e minacciosi, città fantasma traboccanti oggetti di consumo di ogni sorta, silenziosi, pericolanti, kitsch. Il suo è un percorso iniziatico che vacilla tra il male e il bene, rappresentati rispettivamente da una terrificante anziana signora vestita di rosso e da un giovane nerd occhialuto, grasso e tabagista. Fedele compagno di viaggio e “doppio” onirico della ragazza, un pupazzone verde a grandezza umana che a Kermit potrebbe anche assomigliare, non fosse che il tessuto è lacero, un occhio gli penzola malamente da una cucitura, la bocca è tutta slabbrata e quando cammina si trascina malamente.
Cosa si nasconde dietro questo ennesimo allucinato travestimento?
Le chiavi di lettura sono molteplici, e coinvolgono anche l’aspetto tecnico e il gusto citazionista. La pellicola è girata come se fosse un b-movie, i campi e controcampi nei dialoghi sono montati in una maniera abbozzata che ricorda a volte le telenovelas di terza categoria. Gli effetti speciali sono tutti analogici. In generale, anche a livello di recitazione, si respira una certa ingenuità che però è componente intrinseca della pellicola e ispessisce i bizzarri personaggi che infestano il mondo della coscienza di questa novella Alice americana e senza nome (è lei la “Oregonian”, come indicano i titoli di coda). Personaggi, tutti, di un’America decaduta, cinica, indisciplinata, malata e disperata che ricordano molto un certo tipo di songwriting che vede in Beck il suo massimo esponente (molti gli hipster presenti in sala). Il senso di colpa vissuto attraverso i simboli e il disgusto di una cultura che lascia i suoi figli periferici in uno stato di solitudine e di ignoranza senza ritorno.

Un film per certi versi spietato, per altri invece molto ironico e molto conciliante nei confronti del pubblico, almeno quello del TFF, che ne ha saputo apprezzarne con entusiasmo l’estetica e una più che voluta (e forse solo apparente) sconclusionatezza. Figlio minore di David Lynch (ma il maestro è un’altra cosa), Calvin Lee Reeder è già un mio amico, non fosse altro per essersi cimentato in un tipo di racconto che pochi hanno il coraggio di affrontare e ancora meno riescono a prendere in pugno senza perdersi. E pur con qualche eccesso, ingenuità o confusione, il risultato è coinvolgente, terrificante, surreale. È possibile che questa pellicola non tornerà mai più sui nostri schermi. Ma chissà, forse qualche mente illuminata ci vorrà scommettere su qualche spicciolo. Io me lo auguro. Non un capolavoro, forse neanche un “bel film”, ma pur sempre una pellicola che sa farsi amare.

Francesco Rigoni

the gerber syndrome

THE GERBER SYNDROME (Italia 2011)

locandina the gerber syndrome

Questo film è stato presentato in anteprima all’11esima edizione del ToHorror Film Fest, martedì 8 novembre 2011.

