nora ephron

l'orgasmo di meg ryan in harry ti presento sally

Questo nome non dirà forse molto alla maggior parte dei cinefili occasionali del nostro Paese. Eppure Nora Ephron, morta ieri all’età di 71 anni nella sua New York, è stata a suo modo un genio: fossero stati donne e un po’ meno Registi e Autori con la R e la A maiuscole, forse Woody Allen e Steven Spielberg avrebbero fatto una carriera simile alla sua (ogni riferimento alla comune origine ebraica dei tre è puramente casuale. No, davvero).
Due titoli su tutti: Harry ti presento Sally (1989), di cui Nora scrisse la sceneggiatura, e C’è posta per te (1998), da lei scritto e diretto, entrambe deliziose commedie di ambientazione newyorkese con una all’epoca ancora bellissima e adorabile Meg Ryan.
Nella sua non lunghissima carriera questa sceneggiatrice, regista, produttrice e pure scrittrice americana (tanti ruoli, certo, ma un minimo comune denominatore chiamato commedia brillante) ha anche scritto sceneggiature per il grande Mike Nichols (Silkwood, 1983) e Diane Keaton (Avviso di chiamata, 2000, ancora con Meg Ryan) e diretto altre pellicole non proprio indimenticabili come Vita da strega (quella ****ata con Nicole Kidman e Michael Caine, 2005) e Michael (1996, con John Travolta nei panni di un arcangelo. Alè).
Anche la vita reale di Nora Ephron è stata in qualche modo simile a un film (fama, ricchezza e Oscar sfiorati a parte): il suo secondo marito (su tre) è stato nientemeno che uno degli ultimi, grandi eroi americani, Carl Bernstein, il giornalista del “Washington Post” che insieme a Bob Woodward scoperchiò lo scandalo Watergate. Ma anche il suo terzo marito non è da buttare via, trattandosi dello sceneggiatore (Quei bravi ragazzi, Casino…) Nicholas Pileggi.
Magari a voi che leggete queste righe non ve ne frega niente delle commedie brillanti americane con l’adorabile Meg Ryan, e magari nemmeno a me che le sto scrivendo, ma se invece davanti a quegli occhioni azzurri e quei capelli biondi (ormai già bianchi, temo) e quelle vicende così piene di profondi sentimenti romantici e un pizzico di ironia, ecco se davanti a tutto ciò o, seppur in minima parte, a causa di tutto ciò vi siete innamorati o commossi o divertiti, be’, magari, allora, Nora Ephron un po’ vi mancherà.

Alberto Gallo

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tonino guerra

blow up

Spiace, e parecchio, per la morte di questo grande sceneggiatore, noto ai più per una serie di ridicoli spot televisivi (ovvero: come sputtanarsi completamente in poche facili mosse) ma autore invece di alcuni dei copioni più belli e memorabili del cinema italiano. Aveva 92 anni il simpatico nonnetto romagnolo, e nella sua lunghissima carriera ha lavorato con alcuni dei più grandi maestri del grande schermo nostrano. Il suo nome rimane indissolubilmente legato a quello del regista Michelangelo Antonioni, per il quale ha sfornato, negli anni Sessanta, praticamente tutte le sue (sue di Tonino e sue di Michelangelo) cose migliori: L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso, Blow up e Zabriskie Point. Famosa è stata anche la collaborazione con Federico Fellini. Famosa e sopravvalutata, se devo dire la mia, ché se escludiamo Amarcord ha prodotto soltanto opere minori come E la nave va e Ginger e Fred. Tra gli altri maestri con cui Guerra ha collaborato fino agli anni Novanta troviamo altri nomi di spicco come Elio Petri, Vittorio De Sica, i fratelli Taviani, Mario Monicelli e, fuori dai nostri confini, Andrej Tarkovskij e Theodoros Angelopoulos.
Un grande, insomma, che nemmeno un insensato – e senile – ottimismo potrà farci dimenticare o sottovalutare.

Alberto Gallo

un anniversario

truffaut

Lo ammetto, senza Google e senza che qualcuno, poco fa, me lo facesse notare, non mi sarei mai ricordato di questo toccante anniversario.
Ma vale lo stesso, no?
Oggi François Truffaut avrebbe compiuto 80 anni.
Tanti auguri, dunque, e grazie di tutto – tu sai a cosa mi riferisco.

