the stone roses: made of stone

31TFF

THE STONE ROSES: MADE OF STONE (Uk 2013) è stato presentato al XXXI Torino Film Festival, nella sezione After Hours.

Ian Brown, John Squire, Gary “Mani” Mounfield, Alan “Reni” Wren: gli Stone Roses sono stati, per un breve ma entusiasmante periodo (diciamo nell’interregno tra gli Smiths e i Blur), la band più figa, innovativa e geniale d’Inghilterra. Nel 2012, dopo vent’anni di assenza dalle scene, sono tornati a suonare insieme per una serie di concerti sold out. Questo film, diretto da Shane Meadows (il regista di This Is England), documenta con entusiasmo da fan i giorni frenetici della reunion, tornando spesso, attraverso filmati d’epoca, ai gloriosi tempi che furono.

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il treno va a mosca

31TFF

IL TRENO VA A MOSCA (Italia-Uk 2013) è stato presentato al XXXI Torino Film Festival, nella sezione Torino 31.

L’ideologia comunista, la vita contadina, le vecchie telecamere amatoriali dalle immagini sgranate e sfocate, il viaggio come scoperta di universi nuovi e sorprendenti: Il treno va a Mosca, documentario diretto da Federico Ferrone e Michele Manzolini, è la trasposizione su pellicola di un mondo – pre-tecnologico e pre-postideologico – che non esiste più. Testimone di questo passato ormai remoto è l’ottantenne romagnolo Sauro, che nel 1957, insieme ad alcuni compagni, partì alla volta di Mosca per il Festival mondiale della gioventù.

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sugar man

SEARCHING FOR SUGAR MAN (Svezia/Uk 2012)

locandina sugar man

Che probabilità aveva, a fine anni Sessanta, un cantautore di origine ispanica di sfondare nel music business in una città come Detroit? Riformulo la domanda: aveva forse qualche possibilità di successo un tizio chiamato Sixto Rodriguez che suonava fuori tempo massimo una musica alla Bob Dylan nella città del soul e del garage rock? No, esatto, nessuna probabilità. E infatti, dopo due dischi, quest’uomo timido, umile, che cantava di droga e della classe operaia, scomparve nel nulla. Salvo, negli anni, ottenere un grandissimo successo in Sudafrica, di cui rimase all’oscuro fino al 1998.

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london – the modern babylon

LONDON – THE MODERN BABYLON (Uk 2012)

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Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione TFFdoc.

london - the modern babylon

Julien Temple conduce un viaggio nel tempo nel cuore della sua città natale: attraverso musicisti, scrittori e artisti, pericolosi pensatori, politici radicali e gente comune, dipinge un affresco di una città molteplice, capace di mettere in gioco la propria identità.

Sul fatto che Julien Temple sia, insieme forse a Werner Herzog e pochi altri, il più grande documentarista vivente, siamo tutti d’accordo. E sul fatto che anche London Babylon sia un ottimo documentario non può che convenire ognuno di noi: interessante, brillante, ricchissimo di incredibile materiale video d’archivio, forte (e come poteva non essere così) di un’ottima colonna sonora e quant’altro. Ciò detto, non si tratta secondo me di una delle opere più riuscite del regista inglese, per una serie di motivi:

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virgin forest

WONSIRIM (Corea del Sud 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione TFFdoc.

Visitare la casa della nonna materna, dopo il suo funerale, fa pensare Hyun-jung al passato, ma ogni sforzo di catturare il tempo felice dell’infanzia è vano. In Corea domina una cultura maschilista, insensibile al passato e incurante del futuro, e per Hyun-jung il rito funebre catalizza un bisogno di cambiamento che passa da una nuova esperienza morale e spirituale.

Chissà, forse se il professor Guidobaldo Maria Riccardelli organizzasse oggi un cineforum sul cinema d’autore contemporaneo, Fantozzi sarebbe costretto a sorbirsi un film come questo. Che per fortuna, al contrario di Dies irae e della Corazzata Potëmkin, dura solo 73 minuti, ma così interminabili da sembrare quasi eterni (siamo sicuri che non si siano scordati uno zero finale, sul programma del TFF?). Continua a leggere

woody

WOODY ALLEN: A DOCUMENTARY (Usa 2012)

locandina woody

Che bellezza, finalmente un documentario su Woody Allen, il mio regista preferito!

(Perdonate l’attacco così fanciullescamente entusiasta, ma quando al cinema arriva proprio il film che avresti sempre voluto vedere, uno dei tanti, farsi prendere da una gioia incontrollata e un po’ acritica è praticamente inevitabile.)

Diretto da Robert B. Weide, Woody è un Bignami perfetto, una biografia per immagini ideale per farsi un’idea di Allen Stewart Königsberg come attore, come regista e, per quanto possibile, come uomo. Ok, il film non è niente di particolarmente originale, limitandosi a illustrare la carriera e le vicissitudini personali di Woody attraverso spezzoni dei suoi film più noti e interviste a personaggi che in modi diversi gli sono stati vicini nel corso degli anni (Diane Keaton e Tony Roberts, immancabili, ma anche Mariel Hemingway, Dick Cavett, Scarlett Johansson, il biografo Eric Lax ecc.), ma il tutto è confezionato con gusto, cura, ammirazione e affetto – e tanto basta, per quanto mi riguarda. Poi certo, si potrebbe obiettare sul fatto che alcune pellicole anche molto importanti nella filmografia del Nostro vengano un po’ trascurate (mi viene in mente Radio days, ad esempio, che io amo molto e che nel documentario non è nemmeno citato, o Sogni e delitti e Tutti dicono I love you), o sul fatto che l’approfondimento – mi si passi il termine – filosofico sul pensiero del regista rimanga un po’ in superificie (l’ebraicità di Woody non viene quasi mai tirata in ballo, così come alcune sue ossessioni quali la musica jazz, il cibo, la magia ecc.), ma il fatto è che per realizzare un documentario veramente completo sull’universo alleniano non sarebbero bastate quattro ore di pellicola, e allora tanto vale accontentarsi. Qualche chicca, in ogni caso, Woody la propone: lo sapevate, ad esempio, che il famoso split screen di Io e Annie, la scena in cui Alvy Singer e Annie sono entrambi dallo psichiatra e dicono cose assolutamente inconciliabili*, in realtà non è affatto uno split screen? Le immagini furono semplicemente girate in contemporanea su un set diviso a metà da un muretto, in modo che gli attori potessero sentirsi. L’idea – il colpo di genio! – fu del direttore della fotografia, il leggendario Gordon Willis, già artefice delle meravigliose atmosfere del Padrino (e d’altronde Woody Allen non si è mai fatto mancare nulla in ambito direttori della fotografia, avendo lavorato anche con Carlo Di Palma, Vilmos Zsigmond, Sven Nykvist… Ma sto divagando). Interessante, anche, l’indagine sul metodo di lavoro alleniano, che prevede una macchina da scrivere tedesca in possesso del regista da cinquant’anni, forbici, pinzatrici e nemmeno l’ombra di un computer.

