mood indigo – la schiuma dei giorni

L’ÉCUME DES JOURS (Francia/Belgio 2013)

locandina mood indigo

Era dal 2008, cioè dai tempi di Be Kind Rewind (una vita fa, per quanto mi riguarda), che aspettavo un film di Michel Gondry à la Michel Gondry: L’Épine dans le cœur era un documentario, The Green Hornet una cagata action che poteva dirigere chiunque e The We and the I penso che in Italia non sia nemmeno uscito. Sfumato, spero solo momentaneamente, il sogno di vedere il regista francese alle prese con un adattamento di Ubik di Philip K. Dick, ecco Mood Indigo, tratto da un romanzo di Boris Vian. Tanta attesa ha avuto dunque un esito positivo?

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classifica di fine stagione / 4

Un’altra stagione di cinema è giunta al termine. Una stagione veramente insipida, forse la peggiore da quando curo questo blog, tanto che per la prima volta ho fatto davvero fatica a trovare dieci titoli validi da indicare come i migliori dell’anno. Le delusioni e le schifezze, in compenso, non sono mancate.
Come d’abitudine ho preso in considerazione soltanto i film recensiti su questo blog – da settembre 2010 a oggi.

inception

*** I DIECI FILM MIGLIORI DELLA STAGIONE ***

Inception
(Usa/Uk 2010)
Noi credevamo
(Italia/Francia 2010)
Il cigno nero
(Usa 2010)
Venere nera
(Francia/Italia/Belgio 2010)
The next three days
(Usa/Francia 2010)
13 assassini
(Giappone/Uk 2010)
Il ragazzo con la bicicletta
(Belgio/Francia/Italia 2011)
Habemus papam
(Italia/Francia 2011)
The tree of life
(India/Uk 2011)
Source code
(Usa/Francia 2011)

noi credevamo

*** I CINQUE FILM PEGGIORI DELLA STAGIONE ***

The american
(Usa 2010)
Devil
(Usa 2010)
The tourist
(Usa/Francia 2010)
Skyline
(Usa 2010)
Parto col folle
(Usa 2010)
Menzione speciale, inoltre, per La misura del confine e soprattutto per Dreamland, che tanto avrei voluto vedere ma che nelle sale della mia città, purtroppo, non è mai uscito.

the tree of life

*** I CINQUE FILM PIU’ SOPRAVVALUTATI DELLA STAGIONE ***

Somewhere
(Usa 2010)
Un gelido inverno
(Usa 2010)
Il discorso del re
(Uk/Australia 2010)
The social network
(Usa 2010)
Thor
(Usa 2011)

black swan

*** CINQUE FILM PARTICOLARI CHE VALE LA PENA DI VEDERE ***

American life
(Usa/Uk 2009)
Buried
(Spagna 2010)
Scott Pilgrim vs. the world
(Usa/Canada/Uk 2010)
Oncle boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures
(Thailandia/Spagna/Germania/Uk/Francia 2010)
Kill me please
(Belgio/Francia 2010)

habemus papam

*** LE CINQUE DELUSIONI MAGGIORI DELLA STAGIONE ***

L’altra verità
(Uk/Francia/Italia/Belgio/Spagna 2010)
Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni
(Usa/Spagna 2010)
Hereafter
(Usa 2010)
Boris – Il film
(Italia 2011)
Green hornet
(Usa 2011)

Alberto Gallo

the green hornet

THE GREEN HORNET (Usa 2011)

locandina the green hornet

Mi piacerebbe poter dire che Michel Gondry, francese di Versailles, regista-artigiano geniale e innovativo, si è venduto alle lusinghe di Hollywood. Ma la verità è che, come molti altri suoi connazionali, l’ha già fatto tempo addietro, con risultati che vanno dal buono (Human nature, Be kind rewind) all’eccellente (Eternal sunshine of the spotless mind, l’ho già detto mille volte, è il mio film del decennio). Ma qui la faccenda è completamente diversa, trattandosi di un film di supereroi dal budget milionario e dalle ambizioni artistiche decisamente più modeste. Ma al contrario i risultati sono tutt’altro che deludenti.