“Chi è già più quel regista… Horror…”
“Ma chi, Brian De Palma?”
“Ma no, quello vecchio, morto…”
“Boh”
“Quello della doccia… AAAAH!” (gesto di mano che stringe un coltello)
“Ah, Hitchcock!”
“Sì, lui mi sa”
Non inizia nel migliore dei modi la mia serata al ToHorror Film Fest, con questi due post-adolescenti ancora brufolosi che cianciano inconsapevolmente di cose che dovrebbero lasciar stare. Anche perché ne cianciano in coda, e la coda dura più di mezz’ora: persino in un festival “intimo” come questo la maledizione dei “piccoli problemi di organizzazione, è la prima sera, bisogna prendere le misure” fa il suo corso regolare. Rimango perplesso quando capisco che l’attesa è determinata dal fatto che, invece dei soliti biglietti del cinema, a chi acquista un ingresso viene dato un foglietto tipo ricevuta fiscale, con tanto di timbro e causale. In ogni caso, grazie anche a un “piccolo aiuto dei miei amici” (in questo Paese se non hai una raccomandazione non entri nemmeno al cinema), riesco a raggiungere la sala. Il prezzo del biglietto (4 euro) è giusto, e il Blah Blah di via Po è decisamente gremito. Trovo un posto in seconda fila. Due guardie armate, con tanto di casco e manganello, si aggirano tra le poltrone distribuendo qualcosa: si tratta, scopro, del volantino del film che sta per essere proiettato (The Gerber syndrome, ne parlo tra un po’) e di una mascherina da ospedale, di quelle che la gente indossa per strada (non si sa bene perché) quando, a cadenza più o meno annuale, vengono diffusi nel mondo inutili allarmi su ipotetiche influenze letali. Il film parla proprio di questo, di un’influenza letale – nella finzione non più così ipotetica –, e le guardie sono lì per creare una specie di evento multimediale post e extra cinematografico. Molto americano, mi piace. I due sfigati che ce l’hanno con Hitchcock prendono posto un paio di file dietro di me, e in quel momento mi accorgo che il pubblico non è proprio quello che mi sarei aspettato da un festival di cinema horror. Avrei pensato, che so, di trovarmi circondato da un manipolo di gente vestita da Freddy Krueger, o esperti con la puzza sotto il naso tipo “Lucio Fulci è mille volte meglio di Dario Argento”, o tipi dark sull’orlo del suicidio. Roba così, insomma. Il pubblico del ToHorror, invece, è piuttosto eterogeneo: c’è gente che, come me, si trova lì un po’ per caso, studenti universitari, quarantenni dall’aria anonima, un paio di bambini… Si scorge, qua e là, qualche volto noto del sottobosco cine-teatro-culturale torinese, e incontro un paio di persone che conosco… Niente di particolarmente pittoresco o specialistico, insomma, un’audience da normale mercoledì sera al cinema. La sala dove vengono proiettati i film, in compenso, è abbastanza particolare. Innanzitutto perché è molto piccola (una quarantina di posti, credo, anche se non sono mai stato bravo a quantificare le cose), poi perché le poltroncine, invece di essere saldamente agganciate al terreno come di consueto, sono dotate di rotelle (elemento che presenta i suoi pro e contro, ne converrete), infine perché lo schermo – sotto il quale la strumentazione rock per il concerto post-proiezione è già bella montata – è, purtroppo, pure lui piuttosto ridotto. In ogni caso inizia lo spettacolo, abbastanza puntuale. Un’ultimissima nota di colore prima di parlare, finalmente, di The Gerber syndrome, giusto per dire quanto può essere forte la suggestione prodotta da un film, o anche solo dalla sua attesa. Questa pellicola, si è detto, parla di un morbo letale e incurabile che minaccia l’umanità. Ecco, dopo nemmeno dieci minuti di proiezione il tizio di fronte a me rovescia la testa all’indietro. E lo fa più volte, per un buon quarto d’ora, a mo’ di yo-yo: butta il cranio spelacchiato in direzione delle spalle (ovvero, a causa delle sedie a rotelle di cui si diceva prima, praticamente addosso a me), poi rimbalza in su, sta un po’ in equilibrio con la testa dritta e infine ricomincia la trafila. Ovviamente stava dormendo (il fatto che il film iniziasse alle 20.30 non è bastato a contrastare la terribile stanchezza di quel tale), ma sul momento ho pensato seriamente che stesse male, e stavo per chiamare qualcuno. Anche perché non emetteva alcun suono, nemmeno quel lieve ronzio che generalmente la gente produce quando dorme. E poi, di solito, quando uno si sente cadere indietro la testa dopo un po’ si sveglia. No, lui no, dormiva come un bimbo, lui, rimbalzando il cranio all’indietro nel più naturale dei modi. Quando ho capito che non aveva alcun morbo letale ho cominciato a pensare che si trattasse – come nel caso delle guardie armate – di una specie di strategia di marketing, del tipo “Facciamo finta che uno si sente male durante la proiezione, così la gente si spaventa e domani i giornali parlano di noi”. Niente di tutto ciò. Sonno. Puro, semplice, innocuo e innocente sonno. I tizi improponibili me li becco tutti io, al cinema.

