frankenweenie

FRANKENWEENIE (Usa 2012)

locandina frankenweenie

Nel 1984, un 26enne Tim Burton dirigeva uno dei suoi primi cortometraggi, sorta di omaggio/parodia alla classica storia protohorror di Frankenstein. Lo intitolava Frankenweenie, e come protagonista (in carne e ossa) sceglieva Barret Oliver, che lo stesso anno diventava famoso in tutto il mondo come protagonista di La storia infinita. Ventinove anni dopo (wow, ventinove… Quasi una vita intera, per me e per quelli della mia generazione, cresciuti a pane e Burton), il regista californiano torna sui suoi passi, dirigendo un autoremake d’animazione in stop motion (e pure in 3D) dallo stesso titolo.

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a liar’s autobiography – the untrue story of monthy python’s graham chapman 3d

A LIAR’S AUTOBIOGRAPHY – THE UNTRUE STORY OF MONTHY PYTHON’S GRAHAM CHAPMAN 3D (Uk 2012)

30tff

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile.

a liar's autobiography

Basata sulla falsa autobiografia del Python Graham Chapman (morto nel 1989), ecco la storia, delirante, della sua vita, ricostruita attraverso il lavoro di quindici diversi gruppi di animatori in un collage surreale e irresistibile: dalla scuola di medicina, al coming out, al suo rapimento da parte degli alieni. Partecipano Cleese, Gilliam, Jones e Palin, nella parte di se stessi e di molti altri.

I Monthy Pyhton, per me, sono come i Beatles: inglesi, anni Sessanta, maledettamente geniali. E divisi, ahinoi, da moltissimi anni. Irrimediabilmente, per giunta, a causa di quella stupida, ignobile cosa chiamata morte. Lei e il suo orrendo vizio di non tornare mai sui suoi passi. Ed è proprio al primo (nonché ultimo, per ora, fortunatamente) Python scomparso che questo film d’animazione è dedicato.

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l’era glaciale 4 – continenti alla deriva

ICE AGE: CONTINENTAL DRIFT (Usa 2012)

locandina l'era glaciale 4

Avete presente la deriva dei continenti? Quel fenomeno geologico per il quale, tanto tempo fa, le terre emerse hanno cominciato ad allontanarsi le une dalle altre, dando vita al nostro pianeta nella forma in cui lo conosciamo oggi? Ecco, tutto ciò è colpa – o merito, chissà – dello scoiattolino Scrat, che inseguendo la sua ormai leggendaria ghianda (sicuramente il frutto più famoso della storia del cinema) è arrivato fino al nucleo della Terra. Da questo pretesto – e relativi terremoti, smottamenti, tsunami ecc. – prendono il via le nuove avventure del mammut Manny con figlia adolescente e consorte, del bradipo tontolone Sid e della tigre buona Diego.

Che dire? Come nei tre episodi precedenti, certo, si ride, ci si diverte, la tecnica del disegno è parecchio sofisticata, alcune trovate sono geniali e tutto quanto, ma credo sinceramente che il filone Era glaciale sia stato sfruttato ormai anche troppo, e che la saga dovrebbe terminare qui. Già tre anni fa L’alba dei dinosauri aveva mostrato segni di cedimento, ma questa quarta puntata è decisamente la più fiacca del lotto. Poi, per carità, magari sono io che crescendo (invecchiando?), e allontanandomi di conseguenza sempre più dalla fascia d’età a cui questo genere di film si rivolge, riesco a capire sempre meno un messaggio e un umorismo spensieratamente fanciulleschi e un po’, come dire, cazzoni, ma credo di poter dire con una buona dose di sicurezza che gli altri episodi della saga (specialmente i primi due, bellissimi) fossero più completi, più raffinati e di conseguenza maggiormente apprezzabili anche da un pubblico adulto. Prendiamo i riferimenti culturali, ad esempio, che dei cartoni animati digitali postmoderni (dal primo Shrek in poi, indicativamente) sono sempre stati un fondamentale punto di forza per grandi e piccini: in Continenti alla deriva tutta la vicenda si basa su una sorta di omaggio-parodia ai Pirati dei Caraibi, che non solo, personalmente, ritengo la saga cinematografica più prescindibile di tutti i tempi (se la gioca con Twilight, diciamo), ma che, oggettivamente, non può reggere il confronto con altri modelli utilizzati in altri film d’animazione (le favole, ad esempio, proprio in Shrek, o la fantascienza post-apocalittica in Wall-e). Questa scelta si inserisce in un più ampio tentativo dell’Era glaciale 4 di piacere a tutti i costi a un pubblico di pre-adolescenti trattato con scarsa fiducia e considerazione intellettuali (cfr. anche l’orrenda canzone dei titoli di coda, che non sfigurerebbe nella playlist di una discoteca per tredicenni aperta la domenica pomeriggio. Ma forse in America i tredicenni non vanno in discoteca la domenica pomeriggio, chi lo sa). Anche alcuni passaggi logico-narrativi di questo film sono buttati lì un po’ a casaccio: la tigressa, ad esempio, perché all’inizio è “cattiva”? E in virtù di quale rivelazione diventa poi “buona”? Anche in questo caso, chi lo sa.

Non abbiate paura, comunque: Continenti alla deriva è pur sempre un film divertente (grazie soprattutto, come al solito, alle gag di Sid, più scoordinato che mai, e ai “cortometraggi” muti in puro stile slapstick che vedono protagonista il povero Scrat), e se vi va di tornare bambini per un paio d’ore senza troppe seghe mentali, be’, allora buona visione.

Alberto Gallo

Ps: Filippo Timi, che doppia il mammut, è il solito cane. La sua presenza nel mondo del cinema italiano rimane per me un mistero. E in ogni caso il suo timbro non è proprio adatto al personaggio.
Pps: perché alla 20th Century Fox non si inventano uno spin-off che abbia come protagonista il solo Sid? Ne verrebbe sicuramente fuori qualcosa di spassoso. Come spalla comica il bradipo è un po’ sprecato.

il castello nel cielo

TENKU NO SHIRO RAPYUTA (Giappone 1986)

locandina il castello nel cielo

Continua il lodevolissimo progetto della Lucky Red di (ri)distribuire nelle sale italiane i vecchi film di Hayao Miyazaki, maestro giapponese dell’animazione scoperto solo di recente, con il solito ritardo, dal pubblico nostrano. Dopo Totoro e Porco Rosso tocca questa volta a Il castello nel cielo, del 1986.