A.G.

ben gazzara

ben gazzara

Questo straordinario attore di origine italiana (il suo vero nome era Biagio Anthony Gazzara) è morto ieri per il solito maledetto tumore. Ed è una perdita grandissima per il mondo del cinema: ultimamente Gazzara non aveva fatto molto – e d’altronde aveva anche 81 anni – ma in passato, specialmente negli anni Sessanta e Settanta, la sua faccia furbetta e un po’ storta è comparsa in un numero incredibile di film memorabili.
Certo, poi i giornali italiani, con la loro consueta faciloneria/miopia italocentrica, sono già lì a ricordarci che “fu ‘il camorrista’ di Tornatore”, ma Gazzara è stato anche protagonista, tanto per dirne una, di alcuni dei capolavori di John Cassavetes, come Mariti (1970), L’assassinio di un allibratore cinese (1976 – forse la sua interpretazione migliore in assoluto) e La sera della prima (1977). È poi comparso, in ruoli più o meno importanti, in grandi film (non solo) americani come Anatomia di un omicidio (1959) e, più recentemente, Buffalo ’66 (1998), Il grande Lebowski (1998 – spassosa la sua interpretazione di un ricco e spietato pornografo di Malibu), Summer of Sam (1999) e Dogville (2003).
Ci mancherà parecchio questo grande interprete che, pur non avendo mai vinto un Oscar e avendo lavorato con Tornatore al fianco di Leo Gullotta (nessuno è perfetto), ha comunque saputo lasciare un’impronta indelebile nel cinema mondiale.

Alberto Gallo

elizabeth taylor

la gatta sul tetto che scotta

La morte di una star di Hollywood è spesso un triste argomento capace di offrire, al di là del dispiacere che può provocare, trattandosi ovviamente di un fattore soggettivo (in questo caso, per esempio, non posso dire di essere particolarmente addolorato, sebbene Liz abbia girato alcuni dei film più belli del cinema americano del dopoguerra), molti spunti di riflessione.

Il primo spunto di riflessione non può che scaturire dalla constatazione del triste stato in cui versa la stampa “specializzata” italiana: un rapido giro sulla versione online di alcuni quotidiani generalisti del nostro Paese dimostra quanto chi dovrebbe parlare di cinema, o comunque della vita di una persona che il cinema ha contribuito a forgiarlo e che dal cinema è stata forgiata, si riduca nel migliore dei casi a snocciolare un elenco di curiosità, nel peggiore a fare semplice e banale gossip. L’espressione più gettonata, in questi giorni, è stata “otto matrimoni”, seguita a ruota da “premio Oscar”. Come sempre mi succede in questi casi non posso che chiedermi se anche su questioni ben più importanti del cinema hollywoodiano i giornali italiani siano così imprecisi e faciloni (e, a giudicare dal modo in cui sono state giornalisticamente affrontate le recenti tragedie mondiali, direi che la risposta non può che essere affermativa).

Il secondo spunto di riflessione prende vita, invece, dal cinema attuale. Dal momento che, come sempre accade quando una star lascia questa (per lei dorata) valle di lacrime, son tutti lì a piangere sulla dipartita dell'”ultima diva o divo di Hollywood”. Altra aberrazione giornalistica, certo, ma in questo caso un fondo di verità c’è, dal momento che è sempre più difficile, nel cinema attuale, trovare quelle figure mitiche che affollavano le pellicole di cinquant’anni fa, attori più o meno bravi capaci comunque di trascendere dall’elemento cinematografico per entrare di peso nell’immaginario collettivo. Ma più che di un problema di attori si tratta forse di un più generale cambio di atteggiamento del pubblico nei confronti della settima arte, incapace, oggi, di sconvolgere le menti delle masse come un tempo. Piangeremo, tra qualche decennio, la morte di Scarlett Johansson? Quella di George Clooney? Con tutto il rispetto e la buona volontà credo proprio di no.