The Gerber syndrome, dunque. L’argomento non è dei più originali (di morbi letali se n’è visti parecchi al cinema, ultimamente), così come il modo di affrontarlo, trattandosi in tutto e per tutto di ciò che si suol definire mockumentary, ovvero finto documentario. Anche di mockumentary se n’è visti parecchi, ultimamente. In ogni caso, pur trattandosi di un’opera prima a bassissimo budget e pur non mancando evidenti ingenuità, il risultato non è niente male. Innanzitutto perché il fatto di essere un finto documentario aggira furbamente l’annoso problema del cinema di genere italiano, ovvero la recitazione: gli attori, per la maggior parte, recitano la parte di se stessi (o, meglio, la versione di se stessi nel mondo possibile creato dal film), cosa che rende accettabile lo scarso livello generale di dizione e pronuncia (sebbene uno dei protagonisti, lo sbirro acchiappammalati, abbia un modo di parlare davvero insopportabile, da tamarro torinese fatto e finito). Poi perché, pur inserendosi in un genere ben definito, The Gerber syndrome riesce a non somigliare eccessivamente a cose già viste: i malati-zombie, ad esempio, non sono né troppo simili ai babbioni addormentati di Romero né agli atleti sotto anfetamina di Danny Boyle. Anzi, qui è presente – in modo originale – un miscuglio di entrambi gli approcci, dal momento che la malattia ci viene mostrata in tutte le sue fasi, quella violenta e quella più “zombesca”. Altri elementi di interesse del film: il fatto che (a evitare l’effetto Rec e simili) vengano moltiplicati i punti di vista (lo sguardo è sempre quello della telecamera del finto documentarista, ma a parlare sono, di volta in volta, un medico, il già citato sbirro, un prete, varie autorità, contestatori di strada ecc…) e il fatto che, sotto sotto, sia presente una certa dose di critica sociale, uno sguardo intelligente che sfocia, talvolta, anche nella satira (i consigli di Topo Tino per non prendersi l’influenza sono simili a quelli realmente trasmessi dalla tv italiana qualche anno fa, spot che avevano come protagonista nientemeno che Topo Gigio). Il finale vorrebbe essere a sorpresa, ma il colpo di scena (i “terribili effetti” della cura del morbo) è un po’ telefonato. Un buon film d’esordio, comunque, che non può che suscitare qualche rimpianto sullo stato dell’industria cinematografica italiana, specialmente quella di genere: forse che, se si investissero più soldi, anche noi avremmo qualcosa da dire, in ambito horror? D’altronde, di storie e suggestioni paurose, la realtà italiana potrebbe offrirne non poche.

Alberto Gallo

tohorror film fest 2011

TOHff_poster2011

Solo due righe per segnalare l’imminente arrivo del ToHorror Film Fest, 11esima edizione.

Il festival si svolgerà al Blah Blah di Torino, in via Po, dall’8 al 12 novembre prossimi.

Chi legge di tanto in tanto questo blog probabilmente sa che non sono un superappassionato di horror e affini, ma è sempre bello che ci siano manifestazioni cinematografiche di questo tipo, portate avanti con pochi mezzi ma tanta ammirevole passione per il cinema, quale che sia il genere. In una città come Torino, poi, un festival di cinema dell’orrore, devo dire, ci sta a pennello, e allora ben venga questo ToHorror Film Fest.

Non ho ancora letto bene il programma delle proiezioni e degli eventi, ma credo proprio che quantomeno andrò a vedere il film italiano The Gerber Syndrome (di Maxi Dejoie, martedì 8 novembre, ore 20.30), di cui ho letto ottime cose su uno degli ultimi numeri del Mucchio Selvaggio. Uno di quei film da fine del mondo che si vedono sempre volentieri.

A questo link tutti i dettagli.