Insomma, nulla di sconvolgente o innovativo, questo Woody, ma andate a vederlo, per favore, che un ripasso, se realizzato con la giusta dose di eleganza e ammirazione per l’oggetto in questione, e se l’oggetto in questione, soprattutto, è uno dei più grandi registi del XX (e forse anche XXI) secolo, non potrà che giovare. Se invece siete stati su Nettuno fino a ieri e di Woody Allen non sapete nulla, be’, ecco a voi l’occasione giusta per rimediare.

Alberto Gallo

* PSICHIATRA: “Quante volte alla settimana fate sesso?”
LEI: “Molto spesso, tre volte alla settimana”
LUI: “Quasi mai, tre volte alla settimana”

the golden temple (un progetto interessante)

the golden temple

1908 – 1948 – 2012. Londra sarà la prima città ad ospitare per la terza volta le Olimpiadi. Il mega-appalto da milioni di sterline è stato vinto promettendo un’Olimpiade partecipativa, verde, sobria, inserita in un più ampio progetto di rigenerazione urbana.

Nell’est di Londra, in una delle aree più dismesse e trascurate della città, fervono i preparativi. Una recinzione elettrificata protegge un imponente cantiere di 2,5 Km2. Al suo interno lo stadio, il tempio dell’intrattenimento e del gioco, costruito sopra le scorie radioattive di un reattore nucleare. Un secondo tempio, dedicato al consumismo, è quasi pronto. È il centro commerciale più grande d’Europa, targato Westfield. Il 65% dei visitatori lo dovrà attraversare per poter raggiungere il parco olimpico. Il terzo tempio doveva essere la moschea più grande d’Europa, ma il piano di costruzione è stato abbandonato. Nell’area sono però attive numerose comunità religiose, spesso di stampo pentecostale. Occupano lo stesso spazio simbolico di quella moschea che non c’è.

Intorno a questi templi d’oggi incontriamo vari personaggi che ci guidano nella scoperta di questa “rigenerazione”. Tra loro: Mike, fotoreporter che vive in una barca nei canali industriali di Londra; John, imprenditore del capitalismo “puro”; Sue, guida olimpica orgogliosa del progetto di riqualifica; e l’apostolo Ben, Generale di Dio, evangelizzatore ghanese in tenuta militare. Seguendo le loro storie ci muoviamo attraverso un luogo simbolico e reale al tempo stesso. La trasandatezza ex-industriale e il carattere di retro–magazzino che da sempre contraddistinguono l’East London cozzano contro un processo di riqualificazione e spinta avanguardista, tra residenti sfrattati, canali pittoreschi, frenetici lavori in corso e chioschi locali costretti a chiudere per essere rimpiazzati dai punti vendita delle grandi catene commerciali.

the golden temple 2

The Golden Temple è il primo lungometraggio di Enrico Masi, prodotto da Caucaso Factory con la partecipazione di Aplysia.

Il documentario parla del cantiere delle prossime Olimpiadi, ma non solo. Attraverso le storie raccolte nell’East End di Londra emerge un duro e cupo ritratto della società dei consumi, in bilico tra crisi e “rinnovamento”. Un’odissea umana nel capitalismo più disperato e paradossale. Le Olimpiadi come specchio del contemporaneo, a partire da Westfield, il centro commerciale più grande d’Europa, ingresso obbligato per il villaggio Olimpico.

The Golden Temple è un film no budget, finanziato attraverso una campagna di sottoscrizioni dal basso, attraverso un progetto di editoria collettiva (crowd-funding, o community-funding). Con un contributo di 15 euro si può aiutare questo documentario a vedere la luce (o meglio, il buio della sala!), e come ricompensa ogni sostenitore riceverà un dvd del film e verrà nominato nei titoli di coda.

Cliccare qui per saperne di più, e qui per vedere il promo del film su Vimeo.

(A cura di Aplysia)

cave of forgotten dreams

CAVE OF FORGOTTEN DREAMS (Francia/Canada/Usa/Uk/Germania 2010)

locandina cave of forgotten dreams

Qualcosa come 30mila anni fa alcuni uomini del paleolitico dipinsero sulle pareti di un’enorme grotta nel sud della Francia scene di caccia e di animali in branco. Nel 1994 lo speleologo Jean-Marie Chauvet ritrovò quasi per caso questi graffiti, in perfetto stato di conservazione: una frana aveva separato per migliaia di anni la grotta dal mondo esterno, preservando quello che può essere considerato come il primo grande ciclo pittorico della storia dell’arte.

E’ un documentario dalla bellezza sconvolgente, questo Cave of forgotten dreams: diretto dal maestro Werner Herzog, che ha avuto l’eccezionale possibilità di visitare con la sua troupe l’interno della caverna, solitamente chiuso al pubblico, il film alterna interviste ad archeologi e speleologi, riflessioni sull’uomo e sulla natura, indagini naturalistiche sull’ambiente che circonda la grotta e, soprattutto, lunghe, lente, contemplative riprese degli eccezionali dipinti preistorici presenti nei bui e claustrofobici interni della Chauvet Cave, immagini commentate dalle meravigliose musiche di Ernst Reijseger, al contempo ancestrali e modernissime.

Perché questo ennesimo documentario di Herzog è così unico e imperdibile? Per due motivi, secondo me. A essere straordinario è innanzitutto l’oggetto dell’indagine: non sono uno che si esalta facilmente quando si tratta di arte antica o preistorica, non do di matto alla vista di un mucchio di pietre che un tempo furono un altare a Zeus o di due linee che nella mente di qualche studioso dovrebbero rappresentare un cavallo o una persona. Quella contenuta nella caverna francese è invece arte di altissimo livello, incredibilmente attuale (impossibile non vederci almeno un Picasso, in mezzo a quei tratti preistorici), evocativa e ben conservata. Si tratta di pitture che sembrano parlare, nitrire, ringhiare, raccontarci la storia di un mondo che noi non vedremo mai. E il tutto risulta ancora più affascinante se si pensa che non vedremo mai non solo quel mondo, ma nemmeno le pitture stesse, giustamente interdette al grande pubblico: il documentario diventa quindi un’occasione unica per assistere (per di più in 3D, tecnica che una volta tanto sembra avere un senso, anche se il film sarebbe stato bellissimo pure senza) a uno spettacolo che dal vivo, probabilmente, non avremo mai il privilegio di godere.
Ma se il contenuto è grandioso anche la forma non è da meno (ed eccoci al punto numero 2). Il regista, in stato di grazia, ci regala non solo una serie di immagini belle da togliere il fiato, ma anche tante digressioni estetico-filosofiche capaci di portare il film oltre i confini di un pur bellissimo documentario storico-culturale: ogni figura dipinta, ogni teschio ritrovato nella grotta, ogni utensile… ogni cosa diventa il pretesto per affrontare un più ampio discorso sull’uomo, sulla sua caducità, sulla sua irrilevanza di fronte alla natura, ma anche sulla sua capacità di creare opere destinate a durare in eterno. Originalissime anche le interviste agli studiosi, nel corso delle quali Herzog trasforma le sue fonti in personaggi, facendoli parlare di sé, del proprio passato, del proprio modo di approcciarsi a una realtà artistico-archeologica di simili dimensioni, o anche soltanto lasciandoli in silenzio davanti alla telecamera per studiare il loro imbarazzo, la loro reticenza. Questo approccio così personale a un argomento tanto vasto trova il suo punto più alto in un “post scriptum” di surreale genialità, dove un coccodrillo albino tenuto in cattività (animale buffo e terribile che riconduce la memoria al grosso rettile del Cattivo tenente) diventa una scusa per parlare dell’incerto destino dell’uomo.