La terza questione, la più importante, si chiama cinema. Perché Elizabeth Taylor, che nacque in Inghilterra 79 anni fa, è stata protagonista di una manciata di pellicole memorabili, rese da lei, con la sua bravura e la sua bellezza abbagliante, ancora più luminose. Sì, luminose, abbaglianti… luce! Quando si ripensa ai suoi occhi nella Gatta sul tetto che scotta o alle sue espressioni disperate in Chi ha paura di Virginia Woolf? non possono che venire in mente simili ardenti metafore. Nella sua lunghissima carriera Liz ha avuto modo di lavorare con alcuni dei migliori registi americani, da Vincente Minnelli (Il padre della sposa, 1950) a George Stevens (Un posto al sole, 1951, e Il gigante, 1955), da Joseph L. Mankiewicz (Improvvisamente l’estate scorsa, 1959, e Cleopatra, 1963) a Mike Nichols (il già citato Chi ha paura di Virginia Woolf?) al nostro Franco Zeffirelli (La bisbetica domata, 1967). Accanto a lei sul set nomi altrettanto mitici come Paul Newman, il due volte marito Richard Burton, James Dean e Montgomery Clift. C’è altro da aggiungere? Be’, sì, in effetti due premi Oscar li ha vinti, per lo sconosciuto (o almeno, io lo sento nominare oggi per la prima volta) Butterfield 8 (1960, di un certo Daniel Mann) e per il meraviglioso, già ri-citato, Chi ha paura di Virginia Woolf?

Alberto Gallo

blake edwards

the party

Ottantotto anni è tutto sommato una buona età per andarsene. Specialmente se in quegli ottantotto anni sei diventato un eroe del cinema americano e sei stato a lungo sposato con Mary Poppins (Julie Andrews negli anni Sessanta non era niente male, e anche oggi è una vecchina affascinante). Blake Edwards, regista di talento, se n’è andato poche ore fa per cause naturali circondato dall’affetto dei suoi cari. Insomma, meglio di così non saprei proprio.

Ma veniamo al cinema, che poi è quello che ci interessa. Devo dire di non averne mai fatto una malattia, dell’opera di questo film maker dell’Oklahoma: il primo episodio della saga della Pantera rosa (1963) è davvero delizioso, ma gli altri li ho visti solo a spizzichi e bocconi; non conosco I giorni del vino e delle rose (1962), ma vorrei sinceramente rimediare; non ho mai sopportato, detto tra noi, Colazione da Tiffany (1961), che ritengo anzi uno dei grandi abbagli collettivi della storia del cinema; e non ho mai visto nemmeno il celebre Victor Victoria (1982), ma in questo caso invece non è che abbia tutta ‘sta voglia di riparare. In compenso ho amato e amo tuttora alla follia Hollywood party (1968), con Peter Sellers all’apice della sua genialità, una slapstick comedy praticamente muta che definire esilarante è poco. Se dovessi indicare un solo film per rappresentare il cinema americano degli anni Sessanta punterei probabilmente su questo titolo.

Ignorato per decenni dall’Academy e dalle giurie dei grandi festival (gli venne giusto giusto appioppato in extremis un Oscar alla carriera nel 2004), Blake Edwards, anche se non l’ho mai conosciuto e non ho mai visto nè letto una sua intervista, mi dà l’idea di essere stato una persona felice, un onesto (e milionario) cineasta senza troppi grilli per la testa. Spero se la sia spassata in qualche modo, e spero se la stia spassando anche adesso.

Alberto Gallo

dino de laurentiis

barbarella

Che vita!

Se c’è un personaggio che potrebbe – da solo – rappresentare il cinema italiano, il sogno americano, una carriera da playboy e i travagli di un’esistenza vissuta, in tutti i sensi, buoni e meno buoni, al massimo, questo è Dino De Laurentiis, produttore di svariati capolavori della settima arte morto oggi a Los Angeles a 91 anni.

