still life

STILL LIFE (Uk-Italia 2013)

locandina still life

Still life non è un film tragico e nemmeno drammatico. Non è angosciante, avvilente, sconvolgente, deprimente, devastante o sconfortante. È, semplicemente, un film molto, molto triste. Triste di quella tristezza particolarmente dolorosa perché quotidiana, “normale”, priva di avvenimenti o situazioni eccezionali, romanzeschi, figlia della solitudine e della caducità della vita.

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il treno va a mosca

31TFF

IL TRENO VA A MOSCA (Italia-Uk 2013) è stato presentato al XXXI Torino Film Festival, nella sezione Torino 31.

L’ideologia comunista, la vita contadina, le vecchie telecamere amatoriali dalle immagini sgranate e sfocate, il viaggio come scoperta di universi nuovi e sorprendenti: Il treno va a Mosca, documentario diretto da Federico Ferrone e Michele Manzolini, è la trasposizione su pellicola di un mondo – pre-tecnologico e pre-postideologico – che non esiste più. Testimone di questo passato ormai remoto è l’ottantenne romagnolo Sauro, che nel 1957, insieme ad alcuni compagni, partì alla volta di Mosca per il Festival mondiale della gioventù.

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la mafia uccide solo d’estate

31TFF

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE (Italia 2013) è stato presentato al XXXI Torino Film Festival, nella sezione Torino 31.

La storia di un ragazzo. La storia di Palermo. La storia d’Italia. Diverte e commuove l’esordio sul grande schermo dell’autore televisivo Pierfrancesco Diliberto, detto Pif, che affronta con meravigliosa e inedita leggerezza (termine che, ne converrete, non è affatto sinonimo di superficialità) uno dei temi più dolenti del nostro paese: la mafia.

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la prima neve

LA PRIMA NEVE (Italia 2013)

locandina la prima neve

Ok, lo ammetto: sono andato a vedere La prima neve per ragioni più musicali che cinematografiche, essendo io un grande fan della Piccola Bottega Baltazar, band veneta (senza la quale, tra l’altro – o meglio, senza un membro della quale – il vostro blog di cinema preferito non esisterebbe) che di questo film ha firmato lo score. Ammetto anche di non aver (ancora) visto Io sono Li, precedente pellicola di Andrea Segre di cui, però, mi è stato detto un gran bene.

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l’intrepido

L’INTREPIDO (Italia 2013)

locandina l'intrepido

In una Milano multietnica che più triste non si può, l’ex calzolaio Antonio Pane sbarca il lunario sostituendo saltuariamente chi non può presentarsi al lavoro per qualche giorno o anche soltanto per qualche ora: lo vediamo consegnare pizze, guidare il tram, pulire le gradinate dello stadio e persino vendere rose nei locali la sera. Accanto a lui Lucia, una ragazza bella, disoccupata e depressa, e il figlio Ivo, talentuoso musicista pure lui in grande crisi.

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la grande bellezza

LA GRANDE BELLEZZA (Italia/Francia 2013)

locandina la grande bellezza

Un uomo di 65 anni, un mondano di Roma – anzi: il re dei mondani di Roma – si aggira per la città, partecipando a feste perlopiù cafone, scopando qua e là, incontrando vescovi, sante e principesse, chiacchierando con gli amici… Un tempo quell’uomo, Jep Gambardella, fu uno scrittore di talento. Oggi è soltanto un cinico e annoiato borghese che non sa bene che farsene degli anni che gli rimangono da vivere.

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tutto parla di te

TUTTO PARLA DI TE (Italia 2012)

locandina tutto parla di te

Quasi mi verrebbe da non scriverla neanche, la recensione di questo film. Non perché sia particolarmente brutto (e in ogni caso non mi è piaciuto), quanto piuttosto per il fatto che, come dire, mi sono sentito un intruso, nel buio della sala, durante la proiezione, un impostore. Perché? Perché non ho un utero né una vagina. Parafrasando il titolo di quest’ultima opera di Alina Marazzi si può tranquillamente affermare che il film non parli affatto a tutti, ma esclusivamente a un pubblico femminile.

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un giorno devi andare

UN GIORNO DEVI ANDARE (Italia/Francia 2013)

locandina un giorno devi andare

Avessi scritto questa recensione subito dopo aver visto il film sarebbe iniziata più o meno così: “Per quanto mi riguarda, Un giorno devi andare è la versione noiosa di L’appartamento spagnolo. Che già di suo non è che fosse proprio un capolavoro, ma almeno faceva sorridere”. Essendo però passate 48 ore – 48 ore piuttosto piacevoli, tra l’altro, in cui non ho fatto altro che mangiare carne alla griglia, giocare a Risiko e dormire – sarò più benevolo.

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educazione siberiana

EDUCAZIONE SIBERIANA (Italia 2013)

locandina educazione siberiana

Qualcuno, qualche anno fa, ha inventato il neologismo Tornatores, come a dire Gabriele Salvatores + Giuseppe Tornatore, ovvero i due registi italiani attualmente più noti e apprezzati in patria e all’estero, entrambi vincitori di un premio Oscar al miglior film straniero ed entrambi capaci di coinvolgere nelle loro pellicole attori anche internazionali di un certo livello.

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la migliore offerta

LA MIGLIORE OFFERTA (Italia 2012)

locandina la migliore offerta

Non ho mai creduto molto nel talento di Giuseppe Tornatore, uno dei registi più sopravvalutati della storia del nostro cinema. E non ci credo nemmeno adesso. Eppure, quando si allontana dalla natia Sicilia, luogo che – peraltro comprensibilmente – scatena in lui un’inarrestabile tendenza a un’eccessivamente soggettiva e privata nostalgia, il cineasta riesce a partorire film, se non indimenticabili, quantomeno interessanti e ben fatti. Dopo Una pura formalità (1994, il suo capolavoro) e La sconosciuta (2006) a conferma di ciò arriva La migliore offerta, inferiore ai due lavori appena citati ma comunque, nonostante un titolo incredibilmente banale per un film ambientato nel mondo delle case d’aste, una delle opere migliori di Tornatore.

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io e te

IO E TE (Italia 2012)

Prima della rivoluzione, Piccolo Buddha, Io ballo da sola, The dreamers… Passano gli anni, i decenni, ma il 71enne Bernardo Bertolucci continua a portare avanti la sua missione di raccontare il mondo dei giovani, dei ragazzi, sempre diversi – soprattutto dal punto di vista politico, caro al regista emiliano – di generazione in generazione, ma sempre così uguali nel loro malessere, nel loro senso di solitudine, nella loro voglia di non crescere mai. Non fa eccezione Io e te, tratto da un racconto breve di Niccolò Ammaniti, storia di un adolescente problematico che, fingendo di essere in gita con la scuola, si rifugia da solo per una settimana nella cantina di casa. Lo raggiunge presto, inattesa, la sorellastra tossicodipendente, con cui, dopo qualche scontro iniziale, si instaura un profondo rapporto di affetto e complicità.

