the first aggregate

TABUN MAHABUDA (Mongolia 2012)

30tff

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Torino 30.

the first aggregate

Uno stuntman torna in città appena guarito da una brutta ferita alla testa e tramite una donna ottiene finalmente una parte da protagonista in un film incentrato su un attore. Laconica storia di corpi come involucri da abitare, spiriti e contatti umani insondabili, osservati con sguardo straniato ma anche benevolo, con rigore e intensità secondo la lezione del taiwanese Tsai Ming-liang.

Dev’essere stata la curiosità a spingere molta gente a vedere The first aggregate: curiosità per l’esotica Mongolia e curiosità nata dalla lettura della trama: un film che parla del cinema e dei suoi personaggi incuriosisce sempre. Ma tutto ciò, in questo caso, deve aver generato nel pubblico non pochi fraintendimenti e delusioni: molti sono stati gli abbandoni a metà proiezione, e pochi, al contrario, gli applausi finali. Colpa forse della scelta di non rappresentare quasi per niente il mondo del cinema, alla quale si aggiunge un ritmo narrativo non propriamente hollywoodiano.

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a simple life

TÁO JIE (Hong Kong 2011)

locandina a simple life

Wikipedia la definisce giustamente “heartwarming”, questa storia semplice semplice (ecco spiegato anche il titolo) al cui centro c’è una grande amicizia. Un’amicizia non consueta, però, tra un giovane produttore cinematografico di Hong Kong e la sua anziana domestica. Lei, Ah Tao, ha cresciuto lui, Roger, così come aveva fatto nei decenni precedenti con tanti altri membri della di lui famiglia. C’è riconoscenza e comprensione in questo rapporto, un sentimento profondo e genuino che diventa ancora più forte quando Ah Tao, in seguito a un infarto, è costretta a trasferirsi in uno squallido ricovero per anziani.

Non so. A me le pellicole asiatiche di questo genere (realiste, esteticamente povere, un po’ deprimenti) non dicono mai granché. Sarà che nel cinema cerco spesso qualcosa che non assomigli terribilmente a ciò che è o che potrebbe essere la mia vita, sarà che mi piacciono le storie in qualche modo eccezionali, sarà che mi piace pensare che dietro la macchina da presa ci sia un regista e non semplicemente qualcuno che fissi su pellicola immagini in movimento… Sia chiaro: A simple life, diretto da Ann Hui – per altro acclamatissima in patria e considerata un’Autrice dagli amanti del cinema orientale – non è un brutto film. Ma sinceramente, a parte il discorso sull’amicizia che effettivamente riesce talvolta a risultare toccante nel modo giusto, cioè nel modo che uno spettatore vorrebbe vedere al cinema, e a parte l’interpretazione della dolcissima protagonista, non riesco a trovarci nemmeno niente di bello (le musiche, ad esempio, vogliamo parlare delle musiche? Le avesse utilizzate Steven Spielberg tutti lo avrebbero accusato di essere smielato e patetico. E avrebbero avuto ragione).

Elegante, lungo, triste, poco appariscente: il film perfetto per il Festival di Venezia.

Alberto Gallo

13 assassini

JUUSAN-NIN NO SHIKAKU (Giappone-Uk 2010)

locandina 13 assassini

Doveva essere il 2003: primi anni di università, epoca di grandi curiosità e scoperte, entusiasmo a livelli mai più visti e un amore per il cinema che proprio in quei giorni cominciava a sbocciare in tutto il suo splendore. Torino Film Festival, epoca pre-morettiana: roba di nicchia, da cinefili all’ultimo stadio. Un amico appassionato di cultura giapponese mi propone di farci un salto, magari per andare a vedere una pellicola di cui, da un paio d’anni, tanto si parla e che in Italia s’è vista poco. Si tratta di Ichi the killer. Un’esperienza che non avrei mai più dimenticato e che, tempo di uscire dalla sala, farmi passare il disgusto e recuperare la lucidità, mi porta a fare una promessa: giuro a me stesso di non vedere mai più un film di Takashi Miike.