Non starò qui a farvi perdere tempo prezioso con gossip (sua moglie fu nientemeno che Silvana Mangano), storie di emigrazione (si trasferì in America nel 1972 per non tornare mai più), saghe familiari e quant’altro – e d’altronde non è che ne sappia molto. Vi basti sapere che Dino dal 1940 alla fine del XX secolo ha prodotto, tra gli altri, Riso amaro (Giuseppe De Santis), Europa ’51 (Roberto Rossellini), La strada e Le notti di Cabiria (Federico Fellini, entrambi premitati con l’Oscar), La grande guerra (Mario Monicelli, Leone d’Oro a Venezia, forse il più grande film bellico mai partorito dal cinema italiano), Serpico (Sidney Lumet), Buffalo Bill e gli indiani (Robert Altman), L’uovo del serpente (Ingmar Bergman), Ragtime (Milos Forman), Velluto blu (David Lynch) e persino alcuni capolavori superkitsch come Barbarella (Roger Vadim) e Dune (ancora Lynch).

Che vita! E che cinema!

Alberto Gallo

arthur penn

bonnie

In questo mare di defunti mediocri, quotidianamente esaltati come eroi dalla nostra mediocre e cieca e smemorata società, si rischia di perdere contatto con il reale valore delle cose, con ciò che davvero merita di essere esaltato e ricordato, con le perdite che davvero sono in grado di lasciare un vuoto nella spolpata vita culturale del nostro occidente. È il caso di Arthur Penn, geniale regista americano morto oggi all’età di 88 anni.

Fu uno dei grandissimi della sua epoca: insieme a John Cassavetes, Mike Nichols, Robert Altman, Martin Scorsese e pochi altri fu artefice, ideologo e esponente di spicco della New Hollywood, quella new wave del cinema americano da cui scaturirono, tra la fine degli anni Sessanta e tutto il decennio successivo, alcuni dei massimi capolavori mai proiettati su grande (e poi piccolo) schermo.

Penn deve la sua fama – e da oggi l’immortalità – principalmente a tre film: Anna dei miracoli (1962), Bonnie and Clyde (1967) e Piccolo grande uomo (1970). Tre opere che ogni cinefilo che si rispetti dovrebbe almeno conoscere a memoria. Personalmente sono particolarmente legato al terzo, il western più ironico e originale mai partorito in America, con un Dustin Hoffman semplicemente grandioso.

Strana coincidenza: tra due giorni cadrà il centenario della nascita di colei che sarebbe diventata, con il volto di Faye Dunaway, l’eroina più famosa di Penn, Bonnie Parker.

Alberto Gallo

eric rohmer

la marchesa von...

Non sono mai andato pazzo per Eric Rohmer, morto oggi all’età di 89 anni.

Anzi, se devo dirla tutta è un regista che mi ha spesso infastidito nella sua ricerca quasi ossessiva dell’invisibilità, di uno stile così asciutto da risultare quasi freddo, distaccato, antipatico. Per non dire, talvolta, banale.

Forse gli unici due film di Rohmer che mi hanno lasciato qualcosa, che mi hanno in qualche modo emozionato, sono il suo esordio, Il segno del leone (1959), storia di barboni o giù di lì in una Parigi sporca e ostile, ben lontana da quella dipinta dai suoi colleghi della nouvelle vague, e La marchesa Von… (1976), troppo perfetto nel suo etereo (neo)classicismo per non essere amato.

Per il resto il nome di Rohmer mi riporta alla memoria, in ordine sparso:
una dormita colossale al cinema Massimo di Torino quando andai, con la mia ragazza di allora, a vedere Triple agent (una lamata che nemmeno Fantozzi con La corazzata Potëmkin);
un’altra serata trascorsa, sempre con quella stessa ragazza (eravamo grandi cinefili, insieme avremo visto almeno 200 film), a deridere Racconto d’autunno (ancora adesso è un film di cui non riesco a capacitarmi. Sbaglierò ma mi sembra veramente una pellicola troppo banale per essere vera);
un Natale (parlo di 3 o 4 anni fa) in cui mi venne regalato il cofanetto dei suoi Six contes moraux: una delle delusioni cinematografiche maggiori della mia vita. Li ho visti tutti solo ed esclusivamente per senso del dovere.

Ad ogni modo si tratta, almeno nei primi due casi, di ricordi più che piacevoli, e almeno di questo sono grato al Maestro.

Mi spiace parlare in questi termini di un regista (morto da poche ore) da molti considerato un genio, e di cui comunque non nego l’importanza, anche come critico cinematografico (ha scritto con Chabrol un fondamentale saggio su Hitchcock, fu tra le firme più prestigiose dei Cahiers du cinéma). Ma credo che il cinema sia un’arte capace come nessun’altra di entrare nella vita quotidiana delle persone e di determinarla in modi che spesso esulano dal cinema stesso. E per me Rohmer è stato, anche, tutto ciò che ho appena scritto.