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il comandante e la cicogna

IL COMANDANTE E LA CICOGNA (Italia-Svizzera-Francia 2012)

locandina il comandante e la cicogna

Soliti alti (pochi, sebbene non pochissimi) e bassi (molti) del cinema italiano: dopo le recenti, esaltanti prove di Giordana, Ciprì, Bellocchio e Virzì e le mezze delusioni di quella che dovrebbe essere, per fama e riconoscimenti internazionali, la coppia d’oro del nostro cinema attuale (Sorrentino e Garrone), arriva questa sonora e sgangherata schifezza di Silvio Soldini – che un genio non è mai stato, d’accordo, ma che in passato aveva quantomeno saputo partorire pellicole piacevoli, carine, se non quasi memorabili (cfr. Pane e tulipani, Giorni e nuvole…). Che ti è successo, Silvio?

Svogliato, fiacco, poco divertente, narrativamente impalpabile: Il comandante e la cicogna è un film così brutto e inutile da risultare quasi inspiegabile. Non saprei nemmeno dire di cosa parla: siamo a Torino (una Torino per lo più squallida e periferica; tra tutti i tantissimi film girati negli ultimi anni sotto la Mole questo è di gran lunga il peggiore), c’è un idraulico (Valerio Mastandrea) che parla di notte con la moglie defunta (Claudia Gerini) e il cui figlio ha “adottato” una cigogna, c’è una giovane pittrice frustrata e in crisi economica (Alba Rohrwacher), c’è un avvocato maneggione (Luca Zingaretti), c’è un grasso nonsocosa che passa le giornate a fare nonsocosa e a citare frasi di personaggi celebri (Giuseppe Battiston)… Un film “corale” con un buon cast, insomma, le cui storie, però, già di per sé poco interessanti, non si intrecciano e amalgamano come dovrebbero.

E poi ci sono le statue. Che dovrebbero rappresentare il “colpo di genio” della pellicola, l’elemento di distinzione tra questa e le mille altre commediole italiane che ogni anno passano, spesso senza lasciare traccia di sé, sugli schermi del nostro paese: Garibaldi, Leonardo, Verdi e Leopardi (almeno credo che si tratti di loro: a un certo punto ho smesso di prestare attenzione ai dettagli del film) pensano ad alta voce, interrogandosi sul presente e sul futuro d’Italia. Non si capisce bene il modo in cui tutto ciò dovrebbe avere a che fare con le vicende narrate nel film (se l’obiettivo era che i pensieri di questi grandi del passato facessero da contrappunto etico-filosofico alle disavventure dell’idraulico o della pittrice… be’, obiettivo fallito), ma soprattutto non si capisce come mai geni defunti di questo calibro dovrebbero pensare cose tanto banali (“Forse era meglio se rimanevano gli austriaci?”, si chiede Garibaldi alla faccia dell’originalità).

Oddìo che film insulso. Così insulso che quasi mi dispiace l’abbiano girato sotto casa mia. Speriamo che non faccia scendere il prezzo (già non esaltante) della mia mansardina, ora che la vorrei vendere…

Alberto Gallo

c’era una volta in america

ONCE UPON A TIME IN AMERICA (Italia-Usa 1984)

locandina c'era una volta in america

Avrei sempre voluto scrivere qualcosa su C’era una volta in America. Che, in ordine crescente di importanza, è il mio film preferito, il capolavoro di Sergio Leone e l’opera cinematografica più bella, intensa e appassionante di tutti i tempi. Avrei sempre voluto, ma purtroppo l’età anagrafica mia e di “C’era una volta il cinema 2.0” (nome non casuale, avrete capito) me l’ha sempre impedito. Fino a oggi: posso ora approfittare della versione integrale e restaurata del film approdata sugli schermi italiani lo scorso weekend per dire un paio di cose secondo me importanti su questa immane opera d’arte. Non un’analisi approfondita, per la quale sarebbero necessari un impegno e un tempo a disposizione ben maggiori: giusto qualche spunto, come omaggio a un film che da almeno dieci anni (ovvero da quando lo vidi per la prima volta, credo che fosse l’ultimo anno di liceo) non smette di commuovermi e farmi riflettere e sognare.

Ne faccio una questione di primati: per quanto mi riguarda, C’era una volta in America ne possiede almeno tre, evidenti e colossali.

La scena più bella della storia del cinema, innanzitutto: dominati dalla maestosa imponenza del ponte di Brooklyn, cinque gangster in erba saltellano tutti contenti per i sobborghi della città di New York, il regno che si apprestano a conquistare. I loro abiti sono eleganti (hanno cominciato a guadagnare qualche soldo e ci tengono a farlo notare), e Cockeye, uno di loro, fischietta un allegro motivetto. Ma la tragedia è dietro l’angolo, e ha il volto di Bugsy, altro giovane malavitoso deciso a stroncare sul nascere e definitivamente gli affari dei suoi rivali. A farne le spese è Dominic, il più piccolo dei cinque: Bugsy gli spara due volte alla schiena, impedendogli di fuggire. Le ultime parole del bambino, rivolte all’amico Noodles, sono una coltellata al cuore dello spettatore: “Sono scivolato”. Noodles, accecato dalla rabbia, accoltella Bugsy e un poliziotto sopraggiunto nel frattempo, condannandosi a passare in galera tutti gli anni della sua giovinezza.

Basterebbero questi cinque minuti di struggente e violenta intensità a rendere C’era una volta in America un film indimenticabile. Ma Leone – supportato dal lavoro, senza paragoni nella storia del cinema, del direttore della fotografia Tonino Delli Colli – ha voluto fare di più. Inserendo nel suo film, ebbene sì, la seconda scena più bella di tutti i tempi.

Noodles è ora un uomo vecchio e disilluso, che sembra vivere passivamente i suoi ultimi giorni in attesa di una morte che sarebbe forse dovuta arrivare molto tempo prima. Torna a New York dopo trent’anni di assenza, e la prima cosa che fa, dopo aver scambiato quattro chiacchiere di circostanza con un vecchio amico, il barista Fat Moe, è infilarsi quasi di nascosto nel gabinetto del locale, dove tanti anni prima, quand’era ragazzo, passava le giornate a spiare da una fessura nel muro l’amata Deborah, impegnata nei suoi esercizi di danza. Il film ci proietta così, con un flashback lungo all’incirca quanto la prima parte della pellicola, nel passato di Noodles, la cui immagine più memorabile, forse soggettivamente idealizzata dalla mente ormai anziana del protagonista, è proprio la prima, in cui la bambina danza sulle note di Amapola immersa in un mare di vaporosa farina (è il retrobottega del locale) che sembra farsi nuvola paradisiaca. L’inquadratura stringe lentamente sul volto di Deborah, sino a farci capire che i suoi occhi cercano proprio quelli di Noodles: sa di essere spiata, e decide con gioia un po’ maliziosa di stare al gioco. Ma il ragazzo, vigliaccamente, distoglie lo sguardo, tornando a nascondersi nel lercio gabinetto. Sarà questo, tragicamente, il leitmotiv emotivo del rapporto tra i due lungo tutta la durata del film: l’incapacità di trovarsi, di comunicare, di amarsi qui e ora.