Cave of forgotten dreams (il titolo, fortunatamente non tradotto, dice già tutto) è un film grandioso perché sa passare con naturalezza, passione e curiosità dal particolare (uno dei pittori preistorici aveva una malformazione al mignolo) all’universale (la storia dell’umanità, il suo scopo sulla terra) passando per il mito (uno dei dipinti più straordinari raffigura una sorta di minotauro abbarbicato su una figura femminile). Un’esperienza estetica, umana e filosofica come è raro trovarne sul grande schermo.

Alberto Gallo

into the abyss

INTO THE ABYSS (Usa 2011)

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Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Paesaggio con figure.

into the abyss

Werner Herzog, qui nei panni di regista e intervistatore, mette subito in chiaro le cose: la pena di morte è una cosa sbagliata, una barbarie che rimane insensata anche quando il dead man walking è evidentemente colpevole. Come nel caso di Michael Perry, texano, triplice omicida, intervistato pochi giorni prima dell’esecuzione.

Into the abyss è sicuramente un documentario pieno di umanità e compassione, un’opera che affronta con il dovuto rispetto un argomento estremamente delicato. Ma c’è di più. Perché la pena capitale è usata in questo film quasi come una scusa, un pretesto per parlare di qualcos’altro. Un qualcosa che corrisponde principalmente a due urgenze narrative, riconducibili ai personaggi e all’ambientazione. Parlo volutamente di personaggi e ambientazione e non piuttosto di testimoni e di luoghi dove gli eventi si sono svolti perché il documentario affronta una realtà così assurda e a tratti inumana che tutto si trasforma in racconto, in tragedia, in romanzo poliziesco alla maniera del Sangue freddo di capotiana memoria.

I protagonisti innanzitutto: individui strani, deviati, malati. Ci sono i due colpevoli, che fanno tanti bei discorsi ma mai sembrano pentirsi di ciò che hanno fatto. Ci sono i loro parenti e amici, un’accozzaglia di drogati, delinquenti, analfabeti e pazzi scatenati. C’è colui che un tempo fu il boia, che dopo 120 esecuzioni ha avuto un rigurgito di coscienza e oggi si dichiara contrario alla pena di morte. C’è il cappellano del carcere, che si commuove pensando agli scoiattoli che incontra sul campo da golf e che tanto gli ricordano le persone che ha accompagnato alla morte. Individui grotteschi che rimandano a tanti personaggi della passata carriera del regista (e non a caso il suo ultimo film di fiction, My son, my son, what have ye done, del 2009, parla proprio di un assassino fuori di testa).

E poi l’ambiente circostante: un’America che più provinciale non si può, piccola, povera, post-industriale, squallida e ignorante. Un posto senza bellezza, senza scampo, senza futuro, dove si uccide per un’automobile e si vive producendo in casa sostanze stupefacenti. Vedendo questi luoghi (nei quali, come di consueto, Herzog riesce comunque a scovare un fascino strano e un po’ perverso, geniale com’è nel fotografare piccoli istanti di pace naturale, tra discariche infestate dai gabbiani, strade deserte e inutili laghetti) quasi si capisce il punto di vista degli assassini, costretti in qualche modo a trovare non dico un senso alla propria esistenza, ma almeno una distrazione da tanta tristezza.

Quando ha ucciso quelle tre persone Michael Perry aveva 18 anni. Quando è stato assassinato dallo Stato del Texas, poco più di un anno fa, ne aveva 28, ovvero l’età che ho io adesso. Vedendo questo film non ho potuto non pensare a cosa è stata la mia vita, in questi dieci anni che io e lui abbiamo vissuto contemporaneamente, condividendo sempre la stessa età ma in modo così diverso: io ho viaggiato, mi sono innamorato un po’ di volte, ho studiato, mi sono laureato, ho trovato lavori che poi ho perso, ho conosciuto tanta gente… Insomma, ho vissuto, come molte altre persone. Lui no, non ha vissuto, ha passato gli anni migliori della sua breve vita ad aspettare una morte annunciata che è poi puntualmente sopraggiunta. Non so se una persona così, un omicida a sangue freddo e per futili motivi, abbia il diritto di vivere. Ma so che nessuno, su questa terra, dovrebbe avere la possibilità di non avere un simile dubbio.

www.amnesty.it

Alberto Gallo

pina

PINA (Germania 2011)

locandina pina

Che sfortuna, noi italiani, noi che il nome Pina, da quarant’anni a questa parte, non può che riportarci alla memoria l’orrida figura della moglie di Fantozzi. Sfortuna relativa, poi, dal momento che i primi due episodi della saga del ragioniere sono due capolavori della comicità e meno male che esistono. Eppure Pina fu anche il nome di una persona di ben altro spessore artistico e intellettuale, Pina Bausch, coreografa tedesca morta nel 2009, principale esponente del Tanztheater (teatro-danza) moderno. A lei è dedicato questo documentario diretto dal suo connazionale, ammiratore e amico Wim Wenders e girato con la tecnica 3D.

Trasuda affetto, da queste immagini, affetto e ammirazione per una figura quasi ieratica che ci viene descritta non solo come un genio della danza, ma anche come una persona intelligente, carismatica, profonda, seria, buona. I ballerini che hanno lavorato con lei nel corso degli anni – artisti provenienti da ogni angolo di mondo – la ricordano con brevi interventi parlati pieni di gratitudine, piccole interviste prive di domande cui seguono spezzoni di spettacoli coreografati da Pina. Ecco, forse il maggiore difetto del film sta proprio in questo schematismo di base, in questa alternanza un po’ statica di parole (spesso banali, c’è da dire) e danza. I balletti, in ogni caso, per quanto difficili da comprendere e amare davvero per chi non abbia almeno una buona dimestichezza con questa forma d’arte così complessa, intellettuale e ben poco immediata, sono molto belli e sorprendenti. Anche perché Wenders evita l’effetto “teatro filmato” ambientando i numeri danzati in luoghi sempre diversi e affascinanti come boschi, incroci di strade trafficate, metropolitane, scale mobili…
Bellissima anche la colonna sonora, con brani originali e musiche di Igor Stravinskij (Le sacre du printemps) e Louis Armstrong (West end blues).