Alberto Gallo

david carradine

david carradine

Che dire di David Carradine, morto ieri in circostanze ancora misteriose in un albergo di lusso a Bangkok (si parla di impiccagione) mentre stava girando un film?
Come molti altri cinefili della mia generazione (o almeno: come molti altri cinefili non necrofili e non tarantinamente ossessionati da tutto ciò che è b-qualcosa della mia generazione) ho conosciuto l’attore californiano (classe ’36) grazie alla parte che interpretò, ormai 5-6 anni orsono, nel quasi capolavoro in due parti di Quentin Tarantino Kill Bill. Il suo personaggio era proprio il Bill del titolo, e si può dire – piaccia o no – che si tratti di un ruolo entrato di diritto e di peso nella leggenda del cinema americano.
Per il resto la carriera di Carradine (figlio e fratello d’arte: suo padre John fu nel cast di Furore e Ombre rosse, suo fratello Keith recitò in Nashville e nei Duellanti. Una famiglia niente male, vero?) non fu precisamente brillantissima, ma nemmeno trascurabile: diventato famoso negli anni ’70 grazie alla serie tv Kung fu, ebbe qualche momento di gloria partecipando a film di maestri come Martin Scorsese (America 1929 – Sterminateli senza pietà, ma anche un piccolo ruolo in Mean streets) e Ingmar Bergman (il minore L’uovo del serpente).
Il suo ruolo più memorabile (dopo Bill, s’intende) rimane quello del folk singer Woody Guthrie in Bound for glory.

Alberto Gallo

un doppiatore

lionello e woody

Non mi interessa che Oreste Lionello fosse un attore, un cabarettista o l’imitatore ufficiale di Giulio Andreotti. Suvvìa, guardiamoci negli occhi, il Bagaglino era ed è una… cosa aberrante, e non merita nessuna rivalutazione (anche se non mi stupirebbe che ciò accadesse, dal momento che tutto, prima o poi, viene rivalutato. Alvaro Vitali, il pop degli anni ’80, Craxi…).

Lionello, però, morto poche ore fa dopo una lunga malattia, era anche un doppiatore. In particolare era la voce italiana di Woody Allen. Un timbro perfetto, assolutamente mimetico, inconfondibile e inimitabile. Mi sento di dire che se il regista e attore newyorkese é così popolare nel nostro Paese ciò é anche merito della sua voce doppiata. Forse sarebbe eccessivo sostenere che Lionello si é guadagnato un (per quanto piccolo) posto nella storia del cinema italiano, ma sicuramente ha lasciato un’impronta non indifferente nel cinema in Italia, dal momento che per milioni di cinefili del nostro Paese Woody Allen ha – anzi: é – la voce di Oreste Lionello.

Credo che non andrò più al cinema a vedere un film di Mr. Königsberg doppiato in italiano. Aspetterò che il film esca in dvd e me lo gusterò in inglese.
La voce italiana di Woody Allen andrebbe ritirata come i numeri di maglia dei campioni del basket.

Alberto Gallo

paul newman

paul newman

La gatta sul tetto che scotta, Lo spaccone, Il sipario strappato, Butch Cassidy, La stangata, Buffalo Bill e gli indiani. E ancora: Il colore dei soldi, Mr & Mrs Bridge, Mister hula hoop, Era mio padre.

Paul Newman era un grande. Anzi, un grandissimo, e lo era per davvero. Una leggenda vivente che oggi è entrata nel mito: dopo una lunga malattia (il solito maledetto cancro) uno degli ultimi miti della grande Hollywood (la fabbrica dei sogni che negli anni ’50 sfornò, tra gli altri, anche Marlon Brando e James Dean) ha lasciato questa valle di lacrime.