Due scene, queste appena descritte, così colme di rimpianto e tenerezza da far venire i brividi e le lacrime agli occhi al solo ripensarci. Due scene che sicuramente non sarebbero la perfezione che sono senza le musiche di Ennio Morricone, autore dello score del film. Che – ed ecco il terzo primato di C’era una volta in America – è la colonna sonora più bella della storia del cinema. Ci sono poche parole per descrivere una simile, straziante, totale meraviglia: guardatevi il film chiudendo gli occhi di tanto in tanto, compratevi il cd, quello che volete, ma per favore, ascoltate queste musiche. La vostra vita (interiore) non sarà mai più la stessa.

Vorrei infine spendere due righe su un altro paio di questioni.

Il cinema, innanzitutto. Inteso come sala cinematografica: guardare un film del genere su un grande schermo, al buio, tutto di seguito e senza scocciature (telefono, citofono, pubblicità, gente che rompe ecc.) è un’esperienza indimenticabile. Inoltre mi ha fatto molto piacere la sensazione di essere circondato da un pubblico numerosissimo e silenzioso, mai distratto né scoraggiato dall’estrema lunghezza (256 minuti) del film.

Infine le scene inedite (un dialogo tra Noodles e la direttrice del cimitero; Deborah che recita a teatro Antonio e Cleopatra di Shakespeare; un attentato fuori dalla villa del senatore Bailey; un dialogo finale tra Max/senatore Bailey e il sindacalista O’Donnell). Che, devo dire, non ho trovato così determinanti per la buona riuscita del film. Anzi, penso che alla fine, proprio per la quasi sfiancante prolissità della pellicola, tagliarle sia stata un’idea non del tutto malvagia. Fa parziale eccezione il dialogo tra Noodles e la direttrice del cimitero, che quantomeno spiega la questione della musica nel mausoleo (un disco che parte quando si apre il portone). Insomma, non siamo dalle parti di un Apocalypse now redux, le cui scene aggiunte nel 2001 all’originale Apocalypse now del ’79 contribuirono davvero a una diversa e più profonda lettura del film. Ma questa è un’altra storia. Un altro capolavoro.

Alberto Gallo

tutti i santi giorni

TUTTI I SANTI GIORNI (Italia 2012)

locandina tutti i santi giorni

Lo dico? Lo dico? Ok, lo dico: Paolo Virzì, per me, è il miglior regista italiano attualmente in circolazione. Sì, esatto, il migliore: i suoi ultimi film sono migliori delle opere recenti di Bellocchio, di Moretti, di Bertolucci, di Giordana e di tutti questi nomi importanti che, sì, hanno reso grande il cinema nostrano negli ultimi trent’anni, ma che, oggi come oggi, non reggono il confronto con l’urgenza narrativa, con la sincerità e con l’umanità dell’autore livornese. Perché? Perché i film di Virzì sanno essere magnificamente leggeri e profondi allo stesso tempo, sanno parlare del presente senza sentire il bisogno di ricorrere a inutili intellettualismi o eccessivi patetismi, sanno essere popolari nel senso migliore del termine e sanno raccontare storie “normali” con una grazia e una disarmante semplicità che pochi altri registi forse al mondo possiedono.

Questo in generale. In particolare, Tutti i santi giorni, storia (romana) di una giovane coppia (siculo-toscana) che si ama alla follia ma che non riesce ad avere figli e per questo va in crisi, è 100% distillato di Virzì. Anzi no, direi piuttosto 99%: le scelte di utilizzare attori abbastanza sconosciuti (i bravissimi Luca Marinelli e Federica Caiozzo, in arte Thony, laddove in passato il regista aveva lavorato con nomi come Valerio Mastandrea, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Sergio Castellitto e persino Daniel Auteuil) e di affidare la colonna sonora a una giovane e talentuosa cantautrice pure lei non famosissima (che guarda caso è proprio Thony, la protagonista) rendono Tutti i santi giorni leggermente e piacevolmente diverso dalle opere passate di Virzì. Le cui tematiche, in ogni caso, tornano qui in tutta la loro forza: la condizione dei “giovani d’oggi” (espressione orribile, lo so, ma tant’è; per giovani, comunque, qui si intendono i trentenni, per fortuna, non gli adolescenti), la precarietà che sembra essere parte integrante e necessaria della società attuale (se in Tutta la vita davanti si trattava di precarietà lavorativa e in La prima cosa bella di precarietà tout court – tumore, vecchiaia, morte ecc. -, qui si parla invece per lo più di precarietà affettiva, elemento comunque ricorrente anche negli altri film citati), le enormi differenze, ora violente ora conciliabili, tra chi è dotato di senno e cultura e chi no (in questo senso Guido, il protagonista, è quasi la versione maschile della Marta di Tutta la vita davanti), i rapporti familiari ecc.

Di questo film, toccante e divertente al contempo e più intimo di molte altre pellicole di Virzì, ho apprezzato tre cose, in particolare: Guido, innanzitutto, personaggio che mi ha ispirato una tale simpatia e tenerezza da farmi dispiacere del fatto che non esista davvero – stesso effetto mi aveva fatto Bruno, interpretato da Mastandrea in La prima cosa bella; Antonia, invece, la protagonista femminile, è – credo volutamente – abbastanza antipatica; poi la pressoché totale assenza di banalità e luoghi comuni, tanto nei personaggi quanto nelle situazioni (oddìo, forse i romanacci tamarri e il rockettaro sono un po’ stereotipati, ma la cosa finisce lì): Tutti i santi giorni non è una pellicola innovativa, ma riesce ad affrontare tematiche quotidiane e quasi scontate con un tocco (ecco, si può davvero dire che Virzì abbia “il tocco”, qualunque cosa significhi) inedito, brillante (a prova di sonno da ultimo spettacolo infrasettimanale) e terribilmente umano; e infine la canzone dei titoli di coda, interpretata dai livornesi (pure loro) Virginiana Miller e intitolata come il film.

La stagione cinematografica è appena iniziata, ma Tutti i santi giorni – che un po’ ricorda American life (la locandina è praticamente identica!) e un po’ La guerra è dichiarata – già si candida a essere uno dei film italiani migliori dell’anno.

Alberto Gallo

reality

REALITY (Italia 2012)

locandina reality

Un film sui reality show televisivi? Un film su un poveraccio di Napoli che, intravedendo la possibilità di partecipare al Grande Fratello, va completamente fuori di zucca? Un film sulla fama effimera, squallida e un po’ triste di chi prende parte a questo genere di manifestazioni? Be’, perché no, mi verrebbe da dire. Se fossimo nel 2002. Ma siamo nel 2012, e il film di Matteo Garrone, premiato all’ultimo Festival di Cannes, è, secondo me, decisamente fuori tempo massimo.