La vicenda è piuttosto complessa e ruota intorno alla misteriosa città volante di Laputa, sorta di Atlantide nascosta nei cieli, oggetto del desiderio – per le ricchezze e i segreti militari in essa nascosti – di esercito e pirati.

Non il miglior Miyazaki. Certo, i punti di forza della sua poetica (solo per citarne alcuni: il pacifismo, l’ecologismo, la presenza di donne forti e dispotiche, la passione per l’aria e per tutto ciò che vola, l’amore – platonico – che lega indissolubilmente protagonisti di giovane età, l’alternarsi di scene buffe con altre di grande drammaticità…) ci sono tutti, ma in generale il film, decisamente troppo lungo, si perde un po’ tra scene di battaglia eccessivamente complesse, inseguimenti che sembrano non finire mai e personaggi non del tutto riusciti (come il supercattivo con gli occhiali da sole, troppo monodimensionale nella sua perfidia, laddove invece i migliori villain miyazakiani sono sempre caratterizzati da una certa bonarietà a smussarne gli angoli). Esagerati anche gli aspetti horror-apocalittico-bellicosi della vicenda, anch’essi privi di quella leggerezza tipica delle opere migliori del regista (dove comunque il dramma non manca mai, sebbene spesso mitigato da un inguaribile e toccante ottimismo). Si fanno apprezzare moltissimo, al contrario, alcune scene di struggente poesia che vedono protagonisti i piccoli Pazu e Sheeta, come l’arrivo della ragazzina dal cielo direttamente tra le braccia di lui o le prime immagini dell’isola volante, paradiso disabitato di commovente bellezza (sequenza alla cui riuscita contribuisce anche lo splendido commento musicale).

I veri capolavori di Miyazaki (i già citati Totoro e Porco Rosso, ma soprattutto La città incantata) sarebbero arrivati di lì a pochi anni, ma un ripasso di uno dei primi e più ambiziosi film dell’Autore per eccellenza dell’animazione giapponese non può certo far male.

Alberto Gallo

kung fu panda 2

KUNG FU PANDA 2 (Usa 2011)

locandina kung fu panda 2

Agosto afoso, terra vergine per i blockbuster estivi, appioppati a valanga in tutto il mese. Il panda del Kung Fu atterra con tutta la sua mole attorno al 20 del mese, accompagnato dal solito trambusto di pubblicità radiotelevisiva, su internet e carta stampata. Al 29 del mese finalmente ci si reca al cinema, lasciata scorrere la grande massa di quelli che vanno al cinema quando glielo dice la pubblicità, per vedere la seconda parte di questo ennesimo cartone animato in digitale e, udite udite, in 3d! Ebbene, una soddisfazione me la sono tolta: sono andato a vederlo nella versione normale, senza occhiali, senza mal di testa. E sapete che cosa? Mi è piaciuto molto, ho riso tanto e ho disturbato il pubblico attorno a me. Ma non voglio fermarmi a questo.

Non spenderò molte parole confrontando il secondo capitolo della saga con il primo, dato che è passato molto tempo e poco ricordo di quella prima apparizione del panda che fa il karate. Me ne scuso. Però, se ci pensate bene: non siamo stati tutti perplessi di fronte a questa invasione di bestie che fanno cose? Pinguini che surfano, orchi che salvano principesse, leoni che non ruggiscono, zebre nevrotiche, alieni non alieni, astronauti non astronauti, camaleonti solipsistici e mostri&co. C’è stato un momento, qualche anno fa, in cui io, appassionato di cartoni animati, ho gettato la spugna. Tutti insegnano la stessa cosa, americanissima: scava dentro di te, trova il coraggio per arrivare in fondo all’avventura, diventerai un vero panda/pinguino/orco/astronauta/camaleonte/pesce pagliaccio/robot che raccoglie l’immondizia. Alcuni te lo dicono in modo superlativo (e penso a titoli come quelli della Pixar, la saga di Shrek, quella di L’era glaciale), altri sono la copia di quelli superlativi (penso soprattutto alla saga di Madagascar): non si tratta di film necessariamente brutti o noiosi, ma probabilmente superflui. Altri sono oggettivamente orrendi, come Robots (complice anche il doppiaggio). E poi ce ne sono una vagonata che non ho visto perché non avevo voglia e basta: le sperimentazioni di Zemeckis, Shark Tale, Dragon Trainer… Il mercato americano sgorga di disegni animati, quando una volta ne bastavano due all’anno della Disney, e uno di qualche coraggioso concorrente (vi ricordate di Don Bluth?) e facevi il bimbo contento così; e poi c’erano i soliti giapponesi con i quali appartarsi quando il cocacolismo statunitense superava la soglia critica, e si cresceva, e si desiderava qualche figura e qualche storia un po’ più controverse e profonde. Ha davvero senso la colossale invasione a cui assistiamo ai giorni nostri? Un nuovo cartone ogni mese? Sempre e solo in digitale? Un animale da rendere trendy, a cui far fare qualcosa di buffo, far indossare vestiti da umano, far pronunciare sempre le solite cose ciniche fin quando non si convince a essere se stesso fino in fondo, nonostante il conformismo, viva l’individualità eccetera eccetera? A un certo punto devo confessare che io, amante sfegatato del disegno animato, mi sono proprio rotto le scatole.