Sorta di Iron Man più frivolo, di Batman più scanzonato e di Spider-Man più sfigato*, The green hornet narra le vicende di un supereroe senza superpoteri (Green Hornet, appunto, “calabrone verde”**), dotato però di un sacco di quattrini e di Kato, assistente-meccanico-migliore amico-esperto di arti marziali. Dall’altra parte ovviamente i cattivi, in questo caso la mafia russa di Los Angeles, padrona del mercato della droga.

Niente di particolarmente originale, insomma. Anzi, a parte il fatto che da qualche anno a questa parte i supereroi senza poteri sono decisamente più numerosi di quelli superdotati (colpa della nostra società che non sa più sognare, della televisione, di Berlusconi e bla bla bla), in The green hornet prolificano indisturbati i luoghi comuni del genere: il conflitto del protagonista con il padre; la scena in cui vengono costruite e presentate le superapparecchiature supertecnologiche che aiuteranno l’eroe a combattere i cattivi; l’arrivo di una biondazza decorativa (in questo caso Cameron Diaz) che però aiuta il protagonista in extremis; la presenza dell’aiutante-spalla che bada alle cose concrete mentre l’eroe è perso nei suoi voli pindarici di, appunto, eroismo e virtù; il ruolo fondamentale giocato dalla carta stampata; il rappresentante della legge che in realtà è il più corrotto di tutti; lo scontro finale a calci&pugni&esplosioni eccetera eccetera eccetera.
Due però i punti di forza e di originalità di questo film: 1) la verve comica. The green hornet è innanzitutto una commedia piuttosto divertente, che nonostante una sceneggiatura un po’ piatta, un intreccio per nulla originale e coinvolgente e tre attori protagonisti mediocri (Seth Rogen, Jay Chou e la Diaz, mentre il cattivo è interpretato da Christoph Waltz, quello di Inglourious basterds) riesce a far ridere o sorridere per il 90% della sua durata; 2) la regia del sempre geniale Gondry, che risolve con la sua inesauribile inventiva e la sua incredibile perizia tecnica scene che altrimenti sarebbero risultate mediocri. E poi, voglio dire, a chi mai sarebbe venuto in mente di mettere un giradischi tra gli accessori di un’automobile da supereroe?

Bella, a proposito di musica, la colonna sonora, che include pezzi di Rolling Stones, White Stripes, Johnny Cash e Sam Cooke. Tutto molto grazioso, insomma. Futile e grazioso. Ora, Michel, puoi tornare a fare Gondry?

Alberto Gallo

*Noto ora per la prima volta i diversi modi di scrivere i nomi dei supereroi: con trattino, senza trattino, tutto attaccato o staccato. Curioso.
**Pessimo l’espediente usato nel doppiaggio italiano per passare da Calabrone Verde detto nella nostra lingua al nome originale. “Ehi, Calabrone Verde mi piace – esclama il protagonista – ma diciamolo in inglese che è più fico!”. No comment. Sono sempre più convinto che il doppiaggio, esclusi casi rari, andrebbe abolito. Come già accade da tempo in Paesi più evoluti del nostro.

2000/2009: cinquanta film da salvare

La 25ª ora

Tra poche settimane il primo decennio del XXI secolo se ne sarà andato. Ecco dunque una classifica dei 50 film più belli e memorabili di questi dieci anni, suddivisa in due parti: “top 20” e “gli altri 30”. All’interno delle due categorie ho disposto i film in ordine cronologico. Solo due regole: 1) i film devono essere usciti al cinema (motivo per cui non c’è, per esempio, Angels in America); 2) in ogni categoria è ammesso un solo film per ogni regista. Al fondo due ulteriori classifiche, dedicate all’Italia e ai cartoni animati. All’interno di ogni sezione i film sono disposti in ordine cronologico.