Per quanto riguarda il 3D, tanto sbandierato da diventare persino parte del titolo nella versione italiana (cosa abbastanza squallida), be’, come al solito non mi sembra poi così determinante. Certo, la terza dimensione si fa notare qua e là, ma in generale non credo che il film sarebbe stato meno bello se fosse stato girato con tecniche tradizionali. Eppure, secondo Wikipedia, “nel 1985 Wenders assiste a Café Müller [uno spettacolo della Bausch] e ne rimane immediatamente ammaliato. Da allora nasce non solo una lunga amicizia tra il regista e la coreografa, ma anche l’idea di fare un film insieme. Solamente nel 2007, dopo aver visto il film concerto U2 3D, Wenders capisce che il 3D è la tecnica ideale per trasportare il teatrodanza sullo schermo”. La tridimensionalità è quindi parte integrante del progetto, non solo un facile specchietto per le allodole (e si tratta forse del primo caso in assoluto dopo Avatar, escluso qualche cartone animato), ma rimango comunque convinto del fatto che sia una tecnica ancora troppo poco evoluta per risultare decisiva nella riuscita di un film.

Alberto Gallo

questa storia qua

QUESTA STORIA QUA (Italia 2011)

locandina questa storia qua

Non starò qua a spiegare il mio rapporto con l’oggetto del documentario di cui si parla in queste righe. E non perché me ne vergogni, ma perché non mi va di giustificarmi di fronte ai tanti detrattori. E se dovessi spiegare perché lo apprezzo o quando ho iniziato ad avvicinarmi a lui suonerebbe proprio come una gigantesca giustificazione.

Questa storia qua, presentato a Venezia, è un documentario su Vasco Rossi. Partiamo da cosa mi ha colpito positivamente. Innanzitutto Vasco, che non c’è. O meglio, c’è ma il documentario non si snoda come una lunga intervista, il cantante non è inquadrato mentre parla e racconta compiaciuto: ci sono le sue foto, i suoi filmati d’epoca (piccoli film tra amici), ci sono i racconti degli altri e c’è, questo sì, la sua voce. Che però, invece di inondare le orecchie degli spettatori con le canzoni, fa da contrappunto alle immagini, come a elencare i titoli dei vari capitoli. Questo punto dell’assenza è secondo me molto importante, perché evita alcune scorciatoie che l’avrebbero reso il “solito” film su Vasco, il solito reportage televisivo con le immagini dei suoi live. Sono solo tre, in tutto, le immagini dei concerti, inserite in punti cinematograficamente essenziali: all’inizio, alla fine e al momento clou, quando si narra il ritorno di Massimo Riva nella band. Il tema dell’assenza fa quasi venire il sospetto che si tratti di un documentario postumo, come se il cantante fosse già trapassato.

Ma torniamo a Massimo Riva, il chitarrista/amico fraterno/alter ego del cantautore, divorato ancora giovane dalla droga. La sua figura apre un altro fronte interessante nel documentario, anzi due. Il primo è che Riva viene dipinto come un’efficace figura simbolica, cinematografica: il musicista viene mostrato in bilico costante a piroettare tra le corde di circo per un tempo piuttosto lungo, come a simboleggiare il modo incerto in cui è vissuto. Un bel momento di cinema, a mio parere (e i fan non possono che convenire sul fatto che Vivere fosse la canzone obbligatoria da mettere in sottofondo). Il secondo punto interessante è la droga, che poi è il primo pensiero (subito dopo vengono i suoi spettacolari maxiconcerti) che viene in mente quando si pensa a Vasco: Riva è finito male per colpa della droga, Rossi ne ha fatto uso e a causa di essa è anche stato arrestato. Ma una volta espressi questi due concetti il documentario volta pagina, evitando di percorrere la strada del moralismo.

Il film, diretto da Alessandro Paris e Sibylle Righetti, è in sintesi un efficace montaggio di momenti di esistenza vaschiana ma anche di vita a lui collaterale: amici, primi compagni di avventure musicali, la madre e, soprattutto, Zocca, paese natale di Vasco. Ecco, se si dovesse trovare un’etichetta per Questa storia qua lo si potrebbe definire un documentario su Zocca. Zocca cittadina anonima uguale a mille altre, una provincia che è casa e cimitero, fiero segno distintivo e allo stesso tempo un peso di cui disfarsi: chi è cresciuto in provincia sa di cosa sto parlando, e proverà forse queste stesse, contraddittorie sensazioni. È forte il legame che c’è tra tutta la gente del borgo, quei luoghi e le canzoni di Vasco. Legame non esplicitato, solo suggerito, lasciato intendere. Ulteriore indizio del fatto che questo documentario è vero cinema, vera arte.

Un film, dunque, ammirevole sotto diversi punti di vista: chi ama Vasco ne apprezzerà l’originalità, mentre chi non lo ama potrà per lo meno gioire della mancata onnipresenza dell’artista e della sua musica nei 75 minuti di pellicola – questo semplicemente perché il film parla di altro. I cinefili, invece, ne apprezzeranno il montaggio, le immagini simboliche (anche se alcune, devo dire, sono invecchiate male e fanno molto anni Ottanta) e il lavoro di ricerca sul materiale utilizzato. Ma soprattutto, di questo film, si apprezzerà “la terra”, questa Emilia ingombrante dalla quale, a quanto pare, non ci si riesce a staccare: chiedere, tanto per dire, a Ligabue, a Pupi Avati e a un certo Fellini.

Marcello Ferrara

silvio forever

SILVIO FOREVER (Italia 2011)

locandina silvio forever

Una biografia per immagini di Silvio Berlusconi, commentata dalla sua stessa voce (spesso imitata, in maniera un po’ troppo caricaturale, da Neri Marcorè) e da quella di chi, negli anni, gli è stato vicino (la madre Rosa, Marcello Dell’Utri, i presentatori delle sue tv…) o contro (Marco Travaglio, Daniele Luttazzi, Indro Montanelli…). Questo è, nè più nè meno, Silvio Forever, documentario diretto da Roberto Faenza e Filippo Macelloni.