Questo per dire che valutare un’opera come Kung Fu Panda 2 oggi è una cosa banale per certi versi e molto difficile per altri. Vale la pena di andarlo a vedere? Assolutamente sì: le immagini sono straordinarie, la tecnologia è migliorata vistosamente e il disegno è sempre più definito e fluido; le scene di combattimento dinamiche e originalissime; le trovate comiche costanti e spassose; la nuova nemesi dell’eroe panda Po, il pavone Shen, è strepitosa. Ho trascorso un’ora e mezza ridendo e ho pensato ne fossero passate tre. Kung Fu Panda 2 è puro intrattenimento concentrato, un investimento perfetto, un sacco di soldi spesi bene, non c’è niente di fuori posto – mi fa quasi venire voglia di sapere come sia venuto il 3d, brrr… D’altra parte il suo grande pregio è anche il suo peggior difetto: questo film è “solo” puro intrattenimento. Cosa che lo caratterizza come saga rispetto ai film “straordinari” citati in precedenza: in quelli c’era la voglia di buttarsi in un nuovo corso, quello del disegno digitale, e di raccontare cose nuove, anche fortemente provocatorie, terribili, mordaci. Si trattava di satira all’americana, quella meno politicamente corretta. Era sempre America, ma almeno nella sua versione meno rispettosa, per certi versi quella più onesta, più genuinamente – passatemi il termine – stronza. Kung Fu Panda 2 è il gioiello, la punta di diamante, per così dire, nel rapporto investimento/guadagno, di una seconda ondata di cartoni animati (ai cui standard anche gli ultimissimi capitoli di Shrek e L’era glaciale si sono dovuti inevitabilmente adeguare) i quali hanno preso l’esperienza estetica e contenutistica di quel momento, a cavallo tra il Novecento e il nuovo millennio, in cui la produzione di cartoni animati di massa incontrava una tecnologia e una generazione di autori con tanta volontà di esplorare, e l’hanno resa conforme alle aspettative del grandissimo pubblico; appiattendone lo spirito, rendendolo innocuo, riproducibile in copia, cambiando qua e là giusto i vestiti e la razza delle bestie. Insomma: la solita operazione all’americana. Tuttavia nel vascone delle opere fotocopia (che siano belle o brutte non importa) Kung Fu Panda 2 spicca per la sua qualità assoluta. Andatevelo a vedere e divertitevi tutti.

Una nota a margine: il doppiaggio italiano. Il cast statunitense è stellare (Jack Black, Angelina Jolie, Dustin Hoffman, Jackie Chan, Gary Oldman, Seth Rogen, perfino un cameo di Jean Claude Van Damme), quello italiano punta tutto sulla presenza di un non-attore, tal Fabio Volo, famosissimo artista e intellettuale noto per le sue doti di… boh. Il suo doppiaggio non è dei peggiori (Dj Francesco in Robots distrugge quel poco di dignità che al film restava): direi che è il penultimo. Incapace di recitare, si difende solo nelle parti in cui il panda fa lo scemo. Fortuna per lui che il panda faccia lo scemo nel 90 per cento del film. Il resto invece viene rovinato dalla sua incompetenza. All’altro angolo c’è il doppiatore del pavone Shen, Massimo Lodolo, noto per aver doppiato… ehm… chiunque. È la voce del cattivo per eccellenza in centinaia di film: pensate a un titolo, pensate al cattivo… ecco, è lui. In questa particolare circostanza dà il meglio di sé, è straordinario e coinvolgente, incarna alla perfezione il personaggio, e alla fine ti viene quasi da pensare “Gary Oldman? Chi era costui?”.

Buon Panda a tutti.

Francesco Rigoni

porco rosso

KURENAI NO BUTA (Giappone 1992)

locandina porco rosso

Sì sì sì! Esattamente come me lo aspettavo e come lo attendevo da anni: divertente, ironico, profondo, commovente, imprevedibile… in una parola Miyazaki!

Storia di un maiale (un tempo umano) che è un asso del volo nell’Italia fascista – luogo un po’ reale e un po’ immaginario dove i pirati dell’aria sono più temibili dell’esercito e dove gli idrovolanti, più che macchine, sono poesia – Porco Rosso, uscito originariamente nel 1992 ma solo ora proiettato sugli schermi nostrani, è un vero capolavoro di inventiva, uno dei cartoni animati più belli che mi sia mai capitato di vedere: all’apparenza scanzonato e assurdo (un maiale antropomorfo che vola e di cui tutte si innamorano??), si tratta invece di un’opera capace di scavare a fondo, ma con leggerezza, nei temi della diversità, dell’amicizia, dell’amore, della guerra e persino della politica. Senza dipingere la solita Italia da cartolina, il maestro giapponese riesce a restituire il credibile affresco di un Paese in crisi ma pieno di gioia e speranza, dove tutti sono un po’ matti e cattivelli ma in fondo capaci di farsi conquistare dalla logica ingenua di una ragazzina. Antimilitarista (una delle scene più belle è quella in cui, durante la prima guerra mondiale, uno stormo di aerei abbattuti si dirige con agghiacciante passività verso l’oltretomba), Porco Rosso antepone ai valori della guerra quelli della cavalleria e dell’onore, dello scontro magari futile e pericoloso ma in cui le regole della correttezza vengono prima di ogni cosa. Spassosissimo, in questo senso, il duello aereo tra il protagonista e l’americano Curtis, durante il quale le mitragliatrici si inceppano e i due sono costretti a lanciarsi da un aereo all’altro improbabili oggetti contundenti.

E poi c’è lui, il Porco! Uno dei personaggi più cool e adorabili della storia del cartone animato, sorta di irresistibile incrocio tra l’Humphrey Bogart di Casablanca e Philip Seymour Hoffman, latin lover dal cuore d’oro e solitario poeta dei cieli. Decisamente il personaggio più figo di Miyazaki insieme a Totoro.

Ecco, a proposito di Totoro: è ammirevole il modo in cui il regista giapponese riesca a creare opere sempre così simili eppure così differenti tra loro. Tutte incredibilmente riconoscibili e autoriali, le pellicole di Miyazaki riescono a dire cose sempre diverse, in modo diverso e a un pubblico diverso. Non starò qui a fare l’elenco delle affinità/divergenze tra Porco Rosso, La città incantata e Princess Mononoke, ma pensateci: la poetica di questo regista, fatta di pacifismo, ecologismo e tenerezza, capace di spaziare nello spazio (dal Giappone all’Italia), nel tempo (dal medioevo ai giorni nostri) e nei generi (dal dramma storico alla commedia per bambini), ma sempre con estrema coerenza, è qualcosa di davvero unico, nella storia del cinema.