Sì, ok, mi si dirà che a ben vedere Reality è una pellicola sulla (misera) condizione del nostro paese, sull’ignoranza, sul mondo dello spettacolo in generale ecc. ecc., e posso anche essere d’accordo, ma la questione “riuscirà il pescivendolo Luciano a partecipare al Grande Fratello? E se no, come reagirà?” è troppo centrale per poter essere letta come semplice metafora di qualcos’altro. La pellicola parla di un tizio che vuole partecipare al reality show più famoso d’Italia (prima puntata: 14 settembre 2000), ed è per questo che secondo me è fuori tempo massimo: perché fa riferimento a una serie di discorsi, di polemiche e di riflessioni che erano inedite dieci anni fa, mentre oggi – in un momento in cui, tra l’altro, i reality stanno decisamente cedendo il passo ai talent show – si tratta di semplici rimasugli dell’ennesima versione dell’incubo italiano. Me la ricordo, la prima edizione del Grande Fratello. La seguii persino, per qualche settimana (senza dirlo troppo in giro). Tra di noi, ragazzini di allora, si parlava di “esperimento sociologico” (o “antropologico”, non ricordo), si facevano riferimenti a Orwell (i pochi che l’avevano letto davvero), si diceva che in America queste trasmissioni andavano in onda da un sacco di tempo (tanto non c’era ancora Wikipedia, chi mai sarebbe andato a controllare…) e via dicendo. Ma era dodici anni fa. Che cosa c’è da dire, oggi, sui reality? Ora che s’è già detto tutto? Ora che son pure passati di moda? Assolutamente nulla. Già Live!, nel 2007, puzzava di vecchio. E, nonostante Eva Mendes, era pure un film bruttissimo, mentre invece Reality no, è un buon film, uno spaccato nonostante tutto interessante e originale su certi agghiaccianti aspetti del nostro paese (tutti quei personaggi orrendamente volgari e ciccioni, la pacchianeria dei matrimoni, le giornate passate al centro commerciale… Roba da far venire i brividi), ben recitato e ben musicato (Alexandre Desplat), ma con il solo, grande difetto di parlare di qualcosa che non interessa più a nessuno. Voglio dire: se Il Caimano uscisse oggi quanti di voi andrebbero a vederlo? D’altronde anche Stanley Kubrick era ossessionato dalla possibilità che russi o americani potessero atterrare sulla luna prima dell’uscita di 2001: Odissea nello spazio (non accadde che un anno e mezzo più tardi). Anche nel cinema il tempismo ha un suo peso.

Alberto Gallo

è stato il figlio

È STATO IL FIGLIO (Italia 2012)

locandina è stato il figlio

All’inizio di È stato il figlio, con la sua lunga carrellata di personaggi grossi, grassi, storti, deformi, scavati, troppo vecchi o troppo stretti o troppo larghi o troppo giovani, ho pensato: “Ah, ecco la bruttura del mondo di Ciprì e Maresco!”. E la seconda cosa che ho pensato è stata: “Ma io di Ciprì e Maresco avrò visto sì e no tre o quattro minuti totali di cose su La7 in epoche remote nelle quali faticavo a dormire!”. Pertanto non voglio dilungarmi troppo sull’estetica dello sgradevole che riverbera nel corso di tutta la pellicola. E non parlerò nemmeno dello straordinario talento dello staff di Daniele Ciprì nello scovare bravissimi attori brutti – l’avvocato, su tutti, un mix tra le fattezze di Marty Feldman e l’impostazione vocale di Amedeo Nazzari. E non voglio neanche dire che, in tanto amore che il cinema ha spesso speso nei confronti della Sicilia, Ciprì (e il suo collega Maresco, che non so che fine abbia fatto, onestamente) sia l’unico ad averla dipinta non nelle sue chiarissime sfumature bruciate dal sole, bensì nella sua oscurità, cercando sempre di scovare (e di scavare) i volti dei suoi personaggi nell’ombra. E poi non voglio nemmeno dire che, dopo una pellicola come The Words, così povera di idee visive, È stato il figlio esplode come una bomba riempita di pezzi di metallo: le invenzioni di Ciprì – che incastra i movimenti degli attori dentro il perimetro del finestrino abbassato di una macchina, o dentro un grande tubo di alluminio, o dentro il quadrato di una finestra spalancata e ristretta dalla plastica bianca di una persiana – sono un gioco continuo con l’attenzione dello spettatore, che ci finisce dentro con tutte le scarpe a queste sue bellissime trappole, schegge impazzite di pura creatività. Ma gli hanno dato qualcosa a questo regista, a Venezia? L’avrà pur vinto qualche premio, non posso credere che tanta inventiva nella messa in scena non venga riconosciuta da nessuno!*

Ciprì racconta una storia che potrebbe far sbuffare chi ormai è completamente perso nel suo stesso snobismo (il sottoscritto, ad esempio) e che è un po’ stufo di ritrovarsi in quartieri popolari a cavallo degli anni Settanta-Ottanta, nei quali la gente s’arrangia come può per andare avanti. Ciprì ama queste persone, la loro squallida esistenza fatta di indolenza e di strilli e sporcizia e disordine e confusione mentale. La bruttura degli uomini si mischia alla bruttura dei panorami industriali inquadrati dall’occhio della cinepresa. I palazzi e le fabbriche sono brutte, le macchine e le navi sono brutte, e pure le persone, inevitabilmente, sono brutte. Nella bruttura generale c’è Nicola con la sua famiglia: moglie, figli, nonni paterni, tutti cercano di campare come possono e di migliorare, in qualsiasi modo, la propria condizione di bruttura. Ma senza troppa fortuna. Nicola non è un uomo brillante, ha una personalità troppo invadente. La famiglia guadagna, ma si potrebbe far meglio. Poi ci sono persone come il nipote Masino, che intrallazzandosi con la mafia fa la bella vita alla faccia dei parenti. È attorno a quest’ultimo che nasce il casino che costringerà Nicola a farsi due volte il mazzo che si faceva prima per mantenere i suoi. Una tragedia che sarà la ragione della seconda e della terza tragedia, fino alla tragedia finale, che è la tragedia annunciata della cornice del film, nella quale l’uomo segnato e che fissa il vuoto rapisce con i suoi racconti dolorosissimi i clienti di un ufficio postale.

