hugo cabret

HUGO (Usa 2011)

locandina hugo cabret

“Non starò ad annoiarvi con la storia del mio amore totale e quasi irrazionale per Martin Scorsese; con aneddoti su quando, da piccolo, giacché non funzionava il timer del mio videoregistratore, mi alzavo nel cuore della notte per registrare Toro scatenato o Fuori orario; con la delusione che provai il giorno in cui, sperando di vederlo dal vivo al Teatro Regio di Torino in occasione della presentazione del restauro di Cabiria, scoprii che il suo intervento era un video registrato; con il racconto di quando trovai tre fotobuste originali di Taxi driver, spendendo un patrimonio per comprarle e incorniciarle. Ecco appunto, non starò ad annoiarvi con queste cose. Mi limiterò a dirvi che per me Martin Scorsese è il cinema”.

Con queste parole, due anni fa, iniziavo la recensione di Shutter Island. Parole che erano quasi un mettere le mani avanti, dal momento che – fatta salva la solita, straordinaria qualità scorsesiana delle immagini – quel film mi aveva deluso un bel po’. Perché allora ho deciso di riprendere quell’incipit? Sto forse cercando di dirvi in qualche modo che anche questo Hugo Cabret non è stata la rivelazione che mi sarei aspettato? Un’altra delusione da parte di un regista che, arrivato alla soglia dei 70 anni, non sa più stupire/stupirmi? In un certo senso è così, ché sebbene questo film sia tutt’altro che un’opera banale o svogliata o senile non è certo il capolavoro che era lecito attendersi date le premesse (vedremo tra poco quali), rimanendo nei binari di una pur riuscita pellicola per bambini o, al limite, per cinefili con la sindrome di Peter Pan.

Le premesse, in tre nomi:
1) Martin Scorsese, ancora, ça va sans dire: da una leggenda del cinema, una delle poche rimaste ancora in attività, è giusto pretendere e aspettarsi sempre il massimo;
2) Brian Selznick, autore di The invention of Hugo Cabret, la premiatissima graphic novel da cui è tratto il film: io non l’ho letta, ma si dice in giro che sia un’opera incredibilmente affascinante;
3) Georges Méliès, mitico pioniere del cinema fantastico e di fantascienza, la cui figura (interpretata dal grande vecchio Ben Kingsley) è al centro della vicenda.

Partiamo proprio da quest’ultimo nome. Quando stavo a Parigi (città dove è ambientato anche Hugo Cabret – tutto torna) mi capitò di vedere una mostra su Méliès alla Cinémathèque française: per uno come me, cresciuto a pane e Sergio Leone (e Coppola, e Woody Allen, e Stanley Kubrick), non era e non è certo facile capire e apprezzare una simile idea arcaica di cinema, quei rozzi effetti speciali, quei fotogrammi dipinti a mano, quell’entusiasmo quasi fanciullesco di chi si trovava di fronte a una forma d’arte appena nata e ancora piena di promesse da mantenere. Eppure rimasi affascinato da quei mondi impossibili, un po’ proto-horror e un po’ Jules Verne, capendo, in fondo, perché Méliès fosse diventato alla sua epoca così incredibilmente popolare e influente sul cinema a venire. Scorsese resuscita la figura di questo leggendario mago e regista francese, mettendola al centro di una vicenda abbastanza complicata – ambientata per la maggior parte in una stazione parigina – il cui principale agente è il piccolo Hugo, orfano con la passione della meccanica e – va da sé – della settima arte: al cinema ci andava sempre col babbo, prima che morisse, e a vedere un film di Buster Keaton ci porta pure, per una sorta di primo appuntamento preadolescenziale, la figlia adottiva di Méliès, Isabelle, che fino ad allora le avventure le aveva vissute soltanto sulle pagine dei libri. Ecco perché, dicevo, Hugo è un film per cinefili (cosa che fa sempre piacere: è raro che l’amore per il cinema porti un regista a partorire schifezze), sorta di prequel ideale e sempre parigino di The Dreamers, laddove i protagonisti non hanno ancora scoperto il sesso e i film, pure loro, non hanno ancora perso l’innocenza. Dopo tanti documentari girati da Scorsese sulla storia del cinema, dopo tanti restauri di vecchie pellicole e tanti interventi pubblici volti a far conoscere i bei film di una volta, era quasi ovvio che la cinefilia dovesse prima o poi entrare di peso in un film del regista newyorkese. Fin qui tutto bene, insomma, e non si tratta certo dell’unico punto di forza del film: bellissima è, ad esempio, la regia, dinamica e inventiva come non mai, specialmente nei primi minuti di pellicola, minuti in cui la macchina da presa non ne vuole proprio sapere di stare ferma, inseguendo situazioni e personaggi in una serie ininterrotta di virtuosismi, esaltati dal montaggio anch’esso superdinamico della più antica e fedele collaboratrice di Scorsese, Thelma Schoonmaker (già premio Oscar per Toro scatenato, The aviator e The departed). Geniale anche l’idea di ri-girare alcune scene dei vecchi film di Méliès, svelandone trucchi, magie ed effetti speciali.