Alberto Gallo

con gli occhi dell’assassino

LOS OJOS DE JULIA (Spagna 2010)

locandina con gli occhi dell'assassino

La cecità. Un tema sempre interessante nel cinema e, in particolare, nel genere thriller/horror. Mi spiego: uno degli scopi principali di un buon thriller è quello di spaventare lo spettatore; lo spettatore si spaventa in quanto, in un modo o nell’altro, si identifica nel/nella protagonista, che spesso è vittima dei piani malvagi di qualcun altro; questa identificazione avviene nell’unico modo che il cinema ci concede, ovvero vedendo ciò che il protagonista vede: noi diventiamo lui, viviamo i suoi drammi e cerchiamo di salvarci insieme a lui; ma se il protagonista, e di conseguenza noi, non può vedere, come facciamo a spaventarci? Quali accorgimenti estetici e narrativi dovrà inventarsi il regista per trasmetterci la paura di chi non può scorgere il volto del suo nemico, il suo corpo, i suoi occhi, le sue armi?

Ed è proprio da questa scommessa che parte Con gli occhi dell’assassino, bel thrillerone dalle tinte horror che si inserisce in quel filone del nuovo cinema di genere spagnolo che negli ultimi anni (cfr. Jaume Balagueró) ci ha dato molte soddisfazioni: forse il nome del regista, Guillem Morales, non vi dirà molto, ma quello del produttore vi farà sicuramente capire di cosa stiamo parlando: si tratta del visionario autore messicano Guillermo Del Toro, già eminenza grigia, un paio d’anni fa, di un altro horror spagnolo niente male (The Orphanage) e autore in prima persona di La spina del diavolo, ambientato nel ’39 durante la guerra civile in Spagna – periodo storico che ha ispirato anche Il labirinto del fauno, ad oggi opera migliore di Del Toro.

Qui, invece, siamo ai giorni nostri. Julia e Sara sono sorelle gemelle, entrambe affette da una malattia genetica che le porterà presto a perdere completamente la vista. Un giorno Sara viene trovata impiccata nello scantinato di casa sua, ma la sorella, con cui negli ultimi tempi aveva troncato ogni rapporto, non crede alla teoria del suicidio, e tenta in ogni modo di scoprire cos’è realmente successo. Proprio nei giorni in cui l’agitazione e la malattia le stanno facendo perdere rapidamente la vista.

Uomini invisibili, arditi capovolgimenti narrativi, improbabili patologie oculistiche…: è necessaria una forte dose di sospensione dell’incredulità per godersi questo film. Per non parlare dell’uso, ragionato ma massiccio, di luoghi comuni horrorifici. Eppure, se si decide di stare al gioco, Con gli occhi dell’assassino risulta essere un ottimo film di genere, almeno fino a un quarto d’ora/venti minuti dal finale, quando tutte le carte vengono scoperte e la trama si riduce a una serie di violenze e inseguimenti abbastanza banale. Pollice in su per l’interpretazione della protagonista (la bellissima Belén Rueda, già in Mare dentro e nel citato The Orphanage) e per le musiche, convenzionali ma molto efficaci. Completamente fuori luogo, invece, la scena finale: lo spazio, i pianeti, le stelle… un’incomprensibile e inutile pacchianeria.

Alberto Gallo

frozen

FROZEN (Usa 2010)

locandina frozen

Avevamo parlato, a proposito del recente 127 ore, di quei film dove qualcuno rimane incastrato da qualche parte e non riesce più a uscirne per un bel po’ di tempo (cfr. anche Buried). Ecco, Frozen*, diretto dal giovane espertone di horror a basso costo Adam Green, è praticamente l’esempio perfetto, l’idea platonica di questo genere di pellicola: tre ragazzotti bellocci e furbetti (due lui e una lei), un posto isolato e inospitale (una seggiovia bloccata di notte in alta montagna), lo schema narrativo classico spensieratezza/disperazione/tentativo di razionalizzazione/cose molto brutte, un po’ di splatter e poco altro. Il 90 per cento del film si svolge proprio nello scarso metro quadrato dei sellini della seggiovia, tra inizi di congelamento, improbabili tentativi di fuga, dialoghi incazzosi e, ovviamente, noiosissime vicende personali buttate lì tanto per dare un po’ di spessore ai personaggi.