Ma Paul Newman non era solo un ottimo attore e un uomo bellissimo: era pure, a quanto si dice, una persona meravigliosa. Non avesse girato nemmeno un film, meriterebbe comunque tutta la stima di questo mondo per il suo grande impegno umanitario (riporta Wikipedia: “nel 1982 ha fondato la Newman’s own, azienda alimentare specializzata in produzioni biologiche i cui ricavati – più di 250 milioni di dollari al 2008 – vengono devoluti in beneficenza per scopi umanitari ed educativi. Con il PEN American Center, la Newman’s Own ha finanziato peraltro, sino al 2006, un premio annuale di 20 mila dollari riservato al cittadino statunitense che abbia più coraggiosamente difeso il primo emendamento della Costituzione statunitense, relativo alla libertà di espressione, di culto e di stampa”). Democratico di ferro (come il suo amico Robert Redford e come un altro grande scomparso da poco, Sydney Pollack), ebbe l’onore di finire sulla “lista nera” dei nemici di Nixon: un riconoscimento che nemmeno la medaglia d’oro al valore civile. John Lennon ne sapeva qualcosa. E in un certo senso pure Biagi e Luttazzi.

Con Paul Newman se ne vanno un’eleganza, un’intelligenza e un fascino d’altri tempi. Uno stile, in poche parole. Che forse il solo George Clooney, oggi, può permettersi di portare avanti. Forse.

Alberto Gallo

Ps: per tornare un secondo a parlare di cinema. Newman ha vinto un Oscar come migliore attore protagonista per Il colore dei soldi (1986) di Martin Scorsese. Oltre al grande regista italoamericano Newman ha lavorato con pezzi da novanta come Alfred Hitchcock, George Roy Hill, John Huston, Robert Altman, Sidney Lumet e i fratelli Coen. Suoi partner sul set furono, tra gli altri, il già citato Robert Redford, Elizabeth Taylor, Julie Andrews e Tim Robbins. Che dire di più?

dino risi

dino risi

Ma se ne stanno andando proprio tutti?

A un anno quasi esatto dalla dipartita di Michelangelo Antonioni (che spirò il 30 luglio del 2007, ventiquattro ore dopo la morte di un altro semidio, Ingmar Bergman) scompare anche il suo grande rivale, Dino Risi, colui che del cinema impegnato e intellettuale del regista ferrarese fu il contraltare più scherzoso e popolare.

Indimenticabile, a tal proposito, la frecciatina ad Antonioni che il cineasta milanese mise in bocca a Gassman, protagonista del suo capolavoro Il sorpasso: «La solitudine, l’incomunicabilità, poi quell’altra cosa, quella che va di moda oggi… la… l’alienazione, come nei film di Antonioni. Hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella».

Non amo particolarmente il cinema di Dino Risi, sebbene ritenga – come ogni cinefilo che si rispetti – alcuni dei suoi film capisaldi della cosiddetta commedia all’italiana. Talvolta i critici l’hanno paragonato a Billy Wilder, ma secondo me non c’è confronto.

Un giorno, però, mi capitò di incontrarlo.

Mi trovavo alla Fiera del Libro di Torino, doveva essere il 2004 o il 2005. Risi si trovava lì per presentare la sua autobiografia o qualcosa del genere – uno spesso volumone che non avevo nè i soldi nè la voglia di acquistare. Perciò andai da lui e gli dissi all’incirca: «Maestro, non comprerò il suo libro, ma potrebbe comunque farmi un autografo?». Il Maestro era un po’ sordo, e si fece ripetere la richiesta due o tre volte. Alla fine ridacchiò e borbottando: «Simpatico…» mi fece l’autografo sul programma della Fiera.

Fine dell’aneddoto. Da qualche parte devo ancora avere quel foglio.

Alberto Gallo

sydney pollack

sydney-pollack

Solo due parole per ricordare una figura importante del cinema americano: Sydney Pollack se n’è andato ieri per il solito stupido cancro, all’età di 73 anni.

Non un grandissimo, a mio parere. Intendo dire: apparteneva a quella generazione di cineasti che ha sfornato pezzi da novanta quali Scorsese, Coppola e Woody Allen, geni innovatori ben più importanti di lui. Eppure la sua lunga filmografia presenta opere di un certo rilievo, dirette con classe e personalità: film commerciali, certo, ma non per questo disprezzabili. A mio avviso il suo capolavoro è I tre giorni del condor (film “impegnato” con Robert Redford, Max Von Sydow e Faye Dunaway – 1975), ma si ricordano con piacere anche Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Tootsie e La mia Africa (che nel 1985 gli valse ben 7 premi Oscar).