C’è poi, però, tutta una serie di scelte che proprio non mi è piaciuta. A cominciare dal buonismo spielberghiano di fondo. Esatto, ho detto spielberghiano: se non avessi letto sui giornali che il regista di Hugo Cabret è Martin Scorsese, quello dei gangster movie superviolenti, quello che negli anni Settanta insieme a pochi altri autori rivoluzionò il cinema americano, avrei detto di trovarmi di fronte all’ennesimo film per bambini di Steven Spielberg o Robert Zemeckis (con un pizzico di Tim Burton e Terry Gilliam, va’). Uno di quei film dove anche i personaggi apparentemente più negativi alla fine si rivelano buoni (si comportavano male solo perché erano tristi), dove tutti alla fine trovano la felicità di coppia, dove tutti i reietti e i falliti alla fine ottengono il riscatto. Uno di quei film pieni di frasi strappalacrime e musiche pompose (sebbene in questo caso non disprezzabili: lo score è del veterano Howard Shore, ma c’è anche un po’ di Satie) a sottolineare gli stati d’animo dei protagonisti. Uno di quei film privi di vere sorprese capaci di spiazzare, anche in maniera “scomoda”, lo spettatore. Altro lampante rimando a Spielberg è l’ambientazione, terribilmente simile a quella di The terminal: là c’era un aeroporto, qua una stazione, ma quel mondo chiuso (in contrasto con i mezzi di trasporto che paradossalmente vi passano incessantemente) e quei personaggi fissi (simbolici, direi, e monodimensionali) che lo popolano, narrativamente capeggiati da un protagonista (un outcast in entrambi i casi) che deve portare a termine una missione contro tutto e contro tutti, sono gli stessi. Altre cose che non mi sono piaciute: il 3D (ma comincio a pensare che sia un problema mio: non mi piace mai, mi distrae, e non mi piace spendere 10 euro per una cosa che non mi piace), un cast non del tutto all’altezza della situazione (ok, ci sono Kingsley e Christopher Lee, ma pure l’insopportabile Sacha Baron Cohen e una serie di facce un po’ inutili, Hugo compreso) e il doppiaggio (ma qui non è colpa di Scorsese. Qualcuno asporti le corde vocali a Pino Insegno, per piacere: non mi va di vedere un film d’autore con in mente la Premiata Ditta).

Le recensioni di Hugo Cabret si sono sperticate in elogi (e pure l’Academy ha apprezzato: 11 nomination agli Oscar!), sprecando termini ed espressioni di giubilo un po’ vuoti di significato come “la magia del cinema” e “un film che fa sognare” (in che senso? Che ti addormenti durante la proiezione? Non è un buon complimento). Io, l’avrete capito, sono solo parzialmente d’accordo, eppure consiglio comunque di andare a vederlo, questo film. Sia perché di un autore come Scorsese bisognerebbe vedere tutto, sia perché si tratta di una buona occasione per imparare o ripassare qualcosa sulla preistoria di questa meravigliosa “invenzione dei sogni” chiamata cinema.

Alberto Gallo

tv.b. / 7 (boardwalk empire)

boardwalk empire 1

BOARDWALK EMPIRE

In questi ultimi tempi, dopo essermi goduto con enorme soddisfazione l’ennesima stagione di House e le prime due di Mad Men, mi era fugacemente passato per la testa il pensiero che le serie tv americane avessero raggiunto il loro punto artisticamente più elevato, e che sostanzialmente nulla avrebbe potuto essere altrettanto valido. Ebbene, dopo aver visto la prima (e per ora unica) stagione di Boardwalk empire posso dire con una certa dose di sicurezza di essermi sbagliato alla grande: questo serial, prodotto da – e scusate se è poco – Martin Scorsese e Mark Wahlberg, è qualcosa di clamorosamente bello e appassionante, un kolossal televisivo degno del miglior cinema che rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti da una fiction per il piccolo schermo.