Promessa che ho mantenuto fino a ieri sera.

Ora, 13 assassini con l’iperviolento, ipermoderno, ipercinetico e ipercult pastrocchio di cui sopra non c’entra niente o quasi. Questa volta siamo nel Giappone medievale, quel posto pieno di valorosi guerrieri, donne-geisha sottomesse e scontri tra clan feudali già visto in decine di film nipponici da Kurosawa e Mizoguchi in giù. Tredici samurai (anzi, dodici samurai e un pazzoide trovato in un bosco, forse uno spirito immortale) uniscono le loro forze per uccidere il sadico signorotto Naritsugu, assassino e stupratore che vuole prendere in mano le redini del Paese.

Remake di un’omonima pellicola del 1963, 13 assassini è un bel film di cappa e spada, un’opera che fa del classicismo – un classicismo comunque rivisto in chiave moderna: alcune scene di violenza estrema post-tarantiniana non sarebbero state concepibili negli anni della pellicola originale – e dell’eleganza formale della messa in scena i suoi punti di forza: bellissimi i costumi e le scenografie, splendida la fotografia (specialmente nella prima parte, dominata dai toni scuri e cupi della notte e degli interni delle abitazioni), convincente l’idea di congelare e stilizzare la violenza, che, salvo un paio di scene piuttosto truculente a inizio pellicola, viene spesso relegata nel fuori campo o comunque de-pornografizzata. Difetti: un po’ di confusione narrativa iniziale (passano gli anni ma i volti dei giapponesi continuano a sembrare tutti uguali, specialmente quando sono pettinati tutti alla stessa maniera; e anche i nomi sono difficili da distinguere, per un pubblico occidentale. Se poi gli ideogrammi che compaiono più di una volta nei primi minuti del film fossero stati sottotitolati in italiano o almeno in inglese magari la vicenda sarebbe risultata più facile da seguire) e un certo scollamento tra una prima parte molto drammatica e riflessiva e un secondo tempo che è un susseguirsi ininterrotto di combattimenti. Qualche sforbiciata qua e là non avrebbe guastato, ma il ritmo è comunque piuttosto incalzante.

Sono contento di aver finalmente espiato il trauma di Ichi the killer, una delle esperienze cinematografiche più disgustose della mia vita. Ora sono pronto a recuperare qualcuno degli oltre ottanta film diretti da Miike dal 1991 a oggi. Senza fretta.

Alberto Gallo

porco rosso

KURENAI NO BUTA (Giappone 1992)

locandina porco rosso

Sì sì sì! Esattamente come me lo aspettavo e come lo attendevo da anni: divertente, ironico, profondo, commovente, imprevedibile… in una parola Miyazaki!

Storia di un maiale (un tempo umano) che è un asso del volo nell’Italia fascista – luogo un po’ reale e un po’ immaginario dove i pirati dell’aria sono più temibili dell’esercito e dove gli idrovolanti, più che macchine, sono poesia – Porco Rosso, uscito originariamente nel 1992 ma solo ora proiettato sugli schermi nostrani, è un vero capolavoro di inventiva, uno dei cartoni animati più belli che mi sia mai capitato di vedere: all’apparenza scanzonato e assurdo (un maiale antropomorfo che vola e di cui tutte si innamorano??), si tratta invece di un’opera capace di scavare a fondo, ma con leggerezza, nei temi della diversità, dell’amicizia, dell’amore, della guerra e persino della politica. Senza dipingere la solita Italia da cartolina, il maestro giapponese riesce a restituire il credibile affresco di un Paese in crisi ma pieno di gioia e speranza, dove tutti sono un po’ matti e cattivelli ma in fondo capaci di farsi conquistare dalla logica ingenua di una ragazzina. Antimilitarista (una delle scene più belle è quella in cui, durante la prima guerra mondiale, uno stormo di aerei abbattuti si dirige con agghiacciante passività verso l’oltretomba), Porco Rosso antepone ai valori della guerra quelli della cavalleria e dell’onore, dello scontro magari futile e pericoloso ma in cui le regole della correttezza vengono prima di ogni cosa. Spassosissimo, in questo senso, il duello aereo tra il protagonista e l’americano Curtis, durante il quale le mitragliatrici si inceppano e i due sono costretti a lanciarsi da un aereo all’altro improbabili oggetti contundenti.