mystic river

*** TOP 20 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – La 25ª ora, di Spike Lee
(Usa, 2002)
3 – Il pianista, di Roman Polański
(Regno Unito/Francia/Polonia/Germania, 2002)
4 – Mystic river, di Clint Eastwood
(Usa, 2003)
5 – Big fish, di Tim Burton
(Usa, 2003)
6 – Dogville, di Lars Von Trier
(Danimarca/Francia/Svezia/Norvegia, 2003)
7 – Le invasioni barbariche, di Denys Arcand
(Canada/Francia, 2003)
8 – Eternal sunshine of the spotless mind, di Michel Gondry
(Usa, 2004)
9 – Ferro 3, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2004)
10 – Match point, di Woody Allen
(Regno Unito/Irlanda/Usa/Russia, 2005)
11 – Inland empire, di David Lynch
(Usa/Polonia/Francia, 2006)
12 – Il vento che accarezza l’erba, di Ken Loach
(Gran Bretagna, 2006)
13 – Le vite degli altri, di Florian Henckel von Donnersmarck
(Germania, 2006)
14 – Volver, di Pedro Almodóvar
(Spagna, 2006)
15 – La promessa dell’assassino, di David Cronenberg
(Gran Bretagna/Canada, 2007)
16 – Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel
(Francia/Usa, 2007)
17 – Io non sono qui, di Todd Haynes
(Usa/Germania, 2007)
18 – Non è un paese per vecchi, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2007)
19 – Il petroliere, di Paul Thomas Anderson
(Usa, 2007)
20 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)

match point

*** GLI ALTRI 30 ***
21 – Fratello, dove sei?, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2000)
22 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti
(Italia, 2001)
23 – Mulholland drive, di David Lynch
(Francia/Usa, 2001)
24 – Il favoloso mondo di Amélie, di Jean-Pierre Jeunet
(Francia, 2001)
25 – Il ladro di orchidee, di Spike Jonze
(Usa, 2002)
26 – The hours, di Stephen Daldry
(Usa, 2002)
27 – Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2003)
28 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana
(Italia, 2003)
29 – Kill Bill Vol. 1 & 2, di Quentin Tarantino
(Usa, 2003-2004)
30 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino
(Italia, 2004)
31 – Million dollar baby, di Clint Eastwood
(Usa, 2004)
32 – 2046, di Wong Kar-Wai
(Francia/Hong Kong, 2004)
33 – Collateral, di Michael Mann
(Usa, 2004)
34 – The village, di M. Night Shyamalan
(Usa, 2004)
35 – Mare dentro, di Alejandro Amenábar
(Spagna/Francia/Italia, 2004)
36 – Heimat 3, di Edgar Reitz
(Germania, 2004)
37 – Hotel Rwanda, di Terry George
(Canada/Gran Bretagna/Italia/Sudafrica, 2004)
38 – The jacket, di John Maybury
(Usa, 2005)
39 – Good night and goodluck, di George Clooney
(Usa, 2005)
40 – The departed, di Martin Scorsese
(Usa, 2006)
41 – Radio America, di Robert Altman
(Usa, 2006)
42 – I figli degli uomini, di Alfonso Cuarón
(Gran Bretagna/Usa, 2006)
43 – L’ultimo inquisitore, di Milos Forman
(Spagna, 2006)
44 – Inside man, di Spike Lee
(Usa, 2006)
45 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
46 – Sogni e delitti, di Woody Allen
(Usa/Gran Bretagna, 2007)
47 – Il treno per il Darjeeling, di Wes Anderson
(Usa, 2007)
48 – Onora il padre e la madre, di Sidney Lumet
(Usa, 2007)
49 – Gomorra, di Matteo Garrone
(Italia, 2008)
50 – Il nastro bianco, di Michael Haneke
(Austria/Francia/Germania, 2009)

volver

*** ITALIA – TOP 10 ***
1 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti (2001)
2 – Il mestiere delle armi, di Ermanno Olmi (2001)
3 – Buongiorno, notte, di Marco Bellocchio (2003)
4 – Io non ho paura, di Gabriele Salvatores (2003)
5 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana (2003)
6 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino (2004)
7 – Romanzo criminale, di Michele Placido (2005)
8 – La terra, di Sergio Rubini (2006)
9 – Gomorra, di Matteo Garrone (2008)
10 – Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì (2008)

le vite degli altri

*** CARTONI ANIMATI – TOP 10 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – Shrek, di Vicky Jenson e Andrew Adamson
(Usa, 2001)
3 – L’era glaciale, di Chris Wedge e Carlos Saldanha
(Usa, 2002)
4 – Alla ricerca di Nemo, di Andrew Stanton
(Usa, 2003)
5 – Appuntamento a Belleville, di Sylvain Chomet
(Francia, 2003)
6 – La sposa cadavere, di Tim Burton e Mike Johnson
(Gran Bretagna, 2005)
7 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
8 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)
9 – Valzer con Bashir, di Ari Folman
(Israele/Germania/Francia, 2008)
10 – Up, di Pete Docter e Bob Peterson
(Usa, 2009)