Non c’è pena verso questi personaggi, Ciprì li ama nella sua inevitabile imperfezione. E li rispetta per le condizioni in cui si trovano a mandare avanti la vita. Il finale è uno schiaffo a piena mano sulla faccia di tutti quelli che forse non sanno che la vita è andare avanti, e che l’andare avanti è dolore, e sofferenza. Nicola ha tanti difetti ma sa soffrire per il bene della sua famiglia, e per questo, nonostante le sue limitatissime capacità attitudinali, la famiglia lo sopporta e lo supporta. Chi manda avanti la baracca ha il diritto di parola anche se parla a sproposito. Pur raccontando una storia che all’apparenza sembra trita e ritrita, Ciprì trova una nuova epica, un nuovo messaggio che si riallaccia al presente, nel rapporto tra precariato e stabilità, tra giovani e vecchi, tra disperazione e confusione. E sopra a tutto questo sta il pensiero della mafia, che c’è e che manda avanti i suoi affari senza farsi troppo vedere – ma la sua cultura è presente ed è una materia viva di cui tutti bene o male si servono.
Gli anni passano, a Palermo, e nel quartiere popolare due restano le certezze: il vecchio vestito di nero, con i capelli bianchi, la barba e il bastone, che è un po’ la morte ma è anche dio; e la bambina grassa e impacciata che non riesce a giocare con gli altri, che è il disagio, ma forse anche la salvezza. Guardano gli altri vivere nel parcheggio del quartiere, che è anche un po’ parco giochi, che è anche un po’ piazza, e non si muovono. Della verità, invece, non c’è traccia.

Toni Servillo è bravo, ma non è siciliano, mentre il resto del cast sì, e la differenza si sente ancor prima di vedersi. In più è costretto a recitare l’unico personaggio veramente macchiettistico di tutto il film, e crea una rottura strana, che funziona, ma che non nasconde una certa artificialità. Soltanto lui, in ogni caso, avrebbe potuto reggere una metamorfosi simile. L’altra cosa un po’ difficile da spiegare è che un film ambientato a Palermo sia stato in realtà girato in Puglia, ma probabilmente su questo punto mi mancano delle informazioni. A ogni modo, se il film resiste nelle sale, ve ne prego: andate a vederlo.

Francesco Rigoni

* Dice Wikipedia: “Alla 69esima Mostra di Venezia il film, proiettato in versione originale con sottotitoli in inglese il 1 settembre 2012, ha ottenuto dalla giuria il premio ‘per il miglior contributo tecnico’, consegnato in data 8 settembre a Daniele Ciprì per la fotografia”. È già qualcosa. (A.G.)

bella addormentata

BELLA ADDORMENTATA (Italia 2012)

locandina bella addormentata

Eluana
Un giorno avevo la febbre. Mi capita più o meno ogni inverno di farmi venire uno di quei febbroni da cavallo che ti scatenano allucinazioni mistiche facendoti passare la voglia persino di respirare. Ero a casa da solo, e in quel periodo ero pure disoccupato. Insomma, una meraviglia. Sdraiato sul letto accendo pigramente la tv e alle mie orecchie, da un fastidioso accento lombardo – una voce ben nota – giunge notizia che una ragazza in coma da 17 anni non merita di riposare in pace perché tutto sommato potrebbe ancora avere figli. Ed è pure di bell’aspetto! Mi viene la nausea, vomito. In maniera ben poco metaforica, purtroppo. Complice anche la febbre, certo. In quel momento capisco che questo Paese è spacciato. Magari un giorno i fatti mi smentiranno, lo spero con tutto il cuore, ma per ora quel momento non è ancora arrivato, e continuo a pensare che l’Italia, se ha permesso al proprio primo ministro di dire certe cose senza pagarne le conseguenze in tribunale o magari in una piazza piena di forconi, sia un Paese morto, sepolto, finito. Come Eluana per 17 anni.

Il film
Al centro della vicenda c’è proprio il caso Englaro, intorno a cui, in un modo o nell’altro, ruotano idealmente tre vicende distinte: quella di un deputato del Pdl in crisi di coscienza e di sua figlia, fervente cattolica che si reca a Udine a pregare per Eluana; quella di un’attrice francese che accudisce la figlia in coma come se fosse ancora viva, sperando in un improbabile risveglio; e quella di un medico che cerca in tutti i modi di impedire a una tossica depressa di togliersi la vita. Tre storie, tre “belle addormentate”, tre donne che in modi diversi stanno morendo, tenute in vita con le unghie e con i denti da chi (il medico, la madre, il governo) non si vuole arrendere all’inevitabilità della morte. Quello che cambia sono gli intenti: per il medico si tratta di deontologia professionale (“Il mio mestiere è guarire chi sta male”, dice), ma forse anche di solitudine (“Ma non hai una casa?” “Sì, ma nessuno che mi aspetta”); per la madre, ovviamente, di amore materno, per quanto malato e slegato ormai dalla realtà; per il governo, invece, si tratta di mera convenienza (“Non si va avanti senza l’appoggio del Vaticano”).
Emergono le consuete ossessioni di Marco Bellocchio (la religione, la politica, la psicanalisi…) in questo film amaro, intenso, pesante e – devo ammettere, per quanto non ami particolarmente il regista emiliano – bellissimo. Spietato, a tratti grottesco e quasi pornografico (il rumore del respiratore della ragazza in coma è praticamente insostenibile) nel mostrare diversi tipi di sofferenza fisica e psicologica, Bella addormentata è un film importante che – come tutte le pellicole capaci di affrontare con intelligenza e profondità controversi episodi di cronaca, denunciando le storture e le menzogne che contraddistinguono il nostro Paese – andrebbe fatto vedere a tutti. Pure ai bambini delle scuole, che magari ne uscirebbero un po’ impressionati ma sicuramente arricchiti. Personalmente ho amato molto la storia della ragazza depressa (un’ottima Maya Sansa, mentre il medico è Pier Giorgio Bellocchio, figlio del regista, bravissimo anche lui), che dei tre episodi è quello più ricco di speranza, mentre ho trovato eccessivamente “carica” e opprimente la vicenda affidata a Isabelle Huppert (nientemeno), madre dall’amore malsano che si prende cura della figlia in coma conciandola come se fosse viva: troppo evidente il riferimento – soprattutto estetico – alle “belle addormentate” delle fiabe (persino il nome, Rosa, rimanda al racconto originale), e l’atmosfera “gotica” à la Rebecca convince solo a metà. Molto riuscita, invece, per quanto più scontata, la storia del deputato (un sempre grande Toni Servillo): bellissima l’idea di rappresentare gli onorevoli della Repubblica come antichi romani alle terme, depressi, pigri e indolenti. Passano i millenni, sembra suggerirci il regista, ma le dinamiche rimangono le stesse.
Fa incazzare, fa star male e fa pensare, questo film, che non è un capolavoro ma ci va molto vicino.

Alberto Gallo

the golden temple (un progetto interessante)

the golden temple

1908 – 1948 – 2012. Londra sarà la prima città ad ospitare per la terza volta le Olimpiadi. Il mega-appalto da milioni di sterline è stato vinto promettendo un’Olimpiade partecipativa, verde, sobria, inserita in un più ampio progetto di rigenerazione urbana.