In ogni caso – sarà che i film di gente bloccata da qualche parte (non saprei in quale altro modo chiamarli) li apprezzo quasi sempre – per me Frozen non è niente male. D’altronde è anche difficile e ci va una certa abilità, secondo me, per rendere interessante una storia che prevede la presenza di pochissimi personaggi (tra l’altro tre attori abbastanza sconosciuti, per quanto Emma Bell spero di rivederla ancora, non necessariamente sul grande schermo) e una singola location. Ben dosate e piuttosto inquietanti anche le scene più smaccatamente horrorifiche, che vedono protagonista un branco di lupi e quel languorino allo stomaco che in alta montagna è praticamente inevitabile.
Niente di ché, ma un niente di ché che si fa vedere volentieri.

Alberto Gallo

* Notare l’ammiccamento pop alla canzone di Madonna.

vampires

28TFF

VAMPIRES (Belgio 2010)

Questo film è stato presentato in anteprima al XXVIII Torino Film Festival, in concorso nella categoria principale TORINO 28.

vampires

Finalmente un film horror, in questo festival che storicamente ha sempre avuto uno stretto legame con il cinema di genere. Anche se in questo caso si tratta di genere… sui generis, trattandosi infatti di un “metahorror”, di un mockumentary sulla strana e inquietante vita della comunità vampiresca del Belgio.

Diretto da Vincent Lannoo, Vampires presenta una vasta gamma di registri diversi, devo dire piuttosto ben amalgamati tra loro: si va dallo humor macabro in stile Famiglia Addams (ma decisamente più spinto, essendo trascorsi parecchi decenni) all’horror puro, dal documentario vecchio stile condotto alla maniera di un’indagine giornalistica alla sitcom familiare. C’è Georges Saint-Germain, il patriarca, Grace, la figlia più piccola in piena crisi adolescenziale (è stufa di essere vampira e vorrebbe diventare umana), Samson, il figlio maggiore che si caccia nei guai, i vicini, il capo tribù, la maestra che insegna ai suoi scolari come succhiare il sangue nel modo giusto… Una vera comunità parallela, insomma, che segue le sue regole (alimentari e sessuali), esce solo di notte e disprezza gli umani – di cui però si serve per sopravvivere.

Un film piacevolmente inutile? In generale sì, ma con qualche eccezione che ne compromette seriamente tanto la piacevolezza quanto l’inutilità. Nel primo caso mi riferisco alle scene dei pasti, cruente e realistiche, in cui i vampiri si siedono tranquillamente a tavola e divorano e dissanguano il malcapitato umano – roba da stomaci forti, credetemi. Per quanto riguarda l’utilità della pellicola è invece da sottolineare lo spirito di denuncia che il regista infila qua e là nel corso del film, in particolare la scena in cui un agente di polizia consegna ai Saint-Germain un pasto in omaggio: si tratta di un ragazzo, un nero del Mali immigrato clandestino. “Un buon modo per levarsi dai piedi gli indesiderabili”, dice Georges con nonchalance.

Un film ferocemente ironico. Arguto, divertente, disturbante.

Alberto Gallo

Post scriptum: se vi piacciono i film di vampiri un po’ diversi – e tutto si può dire di Vampires tranne che non sia diverso – andate a recuperarvi anche il recente Lasciami entrare, di cui è in preparazione un remake hollywoodiano.

devil

DEVIL (Usa 2010)

locandina devil

No, non si tratta di una metafora, purtroppo: il diavolo del titolo è proprio il diavolo, quello della Bibbia e delle leggende, creatura malvagia che viene sulla terra a prendersi le anime dei peccatori. In questo caso i peccatori sono bloccati nell’ascensore di un grattacielo di Philadelphia: una vecchietta isterica, un guardiano claustrofobico, una ragazza avvenente, un venditore chiacchierone e un giovane un po’ misterioso. Tutti con qualche macchia nel proprio passato. Chi, tra questi, è Satana sotto mentite spoglie?