Che dire? Un’operazione ambiziosa e necessariamente incompleta, considerate le migliaia di ore passate da Berlusconi in tv e la mole di dichiarazioni (nel bene e nel male) importanti da lui rilasciate in trent’anni abbondanti di carriera pubblica. Si parte dall’infanzia piccolo borghese e – così pare – già anticomunista e si arriva, attraverso i palazzi di Milano 2 e le televisioni commerciali, alla sua fallimentare quanto trionfale esperienza politica. Le grandi questioni sono quelle che, in scala ridotta, qualsiasi puntata di Blob o articolo di Repubblica affrontano quasi quotidianamente: il conflitto di interessi, l’origine poco chiara della sua fortuna, il suo modo di fare volgare e ridanciano, la sua megalomania, la passione per il calcio, lo scontro con la magistratura e via dicendo. Eppure la sensazione è che molte cose vengano trascurate o trattate con una certa superficialità: l’amico-nemico Gianfranco Fini, ad esempio, tassello fondamentale nella vicenda politica di Berlusconi, si vede solo di sfuggita in un paio di occasioni, la P2 non viene nemmeno nominata e persino l’attualissima questione degli scandali sessuali viene affrontata un po’ di corsa. Questo, probabilmente, per due motivi legati tra loro: 1) gli autori Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (sì, proprio loro, quelli della Casta) hanno voluto dare al film un taglio “umano”, affrontando cioè la figura di Berlusconi come quella di un qualsiasi italiano vissuto nel dopoguerra, con tutte le sue caratteristiche, le sue debolezze, le sue passioni, i suoi vezzi; 2) Silvio forever non è un’opera politica: per quanto, attraverso i filmati, non possano che emergere alcune oggettive contraddizioni e alcuni evidenti lati oscuri della figura di Berlusconi, di denuncia in questi 85 minuti non c’è alcuna traccia. Al limite si può riscontrare un certo divertito snobismo nel far emergere alcuni dei più evidenti punti deboli del Nostro (ad esempio la scena, posta quasi in apertura, della madre di Berlusconi che dice “Silvio è così serio e lavoratore, non vedrete mai una foto di lui con delle donne”), ma per il resto ogni giudizio è già nella testa dello spettatore, e lì rimane. Una scelta opinabile, quella di non schierarsi, e anche prevedibile (stiamo parlando di Stella e Rizzo, non esattamente due rivoluzionari), ma per quanto mi riguarda non deprecabile: chi vuol sentire parole forti su Berlusconi non ha che da accendere il pc o andare in edicola o libreria e avrà pane per i suoi denti. Certo è che Silvio forever non verrà ricordato come un’opera dal particolare valore storico o politico. Si tratta in ogni caso di un film interessante (alcune scene non le avevo mai viste, come quella in cui un giovane Roberto Benigni, durante i Telegatti, bacia bonariamente un divertito Berlusconi) e ben confezionato, anche grazie a un montaggio piuttosto dinamico capace di tener sempre desta l’attenzione. Peccato soltanto per quel finale di pessimo gusto, che vede un sosia di Berlusconi rigirarsi nel letto di notte (da solo) tormentato da paure, ricatti e sensi di colpa. Immagine, tra l’altro, secondo me ben poco veritiera.

Videocracy, Draquila, Silvio forever: un’ideale trilogia per immagini delle arcitaliche avventure del caro leader.

Alberto Gallo

¿requiem for detroit?

28TFF

¿REQUIEM FOR DETROIT? (Uk 2010)

Questo film è stato presentato in anteprima al XXVIII Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

requiem for detroit

Ci sono molte cose da dire su ¿Requiem for Detroit?, documentario di Julien Temple. Innanzitutto c’è il mistero del punto interrogativo, quello alla fine e all’inizio (alla spagnola) del titolo, che compare sul programma del TFF e svanisce su imdb. Eppure ci sta così bene quel punto interrogativo, perché apre due questioni molto interessanti. Prima però c’è da dire un’altra cosa, e cioè che fa un certo effetto vedere un film simile proprio a Torino, proprio mentre il sindaco della stessa Detroit se ne torna a casa dopo aver visitato la città, questa città che ha avuto il suo picco di crescita proprio attraverso l’industria dell’automobile e che, come la metropoli del Michigan, è stata in passato laboratorio della modernità (a Detroit la prima superstrada e il primo centro commerciale); fa un certo effetto perché, secondo la tesi di Temple, Torino potrebbe essere destinata a un’altrettanto catastrofica fine. Non fosse altro che Detroit sembra una città destinata a declinare sin dall’inizio, mentre magari per Torino le cose possono andare diversamente. Magari.

Ora, per dire tutto quello che ci sarebbe da dire, tanto vale riassumere brevemente le tre fasi di crescita e di rovina che hanno attraversato la storia di Detroit:

1. Agli inizi del XX secolo Henry Ford costruisce il suo impero economico, porta i salari a 5 dollari, cifra mai vista prima, e involontariamente crea i primi consumatori della storia: sono i suoi stessi operai a comprare le sue macchine a basso costo. Nel 1920 arriva però la crisi finanziaria, e Detroit finisce per la prima volta nel caos. Nascono i primi sindacati americani, che vivono momenti di tensione e di sangue con le forze dell’ordine e gli scagnozzi di Ford. Per tornare alla normalità, bisognerà attendere l’arrivo della guerra.

2. Con la Seconda Guerra Mondiale, Detroit si converte da industria dell’auto a industria bellica, diventando la “fucina della democrazia”. Grande è l’immigrazione da sud a nord per lavorare in fabbrica, prime tensioni tra cittadini del nord e cittadini del sud, riguardo alle abitudini, agli orari, alle dinamiche del lavoro “in linea” del cosiddetto fordismo. La città si spacca letteralmente in due: da un lato vivono i bianchi, dall’altro vengono segregati gli afroamericani. Al termine della guerra l’industria è nuovamente in marcia e la città di nuovo ricca, ma la tensione razziale è altissima. La GM scalza la Ford come prima industria della città grazie all’introduzione dei principi di design per la costruzione delle automobili, che diventano manifestazione della personalità dell’individuo. Si introduce l’uso innovativo di creare nuovi modelli di automobile ogni anno. Negli anni Sessanta, però, l’aria diventa irrespirabile. I venti di rivolta si gonfiano e le maestranze afroamericane si rivoltano, sfociando in una vera e propria guerriglia urbana. Interviene la guardia nazionale. Come se non bastasse, entrano nel mercato le piccole macchine giapponesi e tedesche, che fanno il doppio dei chilometri con la stessa quantità di benzina, ed è il tracollo. Molte fabbriche chiudono, i celebri magazzini Harold’s vengono abbattuti nel 1983.

3. La crisi è ormai avviata, ma l’industria dell’automobile pare vivere un momento di ritrovata freschezza grazie all’introduzione dei suv, che spopolano nel mercato americano. Ma è un sollievo brevissimo: di lì a qualche anno il prezzo del petrolio sale a prezzi stellari, e la vendita dei suv, mezzi che consumano tantissimo, inevitabilmente precipita.