Siamo ad Atlantic City, New Jersey, all’indomani della fine della prima guerra mondiale, quel periodo della storia americana comunemente noto come proibizionismo. Protagonista della vicenda è il politico/boss della malavita Enoch “Nucky” Thompson (un immenso Steve Buscemi), che con le sue manovre sporche controlla il traffico illegale di alcolici e le sorti politiche della città. Accanto a lui (ma più spesso contro di lui) il giovane reduce – ma anche gangster in erba – Jimmy Darmody (un Michael Pitt finalmente libero dal suo ruolo di vice Di Caprio), il fondamentalista cristiano e incorruttibile agente federale Nelson Van Alden (quella geniale faccia da pazzo che risponde al nome di Michael Shannon) e un giovane, ma già violentissimo, Al Capone. Il mondo di Boardwalk empire (titolo che fa riferimento al lungomare di Atlantic city, finestra sull’oceano) è un posto pericoloso e selvaggio dove immigrati italiani, irlandesi ed est-europei contendono a negri, ebrei e ad ogni altra sorta d’etnia il controllo del crimine organizzato, tra sparatorie, regolamenti di conti, bordelli e corruzione ai massimi livelli. Un immaginario tipicamente gangsteristico, dunque, che emerge in tutta la sua potenza evocativa grazie a costumi e scenografie incredibilmente curati in un continuo rimando ai classici cinematografici del genere (come non pensare a C’era una volta in America durante la cerimonia di inaugurazione del proibizionismo? E come non ricordare il finale del Padrino con tutti quei montaggi alternati che sono ormai un vero e proprio topos del genere gangsteristico?).

boardwalk empire 2

Ma ci sono, in questa serie, anche dosi massicce di originalità, elementi non riconducibili ai “soliti” film di mafia. Il fatto di ambientare la vicenda ad Atlantic City, per esempio. Scelta che permette allo script di tenersi lontano dalle usuali ambientazioni chicagoane o newyorkesi (sebbene qualche scena si svolga proprio in queste due città, capitali della malavita americana degli anni Venti); oppure il fatto di inserire nella vicenda personaggi lontanissimi dagli stereotipi gangsteristici: è il caso del già citato agente Van Alden, che passa le serate a fustigarsi per i suoi peccati, o di Richard Harrow, reduce di guerra che in battaglia ha perso metà del suo viso, costretto dunque a girare con una maschera di ceramica a coprire il volto sfigurato. Si tratta forse del personaggio più riuscito dell’intero serial, una figura tragica e complessa (voce bassa e roca, quasi un mostro da film horror che nonostante il carattere mansueto non può che spaventare chiunque gli capiti a tiro, soprattutto i bambini) che getta un’ombra di inquietudine in tutte le azioni in cui viene coinvolto. Altro elemento che allontana Boardwalk empire dai classici film di gangster è l’importanza e l’originalità attribuita ai ruoli femminili: certo, c’è la pupa del boss (interpretata dalla splendida Paz de la Huerta), c’è la spogliarellista, ci sono un gran numero di puttane e mantenute, ma c’è anche Angela Darmody, moglie di Jimmy pittrice e lesbica, e c’è soprattutto Margaret Schroeder, amante di Nucky, immigrata irlandese povera, ingenua ma anche intelligente e preparata (in una parola: moderna) il cui ruolo rappresenta l’onesta e pacifica razionalità della donna in un mondo dominato da uomini crudeli e violenti.

Sulla (elegante) falsariga di Mad Men anche Boardwalk empire evita di cadere nella trappola del colpo di scena a tutti i costi: la trama, come accennato sopra, è molto avvincente, ma tutto si svolge con una tale lentezza narrativa che quasi non ci si accorge che qualcosa stia accadendo. Perché ciò che conta, in questo serial, non è tanto il cosa, quanto il come: la qualità estetica del prodotto è talmente elevata da risultare quasi manierista, ma in un modo virtuoso che riesce a coniugare perfettamente azione e riflessione, indagine storica (molti personaggi sono ispirati a figure realmente esistite) e intrattenimento, tette&culi (in gran quantità) e classe sopraffina. Come sopraffina e di livello cinematografico è la prova dell’intero cast, in cui spicca il già citato Buscemi nel suo ruolo più bello e importante da anni a questa parte. Talmente bravo lui e talmente sfaccettato questo personaggio che dopo 12 episodi di 50 minuti l’uno ancora non si riesce a capire se si tratti di una figura totalmente negativa oppure no. Probabilmente anche in questo caso si tratta semplicemente di un personaggio moderno, lontano dagli stereotipi manichei del gangster/politico corrotto: assassino, pappone, malavitoso, emotivamente fragile e insicuro, protettivo nei confronti delle persone a cui vuole bene, convinto di agire per il bene della collettività, ipocrita, spietato, capace di passare nella stessa giornata dall’associazione femminile per la difesa dei valori a un bordello a una distilleria illegale. Mi ricorda qualcuno.