E comunque, per chiudere in bellezza, ricordatevi sempre che “è meglio essere un maiale, piuttosto che un fascista”!

Alberto Gallo

fantastic mr. fox

locandina fantastic mr. fox

Wes Anderson è tornato, evviva! Ed è tornato portandosi dietro per l’ennesima volta il suo carico di inconfondibile e adorabile stile: tutto quel giallo, quelle inquadrature geometriche, quella cura per il dettaglio (inteso anche come “oggetto”), quella macchina da presa che non sta mai ferma, quelle scenografie così smaccatamente fasulle, quella dolcissima naïveté… Ecco, a tutto ciò aggiungete che stavolta si tratta di un cartone animato: Fantastic Mr. Fox è l’ennesimo (nondicocapolavoroma) colpo di genio del… genialissimo regista texano.

E poteva forse essere un cartone animato qualunque? Girato interamente in digitale? Magari in 3D? Naaa… Qui si parla di pupazzi pelosi animati con l’antica e artigianalissima tecnica dello stop-motion (non sapete cos’è? Be’, forse non sono la persona più indicata per spiegarvelo… Provate a cliccare qui).

Tratto da un libro di Roald Dahl, Fantastic Mr. Fox è una spassosissima e strampalata girandola di invenzioni che vede protagonista appunto Mr. Fox, volpe-giornalista con il vizio del furto di galline. Dopo un suo ennesimo colpo ai danni di un crudele industriale, Franklin Bean, la pacifica comunità di volpi, tassi e talpe che popola il bosco diventa oggetto della vendetta dei tre maggiori capitalisti della zona. Inseguimenti, nascondigli, colpi di scena, scene di (relativa) tensione… alla fine tutto si risolve per il meglio, ma in mezzo quante cose! Wes Anderson nel suo cartone animato ci mette dentro ecologismo, balletti, canzonette, citazioni, anticapitalismo, adolescenze complicate, crisi famigliari, crisi economiche, fobie, insoddisfazione, (anti)conformismo, (anti)consumismo, riferimenti alla nostra realtà, lampi di assurdo umorismo… Di tutto! Le scene degne di essere citate sarebbero decine, quindi troppe, ma non posso non esprimere la mia ammirazione almeno per lo struggente prefinale – protagonista un lupo solitario (disegnato in maniera tradizionale ma anche in questo caso estremamente originale) la cui presenza è carica di significati simbolici.

Con le voci di George Clooney (doppiato in italiano, come di consueto, da Renè FerrettiFrancesco Pannofino), Meryl Streep e gli immancabili Jason Schwartzman e Bill Murray, Fantastic Mr. Fox è un grande cartone animato. Indicato, come si suol dire, per grandi e piccini.

Alberto Gallo

piovono polpette

locandina piovono polpette

Flint Lockwood è un giovane “scienziato pazzo” che inventa una macchina capace di trasformare l’acqua in cibo. L’invenzione, però, dapprima acclamata in tutto il mondo come una delle scoperte più geniali dell’umanità, sfugge al controllo del suo creatore, rischiando di minacciare la sopravvivenza del pianeta.

Diciamolo subito: Piovono polpette non appartiene alla categoria di cartoni animati geniali che hanno reinventato il genere nell’ultimo decennio. Certo, è divertente; certo, la grafica (in 3D) è sofisticatissima; certo, non mancano i colpi di genio. Ma in generale si tratta di un’opera minore, un po’ banale, consigliabile prevalentemente a un pubblico di bambini sotto i 14 anni. Siamo più o meno dalle parti di Kung fu panda, tanto per intenderci.

A ben vedere, però, un pregio notevole questo film ce l’ha: l’intera vicenda, infatti, può essere letta come una critica al consumismo, all’alimentazione eccessiva e non sostenibile dei paesi occidentali. La cittadina americana in cui si svolge il film è un posto di ingordi, di irresponsabili, di mangioni incapaci di gestire con saggezza un’importante risorsa. E com’è ovvio tutto si ritorce in fretta contro di loro. Chissà se i bambini sapranno leggere tra le righe…

Alberto Gallo

up

locandina up

Non ci sono parole sufficienti nel vocabolario italiano per descrivere la poesia, la fantasia, la visionarietà, l’originalità di questo film. Raramente, al cinema, capita di ridere e piangere come si può ridere e piangere di fronte alle avventure di Carl, un vecchietto rimasto vedovo che decide di decollare con la sua abitazione per i cieli del Sudamerica – accompagnato da un boy scout imbranato e da un cane parlante un po’ tontolone. Tutto è perfetto in Up, ennesimo capolavoro della Disney-Pixar, almeno quanto lo era in Wall-e e in pochi altri cartoni animati digitali dell’ultima generazione.

Dovessi elencare le scene migliori di questo film, le più spassose o le più commoventi, starei qui fino a domani, e finirei per raccontare tutta la pellicola. Pertanto mi limiterò a citare la migliore in assoluto, ovvero i cinque minuti (veramente da antologia) in cui, senza bisogno di parole, viene descritta la vita coniugale di Carl e di sua moglie. Una vita semplice, come tante, fatta di aspettative e delusioni, momenti di gioia e altri più difficili. Una vita ordinaria che, come tutte, a un certo punto deve arrendersi all’inevitabilità della morte – discorso splendidamente e sorprendentemente privo di retorica sulla vecchiaia e sul passare del tempo. Pura, semplice poesia.

Alberto Gallo

il mio vicino totoro

locandina totoro

Come ha fatto l’Italia – sempre e comunque indietro, in ogni situazione – a resistere per più di vent’anni senza quest’adorabile e pelosissima creatura dei boschi di nome Totoro? Senza il film d’animazione che lo vede protagonista, uno dei primi capolavori del genio giapponese Hayao Miyazaki? Senza Satsuki e Mei, le due piccole bimbe che un giorno lo incontrano sotto un enorme albero di canfora e non se ne separano più? Senza il Gattobus, servizievole e sornione? Senza queste immagini di straordinaria tenerezza e poesia panteistica? Senza questi disegni, così semplici e così perfetti? Senza questa visione della vita e della natura così positiva, armoniosa e piena di speranza?