Clicca qui per vedere la classifica in versione video.

Alberto Gallo

be kind rewind

locandina be kind rewind

Be kind rewind è il nome di un piccolo e disastratissimo videonoleggio di Passaic, cittadina del New Jersey in cui – vuole la leggenda – è nato e vissuto Fats Waller, mitico pianista jazz. Il negozio è gestito da Mr. Fletcher, un vecchietto povero e un po’ rimbambito, aiutato da Jerry e Mike, due giovani che non fanno della scaltrezza il loro punto di forza. Un giorno Mr. Fletcher parte per un lungo e misterioso viaggio, lasciando ai due ragazzi la gestione dell’attività. In meno di ventiquattr’ore – complice il fallito tentativo di boicottaggio di una centrale elettrica – Jerry e Mike riescono nella missione impossibile di smagnetizzare tutte le videocassette in noleggio, rendendole inutilizzabili e rischiando di mandare in rovina il negozio.
Che fare? Niente di più semplice: telecamera alla mano i due idioti si mettono a ridirigere i film cancellati, cercando di spacciarli per gli originali. Ovviamente nessuno ci casca, eppure le nuove versioni di classici (più o meno) intramontabili quali 2001:odissea nello spazio, Ghostbusters e Robocop ottengono un grande successo, permettendo a Mr. Fletcher di raggranellare i soldi necessari per la ristrutturazione del negozio.
Fino al momento in cui gli avvocati delle major hollywoodiane non si accorgono dell’inganno…

Trashissimo colpo di genio o cretinata di dimensioni colossali? Forse entrambe le cose, o nessuna delle due. Il fatto è questo: laddove il regista Michel Gondry ha sempre fatto dell’apparente semplicità delle sue (in realtà complicatissime e geniali) invenzioni il suo punto di forza, in Be kind rewind l’autore francese ha deciso di regredire al livello zero della cinematografia, il livello amatoriale di chi prende in mano per la prima volta una telecamera da quattro soldi per farne un’improbabile opera filmica. Già, perchè i remake di Jerry e Mike (interpretati da Jack Black e Mos Def) non sono i piccoli capolavori di inventività naïf cui Gondry ci aveva abituato nei suoi film precedenti, bensì vere e proprie improvvisatissime cazzate amatoriali: se in passato il regista aveva sempre puntato sulla sua enorme abilità tecnica al fine di creare inediti mondi onirici e poetici, in questo caso ha scelto di dedicarsi al puro divertimento (per non dire cazzeggio), mostrando la settima arte nella sua forma più “bassa” e popolare. Ciò che ne risulta è un esilarante pastrocchio cinefilo (condito da una certa malinconia per il vecchio supporto in vhs) ora molto stupido ora decisamente commovente (come nel finale dedicato a Fats Waller), ora superfluo ora grottescamente geniale.

Be kind rewind è forse l’opera meno necessaria e riuscita del regista francese (il cui capolavoro rimane l’imperdibile Eternal sunshine of a spotless mind), eppure il modo in cui riesce a esprimere passione per il cinema (e per il fare cinema) è tanto semplice, sincero e disarmante da risultare impossibile da non amare. L’universo poetico e bislacco di Gondry si arricchisce di un altro (tutto sommato) indispensabile tassello.