Quando si dice un film di grana grossa: prodotto da M. Night Shyamalan, Devil, nonostante una prima parte discretamente interessante, è quanto di meno sorprendente e coinvolgente un horror possa offrire. Innanzitutto perché – scelta quantomai discutibile – ogni potenziale colpo di scena è spoilerato dai vaneggiamenti di un ispano-americano ipercattolico (un sorvegliante del grattacielo in questione), il quale, memore dei racconti di quand’era piccolo, riesce a prevedere per filo e per segno tutte le azioni del maligno. Poi perché la struttura alla Dieci piccoli indiani, ovvero il luogo comune narrativo che prevede un andamento per esclusione, in cui nel gruppo delle vittime, che cadono una a una a intervalli regolari, c’è anche il carnefice, è appunto un luogo comune, sfruttato da cinema e letteratura decisamente troppe volte. Infine perché, come si diceva all’inizio, non c’è un minimo di sottigliezza psicologica nè narrativa: dopo 20 minuti di film sappiamo già chi è il colpevole (anche se non sappiamo che faccia abbia), ne conosciamo il movente e persino il modus operandi (ammazza un personaggio ogni volta che nell’ascensore va via la luce).
Nessuna metafora, nessuna sorpresa: il diavolo è proprio il diavolo (parla pure con la voce distorta à la L’esorcista, che banalità), i peccatori sono proprio peccatori eccetera eccetera eccetera.

Dal re dei colpi di scena (piacciano o no Il sesto senso e The village sono film davvero originali e sorprendenti) era lecito aspettarsi molto di più.

Alberto Gallo

nightmare

locandina nightmare

Uno dei classici film su cui temo di non aver molto da dire.

Da un lato perché sarebbe necessario un confronto approfondito con l’originale di Wes Craven (1984), capolavoro horror old school, che però ho visto molto tempo fa e non ricordo nei dettagli.

Dall’altro perché questo remake, diretto dal quasi esordiente Samuel Bayer, è il tipico teenage horror dei nostri tempi (Final destination, Hostel, Non aprite quella porta, Venerdì 13, il recente The hole…) su cui non c’è poi da stare tanto a discutere: ben confezionato, pieno di ragazzini bellocci (più o meno della stessa età del target del film), ricco di scene spaventose eppure mai veramente pauroso, anonimo ma in fondo non disprezzabile.

Certo il Freddy Krueger originale (interpretato da Robert Englund) era un’altra cosa – più ironico, disturbante e memorabile di quello targato Jackie Earle Haley; certo anche il resto del cast non è che si distingua per personalità – rimangono nella memoria giusto le gambe chilometriche dell’avvenente Katie Cassidy; certo si tratta, in definitiva, di un film da domenica sera, di quelli che vanno bene anche visti in dvd quando proprio non si ha niente di meglio da fare. Eppure la sensazione finale – vuoi per una certa cura della messa in scena, vuoi per un paio di effetti speciali niente male, vuoi per il “blasone”: ho sempre avuto un debole per quel gran furbacchione di Michael Bay, qui produttore – non è quella di aver sprecato i soldi del biglietto. Un horror giovanilistico usa-e-getta come tanti altri. Avanti il prossimo.

Alberto Gallo

the hole

locandina the hole

Immaginatevi un’atmosfera alla O.C., ma più piccolo borghese: madre single con due figli a carico (un po’ problematici), un paesino sperduto nella provincia americana, una dirimpettaia giovane, bionda e attraente, feste in piscina… e un buco nello scantinato dal quale si materializzano le paure inconsce di chiunque abbia la sventura di guardarci dentro.