Non lo so.

So soltanto che questo film – uscito in Giappone e in tutto il mondo nel 1988 ma distribuito da noi solo in questi giorni sull’onda della tardiva fama di Miyazaki – è un capolavoro, uno dei cartoni animati più belli di tutti i tempi. Forse, a differenza di alcune pellicole d’animazione che hanno riscosso grande successo negli ultimi anni (mi riferisco a Persepolis, a Valzer con Bashir, ad Appuntamento a Belleville, ma anche ad alcuni cartoni digitali americani e alle ultime fatiche dello stesso Miyazaki) e che hanno contribuito allo sdoganamento di un genere ora apprezzato da cinefili di tutte le età, Totoro si rivolge prevalentemente a un pubblico di bambini. Ma si tratta di un’opera talmente commovente, divertente e originale che è impossibile non innamorarsene. Anche se l’infanzia, come per chi scrive, è lontana da un pezzo.

Alberto Gallo

l’era glaciale 3 – l’alba dei dinosauri

locandina era glaciale 3

Come ormai sapranno bene i lettori di questo blog, i cartoni animati moderni sono una delle mie principali passioni cinematografiche. C’è poco da fare, non resisto, devo andare a vederli tutti. O almeno quelli non palesemente confezionati per un pubblico preadolescenziale. Anche se pure quelli ogni tanto me li sorbisco volentieri. Il fatto è che sono così divertenti, scanzonati, esteticamente accattivanti ed eticamente positivi da risultare addirittura terapeutici. Due ore di cartoni animati americani (per quelli europei e asiatici il discorso è ben diverso) sono capaci di rendere serena anche la giornata più storta. Vuoi per l’inevitabile happy ending, vuoi per le gag esilaranti, vuoi per la visione semplice e lineare dei valori della vita (amicizia, fedeltà, famiglia…). Oggi come settant’anni fa il mondo dei cartoni animati è un posto positivo, spassoso e conciliante. E tanto basta.

Non per niente attendevo con trepidazione il terzo episodio della saga dell’Era glaciale, che se le gioca con Shrek per la palma di migliore serie animata degli ultimi anni (e dirò di più: il primo episodio dell’Era glaciale è forse il miglior cartone animato digitale di sempre insieme, appunto, al primo Shrek, a Nemo e a Wall-e). Gli episodi precedenti ci avevano lasciato in eredità un improbabile branco-famiglia composto principalmente da un bradipo (Sid), un mammut (Manny) e una tigre (Diego) costretti spesso a combattere contro nemici crudeli e una natura matrigna altrettanto pericolosa (siamo appunto in un mondo ostile fatto interamente di ghiaccio). Stavolta i simpatici animaletti se la devono vedere con un cosmo sotterraneo che ha conservato un clima tropicale e soprattutto una spaventosa fauna composta interamente da dinosauri, rettili dai più creduti estinti. Il tutto, come impone la moda dei cartoni animati da un annetto a questa parte, in 3 dimensioni.

Squadra che vince non si cambia: la struttura narrativa, l’umorismo e la morale dell’Alba dei dinosauri sono pressochè identiche a quelle dei primi due episodi. Come sempre le avventure dei protagonisti sono intervallate da quelle del povero scoiattolo alle prese con un’irragiungibile ghianda (ma questa volta pure con un’avvenente scoiattolina); come sempre le risate nascono dalla goffaggine, fisica e interiore, dei personaggi e dall’approccio postmoderno e citazionista delle gag (si va dalla slapstick comedy alla parodia dei film sul Vietnam e degli action movie); come sempre si introduce un nuovo personaggio a supporto di quelli che già conosciamo (stavolta si tratta di Buck, reduce di guerra orbo e un po’ pazzo, sorta di versione simpatica del colonnello Kurtz); come sempre la morale è che la famiglia è la cosa più importante.

Rispetto agli episodi precedenti, però, la qualità è leggermente inferiore: il film decolla davvero soltanto nella seconda parte, ambientata nel mondo dei dinosauri, e si ride tanto ma non tantissimo. Ma si tratta di un calo fisiologico, dovuto al fatto che la struttura generale della saga comincia a farsi ripetitiva. Forse le avventure dei nostri amici preistorici dovrebbero fermarsi qui.

Per finire un paio di considerazioni tecniche. Sul disegno niente da dire: come al solito ci troviamo di fronte a un’inventiva e a una perfezione tecnica davvero stupefacenti. Ogni singola immagine è un luna park di colori (o non-colori, visto che il bianco della neve e del ghiaccio domina su tutta la prima parte di pellicola) e sorprese da far girare la testa. Per quanto riguarda il 3-D, invece, la faccenda mi lascia piuttosto perplesso, dal momento che, ora come ora, in attesa di un salto di qualità tecnico, la terza dimensione non aggiunge molto alla qualità delle pellicole (o almeno non di tutte: in Coraline il 3-D era sfruttato meglio). Si tratta di un espediente simpatico, a tratti sorprendente, ma non decisivo per la buona riuscita di un film. E spendere dieci euro per vedere qualche immagine in rilievo è quasi un furto.

Alberto Gallo

Ps: prima dell’inizio del film ho visto, sempre in 3-D, il trailer di Avatar, il nuovo sbandieratissimo film di James Cameron. E sento una fortissima puzza di schifezza colossale…

coraline

locandina coraline

Ormai è una regola non scritta: da circa un decennio a questa parte, con cadenza quasi annuale, esce nelle sale cinematografiche un cartone animato sorprendente capace di cambiare le carte in tavola. E non si tratta – soltanto – di pura tecnica, di disegni sempre più perfetti, di paesaggi sempre più realistici: con la tecnologia evolvono anche le storie, che si fanno sempre più adulte e universali, i personaggi, sempre più umani, i messaggi, sempre più profondi. Pur rimanendo, i cartoni animati, opere d’arte capaci di sorprendere anche e soprattutto i bambini e la loro ingenuità.