Nell’est di Londra, in una delle aree più dismesse e trascurate della città, fervono i preparativi. Una recinzione elettrificata protegge un imponente cantiere di 2,5 Km2. Al suo interno lo stadio, il tempio dell’intrattenimento e del gioco, costruito sopra le scorie radioattive di un reattore nucleare. Un secondo tempio, dedicato al consumismo, è quasi pronto. È il centro commerciale più grande d’Europa, targato Westfield. Il 65% dei visitatori lo dovrà attraversare per poter raggiungere il parco olimpico. Il terzo tempio doveva essere la moschea più grande d’Europa, ma il piano di costruzione è stato abbandonato. Nell’area sono però attive numerose comunità religiose, spesso di stampo pentecostale. Occupano lo stesso spazio simbolico di quella moschea che non c’è.

Intorno a questi templi d’oggi incontriamo vari personaggi che ci guidano nella scoperta di questa “rigenerazione”. Tra loro: Mike, fotoreporter che vive in una barca nei canali industriali di Londra; John, imprenditore del capitalismo “puro”; Sue, guida olimpica orgogliosa del progetto di riqualifica; e l’apostolo Ben, Generale di Dio, evangelizzatore ghanese in tenuta militare. Seguendo le loro storie ci muoviamo attraverso un luogo simbolico e reale al tempo stesso. La trasandatezza ex-industriale e il carattere di retro–magazzino che da sempre contraddistinguono l’East London cozzano contro un processo di riqualificazione e spinta avanguardista, tra residenti sfrattati, canali pittoreschi, frenetici lavori in corso e chioschi locali costretti a chiudere per essere rimpiazzati dai punti vendita delle grandi catene commerciali.

the golden temple 2

The Golden Temple è il primo lungometraggio di Enrico Masi, prodotto da Caucaso Factory con la partecipazione di Aplysia.

Il documentario parla del cantiere delle prossime Olimpiadi, ma non solo. Attraverso le storie raccolte nell’East End di Londra emerge un duro e cupo ritratto della società dei consumi, in bilico tra crisi e “rinnovamento”. Un’odissea umana nel capitalismo più disperato e paradossale. Le Olimpiadi come specchio del contemporaneo, a partire da Westfield, il centro commerciale più grande d’Europa, ingresso obbligato per il villaggio Olimpico.

The Golden Temple è un film no budget, finanziato attraverso una campagna di sottoscrizioni dal basso, attraverso un progetto di editoria collettiva (crowd-funding, o community-funding). Con un contributo di 15 euro si può aiutare questo documentario a vedere la luce (o meglio, il buio della sala!), e come ricompensa ogni sostenitore riceverà un dvd del film e verrà nominato nei titoli di coda.

Cliccare qui per saperne di più, e qui per vedere il promo del film su Vimeo.

(A cura di Aplysia)

diaz

DIAZ (Italia 2012)

locandina diaz

Può un film essere brutto e allo stesso tempo necessario? Può un film non avere nulla da dire dal punto di vista estetico ed essere comunque importante? Sì, se la materia prima, la storia (o la Storia) che ne sta alla base, è potente, tragica e attuale al punto giusto. Sì, se può contribuire al mantenimento della memoria collettiva e dell’indignazione e se riesce a creare o portare avanti un dibattito intorno a temi di grande rilevanza.
Come nel caso in questione.

Non parlerò, in queste righe, dei tragici giorni del G8 di Genova: l’hanno già fatto in molti, in troppi, e d’altronde, io, in quell’estate del 2001 ero a migliaia di chilometri di distanza – sebbene mi ricordi tutto come se fosse ieri. Mi limiterò a giudicare Diaz (il cui titolo fa riferimento alla scuola in cui, per molte ore, il nostro Paese si trasformò nella peggiore delle dittature sudamericane) da un punto di vista cinematografico.

E le notizie, purtroppo, non sono affatto buone: questo di Daniele Vicari (già autore del pessimo Il passato è una terra straniera) è un film goffo, povero, sconnesso, poco documentato, recitato da cani, diretto coi piedi e chi più ne ha più ne metta. Si inizia malissimo con una bottiglietta di vetro tristemente computerizzata che vola al rallentatore per dieci interminabili secondi (leitmotiv visivo di raro squallore che torna varie volte nel corso del film) e si continua ancora peggio con una serie di scenette da recita scolastica ai limiti del ridicolo.
Poi, con l’irruzione della polizia nelle aule e nei corridoi della scuola, adibita a dormitorio e sala stampa, arriva la violenza. E non si può dire che in questi frangenti il film non sia efficace, ma la verità è che – come capita coi film sul nazismo, con cui Diaz ha non poche cose in comune – l’impresa sarebbe stata piuttosto riuscire non commuovere e a non coinvolgere emotivamente illustrando simili situazioni. Anche in questo caso, comunque, l’impressione è che il film non sappia bene dove andare, con chi prendersela, su chi concentrarsi. Forse l’obiettivo era quello di girare una pellicola corale, ma il risultato è soltanto un’accozzaglia di personaggi e situazioni che, per quanto oggettivamente sconvolgenti, rimangono decisamente in superficie: se un marziano (o, più semplicemente, una persona molto ignorante) arrivasse al cinema senza sapere nulla sui fatti del G8 genovese, potrebbe quasi pensare che si tratti di una storia completamente inventata, mancando quasi del tutto nomi, date, luoghi, orari e tutto ciò che avrebbe potuto contribuire all’approfondimento giornalistico o, meglio, storico degli avvenimenti. Avete presente Bloody sunday di Paul Greengrass? O i film italiani di denuncia degli anni Settanta? O, per rimanere sul recente, Romanzo di una strage? Ecco, tutto il contrario. Raddrizzano parzialmente la situazione le (velocissime) scritte finali, che ci informano del fatto che, gira e rigira, nessuno ha davvero pagato per il disastro di quei giorni.

Uno dei rari casi di film brutto che sono contento di aver visto, sebbene sia un peccato che un evento storico così importante e drammatico non abbia (ancora) dato vita a una vera opera d’arte.

Alberto Gallo

romanzo di una strage

ROMANZO DI UNA STRAGE (Italia 2012)

locandina romanzo di una strage

La verità impossibile di Piazza Fontana: un’analisi storica

Ancora prima della sua uscita sugli schermi, Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana ha provocato le reazioni più disparate e ha fornito lo spunto per decine di articoli. Solo per citarne un paio penso a quelli di Stajano sul “Corriere della Sera” e di Scalfari su “Repubblica”; Adriano Sofri ha scritto addirittura un “instant book” per riaffermare la “sua” verità su quello che accadde in quei tumultuosi anni, e il figlio del commissario Calabresi, oggi direttore della “Stampa”, ha aggiunto considerazioni personali alla visione della pellicola.

Non vi era dubbio che questo film avrebbe fatto discutere, e questo non è detto che sia un male, anzi, ma credo che a essere stato sottovalutato sia proprio il titolo della pellicola, che funge da chiave di lettura: Romanzo di una strage. Giordana, quindi, non si pone l’obiettivo di realizzare un documentario o un’inchiesta sugli avvenimenti milanesi, ma vuole rileggere, come in un libro, clima e personaggi, nel tentativo di fornire un insieme coerente. Impegno notevole se solo si pensa alla sterminata letteratura, alle inchieste giornalistiche e ai processi che si sono susseguiti negli anni – ben sette, che si sono conclusi nel peggiore dei modi: non esiste un colpevole per quella strage, fatto che Giordana sottolinea alla fine del film.