Idea (non dico carina ma) passabile: la trovata di trasformare allegoricamente la psiche umana e le sue fobie in un terrificante buco nero senza fine non sarà il massimo dell’originalità ma ci può stare. Realizzazione, salvo qualche piccolo tocco di classe (stiamo comunque parlando del veterano Joe Dante, quello di Gremlins e della Seconda guerra civile americana), che oscilla tra il banale, il penoso e l’involontariamente (almeno nel 90% dei casi) ridicolo. Il restante 10% si concentra interamente nei cinque minuti di titanico scontro tra un bambino di 10 anni che sembra Macaulay Culkin e un pupazzo a forma di giullare. La banalità risiede invece nella scelta di ambientare la vicenda tra una tetra villetta di provincia e un luna park abbandonato (luoghi evidentemente mai sfruttati dal genere horror) e nel fatto di aver assegnato i ruoli principali a due diciottenni insipidi e di bell’aspetto (il che la dice lunga sul target del film), mentre la penosità si manifesta in tutto il suo splendore specialmente nei terribili effetti speciali (se così si possono definire), degni del peggiore dei b-movie: il protagonista Dane e il suo perfido padre che precipitano nel vuoto urlando “nooooo” sono scene che non vorremmo mai vedere. Per non parlare della psicologia dei personaggi, tagliata con l’accetta e a dir poco prevedibile (ma a volte, come se non bastasse, pure incoerente – alè), e di un messaggio di fondo quantomai… particolare: le paure non vanno solo affrontate a viso aperto, con coraggio, al fine di venirne a patti e diventare dei veri ometti. Piuttosto vanno prese a mazzate, affrontate sì, ma come in un incontro di wrestling.

Tant’è che, terminata la proiezione, mi sono domandato: quando un aereo si fionderà in casa mia (tra l’altro distruggendola, considerate le dimensioni di un aereo e quelle di casa mia), costringendomi ad affrontare a mani nude la mia paura più grande, come mi dovrò comportare? Prendere a pugni la fusoliera? O cercare di disarcionare il pilota, ammesso che uno ce ne sia?
Ma soprattutto: cosa dirà la scatola nera?

Per quanto riguarda i piccoli tocchi di classe di cui sopra mi riferivo soprattutto alle belle scenografie del finale, che ricordano molto da vicino l’espressionismo tedesco, da Caligari in giù, e a un paio di scene “de paura” girate in modo apprezzabile. Ma d’altronde se è questo il genere cinematografico di cui avete bisogno per divertirvi tanto vale che andiate ad affittarvi il buon vecchio Nightmare.

Alberto Gallo

la città verrà distrutta all’alba

locandina la città verrà distrutta all'alba

Potrei parlare di questo film, e potrei parlarne male. Ma il fatto è che per un buon terzo di proiezione, lo ammetto, non ho fatto altro che dormire. D’altronde quando si commette l’errore di andare allo spettacolo dell’una di notte dopo aver passato due ore in una trattoria di specialità tipiche calabresi – cena squisita innaffiata da dosi abbondanti di rosso della casa – è quello il rischio che si corre. Dormire. Be’, si corre anche il rischio di farsi ritirare la patente nel tragitto in macchina tra il locale e il cinema, ma quello per fortuna non è successo.

Ora, tornando al nostro film… Bah, per quel poco che ho visto mi è sembrata la solita cretinata hollywoodiana horror-apocalittica assolutamente priva di qualsiasi interesse. Avete presente i luoghi comuni dei film con gli zombie, quei film dove alla fine è tutta colpa del governo che ha inventato un’arma batteriologica superpotente che poi è sfuggita al controllo, quei film pieni di sangue e squartamenti, quei film che quando passa un cattivo l’unico modo per impaurire un po’ lo spettatore è sparare uno “zan!” a volume insensato… insomma, avete presente quei film lì? Ecco, questa pellicola (di un tal Breck Eisner) è proprio così. Se vi piace il genere sicuramente la amerete, viceversa – è il mio caso – ve ne andrete dal cinema pensando alle ore di sonno (parzialmente) perdute e ai soldi (completamente) buttati nel gabinetto.
Ci sarebbe poi da fare il solito discorso sulla traduzione ridicola del titolo (in originale The crazies), ma oggi proprio non me la sento. Anche perché questo film è il remake di una pellicola di George Romero del 1973, identica nel titolo inglese e nella versione nostrana. Si tratta insomma di un peccato originale vecchio di quasi quarant’anni, e quindi non vale nemmeno la pena di parlarne.