All’inizio fu il geniale Nightmare before Christmas, girato con la tecnica della stop-motion. Poi, con Shrek e Alla ricerca di Nemo, la rivoluzione digitale raggiunse il suo punto più elevato. Ma, fuori dai confini americani, arrivarono anche capolavori “artigianali” come La città incantata, Appuntamento a Belleville e Persepolis. Per non parlare dell’Era glaciale e della Sposa cadavere di Tim Burton.

Con Coraline, diretto proprio da Henry Selick, regista di Nightmare before Christmas, l’arte del cartone animato raggiunge un nuovo traguardo, questa volta a tre dimensioni: grazie a una tecnica innovativa (sebbene alcuni tentativi in 3D avessero già visto la luce molti decenni orsono) e un paio di speciali lenti da sole, il disegno buca lo schermo invadendo il pubblico del cinema, entusiasta di avere la sensazione di fare quasi parte della storia.
Ecco, appunto, la storia: lungi dall’accontentarsi di lasciare il pubblico a bocca aperta con tecniche digitali di prima categoria, i creatori di questo splendido film hanno estratto dal cilindro una favola nera (a tratti quasi horror) davvero memorabile, che vede protagonista una bambina un po’ triste (Coraline, appunto), una casa stregata e un mondo parallelo in cui niente è come sembra. Con un messaggio finale classico ma sempre efficace: la famiglia conta più di ogni altra cosa.

Un film da non perdere, anche se avete più di dodici anni.

Alberto Gallo

qualche consiglio

tropic thunder

In questo periodo di fervente inattività ho avuto modo di vedere un bel po’ di film. Ecco alcune brevi recensioni.

La banda Baader Meinhof. E’ la storia di una delle prime e più importanti divisioni della Raf (Rote armee fraktion), banda terroristica di estrema sinistra che sconvolse la Germania degli anni ’70. Recitato benissimo (spiccano Martina Gedeck e Moritz Bleibtreu, già insieme nelle Particelle elementari), ricco di momenti di grande cinema ed esaltato da una splendida colonna sonora rock, solo in parte (e specialmente nella seconda metà della pellicola, ambientata nel carcere nel quale vengono rinchiusi e si tolgono la vita i terroristi) riesce a restituire l’affascinante e al contempo opprimente atmosfera degli “anni di piombo”, riducendosi talvolta alla semplice e già vista illustrazione di attentati e proteste di piazza. Le scene di massa non colpiscono nel segno, e non è chiara la presa di posizione del regista nei confronti di un argomento tanto spinoso: Andreas Baader e Ulrike Meinhof erano dei pazzi violenti, degli illusi o dei veri idealisti? Un film riuscito a metà.

Wall-e. Finalmente la Pixar ce l’ha fatta: dopo aver sfiorato più volte il capolavoro, questa volta centra in pieno il bersaglio, con un cartone animato commovente, avvincente e originalissimo: il piccolo robot Wall-e, prima solitario catalogatore di reperti in una Terra disabitata, poi innamoratissimo e inconsapevole salvatore dell’umanità, è protagonista di un film praticamente perfetto, che rinverdisce i fasti del film muto, cita Kubrick e offre una visione intelligente ma non didascalica della nostra società. E la grafica computerizzata, che dà il meglio di sè soprattutto nei primi minuti di film, è vicina alla perfezione.

The burning plain. Guillermo Arriaga, già sceneggiatore dei film del regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu (Amores Perros, 21 grammi, Babel), esordisce alla regia con un film che ripropone il suo classico stile di scrittura a vicende incrociate. Rispetto alle opere di Inarritu, però, The burning plain offre meno azione e più patetismo melodrammatico. Banale, noioso, già visto. Buona interpretazione di Kim Basinger.

Tropic thunder. Una troupe cinematografica si trova tra le foreste asiatiche per girare un film sulla guerra del Vietnam. Ma qualcosa va storto, e per una serie di equivoci gli attori si trovano a dover affrontare situazioni realmente pericolose, come dei veri soldati. Spassosissima parodia dei film sul Vietnam (Platoon, Il cacciatore, Full metal jacket…), Tropic thunder, diretto con mano sicura da Ben Stiller, anche protagonista, è un concentrato esplosivo di comicità demenziale ma non stupida (non sempre, almeno) e non banale, esaltata dalle interpretazioni di Jack Black, Robert Downey Jr. in versione afro e Nick Nolte. Memorabile cameo di un Tom Cruise bruttissimo e irriconoscibile.

Il passato è una terra straniera. Tratto da un romanzo di Gianrico Carofiglio, è l’esempio perfetto di come il cinema italiano è e dovrebbe non essere: pretenzioso, confuso, recitato male, banale, inutilmente violento e povero di contenuti. Noiosissime partite di poker, storie di droga senza capo nè coda, stupri a casaccio… in questo film non si salva praticamente nulla. Delusione doppia per chi ha letto il libro.

Alberto Gallo

kung fu panda

locandina kung fu panda

La Dreamworks colpisce ancora, estraendo dal cilindro l’ennesimo cartone animato digitale che è un piccolo capolavoro.

Stavolta il protagonista è un goffissimo panda (cinese, ovviamente) di nome Po, figlio di una specie di anatra (esatto, un’anatra!) che gestisce un chioschetto di noodles, quei miseri spaghettini in brodo che tanto piacciono ai cinesi. Il sogno di Po è diventare un lottatore di Kung Fu come i suoi idoli Scimmia, Tigre, Mantide, Vipera e Cicogna, di cui conosce vita, morte e miracoli e di cui possiede pure i pupazzetti. Un giorno, per caso, riesce a coronare il suo desiderio: il vecchio e un po’ rimbambito maestro Oogway (una tartaruga) riconosce in lui il leggendario Guerriero Dragone, catapultando la vita del povero panda in un mondo sconosciuto dove sarà costretto a confrontarsi con temibili nemici (il perfido leopardo Tai Lung) ma soprattutto con se stesso e i suoi limiti.