E poi c’è lui, il Porco! Uno dei personaggi più cool e adorabili della storia del cartone animato, sorta di irresistibile incrocio tra l’Humphrey Bogart di Casablanca e Philip Seymour Hoffman, latin lover dal cuore d’oro e solitario poeta dei cieli. Decisamente il personaggio più figo di Miyazaki insieme a Totoro.

Ecco, a proposito di Totoro: è ammirevole il modo in cui il regista giapponese riesca a creare opere sempre così simili eppure così differenti tra loro. Tutte incredibilmente riconoscibili e autoriali, le pellicole di Miyazaki riescono a dire cose sempre diverse, in modo diverso e a un pubblico diverso. Non starò qui a fare l’elenco delle affinità/divergenze tra Porco Rosso, La città incantata e Princess Mononoke, ma pensateci: la poetica di questo regista, fatta di pacifismo, ecologismo e tenerezza, capace di spaziare nello spazio (dal Giappone all’Italia), nel tempo (dal medioevo ai giorni nostri) e nei generi (dal dramma storico alla commedia per bambini), ma sempre con estrema coerenza, è qualcosa di davvero unico, nella storia del cinema.

E comunque, per chiudere in bellezza, ricordatevi sempre che “è meglio essere un maiale, piuttosto che un fascista”!

Alberto Gallo

oncle boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures

locandina oncle boonmee

Recensione, in anteprima per il nostro Paese, del film che ha trionfato lo scorso maggio al Festival di Cannes. L’uscita sugli schermi italiani è prevista per il 1 ottobre 2010 con il titolo Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti.

Non è raro che un film parli della morte. Meno frequenti sono invece le pellicole che affrontano il tema del morire, atto estremo di ogni uomo, così silenzioso, misterioso e poco spettacolare. Oncle Boonmee, del giovane regista tailandese Apichatpong Weerasethakul, appartiene a questa seconda, affascinante categoria.

Difficile riportarne la trama, così impalpabile eppure così complessa nel suo delicato e inquietante altalenarsi tra mondo dei vivi e mondo dei morti, tra malattie, fantasmi, leggende e una natura che sembra essere ben più viva ed eterna della misera esistenza umana: Oncle Boonmee, malato terminale, sta trascorrendo in campagna i suoi ultimi giorni, assistito da ciò che rimane della sua famiglia. Una notte, nel buio agghiacciante della natura tailandese, che sembra vivere, più che di immagini, dei suoni ipnotici dei suoi misteriosi abitanti, arrivano la defunta moglie di Boonmee, ancora giovane come il giorno del trapasso, e suo figlio, unitosi tempo prima a un branco di scimmie fantasma e gradualmente trasformatosi in una di loro. È l’inizio del viaggio di Boonmee verso la morte, un cammino (non una fine) che lo porta a confrontarsi con le sue vite passate, epilogo sereno di un’esistenza come tante.

Premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes (giuria presieduta da Tim Burton, qualcosa vorrà pur dire), Oncle Boonmee è un’opera indecifrabile, affascinante, difficile: pochissimi i movimenti di macchina; scarne le musiche; estremamente spartana la mise en scène (esclusa la sequenza, estemporanea eppure così significativa, della principessa nel lago); sottile l’ironia che permea ogni singola scena e che esplode solo nel beffardo finale; ancor più inafferrabile, per noi occidentali, il discorso politico (che sfiora i temi dell’immigrazione e delle insurrezioni comuniste). Eppure tutto è compiuto in questo film che, pur smaccatamente asiatico nei ritmi e nelle tematiche, non può non far pensare anche al Lynch più spiazzante (Mulholland drive, Inland empire). Raffinato nella sua appartente semplicità, volutamente manierista nella sua ricerca esasperata di una calma che a volte sembra girare un po’ a vuoto, Oncle Boonmee è un film capace di insinuarsi sottilmente nell’animo dello spettatore, inquietante e al contempo leggero come solo le opere più sofisticate sono capaci di essere.

Alberto Gallo

vendicami

locandina vendicami

Che gran film! Scusate, non ho resistito, dovevo dirlo subito. Prendete Kill Bill, Gli spietati, C’era una volta il west, Memento, Il mucchio selvaggio, Sonatine e un qualsiasi film di John Woo, mescolateli insieme, metteteci dentro Johnny Hallyday e i suoi occhi di ghiaccio (davvero un Clint Eastwood alternativo!) e condite il tutto con lo stile e la maestria di Johnnie To, genio indiscusso dell’action-mafia movie di Hong Kong, e avrete ottenuto Vendicami, che si candida a essere una delle pellicole più geniali dell’anno.

Tutto è molto semplice, in questi 108 minuti di film. Direi quasi già visto. Ma come in uno standard jazz l’importante non è la novità della composizione, ma il modo in cui l’arrangiamento e l’abilità dello strumentista riescono a renderla inedita e interessante, dovesse anche trattarsi della centesima versione del medesimo pezzo: allo stesso modo Johnnie To prende una storia già vista e già filmata, con le dovute differenze, s’intende, svariate volte (una donna sopravvive a un regolamento di conti mafioso in cui muoiono suo marito e i suoi figli e chiede al padre, ex killer, di vendicarla; a quel punto lui assolda tre sicari professionisti, con i quali presto nasce un legame di profonda amicizia) e la porta altrove. Un altrove fatto di sentimenti genuini, quasi fanciulleschi nella loro purezza; di scene d’azione violentissime girate con una tecnica che definire virtuosa è poco; di invenzioni visive che sono puro genio (la scena della bici, quella dei cubi di carta, quella delle bandierine adesive… commoventi). Tutte cose che già da sole basterebbero a rendere Vendicami un film di indubbio interesse. Ma se a ciò aggiungiamo la trovata dell’amnesia del protagonista, che avvolge la pellicola in un alone di senile malinconia e permette di leggere l’intera vicenda come una profondissima riflessione sul significato della vendetta, ammesso che uno ne abbia, il risultato è unico, esplosivo, assolutamente geniale.

Coprodotto da Hong Kong e Francia (c’è poco da fare, in Europa i francesi sono sempre quelli che vedono più lungo degli altri in ambito cinematografico), Vendicami è un film da non perdere, un’opera pressoché perfetta che con gli anni potrebbe diventare un vero classico del genere.

Alberto Gallo

la battaglia dei tre regni

locandina battaglia dei 3 regni

John Woo torna a casa nella grande madre Cina e lo fa nel più convenzionale dei modi, con un kolossal multimilionario pieno zeppo di comparse, scene epiche ed effetti speciali ambientato nell’impero celeste del III secolo d.C.

Ma convenzionale, si badi, non è sinonimo di scarso o banale. E’ vero, La battaglia dei tre regni non è una pellicola innovativa nè particolarmente progressista (cinematograficamente parlando), ma si tratta di un filmone estremamente ben fatto, inventivo e coinvolgente quanto basta, i cui luoghi comuni del genere sono ampiamente ricompensati da alcune scene originali e sorprendenti – su tutte quella del furto delle frecce.