Nessuna verità giudiziaria significa nessuna verità?

Difficile dirlo, e lo stesso regista rischia di “avvitarsi” quando mette in scena la teoria delle due bombe: quella anarchica, che sarebbe però frutto di fascisti infiltrati con il beneplacito dei servizi segreti, e quella nera, ed ecco le frange venete dell’estremismo di destra, anche queste appoggiate o “coperte” da apparati dello Stato, teoria che a molti sembra troppo “fantasiosa”.

Eppure stiamo parlando di un Paese nel quale vi era una struttura segreta paramilitare, o forse sarebbe meglio dire semiufficiale, la “Gladio”, con basi sparse in tutta Italia costruite per far fronte a un'”invasione” comunista che si sarebbe potuta manifestare anche con la salita al potere del Pci, da respingere con le armi e con la forza. Struttura di cui nel 1990 lo stesso Giulio Andreotti riconobbe l’esistenza e di cui nella pellicola di Giordana vediamo un bunker a cui avrebbero attinto, per gli esplosivi, proprio i terroristi neri veneti.

Una scena quasi secondaria nel film, ma di grande valore. Il militare che dice al commissario Calabresi “Sa che cos’ho fatto io quando ho trovato questa? Niente, faccio finta di non sapere, non so” è davvero sintomatico di come in quegli anni una parte dello Stato sapesse, senza reagire, cosa ordiva l’altra. Occhio non vede…

Ancora, il giudice Paolillo, inizialmente incaricato di indagare sulla strage, incontra Calabresi e gli dice: “Vede il poster ritrovato vicino al luogo dell’esplosione? È servito per incriminare gli anarchici, ma io l’ho fatto analizzare ed è stato stampato dall’Aginter Press”. E si resta ovviamente sconcertati a pensare che un poster stampato probabilmente in Portogallo nella sede di quella che è stata considerata un'”internazionale nera” di fascisti europei, che raccoglieva dossier su molti personaggi politici vicini alla sinistra extraparlamentare europea, venisse trovato proprio a due passi dal luogo dove tutto comincia, dove si mette in moto la terribile macchina chiamata “strategia della tensione”.

Fantasia o realtà? Difficile dirlo e difficile crederci, eppure tre giornalisti italiani – Incerti, Ottolenghi e Raffaelli – hanno potuto fotografarne i documenti dopo il colpo di stato portoghese nel 1974, hanno tentato di ricostruirne l’attività, seppure solo parzialmente, e quello che ne viene fuori è terribile, drammatico, incredibile. I servizi segreti di mezza Europa e parte della Nato e dei servizi americani hanno per anni coperto e finanziato le peggiori organizzazioni terroristiche neofasciste. Per contrastare l’apertura a sinistra, certo, ma forse anche per finalità legate a un potere personale e per nulla democratico.

Alla fine della proiezione resta l’amarezza, la stessa che viene magistralmente interpretata da un Fabrizio Gifuni/Aldo Moro, di colui che sa ma che non può intervenire a meno di non distruggere la cosa in cui più crede: l’Italia. Un Moro che agisce con cinismo ma anche con la consapevolezza che i compromessi sono l’unica via per uscire dalla follia che lo circonda e che finisce per chiedere di essere egli stesso “vittima” per espiare le colpe sue e di una democrazia incompiuta. Verrà tragicamente accontentato qualche anno dopo.

Di questa drammatica vicenda che è la storia del nostro Paese ognuno ha i suoi ricordi, ognuno ha qualcosa da rettificare. Mi chiedo, però: e chi invece quell’epoca non l’ha mai vissuta? Che cosa resta a un ragazzo di vent’anni dopo aver visto questo film? Dopo aver letto magari decine di libri sull’argomento? Che Paese gli hanno consegnato quarant’anni di silenzi, di bugie, di imbarazzanti sentenze? Quale Italia?

Luca de Berardinis (devilpress.wordpress.com)

romanzo di una strage

Il film

Pur essendo un regista dal talento limitato, Marco Tullio Giordana, sessantaduenne milanese, non è un cretino. Non è un cretino innanzitutto perché, essendosi probabilmente accorto di come la sua carriera fosse giunta a un punto morto (gli ultimi Quando sei nato non puoi più nasconderti e Sanguepazzo sono francamente prescindibili), ha deciso di tornare sui suoi passi, virando nuovamente verso l’epoca che conosce meglio e che meglio sa descrivere, quei plumbei anni di storia italiana già affrontati magistralmente in Pasolini, un delitto italiano, nei Cento passi e nella prima parte della Meglio gioventù. E lo fa con un film che richiama furbescamente nel titolo un grande successo internazionale del nostro cinema recente, Romanzo criminale, anch’esso ambientato più o meno nella stessa epoca e dalle identiche ambizioni storico-fiction-investigative. Non è un cretino, infine e semplicemente, perché Romanzo di una strage è un gran bel film, un’opera struggente, importante e educativa che andrebbe vista a tutti i costi.

Un film coraggioso, anche. Non solo perché affronta di petto – con eleganza e uno stile che più classico non si può: sono state messe da parte persino quelle tentazioni pop che puntellavano qua e là I cento passi e La meglio gioventù* – un argomento spinoso e irrisolto come la strage di piazza Fontana, ma anche perché lo fa senza il timore di prendere posizioni ben precise in merito alla questione. Come? Per esempio dipingendo figure che non potrei che definire eroiche, perfettamente coerenti, senza macchia: il commissario Calabresi, l’anarchico Pinelli, il giudice Paolillo e soprattutto Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, sono descritti, a torto o a ragione, come vittime innocenti di un mondo e di un’Italia sporchi, machiavellici, alla deriva, laddove invece i fascisti veneti, Valpreda e alcuni rappresentanti della giustizia e delle forze dell’ordine milanesi sono visti come antieroi all’ennesima potenza. Più mite il giudizio di Giordana sulla politica di Roma, dipinta come un’accozzaglia anche arrogante ma pachidermica, non del tutto indipendente e soprattutto incapace di mantenere il polso della situazione.

Ma torniamo al cinema, che in casi come questo rischia sempre – paradossalmente: in fondo stiamo parlando di un film – di passare in secondo piano, quando invece alcuni elementi artistici sono importanti tanto quanto il messaggio che l’opera vuole trasmettere. Penso ad esempio alla magistrale interpretazione del cast, davvero di livello superiore, e mi riferisco soprattutto ai due protagonisti, Favino e Mastandrea, entrambi incappati probabilmente nella prova migliore delle loro rispettive carriere. Ma anche Fabrizio Gifuni nella parte di Moro è meraviglioso (meravigliosamente dolente), così come Lo Cascio in quella di Paolillo (rispetto a qualche anno fa l’attore siciliano si vede poco sul grande schermo, ma ne vale sempre la pena – cfr. Noi credevamo). Più sciatta risulta, come al solito, la pur bellissima Laura Chiatti, ma nel piccolo ruolo della signora Calabresi non fa poi troppi danni.