Se devo essere sincero, però, credo che Sydney Pollack abbia dato il meglio di sè come attore caratterista più che in qualità di regista. Ottime le sue interpretazioni in Mariti e mogli di Woody Allen, nei Protagonisti di Altman e soprattutto in Eyes wide shut di Stanley Kubrick.

Se n’è andato un cineasta cinefilo con un volto da americano semplice e un cuore democratico. Ci mancherà.

Alberto Gallo

charlton heston

charlton heston

Charlton Heston se n’è andato alla veneranda età di 84 anni.

Alzheimer.

Che dire? Non recitava da parecchi anni e l’ultima volta che lo si era visto sugli schermi italiani – in Bowling for Columbine – tesseva le lodi di pistole e fucili.

La verità è che Charlton Heston era un conservatore repubblicano bushiano reaganiano della peggior specie, l’americano medio un po’ classista, un po’ razzista e un po’ bigotto che nessuno vorrebbe mai incontrare.

E non era nemmeno un grande attore.

Cionondimeno è impossibile non ricordare con piacere alcune pellicole da lui interpretate tra la fine degli anni ’50 e la metà degli anni ’70, tra cui spiccano Ben Hur, Il pianeta delle scimmie, Soylent green (sì, quello dove la gente nel futuro si pappa i morti) e soprattutto L’infernale Quinlan, uno dei più grandi capolavori di Orson Welles.

Alberto Gallo

roy scheider

roy scheider

Se n’è andato pure lui, nell’indifferenza più o meno generale.

E finchè si tratta di indifferenza ci può ancora stare. D’altronde Roy Scheider non era certo Marlon BrandoMarcello Mastroianni. Ma quando capita di imbattersi in titoli che proclamano la morte del “protagonista dello Squalo” (“che aveva pure sfiorato l’oscar”! Ma pensa…), allora ti rendi conto del pressapochismo e dell’inutilità della stampa (italiana). Che, quando si tratta di analizzare fin nei minimi dettagli la vita dell’ultima ereditiera drogata o della cantante ricoverata per tentato suicidio, non si fa mancare nulla: reportage, servizi televisivi, gallerie fotografiche, opinionismo di varia natura e chi più ne ha più ne metta. Ma quando a lasciarci le penne è un grande professionista, uno dei volti più importanti della Hollywood degli anni ’70, un interprete elegante e discreto… allora si scade nel trafiletto, nel compitino, nella notizia breve: «È morto, vabbè, peccato, pensiamo ad altro. Ah! A proposito, che ne pensate della lite tra Paris Hilton e Lindsay Lohan?».

Dunque come piccolo risarcimento postumo a questo grande attore ecco un breve elenco di film imperdibili da lui interpretati, al fianco di pezzi da novanta del calibro di Dustin Hoffman, Gene Hackman e Jessica Lange:

Il braccio violento della legge (1971, di William Friedkin), Lo squalo (1975, di Steven Spielberg), Il maratoneta (1976, di John Schlesinger), Il segno degli Hannan (1979, di Jonathan Demme) e All that jazz (1979, di Bob Fosse).
Ci mancherà.

Alberto Gallo

ingmar bergman

persona

Vorrei – e sì, dovrei – avere più tempo per commemorare, nel mio piccolo, in modo degno, la figura di un grande uomo (nonchè, tra le altre cose, un grande anzi enorme regista) scomparso oggi, Ingmar Bergman.
Ma purtroppo, tutti lo sanno, l’estate, col cinema d’autore, molto d’accordo non ci va: troppo caldo, troppe distrazioni per potersi godere a modo storie tristi, difficili e impegnate.
Se proprio ci si deve confrontare con un cinema o un lettore dvd tanto vale dedicarsi a commedie o film d’azione. Così, tanto per fare qualcosa mentre ci si gusta l’ennesimo gelato.
Ingmar Bergman ha scelto proprio un giorno stupido per andarsene. Avesse atteso ancora qualche mese forse ce ne saremmo curati di più.
L’inverno è la stagione più bergmaniana.

Alberto Gallo