Poi si può discutere sull’utilità di alcune trovate (lunghissime e ripetute sequenze che si limitano ad illustrare la potenza dell’esercito cinese di terra e di mare – un messaggio cifrato allo spettatore occidentale?) e sul buon gusto di altre (il volo del piccione viaggiatore), ma il risultato non cambia, e Woo, si può dire, porta a casa il risultato, con un’opera decisamente più sobria ed elegante di quelle cui ci ha abituato il cinema cinese dell’ultimo decennio – da La tigre e il dragone in poi (vedi alla voce wuxiapian).

Nel cast anche l’ottimo Tony Leung, il De Niro cinese, già protagonista di In the mood for love, 2046 e Lussuria.

Alberto Gallo

il mio vicino totoro

locandina totoro

Come ha fatto l’Italia – sempre e comunque indietro, in ogni situazione – a resistere per più di vent’anni senza quest’adorabile e pelosissima creatura dei boschi di nome Totoro? Senza il film d’animazione che lo vede protagonista, uno dei primi capolavori del genio giapponese Hayao Miyazaki? Senza Satsuki e Mei, le due piccole bimbe che un giorno lo incontrano sotto un enorme albero di canfora e non se ne separano più? Senza il Gattobus, servizievole e sornione? Senza queste immagini di straordinaria tenerezza e poesia panteistica? Senza questi disegni, così semplici e così perfetti? Senza questa visione della vita e della natura così positiva, armoniosa e piena di speranza?

Non lo so.

So soltanto che questo film – uscito in Giappone e in tutto il mondo nel 1988 ma distribuito da noi solo in questi giorni sull’onda della tardiva fama di Miyazaki – è un capolavoro, uno dei cartoni animati più belli di tutti i tempi. Forse, a differenza di alcune pellicole d’animazione che hanno riscosso grande successo negli ultimi anni (mi riferisco a Persepolis, a Valzer con Bashir, ad Appuntamento a Belleville, ma anche ad alcuni cartoni digitali americani e alle ultime fatiche dello stesso Miyazaki) e che hanno contribuito allo sdoganamento di un genere ora apprezzato da cinefili di tutte le età, Totoro si rivolge prevalentemente a un pubblico di bambini. Ma si tratta di un’opera talmente commovente, divertente e originale che è impossibile non innamorarsene. Anche se l’infanzia, come per chi scrive, è lontana da un pezzo.

Alberto Gallo

lussuria

locandina lussuria

L’ultima fatica di Ang Lee ha vinto il Festival di Venezia. E sai che novità.

Ciò detto, Lussuria è un bel film. Poco innovativo, poco autoriale, poco asiatico ma bello. In realtà si tratta di una di quelle opere che se l’avesse girata, che so, Steven Spielberg o – tanto per fare un nome un po’ più giovane – Christopher Nolan, tutti avrebbero gridato all’americanata: la trama, d’altronde, non è il massimo dell’originalità (Wang Jiazhi, giovane e sensuale spia cinese, si innamora dell’uomo che dovrebbe uccidere), e si tratta in fin dei conti di un filmone “in costume” (è ambientato negli anni ’40) che dura la bellezza di 156 minuti. Ma il regista di Taiwan, ormai l’abbiamo capito, non è uno sprovveduto, e alla solita minestra aggiunge qualche tocco da maestro: una metarappresentazione teatrale dall’alto contenuto patriottico, una scena di danza cinese tanto per far capire che – loro – alle tradizioni non c’hanno rinunciato e soprattutto tre scene dall’alto, altissimo contenuto erotico a giustificare l’altrimenti incomprensibile titolo.