Alberto Gallo

shutter island

locandina shutter island

Non starò ad annoiarvi con la storia del mio amore totale e quasi irrazionale per Martin Scorsese; con aneddoti su quando, da piccolo, giacché non funzionava il timer del mio videoregistratore, mi alzavo nel cuore della notte per registrare Toro scatenato o Fuori orario; con la delusione che provai il giorno in cui, sperando di vederlo dal vivo al Teatro Regio di Torino in occasione della presentazione del restauro di Cabiria, scoprii che il suo intervento era un video registrato; con il racconto di quando trovai tre fotobuste originali di Taxi driver, spendendo un patrimonio per comprarle e incorniciarle.

Ecco appunto, non starò ad annoiarvi con queste cose. Mi limiterò a dirvi che per me Martin Scorsese è il cinema, o quantomeno lo è in buona ma non molto numerosa compagnia.

Shutter island. Un thriller. Era dai tempi di Cape fear che il Maestro non ci regalava una storia piena, nelle intenzioni, di suspence e colpi di scena. Però, ecco: nelle intenzioni. Il fatto è che, salvo qualche scena di grande impatto emotivo, questo film non riesce a rendere a livello narrativo quanto a livello estetico. Tanto per essere chiari: la vicenda di questo film è eccessivamente prevedibile, mentre le immagini, le scenografie, le luci, i costumi e l’ambientazione sono, come sempre quando si parla di Scorsese, di livello superiore.

Si parte con una barca sgangherata in mezzo alle acque di un mare agitato, immersa nella nebbia e diretta verso un’isola misteriosa. Isola dove, si scopre di lì a poco, si trova un manicomio per pericolosi criminali. Ecco, sin da queste primissime immagini – lente, grandiose – lo spettatore si trova immerso in un’atmosfera di inquietante bellezza, dominata da volti angosciati e angoscianti, rumori sinistri, una natura e un’architettura che sembrano voler crudelmente dominare i personaggi. Un ottimo inizio, che ci catapulta senza troppi preamboli in medias res: una pericolosissima detenuta, colpevole di aver ammazzato i suoi tre figli, è scappata. Due agenti federali hanno il compito di ritrovarla. Poi, però, come per magia, tutto si sgonfia, e la splendida atmosfera d’angoscia e follia che aveva caratterizzato i primi minuti di pellicola lascia il posto a un thriller decisamente telefonato. E decisamente troppo moderno. Voglio dire, cosa c’entrano quegli effetti speciali in computer grafica (sia maledetto chi l’ha inventata) e quei sogni kitsch con il piatto un po’ maccartista (siamo nel 1954) e un po’ alla Il corridoio della paura che Scorsese ci aveva preparato e fatto annusare? Non voglio (una volta tanto) rovinare il finale a chi non ha ancora visto questo film, ma non posso tacere il fatto che Shutter island soffre di una malattia molto comune ai thriller/horror moderni: la sindrome da Sesto senso, anche nota come morbo di The others. È mai possibile che gli sceneggiatori, al giorno d’oggi, non siano capaci di inventarsi un finale che non sia necessariamente il drastico capovolgimento di quanto si è visto durante tutto il film?

C’è poi un altro problemuccio. Il protagonista, Leonardo Di Caprio. Come attore, per carità, è bravino, o quantomeno c’è di molto peggio, ma qui è proprio fuori parte con la sua faccia da eterno bamboccio: non bastano tutte quelle smorfiette alla Robert De Niro per sembrare un uomo adulto e tormentato. Ma a Scorsese chissà perché piace tanto, hanno già lavorato insieme a quattro film, e allora ce lo facciamo piacere anche noi. Ben Kingsley e Max von Sydow, invece, con quei ghigni malefici da vecchie volpi del grande schermo, sono perfetti nei loro (comunque non esaltanti) ruoli.