Comunque – film a parte – è stata una buona serata, da ripetere. Forse la trattoria era un po’ troppo cara (25 euro a testa per antipasto, primo, dolce, vino, caffé e amaro è una cifra un po’ eccessiva, trattandosi in fin dei conti di cucina casereccia), ma ne è valsa la pena, specialmente per le orecchiette fatte in casa (alla ‘nduja o al ragù di melanzane) e le polpette al sugo con delle patate che erano la fine del mondo. Per non parlare della cameriera ubriaca fradicia (che non aveva segnato le prenotazioni di ben due tavolate e ha fatto scoppiare un gran macello) e del caffé servito direttamente nella moka.
Chiedo scusa per la recensione lacunosa. Stavolta è andata così.

Alberto Gallo

Ps: due righe sul regista Breck Eisner. Il suo cognome mi puzzava un po’ di già sentito e allora l’ho cercato su Google. E ho fatto bene, trattandosi infatti del pargolo di Michael Eisner, potentissimo ex ad della Walt Disney. Il solito raccomandato insomma – almeno in questo Hollywood non differisce molto dall’Italia – autore di capolavori quali Sahara (con Matthew McConaughey, e ho detto tutto) e Fear itself. Bah.

lasciami entrare

locandina lasciami entrare

Lasciami entrare è una storia di vampiri. Ma non dei soliti vampiri che centinaia di romanzi e pellicole ci hanno insegnato a conoscere: qui non ci sono castelli immersi nella nebbia, paletti di frassino, canini aguzzi e pipistrelli. In questo film il mostro è Eli, una bambina di dodici anni il cui dolore maggiore non è quello di dover ammazzare la gente per sopravvivere, bensì la solitudine. Senza amici, senza passato e senza futuro, si trasferisce con il padre (serial killer per forza: sua figlia si nutre di solo sangue umano) in uno sperduto paesino della Svezia, alla ricerca di nuove vittime. Qui conosce il coetaneo Oskar, che non è un vampiro ma come Eli è solo al mondo. Tra i due, nonostante l’età e la particolare condizione della bambina, nasce qualcosa di simile all’amore, un sentimento che li porterà a fuggire insieme da un mondo che non li capisce.

Struggente, spaventoso, minimale, ma anche kitsch, buffo, irrisolto: difficile giudicare Lasciami entrare, pellicola (esteticamente bellissima) che sfugge a generi e definizioni e che si pone a metà strada tra un horror low budget e un racconto di formazione. Nell’opera dello svedese Tomas Alfredson, presentata all’ultimo Torino Film Festival e premiata al Tribeca, convivono infatti registri e intenti assai diversi, alcuni molto riusciti, altri decisamente fuori luogo. In generale si può dire che i momenti migliori del film siano quelli di intimità tra i due ragazzi, davvero commoventi e originali, mentre risultano piuttosto banali le scene che vedono protagonisti gli altri abitanti del paesino, illustrati con forti dosi di luoghi comuni. Anche le sequenze più smaccatamente horror sono di qualità oscillante: se gli assalti della bambina affamata, efferati scoppi di violenza assassina inseriti tra momenti di calma apparente, raggiungono lo scopo di spiazzare e spaventare lo spettatore, meno necessarie (e decisamente trash) sono le due scene che vedono protagonista l’altra vampira del film, che prima viene assalita da un branco di perfidi gatti e poi prende fuoco.

Ma l’aspetto forse più interessante, sebbene poco approfondito, di Lasciami entrare è la drammatica questione morale che avvinghia l’esistenza della protagonista, bambina di dodici anni costretta a uccidere per non morire. “Prova a metterti al mio posto”, dice a Oskar in una delle scene più drammatiche del film. Impossibile non stare dalla sua parte.

Alberto Gallo