Una città destinata a vedere fallire ogni sforzo per rialzarsi. Una città pensata per due milioni di abitanti ma che ne ospita effettivamente 800mila. Una città fatta di rovine: dove ti giri ci sono finestre rotte, edifici abbandonati, o peggio ancora crollati, divorati dalle piante, dalle erbacce, abitati da spacciatori, da senzatetto, luoghi dove si organizzano battaglie clandestine tra cani. Luoghi pericolosissimi che di tanto in tanto vengono giù. Talvolta qualcuno dà fuoco a un edificio. Le scuole chiudono, i giovani si annoiano e si danno al vandalismo, alla microcriminalità. Le voci degli artisti, dei militanti, dei poeti beat e degli urban explorer che Julien Temple, vecchia volpe del punk, è andato a scovare e a intervistare, raccontano della città che cade a pezzi, mentre la popolazione ricca, la maggioranza wasp, è scappata nei sobborghi già trent’anni or sono. Sono tre milioni e mezzo di abitanti separati dalla 8 Mile, strada resa celebre dalla canzone di Eminem. Questo è il primo interrogativo: ma esiste davvero questa città di Detroit? Non è piuttosto (come viene presentata) una città fantasma? Non c’è un solo momento in tutta la pellicola in cui venga inquadrato un luogo di vitalità, di dinamicità. Detroit è un posto pericoloso.

La narrazione del film è semplice, in fondo: immagini di repertorio, sovraimpressioni, interviste, indagini sul posto. Ma è tutto molto ritmato, molto veloce e scandito, e selezionatissimo: ci sono solo rovine, luoghi abbandonati, i ricordi dell’abbondanza vengono proiettati su edifici cadenti, così come le sovraimpressioni scorrono su pezzi di cemento crollati e vetri rotti. Le interviste avvengono in quartieri degradati, desolati. Per Temple è l’occasione di mettere in scena un paradigma espresso trent’anni fa dal movimento punk, e cioè che tutto sarebbe finito a pezzi: a Detroit è andata a finire proprio così. È la prima città post-americana, post-industriale, dove il sogno americano ha avuto la sua massima espressione e poi si è autodistrutto, e la stessa ricchezza che ha prodotto la città ha finito per distruggerla. Tom Wilkinson, general manager della GM, ha la voce strozzata mentre ammette gli errori della propria compagnia nell’amministrazione della città e mentre garantisce che la società e il governo hanno sviluppato un piano per salvarsi (persino il carisma di Barack Obama non è riuscito a innestare un minimo di ottimismo, qui). La situazione è grave, dice, ma ce la possiamo fare. E sembra non crederci neanche lui.

Fondamentali le musiche, ovviamente: ci sono i Clash, gli Stooges, lo swing, ma soprattutto tanto soul (il famoso soul della Motown) e tanto funk. Ancor più importanti però gli effetti sonori che l’autore inserisce nella narrazione. Schianti di automobili, crolli, sirene, urla di donne, vetri spaccati: in certe occasioni non si capisce se si tratti di finzione oppure no.

Poi c’è la seconda questione, il secondo interrogativo. E cioè la rinascita. A Detroit, ci raccontano verso la fine, ci sono movimenti di volontari che vogliono la rinascita della città, magari ex galeotti in cerca finalmente di realizzare qualcosa di positivo, dopo tutto il malessere della loro esistenza precedente. Questi gruppi “attaccano” le case abbandonate e le smontano pezzo a pezzo, rendendo così un doppio servizio: disfandosi di luoghi potenzialmente pericolosi (per i crolli, gli incendi, gli inquilini malintenzionati) e recuperando materiali sani da poter riutilizzare. E con lo spazio vuoto che rimane si costruiscono orti, tantissimi orti. Il Movimento agricolo americano è attualmente uno dei gruppi in maggiore espansione, in particolare a Detroit. La gente torna alle vecchie attività, e la città industriale per eccellenza riparte dal suo esatto opposto per rinascere. Sono in molti a crederci. È l’ultimo schiaffo di Temple, il punk, al capitalismo americano: è davvero finita per Detroit? Se abbandoniamo il capitalismo e il consumismo, il vecchio sogno americano, per un nuovo sogno, basato sulla condivisione e il sostentamento autonomo, allora forse no.

Film interessantissimo, molto bello, una storia importante e ben costruita. Io personalmente l’avrei preferito venti minuti più breve. Un’opera da vedere, però, e sapendo come vanno le cose in Italia con i documentari penso che la maggior parte delle persone non riuscirà a vederlo mai. Che tristezza.

Francesco Rigoni

draquila – l’italia che trema

locandina draquila

Cos’è successo in Abruzzo il 6 aprile del 2009 alle 3:32 del mattino? Forse un terremoto? Una tragedia che ha spazzato via le esistenze di 308 persone? Un cataclisma che ha distrutto un’antica città d’arte e decine di altri piccoli comuni?
Naaa.
Ingenui.
Quel giorno lì, a quell’ora, è capitata una sola cosa: la possibilità – per imprenditori, appaltatori, costruttori, politici e mafiosi – di concludere affari d’oro con la ricostruzione di una zona interamente – o quasi – distrutta dalle scosse. Ma c’è di più: il terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo ha permesso – con il suo ritorno mediatico orchestrato alla perfezione – al nostro presidente del Consiglio di risalire la china dei sondaggi di gradimento, fino al 5 aprile in caduta libera a causa dei suoi – ahinoi – consueti guai giudiziari.

Questa, s’intende, è la versione dei fatti proposta da Sabina Guzzanti, regista di Draquila, film documentario a metà strada tra Fahrenheit 9/11 e un’inchiesta di Report. Un instant movie girato in loco nelle settimane immediatamente successive al terremoto il cui merito maggiore sta nell’aver dato voce – con rabbia, sarcasmo e un’esplicita partigianeria – a quella piccola cosa ormai scomparsa dalla stragrande maggioranza dei giornali e telegiornali nazionali: il dissenso. Si può essere d’accordo o meno con il pragmatismo spiccio della destra italiana (il cui motto sembra essere “non importa cosa, l’importante è fare”), con le battute sessiste del premier, con la tragedia trasformata in spettacolo mediatico e via dicendo, ma è intollerabile che in un Paese che si dice democratico siano state letteralmente cancellate dai mezzi di comunicazione tutte le voci fuori dal coro, le opinioni non allineate con la politica del Pdl, l’esasperazione di una fetta non piccola di popolo abruzzese privata dei propri diritti e in fin dei conti della propria vita.

La Guzzanti esprime il suo disgusto attraverso le testimonianze dirette di aquilani che hanno perso la casa, di giornalisti non asserviti al potere, di magistrati e di attivisti, dichiarazioni per un motivo o per l’altro autorevoli che smascherano drammaticamente tutte le bugie e il giro d’affari milionario scaturiti in seguito al terremoto. Pochi i numeri, i documenti ufficiali e i dati certi forniti dal film (che in questo si rivela più debole e opinabile delle opere di Michael Moore, opere di cui comunque riprende molti tratti caratteristici come la presenza fisica dell’autore-intervistatore che quindi diventa anche un po’ attore, il ricorso a cartoni animati satirici, la “manipolazione” in senso patetico della vicenda attraverso l’inserimento di vicende private strappalacrime), ma come in un grande affresco rinascimentale il senso, il messaggio globale dell’opera è dato dalla somma dei particolari.