Nonostante una struggente e abbastanza imprevedibile scena finale Shutter island non può che risultare, in ultima analisi, una mezza delusione. Sia chiaro, non è un brutto film, ma dai grandi è lecito aspettarsi ben di più. O quantomeno è lecito aspettarsi una vicenda che, per quanto confezionata in grande stile, non sia palesemente già svelata al trentesimo minuto di pellicola, e per di più non priva di incongruenze.

Alberto Gallo

shine a light

locandina shine a light

No. I Rolling Stones non sono affatto simpatici. Sono anzi arroganti e supponenti. Sono troppo ricchi e non fanno nulla per nasconderlo. Sono vecchi in modo imbarazzante e ancora fanno strappare le mutandine alle adolescenti. Suonano da trent’anni le stesse canzoni.

Eppure sono maledettamente grandi. I più grandi. E suonano il rock’n’roll migliore che la storia abbia mai conosciuto. Shine a light, film-concerto diretto da Martin Scorsese, non fa che confermare questa semplice tesi.

Catturati per due ore dalle splendide e frenetiche immagini del regista newyorkese, che volano tra i quattro membri della band fotografandone con la consueta genialità (e impietosità) vezzi, mosse, strumenti e rughe, gli Stones sfoderano il meglio del loro repertorio. Le canzoni, certo, quegli inni – spesso di una semplicità disarmante – che hanno costruito il mito stesso del rock’n’roll (da Satisfaction a Brown sugar passando per Jumpin’ jack flash e Sympathy for the devil), ma anche i balletti supersensuali eppure così ironici di Mick Jagger. Il volto scavato dal tempo di Keith Richards, che da decenni sbaglia l’attacco di quasi ogni riff ma va bene lo stesso. L’impassibilità di Charlie Watts, che in tutto il concerto pronuncia una sola parola («Hello») scatenando il sarcasmo del frontman («Sa parlare!»). L’aria sorniona di Ron Wood, l’ultimo arrivato, spalla ideale dell’altro diabolico chitarrista. Nonostante le inevitabili sbavature e stonature (ehi, stiamo parlando della musica del diavolo, mica di quei tromboni di Mozart e Chopin!) l’alchimia tra i quattro è perfetta. Il ritmo serratissimo. La grinta impressionante.

Ma tutto ciò, da solo, non sarebbe bastato: quando Martin decide di fare una cosa decide di farla bene. Perciò, signore e signori, accogliete con un caldissimo applauso gli ospiti della serata! Ovvero Jack White dei White Stripes (interpretazione tiepidina di Lovin’ cup), il bluesman Buddy Guy (che non fa un granchè ma è abbastanza simpatico da meritarsi in regalo la chitarra di Keith Richards) e quella gran biondona che risponde al nome di Christina Aguilera (che non solo ha una splendida voce, ma chissà come avrà reso felice Mick Jagger in camerino).

E poi gli spezzoni di video d’epoca: spassosissime interviste in bianco e nero che ritraggono i nostri eroi ancora adolescenti o poco più intenti a sfottere e spiazzare in tutti i modi i malcapitati giornalisti. Memorabile, in particolare, un’intervista recente in cui Richards, saggiamente, afferma: «Non so chi sia il chitarrista migliore, tra me e Ron. La verità è che siamo entrambi abbastanza scarsi, ma insieme facciamo scintille».

Ecco, i Rolling Stones sono una vera lezione d’umiltà. Scopano più di noi, suonano meglio di noi, sono più ricchi di quanto mai potremo essere noi, eppure la sensazione finale non può che essere una sola: se lo meritano, e speriamo che continuino a farlo ancora a lungo.