Alberto Gallo

i love michel

ScienceOfSleep

Eccomi di nuovo a confessare il mio amore per un uomo. Ehm, detto così potrebbe suonare male. Eppure sì, dopo Woody Allen – che, come potete leggere qui sotto, con la sua ultima fatica non ha affatto deluso, sebbene non esaltato – non posso far altro che riconoscere, lacrime agli occhi per la gioia e la commozione (spiegherò poi perchè), la mia stima e sconfinata gratitudine per un altro autore (anzi, Autore) senza la cui opera ben più misera sarebbe la nostra esistenza su questa terra. Sto parlando di Michel Gondry, geniale regista francese (ma adottato ormai da anni dal cinema americano) il trailer del cui ultimo film (Be kind rewind) sta girando in rete e nelle sale già da qualche mese. Le aspettative, come al solito, sono elevatissime: ci saranno Jack Black, Danny Glover e Mia Farrow (!), un sacco di citazioni cinefile, tanto humor, un po’ della consueta psichedelia gondryana e chissà cos’altro.

Ma andiamo con ordine.

Anzi no.

Dal momento che andare con ordine significherebbe, in questo caso, iniziare da Human nature (del 2001, esordio cinematografico di Gondry), oppure dagli incredibili videoclip musicali del Nostro che tanto hanno segnato la storia di Mtv, della musica pop degli anni ’90, del cinema stesso e di mille altre cose (tra cui l’immaginario collettivo… almeno il mio).

Dunque niente ordine. O meglio: niente ordine cronologico. Dal momento che – nel mio personalissimo ordine interno – Michel Gondry significa innanzitutto una cosa: Eternal sunshine of the spotless mind. Un’opera, più che un semplice film. Un colpo di genio. Uno degli apici assoluti della cinematografia contemporanea. Uno stato mentale. Che dire? Da dove iniziare? Parlare di questa pellicola è come parlare della vita stessa. O meglio: di quella fondamentale parte di vita chiamata (domando scusa per la banalità) amore. Per essere più precisi e formali potremmo dire che Eternal sunshine è la migliore rappresentazione filmico-allegorica (almeno dai tempi di Io e Annie) dei rapporti uomo/donna. Anzi – vista l’età dei protagonisti e di me che scrivo e me ne frego di ciò che una relazione amorosa sarà in futuro – dei rapporti ragazzo/ragazza. Ma badate, o sventurati che ancora non avete avuto il privilegio di godervi quest’opera: non è nulla di ciò che potete aspettarvi. E’ molto di più, molto meglio, quasi sicuramente l’opposto. Tanto per ridurre la trama al più banale dei riassunti: un ragazzo, Joel, scopre che la sua ex fidanzata, Clementine, ha letteralmente cancellato dalla sua memoria la loro relazione. Sconvolto e avvilito dalla scoperta decide di fare altrettanto, salvo poi pentirsene in extremis e, in un allucinatissimo viaggio della memoria all’interno del suo cervello, cercare di salvare i ricordi più preziosi. Morale (secondo me) della favola: nella vita il dolore è inevitabile, è praticamente dappertutto, in un modo o nell’altro, e cancellarlo significa necessariamente eliminare anche (parte di) ciò che di buono c’è stato. Perciò non ne vale la pena, bisogna scendere a compromessi e accettare tutto il pacchetto che l’esistenza propone. Un pacchetto fatto di ore banali, giorni tristi, eventi drammatici e cose indimenticabili per la loro struggente leggerezza. E’ questo il senso di tutto: le cose che sentiamo di voler salvare dall’oblio – specialmente per quanto riguarda una relazione che è finita da poco e che vorremmo gettare alle ortiche con tutti gli annessi e i connessi – sono generalmente realtà incredibilmente piccole e stupide, e perciò indimenticabili: una notte trascorsa a chiacchierare sotto le coperte, un’altra passata a rimirar le stelle, un pasto consumato insieme, una felpa arancione e mille altre stupendaggini. Ma il bello è che questo meraviglioso “cosa” (partorito dalla mente extraterreste di Charlie Kaufman, che tra l’altro ha da poco diretto il suo primo film, ancora inedito dalle nostre parti) è supportato da un altrettanto incredibile “come”! Era dai tempi di Quarto potere (vabbè, diciamo di Fellini) che non si assisteva a una serie di invenzioni registiche tanto folli e geniali: nel mondo di Gondry niente è come sembra. Ogni oggetto, ogni volto, ogni corpo, ogni paesaggio può mutare da un istante all’altro nel suo esatto opposto o in qualcosa che mai e poi mai ci si sarebbe aspettati di vedere. Effetti speciali, certo, ma distanti anni luce da Lucas & co.: qui, cari lettori, siamo di fronte a un artigiano del cinema, uno che le invenzioni le crea con le proprie chilometriche mani da prestigiatore della macchina da presa. Puro, puro genio. Ma attenzione! Non crediate che vi sia anche un solo un minuto di tedioso patetismo nella favola cui ci troviamo di fronte. Stiamo parlando di un Autore che possiede il rarissimo dono della leggerezza, della semplicità, della naturalezza. Ogni singolo secondo di film sembra prendere vita spontaneamente, quasi necessariamente, come in un sogno bellissimo e un po’ inquietante. Come si diceva: lacrime agli occhi per gioia e commozione.