Un film coinvolgente e coraggioso capace di svelare uno dei tanti lati oscuri del nostro Paese, una “zona morta” in cui l’ignoranza e la dabbenaggine della gente risultano – Canale 5 perennemente acceso – non meno distruttive della più grave delle catastrofi naturali. Attualmente Draquila si trova al quinto posto nella classifica dei film più visti della settimana, dopo aver ottenuto una certa attenzione mediatica grazie alla partecipazione come evento speciale al Festival di Cannes: piccoli segnali che permettono di continuare a sperare.

Alberto Gallo

neil young trunk show

Questo film è stato presentato in anteprima alla XXVII edizione del Torino Film Festival, il 14 novembre 2009.

logoTFF

Impossibile contenere la gioia e le aspettative quando un grande regista (in questo caso Jonathan Demme) incontra un grandissimo rocker (in questo caso Neil Young) per farne un documentario. Era già successo nel 2006 con lo splendido Heart of gold, che immortalava il loner canadese in splendida forma nel suo aspetto più country.

Con Trunk show, invece, a emergere è l’anima rock di Neil Young, la furia delle sue talvolta lunghissime cavalcate elettriche (Like a hurricane, Cinnamon girl), intervallate però da canzoni più intimiste e riflessive (su tutte le splendide Ambulance blues e Mellow my mind, raramente eseguite in concerto).

Eppure, nonostante la grande (sebbene talvolta estenuante: alcuni pezzi risultano davvero interminabili) musica, questo film non decolla, limitandosi a testimoniare un concerto (uno dei tanti) di Neil Young, senza arricchire il piatto con – tanto per dire – interviste o materiale d’archivio. Nemmeno le immagini – spesso volutamente mosse e sgranate – possono essere definite “belle”. Niente a che vedere con l’ultima, splendida opera di fiction del regista americano, Rachel getting married, altrettanto semplice e “indipendente” ma di gran lunga più elegante e necessaria.

In fin dei conti Trunk show è un filmino amatoriale o poco più, un prodotto lo-fi consigliabile soltanto ai fan più sfegatati del vecchio Neil. Tra cui, comunque, mi ci metto con piacere.

Alberto Gallo

videocracy

locandina videocracy

Videocracy è un documentario sulla televisione italiana, sulla “rivoluzione culturale” del trentennio berlusconiano. E non si tratta di un bel film: immagini piuttosto banali, tanto repertorio alla Blob, un montaggio confusionario, una voce narrante fastidiosamente non professionale, tante cose già viste e già sentite. Non siamo di fronte alla spigliata brillantezza di un Michael Moore o a un’idea originale alla Super size me. Prodotto in Svezia per un pubblico prevalentemente non italiano ancora in grado di stupirsi di fronte a Mara Carfagna che da valletta diventa ministro, agli occhi ormai disillusi di noi abitanti di quello che fu un Belpaese dice poco o niente.

Questo, più o meno, per la prima mezz’ora di pellicola. Poi le cose cominciano a farsi davvero inquietanti.

Siamo in Sardegna, presumibilmente l’estate scorsa. Una specie di eunuco catatonico vestito interamente di bianco e circondato da ragazzotti abbronzati a torso nudo, tira fuori il suo cellulare e, dichiarandosi candidamente “mussoliniano”, mostra alla telecamera una serie di video inneggianti al fascismo e al nazismo, con tanto di svastiche e braccia tese. Questo sinistro personaggio risponde al nome di Lele Mora. E’ un potente “talent scout” televisivo, amico intimo del nostro presidente del consiglio.

La seconda mazzata arriva pochi minuti dopo, assumendo stavolta le sembianze di un orrido palestrato (il cui stile, tanto nel modo di vestire quanto nell’unta pettinatura e nel modo di parlare l’inglese, ricorda quello di un mafioso italoamericano) di nome Fabrizio Corona. Professione: ricattatore. Fotografa i personaggi della tv in atteggiamenti compromettenti per poi rivendere a loro stessi le immagini con la promessa di non pubblicarle. Questo avanzo di galera (nel vero senso della parola: si è fatto 80 giorni di prigione per lo scandalo “vallettopoli”), incapace di mettere insieme due parole in italiano, guadagna 10mila euro per stare un’ora in discoteca a farsi fotografare insieme a mentecatti che sognano di diventare come lui.

Mi limito a citare questi due esempi per rispetto nei confronti di anziani, bambini e deboli di cuore.

Questo, cari lettori, è il nostro paese.

Alberto Gallo

religiolus

locandina religiolus

Il messaggio di questo documentario di stampo ridanciano é molto semplice: le religioni (tutte) sono invenzioni stupide, ridicole e pericolose. E il dramma é che molto spesso lo spettatore non può che essere d’accordo con questo punto di vista: come non sbellicarsi di fronte alle teorie degli “ebrei per Gesù”, al “museo del creazionismo” e a grassi americani che versano calde lacrime assistendo a una ricostruzione kitsch della via crucis? Per non parlare dei mormoni, di chi interpreta Bibbia e Corano alla lettera e di chi fonda religioni basate sull’uso di sostanze stupefacenti. Cazzate, nient’altro che semplici cazzate. Semplici e pericolose, considerato l’assurdo numero di vite umane spazzato via dalla faccia della terra in nome della fede da qualche millennio a questa parte.

E fin qui siamo tutti d’accordo.

Il fatto, però, é che il film in questione (diretto da Larry Charles, già autore del pessimo Borat), propone uno scambio tra le certezze della fede e le certezze dell’ateismo: nonostante i buoni propositi, insomma, nei ragionamenti di Religiolus non c’é spazio per il sacro (ehm…) dubbio, vera ricchezza dell’animo umano.
Senza pretese di completezza scientifica nè statistica, il documentario propone una serie di ridicole stupidaggini cristiano-giudaiche (sull’Islam – saggiamente – non si insiste più di tanto) che, sebbene divertenti, lasciano il tempo che trovano. Per non parlare dell’approccio metodologico quantomai scorretto: come si può pretendere di confutare le credenze religiose con le armi della ragione, della storia e della scienza? La fede, per definizione, è – come l’amore – un sentimento irrazionale, non spiegabile nè giustificabile. Se i poveri pazzi intervistati da Larry Charles fossero stati un po’ più accorti, e alle incalzanti domande poste dall’autore attraverso la faccia da schiaffi del comico Bill Maher avessero risposto semplicemente “questo é ciò in cui credo, non devo rendere conto a nessuno”, il film non sarebbe mai esistito. E le grandi religioni monoteiste si sarebbero risparmiate l’ennesima figuraccia.

Religiolus é una pellicola divertente ma niente di più, esteticamente povera e che – alla maniera di Michael Moore – paga il prezzo di partire da una conclusione invece di giungervi attraverso un discorso ragionato. L’ennesima dimostrazione del fatto che fare film (o scrivere libri o comporre canzoni) contro qualcosa non é mai una buona idea. Rimane comunque il fatto che sarebbe estremamente interessante gustarsi questo documentario accanto ad uno dei tanti fanatici cattolici che ammorbano il nostro povero Paese.