Ma il fatto è proprio questo: le (tre) scene di sesso in questione sono l’invenzione meno convincente e necessaria della pellicola. Ovvero: Lussuria non è un film che parla di sesso né di sessualità, non è un film in cui l’atto erotico abbia una qualche relazione con lo sviluppo del plot o con la psicologia dei personaggi (insomma, non siamo di fronte a un Basic instinct o, per rimanere in Asia, un Impero dei sensi). Certo, la vita della bella protagonista (Joan Chen, “l’Elizabeth Taylor cinese”) viene in qualche modo deviata dalla scopertà della sessualità (entra nella resistenza che è ancora una vergine idealista e muore dopo aver sperimentato pressochè ogni posizione del Kamasutra), e il rapporto che intercorre tra lei e il suo amante-nemico Yee (Tony Leung, già visto in In the mood for love e 2046) è fondamentalmente di natura orizzontale, ma si tratta in fin dei conti di elementi trascurabili, già visti (quanti film – da Lolita ad Eyes wide shut passando per Il portiere di notte – presentano come fulcro del racconto la “corruzione” del/della protagonista attraverso insolite pratiche sessuali?), che distolgono l’attenzione da quelli che sono gli aspetti più importanti e riusciti della pellicola, ovvero l’amore non vissuto tra Wang Jiazhi e un suo giovane compagno di resistenza e il tragico dilemma morale del tradimento. Ciononostante le ormai celebri scene di sesso di Lussuria sono decisamente ben confezionate, così come ineccepibile è pure l’atmosfera di quasi impalpabile ed elegantissima tensione che percorre l’intera pellicola.

Lussuria è il miglior film di Ang Lee (il che, comunque, non fa di esso un capolavoro), nonchè uno dei Leoni d’oro più convincenti degli ultimi anni.

Alberto Gallo

Ps: ok, non ho visto tutti i film del regista in questione, dunque rettifico: Lussuria è meglio di Hulk, La tigre e il dragone e Brokeback mountain. Il che, lo confermo, non fa di esso un capolavoro.

still life

locandina still life

Questo film non merita particolare attenzione né grandi sforzi interpretativi, perciò mi limiterò a fare tre considerazioni:

1) Esistono opere “lente” e “riflessive” piuttosto interessanti (come ad esempio quelle di Wim Wenders, specialmente le prime). Persino alcuni film smaccatamente “noiosi” possono risultare in fin dei conti ricchi di sorprese (mai sentito parlare di Jean-Luc Godard?). Ebbene, Still life non appartiene a queste categorie. La sciattezza e il piattume che attanagliano le due ore di proiezione del film di Jia Zhang Ke non sono in alcun modo giustificabili.

2) Come spesso accade con i film poveri di idee, il trailer è una fregatura, dal momento che si limita a riproporre le uniche due o tre scene vagamente interessanti del film, attirando nelle sale i boccaloni come il sottoscritto, entusiasti all’idea di godersi, finalmente, un film cinese un po’ diverso.

3) A Venezia, ultimamente, il Prosecco deve aver raggiunto prezzi davvero stracciati: non si capisce, altrimenti, come la giuria del Festival, che dovrebbe essere composta da esperti del settore, abbia potuto attribuire a questo pugno nello stomaco il tanto ambito Leone d’Oro, preferendolo ad opere di ben maggiore qualità come Nuovomondo e The Queen e ad altre certo non inferiori ma evidentemente troppo poco di nicchia come I figli degli uomini, The Black Dahlia e Bobby. Se gli Oscar peccano troppo spesso di scarsa sensibilità nei confronti dei film non commerciali, la Mostra di Venezia si macchia quasi sempre del crimine opposto.

Detto ciò, rimane il rimpianto per un’opera che sarebbe potuta risultare ben più interessante, se solo avesse puntato maggiormente sulla peculiare condizione della Cina dei nostri giorni – nevroticamente aggrappata ad ansie di progresso e di rinnovamento, bisognosa di seppellire (letteralmente) le brutture del passato al fine di assicurarsi un più roseo avvenire – piuttosto che su due banali vicende a metà strada tra l’esistenziale e l’amoroso.
Un film che sarà facile dimenticare.

Alberto Gallo