E vogliamo forse non parlare dei videoclip, assurti ad Arte con la “a” maiuscola proprio grazie alle follie del Nostro e di pochi altri grandi innovatori (Spike Jonze in primis)? A titolo meramente esplicativo vi basti sapere che Human behaviour e Isobel di Björk, Around the world dei Daft Punk, Let forever be dei Chemical Brothers, Fell in love with a girl dei White Stripes e Knives out dei Radiohead sono opera sua. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a piccoli grandi capolavori di visionaria follia, mondi che si sdoppiano e si triplicano e poi tornano al punto di partenza, balletti demenziali e prodigiose invenzioni registiche, cartoni animati più reali della realtà e realtà più assurde di un incubo alcolico. Un pezzo di furioso punk’n’roll suonato da una coppia di uomini-lego: chi ci avrebbe mai pensato…

E poi Human nature, L’arte del sogno (un po’ deludente, quest’ultimo, ma dopo Eternal sunshine cosa non avrebbe deluso? E quanta poesia, in ogni caso…) e – tornando ai giorni nostri – l’attesissimo Be kind rewind. E meno male che non l’ho ancora visto, chè ho terminato superlativi e iperboli.

Alberto Gallo

l’arte del sogno

locandina l'arte del sogno

Scrivere di un film non è molto diverso da realizzarlo, il film: per fare entrambe le cose ci vuole un’idea di partenza, un elemento intorno al quale far ruotare l’attenzione dello spettatore/lettore. Arrovellandomi su cosa dire a proposito di L’arte del sogno, ultima attesissima fatica di Michel Gondry, pensavo: sì, è un bel prodotto, esteticamente affascinante, commovente e peculiare come tutti i film del regista francese, a tratti geniale. Poi mi sono accorto che non era una gran commento, solo parole che potevano adattarsi più o meno a tutti i bei film cui uno spettatore capita di imbattersi. Infine ho capito: di idee non me ne venivano molte perché, in fin dei conti, il film stesso di idee molte non ne propone. Ora, può sembrare strano un discorso simile applicato ad un’opera che fa dell’inventiva e della “trovata geniale” il suo punto di forza, ma lasciatemi spiegare e capirete.

Facciamo un passo indietro, a qualche anno fa (d’altronde anche Gael Garcia Bernal, protagonista de L’arte del sogno, possiede una macchina del tempo, perché non potremmo averla anche noi?), ai tempi in cui eravamo tutti un po’ più giovani (questo è innegabile!) e sugli schermi cinematografici usciva un film meraviglioso, quello sì davvero geniale, commovente e peculiare. Si trattava di Eternal sunshine of the spotless mind (come tutti i veri snob mi rifiuto di citare il titolo italiano), che non esito a definire un capolavoro, uno dei migliori film del nuovo e ancora giovane secolo/millennio. Era (ed è) la storia di un ragazzo (Jim Carrey, già Ace Ventura) che, lasciatosi con la sua ragazza (Kate Winslet, già eroina di Titanic), scopre che questa ha letteralmente cancellato dalla sua memoria ogni ricordo legato alla loro relazione. Decide di fare altrettanto, salvo poi cambiare idea in extremis ed attuare una vera e propria fuga all’interno della sua mente per salvare i dolci ricordi. Morale della favola: ciò che rammentiamo del passato è triste per il semplice fatto di essere passato (rovesciando una celebre consolatio di Seneca si potrebbe dire: il ricordo è triste comunque, dal momento che se è felice è triste perché appartiene al passato, se è triste è triste e basta), ma, belle o brutte che siano, le memorie meritano di essere conservate, perché sono il sale stesso della vita. Il nostro amatissimo Gondry condiva (visto che parliamo di sale…) questa già di per sé fenomenale idea con una serie di trovate (qui realmente) geniali e invenzioni onirico-psichedeliche che trasformavano il film in un vero gioiellino di straziante originalità.