Alberto Gallo

l’insostenibile leggerezza degli academy award / 1

departed

Da oggi il mondo del cinema, o almeno quella parte della cinematografia mondiale che risponde al nome di Hollywood, ha una colpa in meno: dopo anni di efferati crimini commessi ai danni di innocenti geni quali Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, Charles Chaplin e David Lynch, dalla notte del 25 febbraio l’Academy non potrà più essere accusata a gran voce da milioni di cinefili… di non amare il cinema. In poche parole: Martin Scorsese, “il” regista per eccellenza, colui che più di ogni altro cineasta ha saputo dare un senso alla settima arte dagli anni ’70 ad oggi, l’ultimo genio di Hollywood, ha vinto un Oscar.
Bene, bravi, evviva.
Passato l’entusiasmo, però, è tempo di fare un paio di riflessioni. Innanzitutto bisogna precisare cosa significa vincere un Oscar: quando un film si aggiudica una statuetta l’ambìto premio non va al regista, bensì al produttore. È questo il motivo per cui si dice che il grande Hitchcock sia sempre rimasto a bocca asciutta, sebbene il suo Rebecca, la prima moglie avesse vinto il premio come miglior film nel 1940. L’utilità di distinguere i premi per miglior film e miglior regia può essere messa in discussione: se è vero che il regista è l'”autore” del film in tutto e per tutto, allora i due riconoscimenti dovrebbero coincidere. E perchè, d’altronde, se un film è stato giudicato il meglio diretto in un determinato anno, allora non dovrebbe essere il migliore tout court? Cosa distingue un film “bello” da un film “ben diretto”? Non sono forse la stessa cosa? C’è da dire, infatti, che spesso chi si aggiudica un premio si porta a casa pure l’altro. Un’ulteriore precisazione va fatta nei confronti di quei casi in cui le pubblicità, per attirare il pubblico verso un determinato film, recitano: «Dal regista premio Oscar…», quando magari il prodotto in questione è stato diretto da un regista un cui film ha vinto in passato soltanto una statuetta per i costumi o il montaggio sonoro. Se dovessimo accettare questo genere di definizioni, allora Martin Scorsese sarebbe un “regista premio oscar” da più di vent’anni. Le sue opere infatti hanno spesso ottenuto prestigiose statuette: dai premi per gli attori protagonisti (De Niro in Toro Scatenato e Paul Newman in Il colore dei soldi), a quelli per gli attori non protagonisti (Joe Pesci in Quei bravi ragazzi e Cate Blanchett in The aviator) alle statuette “tecniche” per il montaggio (Thelma Schoonmaker per Toro scatenato) e la fotografia (Robert Richardson per The Aviator), i film del regista italoamericano hanno spesso portato a casa un buon numero di riconoscimenti.
Mancavano solo, come si è detto, i premi per miglior film e miglior regia, arrivati quest’anno per il gangster movie The departed. L’impressione, ad essere del tutto sinceri, è che si tratti di un riconoscimento tardivo, quasi un oscar alla carriera, assegnato a Scorsese come parziale risarcimento per le incredibili sconfitte subite in passato (peccato che al nostro Ennio Morricone non sia andata altrettanto bene, e che il suo Oscar, quest’anno, sia stato alla carriera senza “quasi”). The departed è un bel film, ma non è assolutamente il migliore nel catalogo scorsesiano. Non rientra nemmeno nella top five dei suoi film più belli (che sono, a mio insindacabile e anche un po’ banale giudizio: Taxi driver, Toro scatenato, Fuori orario, Quei bravi ragazzi e Casinò). Si può dire che The departed, film che sigla la terza collaborazione consecutiva della coppia tutta italoamericana Scorsese/Di Caprio, versione aggiornata e un po’ sbiadita della ben più memorabile e altrettanto mangiaspaghetti Scorsese/De Niro, sia uno dei dieci film più belli del Nostro, nè più nè meno. Andando poi a rivedere la storia delle passate sconfitte scorsesiane, la domanda sorge spontanea: «Perchè proprio The departed?». Taxi driver, film oltremodo scomodo per un’America fresca reduce della guerra in Vietnam, fu surclassato da Rocky (!!!), Toro scatenato da Gente comune (polpettone familista di Robert Redford) e Quei bravi ragazzi, troppo violento ed estremo per piacere all’Academy, da Balla coi lupi (bel film, d’accordo, ma chi è Kevin Costner in confronto a Lui?). Negli ultimi anni la giustizia pare invece aver fatto parzialmente il suo corso, condannando a non-vittoria opere mediocri come Gangs of New York (sconfitto dal bel musical Chicago, ma Il pianista e The hours avrebbero forse meritato maggior fortuna) e soprattutto The aviator (battuto dal decisamente migliore Million dollar baby di Clint Eastwood). Quest’anno, d’altronde, la situazione per Scorsese è stata particolarmente favorevole: di rivali irresistibili non ce n’erano, eccezion fatta per le Lettere da Iwo Jima del solito Clint Eastwood, regista che, avendo già vinto due volte, salvo miracoli non otterrà in vita sua altre statuette. Inoltre The departed è stato un grande successo al botteghino (il più grande del regista italoamericano), cosa che per l’Academy è sempre piuttosto importante. Aggiungete a tutto ciò un paio di star di prima grandezza quali Leonardo Di Caprio e Jack Nicholson e il gioco è fatto.
The departed, avrete capito, non poteva non vincere, e in fondo va bene così.

Alberto Gallo