Il film è tutto qui. Come spesso accade nei cartoni animati ci troviamo di fronte a un semplice racconto di formazione, al termine del quale l’eroe scopre aspetti di se stesso (generalmente positivi) che non sospettava di possedere. Si tratta in fin dei conti dell’ennesima variazione sul tema del “prescelto”, individuo generalmente un po’ sfigato (Luke Skywalker, Neo e chi più ne ha più ne metta) dal quale per un motivo o per l’altro dipendono le sorti dell’umanità o di parte di essa. Il tutto condito, come in quasi tutti i cartoni animati moderni, da gag spesso irresistibili e una tecnica di disegno sempre più perfetta.

Non al livello degli insuperabili Shrek (più cattivo e postmoderno), L’era glaciale (più divertente) e Nemo (più commovente), ma poco ci manca.

Alberto Gallo

persepolis

locandina persepolis

Quanta poesia, quanta grazia, quanta delicatezza in questo capolavoro a cartoni animati – tratto dall’omonimo fumetto di Marjane Satrapi – che riesce nell’ardua impresa di affrontare argomenti estremamente drammatici (la tragica situazione dell’Iran degli anni ’80 che, tra guerre civili, invasioni e dittature visse uno dei periodi più bui della sua storia) con una leggerezza e una semplicità così profonde e intelligenti da lasciare senza fiato.

Leggerezza e semplicità che trovano perfetto compimento tanto nel tratto del disegno (essenziale, bidimensionale e – salvo poche scene – in bianco e nero, eppure sempre accattivante e imprevedibile) quanto nel modo in cui le tragedie sopra menzionate vengono illustrate: come in un reportage giornalistico nulla, nemmeno gli aspetti più tragici della realtà (torture, fucilazioni, suicidi, implicazioni e responsabilità politiche), viene omesso, ma come in una favola della buona notte raccontata da una nonna amorevole alla sua nipotina, ogni avvenimento mantiene comunque un barlume di speranza, di ironia, di reversibilità, un tocco di sorpendente levità.

Ogni cosa è vista attraverso gli occhi di Marjane, bambina – poi ragazza – che, pur crescendo tra lo squallore iraniano e il non meno deludente mondo occidentale (la famiglia, moderna e democratica, la manda a studiare al liceo francese di Vienna), riesce nel tempo a mantenere un idealismo e un’autonomia di pensiero che, nonostante i non pochi momenti di crisi (dovuti non solo alla politica e alla lontananza da casa, ma anche a ben più comuni – ma non per questo meno dolorose – faccende amorose), la salvano dalle brutture del mondo.

Persepolis (titolo che rimanda alla millenaria e spesso tormentata storia dell’Iran) è – senza mezzi termini – uno dei film a cartoni animati più belli e importanti di tutti i tempi. Il fatto che abbia perso la sfida degli Oscar contro il pur divertente Ratatouille la dice lunga sullo stato di salute non solo del cinema contemporaneo, ma della nostra società.

Alberto Gallo

ratatouille

locandina ratatouille

Remy ha il pallino dell’alta cucina e il talento necessario per diventare un grande cuoco: è dotato di fantasia, coraggio, tecnica – appresa sul manuale del mitico chef Gusteau – e un olfatto straordinario. Decide così di recarsi nel migliore ristorante di Parigi per conquistare il mondo con la sua arte culinaria. Niente di più facile, no? Peccato che Remy sia un topo. Sì, esatto: un ratto, un sorcio, una pantegana di cloaca, giustamente schifato e scacciato da chiunque lo sorprenda in cucina a rovistare tra carni e ortaggi. Il piccolo chef è dunque costretto a modificare il suo improbabile piano, cercando e trovando nel giovane e imbranato Linguini – completamente ignorante in fatto di cucina, ma figlio segreto del grande Gusteau e soprattutto… appartenente alla razza umana – un alleato attraverso cui dare vita alle sue innovative e complicatissime ricette. Nonostante le difficoltà – dovute non solo alla sua natura di roditore, ma anche alla crudeltà dello chef Skinner e del critico gastronomico Anton Ego – Remy vedrà finalmente riconosciuto da tutti il suo talento.

Nonostante il coro di sperticate lodi che ha accolto l’uscita di Ratatouille, ultimo cartone animato digitale della già mitica Disney Pixar (quella di Toy story, Monsters & co., Alla ricerca di Nemo, Gli incredibili, Cars…), mi permetto di muovere qualche critica al topino più famoso del momento. Il fatto – in Ratatouille come in moltissimi altri cartoni animati moderni – è questo: se da un lato i disegni si fanno sempre più perfetti (almeno per quanto riguarda cose e animali, per gli esseri umani siamo ancora a livello di caricatura) e l’atmosfera generale del film diventa sempre più “adulta” (certi doppi sensi e sottili ironie e certe ancora più sottili citazioni e riferimenti alla cultura popolare non sono certo rivolti a un pubblico di neonati, per non parlare dei rapporti tra uomini e donne e di altre situazioni che solo chi ha perso i denti da latte può in qualche modo capire), dall’altro la sceneggiatura è più che mai ancorata a schemi narrativi visti e stravisti. Certo, Ratatouille è un film divertente, ben congeniato, talvolta perfino commovente (soprattutto nel finale), ma non riesce a scollarsi dalla solita struttura difficoltà iniziali/grande gioia e speranza centrale/delusione e altre difficoltà a tre quarti di film/happy ending. Il tutto condito dalla solita sottotrama amorosa, dalla solita punizione del cattivo di turno e dalla solita redenzione dell’altro cattivo di turno. Il discorso sottostante a Ratatouille e alla stragrande maggioranza dei cartoni animati (in particolare di quelli recenti) è il processo di affermazione sociale del protagonista o dei protagonisti. Qual è la storia di Shrek? E del povero Chicken Little? E del pesciolino Nemo? Si tratta sempre e comunque di poveri esclusi, di reietti, di outcast, che dopo un’ora e mezza di film e varie peripezie riescono a trasmettere agli altri il proprio valore e ad essere accettati dalla società civile (o dal branco, a seconda dei casi). Gli sceneggiatori della Disney non peccano certo di scarsa fantasia nè tantomeno di insufficiente umorismo. Ciò di cui scarseggiano è l’audacia, il coraggio di traghettare definitivamente l’arte del cartoon verso una dimensione adulta e davvero stimolante. Cosa che – piaccia o no – in Giappone succede da anni.