Qual è la macroscopica differenza tra questo e quello? Ovvero tra il film vecchio e quello nuovo? Che “là” le invenzioni visive erano al servizio di una magnifica storia, mentre “qua” è una storia piuttosto inconsistente ad essere al sevizio di una serie di trovate più o meno geniali. È anche vero che il linguaggio del cinema (potenzialmente ricchissimo) permette di sbilanciare il peso su un versante piuttosto che su un altro, ovvero permette di dare maggiore importanza all’aspetto visivo di un film piuttosto che a quello narrativo e viceversa (l’eterna lotta tra forma e contenuto), ma è altrettanto vero che i due fattori devono saper compensare l’uno le carenze dell’altro. Tanto per fare degli esempi: Quarto potere è un film perfetto sotto entrambi i punti di vista, mentre il neorealismo – al contrario della nouvelle vague – puntava a raccontare storie piuttosto che a dare lezioni di stile (che pure era ben chiaro ed evidente). L’arte del sogno pende più verso Godard e soci, ma, a differenza degli esempi sopra citati, l’equilibrio non è perfetto.

Lo spunto è alquanto esile: un ragazzo messicano, a Parigi per lavoro, vive la sua vita come un sogno, confondendo fantasia e realtà in un perenne sonno ad occhi aperti, cosa che gli impedisce di instaurare con le persone (e in particolare con la sua vicina di casa, interpretata da Charlotte Gainsbourg) un rapporto appagante. Tutte le esperienze che il ragazzo vive le rielabora all’istante – dormendo – in versione più felice o quantomeno più vicina ai suoi desideri e alle sue aspettative. Si tratta in fin dei conti di una lettura un po’ più artistica e radicale di ciò che ognuno di noi fa costantemente, con la differenza che non tutti, purtroppo, abbiamo la capacità – che Gondry innegabilmente possiede – di trasformare i nostri pensieri in operette cinematografiche di rara poesia e, sì, bellezza. Perché è proprio in questo che sta la forza e al contempo il limite di L’arte del sogno: i sogni ad occhi (talvolta) aperti del protagonista sono una vera gioia per l’occhio dello spettatore, una collezione di piccoli preziosi sonetti audiovisivi, ma sono ahimè inseriti in un contesto poco interessante. Stabilito ciò, tocca concludere con due considerazioni banali ma, credo, veritiere: 1) questo film dimostra quanto Michel Gondry sia forse più portato per l’arte del videoclip che per quella del lungometraggio. Ciò non significa che non potrà mai dirigere film interessanti (l’ha già fatto!), ma solo che il suo genio pende altrove (e d’altronde non è detto che le forme artistiche brevi debbano per forza essere considerate inferiori a quelle lunghe. Il dibattito già interessava i filologi dell’antichità greco-romana, che propendevano ora per i poemi-fiume in stile omerico, ora per le stringate poesie dei “poeti nuovi”, e dura ancora oggi, per esempio in ambito di critica rock: chi l’ha detto che gli Smiths sono un gruppo minore solo perchè le loro cose migliori le pubblicavano su 45 giri?); 2) L’arte del sogno risente della mancanza di uno sceneggiatore geniale come Charlie Kaufman, che con il suo folle estro già aveva reso speciali opere ormai storiche come Essere John Malkovich e, appunto, Eternal sunshine of the spotless mind.
Che gran regista, questo Michel Gondry! Aspettiamo fiduciosi la sua prossima fatica, sicuri che non ci deluderà.

Alberto Gallo