Alberto Gallo

sicko

locandina sicko

C’è poco da fare: Michael Moore possiede l’arte di essere convincente. E, nonostante qualche evidente strafalcione populista, Sicko è l’ennesima dimostrazione del suo innato e raro talento.

Dopo la General Motors (Roger & me), le armi (Bowling for Columbine) e George W. Bush (Fahrenheit 9/11), questa volta bersaglio delle polemiche del documentarista del Michigan è il sistema sanitario americano, con particolare riferimento alle infami strategie delle compagnie assicurative. Sin dalle prime, drammaticissime immagini (dita mozzate, gente che piuttosto che recarsi in ospedale si cuce a casa le proprie ferite con ago e filo, famiglie intere ridotte alla miseria a causa di gravi e costosissime malattie), Moore ci sbatte in faccia la sua versione dei fatti: in America – paese in cui non esiste una sanità pubblica – l’obiettivo di compagnie assicurative, case farmaceutiche e persino ospedali non è aiutare il malato a superare le proprie più o meno gravi malattie, bensì, dalle stesse patologie, ottenere il massimo profitto economico. Il tutto con mezzi legali (o meglio legalizzati) ma ignobilmente disumani. Risultato: negli Stati Uniti persino chi è in possesso di una copertura sanitaria totale può correre il rischio di trovarsi in mezzo a una strada perché, grazie a qualche cavillo legale, la compagnia assicurativa di turno rifiuta di pagargli, in parte o completamente, le cure mediche necessarie.

«È il capitalismo, baby», potrebbe pensare lo spettatore più ingenuo…

Ed ecco che giustappunto arriva la seconda parte del film, quella in cui il regista, con mossa semplice ma geniale, si reca in altri paesi di evidente impostazione capitalista (Canada, Inghilterra e Francia) per vedere come se la passano i malati da quelle parti. Neanche a dirlo, la situazione cambia come dal giorno alla notte: assistenza medica completamente pubblica, di alto livello e pressochè gratuita per tutti. Certo, quando poi il regista crede di darci a bere che i nostri cugini d’oltralpe o d’oltremanica sono tutti ricchi e felici solo perché la sanità pubblica funziona… be’, impossibile non pensare: «Ecco il solito colpo ad effetto alla Michael Moore, che almeno in questo è davvero americano al 100%». Ma è un peccatuccio che gli si perdona facilmente. Più difficile da digerire, invece, l’ultima parte della pellicola, in cui Moore e la sua troupe (evidentemente nel tentativo di stroncare con un attacco di cuore l’esistenza di Bush) raccolgono un manipolo di soccorritori dell’11 settembre (!) che nel giorno fatale si sono ammalati e che il governo americano, nonostante le tante belle parole, non ha in alcun modo aiutato (!!), e li portano nientemeno che a Cuba (!!!), dove vengono ricoverati e visitati da medici specializzati senza dover sborsare un solo centesimo (!!!!). Il colpo di teatro è assolutamente devastante: gli “eroi” dell’11 settembre costretti a rivolgersi a un paese comunista perché in America le cure mediche sono troppo costose. Oh, se solo si potesse scaricare da YouTube il video di Bush che guarda questa scena… Eppure, scemata l’euforia iniziale, la parte cubana di Sicko non può che far sorridere (o incavolare, scegliete voi) per il suo essere smaccatamente costruita: insomma, i medici de L’Avana, alla vista delle telecamere di Michael Moore, si sono leccati i baffi per la ghiotta opportunità di fare un po’ di pubblicità-propaganda gratuita al loro paese a danno degli Stati Uniti e si sono presi cura dei malati americani con un trattamento ultraspecialistico e ultrapprofondito che sull’isola probabilmente solo Fidel Castro e famiglia si possono permettere.

In poche parole il difetto di questo film, e in generale dell’etica e dell’estetica mooriana, è il voler a tutti i costi idealizzare (probabilmente in buona fede) tutto ciò che non è americano, senza badare in alcun modo alle contraddizioni che tutti i paesi del mondo inevitabilmente presentano nei loro sistemi.

Ciò detto, questa, come le precedenti fatiche del regista di Flint, rimane un’opera non solo appassionante, ben girata e ben documentata, ma anche e soprattutto importante: magari (anzi sicuramente, Fahrenheit docet) non smuoverà di un millimetro la realtà dei fatti, ma la consapevolezza, in una democrazia, è un fondamentale strumento di emancipazione.

Alberto Gallo

arrivederci ragazzi… (cit.)

john lennon

Signore e signori (cit.), il vostro amichevole (re)censore di quartiere (cit.) vi lascia per un po’: improrogabili impegni di lavoro non retribuito gli impediscono di avere il tempo di scrivere e, cosa assai più grave e decisiva, di andare al cinema.
Dunque arrivederci a fine agosto, forse inizio settembre (cit.).
Come ultimo gesto di affetto nei confronti dei suoi venticinque affezionatissimi lettori (cit.), il (re)censore concede un’ultima breve serie di altrettanto brevi (s)consigli cinematografici di seconda mano. Non è molto ma…

La città proibita, di Zhang Yimou: il solito kolossal-polpettone bello senz’anima direttamente dall’estremo oriente. Buono giusto per chi si accontenta di una messa in scena sfarzosa e ridondante e per chi riesce a non badare ai luoghi troppo comuni di certo cinema odierno tanto in voga presso gli amanti dell’esotico. Se questo film si fosse intitolato Braveheart II – La vendetta cinese avrebbe fatto schifo a tutti, e sarebbe stato accusato di essere risaputo e troppo violento. Ma quando è moda è moda (cit.), e tocca adeguarsi.

The U.S. vs. John Lennon, di David Leaf e John Scheinfeld: bellissimo documentario sul periodo politico newyorkese di John Lennon (1971-1975). Punti di forza: la grande quantità di interventi illustri (Noam Chomsky, Gore Vidal, Angela Davis…), un ritmo incalzante e avvincente (anche per chi non dovesse avere molta dimestichezza con la biografia dell’ex Beatle), e soprattutto una massiccia ma ragionata presenza di canzoni (in versione originale) del grande cantautore inglese.

Follia, di David MacKenzie: l’aria che si respira in questo drammone erotico-sentimentaloide ambientato in un manicomio della provincia inglese (dove la moglie di uno psichiatra instaura una liaison dangereuse con un uxoricida salvo poi pentirsene anzi no anzi sì anzi non si sa) è talmente british che al confronto John Gielgud fa la figura del bovaro texano. Vorrebbe essere un film forte, pieno di passione, ossessione e, appunto, follia, ma ciò che ne risulta è qualcosa di estremamente piatto, banale e già visto.

Una buona lunga estate calda a tutti (cit.), il vostro

Alberto Gallo