Nonostante i limiti imposti dal genere, comunque, Ratatouille è un bel film. Molto azzeccata, soprattutto, la riflessione finale sul mestiere del critico, saggia “frecciatina” degli autori a quanti dai cartoni animati pretenderebbero qualcosa di più…

Alberto Gallo

i simpson – il film

locandina i simpson - il film

Un film dei Simpson. Uno vero, lungo un’ora e mezza, da gustarsi in poltrona su tre metri di schermo. Dopo vent’anni di straordinari appuntamenti televisivi (che hanno cambiato non solo il concetto stesso di cartone animato ma anche di comicità, di televisione e di cultura popolare), un appuntamento cinematografico imperdibile, da leccarsi i baffi. Almeno sulla carta. Già, perché nonostante qualche battuta spassosa, alcune scene già di culto e un disegno decisamente migliore rispetto allo standard televisivo, il risultato è deludente. Non brutto, solo e semplicemente deludente.

Perché? Per una serie di ragioni. Eccole:

1 – La vicenda. Il film dei Simpson in realtà non è un vero e proprio film, bensì un lungo episodio televisivo, dal momento che la trama è poco approfondita, poco originale e non riesce a discostarsi più di tanto dalle avventure già viste sul piccolo schermo: quante volte la famiglia più gialla e stupida d’America ha dovuto salvare la propria città, Springfield, da progetti assurdi e distruttivi con metodi altrettanto astrusi e improbabili? Si pensi ad esempio alla mitica puntata doppia Chi ha ucciso Mr. Burns? o all’episodio della monorotaia. Il cinema possiede un linguaggio, degli strumenti e degli scopi – (non necessariamente migliori ma) diversi da quelli televisivi – che in questo caso sono stati scarsamente sfruttati.

2 – I personaggi tradizionali. Spero di non passare per un maniaco simpsoniano (cosa che tra l’altro sono, e pure a uno stadio avanzato) se dico che il film tradisce l’essenza della comunità springfieldiana. Essenza che può essere facilmente riassunta in una sola parola: stupidità. Nelle serie televisive tutti i personaggi dei Simpson (con la parziale eccezione della sola Lisa) sono, per un motivo o per l’altro, profondamente e inequivocabilmente stupidi. Ed è questa caratteristica a renderli irresistibilmente comici e memorabili. Nel film, invece, tutto ciò è assente. L’unico personaggio veramente stupido è Homer, di cui tutti, in modo o nell’altro, sono vittime inermi: Bart non è il solito teppista, Flanders non è il solito bigotto, Marge non è la solita madre apprensiva dalla mentalità limitata. Sono tutti personaggi più o meno ragionevoli (addirittura attenti all’ecologia, sebbene a modo loro) che devono subire lo stupido egoismo di Homer, il quale in tal modo diventa l’unico motore della vicenda. Per non dire il capro espiatorio di tutto e tutti.

3 – I personaggi nuovi. Sbiaditi. Non basta una pronuncia un po’ strana o un paio di tettone per dare spessore e comicità a tanto attese new entries. Un’occasione perduta per introdurre qualche novità interessante, da sfruttare magari anche in tv. Sarebbe forse stato meglio assegnare ruoli più approfonditi a personaggi già noti (come Lenny, Carl, Burns, Apu o Krusty). L’unico personaggio delle serie tv ad avere un po’ di importanza è Ned Flanders, il vicino di casa dei Simpson, che però, come ho già detto, non è particolarmente divertente in quanto trasformato in un banale e improbabile buon padre di famiglia, mentre le sue carattersitiche comiche tradizionali (l’estremismo cristiano, il buonismo oltre ogni ragionevole limite, una spiccata quanto autolesionistica propensione a porgere l’altra guancia) sono state presochè trascurate.

4 – Gli aspetti comici. Il film dei Simpson non è particolarmente divertente. Certo, come ho già accennato di battute e scene spassose ce ne sono (Spider-pork è già un classico, così come la scena del martello o quella di Bart che va in skateboard completamente nudo), ma in generale non è che ci sia molto di cui spanciarsi. Negli ultimi 5-6 anni abbiamo assistito a cartoni animati (Shrek, L’era glaciale, Alla ricerca di Nemo, per non parlare di Appuntamento a Belleville) ben più divertenti e innovativi. È anche strano il fatto che il film dei Simpson abbia quasi completamente rinunciato al citazionismo, che è uno dei punti di forza del programma televisivo.

La sensazione, in definitiva, è quella di un’occasione parzialmente sprecata. Il film dei Simpson non entrerà nella storia del cinema. O almeno non quanto gli episodi televisivi sono entrati in quella del piccolo schermo.

Alberto Gallo

shrek terzo

locandina shrek terzo

Giunta al suo terzo capitolo, la saga di Shrek – irriverente e citazionista come solo i migliori cartoni animati (post)moderni sanno essere – ancora una volta non delude le aspettative.

Questa volta gli ostacoli che il verde e puzzolente mostriciattolo deve affrontare non nascono più (soltanto) dagli ego disturbati di draghi, fattucchiere e principi cattivi, ma anche e soprattutto dalle responsabilità derivanti dal sopraggiungere di un’età più matura, come il matrimonio, la paternità e il lavoro (pare che essere re nelle favole sia ben più impegnativo che nella realtà). Insomma, anche Shrek, come noi che seguiamo le sue avventure da quasi dieci anni, è finalmente diventato adulto.

Ma non temete, anche stavolta è la comicità più scanzonata e politicamente scorretta a farla da padrona: vi basti sapere che re Artù è un liceale sfigato deriso da tutti, il mago Merlino, reduce da un esaurimento nervoso, sembra un vecchio hyppie e l’omino di marzapane (il personaggio più geniale di tutta la saga) è alle prese, in una scena esilarante, con l’ennesima crudelissima tortura.

Forse la trama non è scorrevole e essenziale come nei due precedenti episodi, ma divertimento e buona musica (da Paul McCartney a Sly Stone ai Led Zeppelin) sono assicurati, anche (o forse soprattutto) se avete più di dodici anni.

Alberto Gallo