E il cinema, il grande cinema, emerge in tutta la sua forza anche in alcune scene dal dirompente impatto emotivo, tragici episodi di storia italiana ricreati con stile sobrio, quasi compassato, eppure potenti come non mai. La strage, certo, accadimento centrale del film, un’esplosione da far venire i brividi, la pelle d’oca e le lacrime agli occhi, ma anche e soprattutto l’omicidio (non scrivo “presunto”, non ne varrebbe la pena) di Giuseppe Pinelli, defenestrato dal quarto piano della questura di Milano per il solo fatto di credere in un ideale e di non voler denunciare i suoi compagni. Altrettanto toccante – e, come il precedente, relegato nel fuoricampo, come a dire che la verità, nonostante tutto, non la conosceremo mai per intero – l’omicidio di Luigi Calabresi, che chiude la pellicola. Perché si tratta di scene così forti, così devastanti dal punto di vista emotivo? Forse, paradossalmente, perché molti di coloro che hanno visto o vedranno Romanzo di una strage sono già a conoscenza dei fatti. Detto banalmente: si sa già come andranno a finire molte scene di questo film – perché ce ne hanno parlato i telegiornali, perché le abbiamo lette sui libri di scuola, perché le abbiamo già viste in decine di documentari. Eppure è proprio questa la forza dell’opera. Non solo perché ci troviamo di fronte alla nostra storia, al nostro passato (che sotto molti punti di vista è anche il nostro presente), alle ferite del nostro Paese, ma anche per motivi strettamente cinematografici. Diceva Alfred Hitchcock parlando, guarda il caso, proprio di bombe: “La differenza tra suspense e sorpresa è molto semplice e ne parlo spesso. Noi stiamo parlando, c’è forse una bomba sotto questo tavolo e la nostra conversazione è molto normale, non accade niente di speciale e tutt’a un tratto: boom, l’esplosione! Il pubblico è sorpreso, ma prima che lo diventi gli è stata mostrata una scena del tutto normale, priva d’interesse. Ora veniamo alla suspense. La bomba è sotto il tavolo e il pubblico lo sa, probabilmente perché ha visto l’anarchico mentre la stava posando. Il pubblico sa che la bomba esploderà all’una e sa che è l’una meno un quarto, c’è un orologio nella stanza: la stessa conversazione insignificante diventa tutt’a un tratto molto interessante perché il pubblico partecipa alla scena. Gli verrebbe da dire ai personaggi sullo schermo: ‘Non dovreste parlare di cose banali, c’è una bomba sotto il tavolo che sta per esplodere da un momento all’altro!’. Nel primo caso abbiamo offerto al pubblico quindici secondi di sorpresa al momento dell’esplosione. Nel secondo gli offriamo quindici minuti di suspense”. Giordana ci offre dunque due ore di grandissima tensione, una suspense spezzettata in brevi capitoli (dai titoli banalucci) ma centuplicata dal senso di appartenenza che non possiamo non provare, noi italiani, di fronte a immagini tanto tragiche e tanto, purtroppo, attuali: piazza Fontana è una strage ancora senza colpevoli. Ecco perché si tratta, questo di Giordana, di un film tanto importante.

Alberto Gallo

* Siamo lontani, insomma, dai grandi capolavori di denuncia partoriti in Italia negli anni Sessanta-Settanta, cui pure Giordana si rifà. Lontani da un punto di vista sia “sperimentale” (cfr. Il caso Mattei) sia patetico-emotivo (cfr. Sacco e Vanzetti).

cesare deve morire

CESARE DEVE MORIRE (Italia 2012)

locandina cesare deve morire

Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione.

Un manipolo di detenuti di Rebibbia impegnato a recitare una tragedia di William Shakespeare. Forse l’idea non è completamente inedita, riportando alla memoria almeno altre due pur diversissime opere cinematografiche – il recente Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario (2008) e il capolavoro di Peter Brook Marat/Sade (1967, tratto da un dramma il cui titolo completo è La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat rappresentati dai ricoverati del manicomio di Charenton sotto la direzione del marchese de Sade). Qui, però, nell’ultima fatica dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, trionfatrice al Festival di Berlino, c’è di più, c’è qualcosa che al cinema non s’è mai visto, una spiazzante e geniale collisione di generi che trasporta il documentario nella fiction e la fiction nel documentario. Sarebbe stato facile, in quest’epoca dominata dalla televisione spazzatura e dai suoi innumerevoli reality show, affidare un testo del Cinquecento a quattro ergastolani e farli sfogare con tutta la violenza del Giulio Cesare, magari riprendendoli nelle pause tra una prova e l’altra, mostrando la vita in carcere e facendo alti e moralistici discorsi sulla condizione dell’uomo in gabbia che si sente in colpa per quello che ha fatto e se tornasse indietro cambierebbe strada. Magari uno scafato autore del piccolo schermo ci avrebbe messo dentro qualche rissa, che il cinico pubblico comunque lo acchiappa sempre, o un’intervista su quanto a quel tizio mancano una donna, i figli lontani e il quartiere in cui è cresciuto. No, niente di tutto ciò. Qui si recita. Anche quando non si recita. Tutto è scritto, parola per parola, pure le liti, gli errori, le incertezze, le richieste di chiarimento al regista e il discorso iniziale del direttore del carcere. Questi galeotti – assassini, mafiosi, trafficanti di droga – vengono presi e trattati come attori, spinti sì a metterci del loro (vuoi con i dialetti – per lo più campani, siciliani e romani – vuoi soprattutto con i loro occhi e le loro facce – scavati, tristi, furbi, brutti), ma sempre a servizio di un copione preciso che mescola con sapienza e profondità il testo originale shakespeariano, poesia popolare da strada e riflessioni non banali sul potere, sulla tristezza, sul nostro Paese. Un approccio più neorealista che realitysta/documentaristico, dunque, che prevede l’utilizzo di interpreti più o meno improvvisati (alcuni di loro sono già usciti di prigione e hanno intrapreso una vera carriera attoriale) sottomessi a un’idea di cinema precisa e d’autore. Un film complesso, ricco di pathos, a tratti divertente (i provini sono davvero impagabili) e importante, una pellicola che porta il cinema italiano in territori ancora vergini e inesplorati, confermando una volta di più agli occhi del mondo che sì, siamo un popolo di criminali con la violenza nel sangue (dall’assassinio di Cesare alla mafia è forse cambiato qualcosa?), ma anche di galeotti poeti, di artisti nati, capace talvolta, in qualche modo, di trovare una sua peculiare redenzione.

Alberto Gallo