la grande bellezza

LA GRANDE BELLEZZA (Italia/Francia 2013)

locandina la grande bellezza

Un uomo di 65 anni, un mondano di Roma – anzi: il re dei mondani di Roma – si aggira per la città, partecipando a feste perlopiù cafone, scopando qua e là, incontrando vescovi, sante e principesse, chiacchierando con gli amici… Un tempo quell’uomo, Jep Gambardella, fu uno scrittore di talento. Oggi è soltanto un cinico e annoiato borghese che non sa bene che farsene degli anni che gli rimangono da vivere.

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è stato il figlio

È STATO IL FIGLIO (Italia 2012)

locandina è stato il figlio

All’inizio di È stato il figlio, con la sua lunga carrellata di personaggi grossi, grassi, storti, deformi, scavati, troppo vecchi o troppo stretti o troppo larghi o troppo giovani, ho pensato: “Ah, ecco la bruttura del mondo di Ciprì e Maresco!”. E la seconda cosa che ho pensato è stata: “Ma io di Ciprì e Maresco avrò visto sì e no tre o quattro minuti totali di cose su La7 in epoche remote nelle quali faticavo a dormire!”. Pertanto non voglio dilungarmi troppo sull’estetica dello sgradevole che riverbera nel corso di tutta la pellicola. E non parlerò nemmeno dello straordinario talento dello staff di Daniele Ciprì nello scovare bravissimi attori brutti – l’avvocato, su tutti, un mix tra le fattezze di Marty Feldman e l’impostazione vocale di Amedeo Nazzari. E non voglio neanche dire che, in tanto amore che il cinema ha spesso speso nei confronti della Sicilia, Ciprì (e il suo collega Maresco, che non so che fine abbia fatto, onestamente) sia l’unico ad averla dipinta non nelle sue chiarissime sfumature bruciate dal sole, bensì nella sua oscurità, cercando sempre di scovare (e di scavare) i volti dei suoi personaggi nell’ombra. E poi non voglio nemmeno dire che, dopo una pellicola come The Words, così povera di idee visive, È stato il figlio esplode come una bomba riempita di pezzi di metallo: le invenzioni di Ciprì – che incastra i movimenti degli attori dentro il perimetro del finestrino abbassato di una macchina, o dentro un grande tubo di alluminio, o dentro il quadrato di una finestra spalancata e ristretta dalla plastica bianca di una persiana – sono un gioco continuo con l’attenzione dello spettatore, che ci finisce dentro con tutte le scarpe a queste sue bellissime trappole, schegge impazzite di pura creatività. Ma gli hanno dato qualcosa a questo regista, a Venezia? L’avrà pur vinto qualche premio, non posso credere che tanta inventiva nella messa in scena non venga riconosciuta da nessuno!*

Ciprì racconta una storia che potrebbe far sbuffare chi ormai è completamente perso nel suo stesso snobismo (il sottoscritto, ad esempio) e che è un po’ stufo di ritrovarsi in quartieri popolari a cavallo degli anni Settanta-Ottanta, nei quali la gente s’arrangia come può per andare avanti. Ciprì ama queste persone, la loro squallida esistenza fatta di indolenza e di strilli e sporcizia e disordine e confusione mentale. La bruttura degli uomini si mischia alla bruttura dei panorami industriali inquadrati dall’occhio della cinepresa. I palazzi e le fabbriche sono brutte, le macchine e le navi sono brutte, e pure le persone, inevitabilmente, sono brutte. Nella bruttura generale c’è Nicola con la sua famiglia: moglie, figli, nonni paterni, tutti cercano di campare come possono e di migliorare, in qualsiasi modo, la propria condizione di bruttura. Ma senza troppa fortuna. Nicola non è un uomo brillante, ha una personalità troppo invadente. La famiglia guadagna, ma si potrebbe far meglio. Poi ci sono persone come il nipote Masino, che intrallazzandosi con la mafia fa la bella vita alla faccia dei parenti. È attorno a quest’ultimo che nasce il casino che costringerà Nicola a farsi due volte il mazzo che si faceva prima per mantenere i suoi. Una tragedia che sarà la ragione della seconda e della terza tragedia, fino alla tragedia finale, che è la tragedia annunciata della cornice del film, nella quale l’uomo segnato e che fissa il vuoto rapisce con i suoi racconti dolorosissimi i clienti di un ufficio postale.

Non c’è pena verso questi personaggi, Ciprì li ama nella sua inevitabile imperfezione. E li rispetta per le condizioni in cui si trovano a mandare avanti la vita. Il finale è uno schiaffo a piena mano sulla faccia di tutti quelli che forse non sanno che la vita è andare avanti, e che l’andare avanti è dolore, e sofferenza. Nicola ha tanti difetti ma sa soffrire per il bene della sua famiglia, e per questo, nonostante le sue limitatissime capacità attitudinali, la famiglia lo sopporta e lo supporta. Chi manda avanti la baracca ha il diritto di parola anche se parla a sproposito. Pur raccontando una storia che all’apparenza sembra trita e ritrita, Ciprì trova una nuova epica, un nuovo messaggio che si riallaccia al presente, nel rapporto tra precariato e stabilità, tra giovani e vecchi, tra disperazione e confusione. E sopra a tutto questo sta il pensiero della mafia, che c’è e che manda avanti i suoi affari senza farsi troppo vedere – ma la sua cultura è presente ed è una materia viva di cui tutti bene o male si servono.
Gli anni passano, a Palermo, e nel quartiere popolare due restano le certezze: il vecchio vestito di nero, con i capelli bianchi, la barba e il bastone, che è un po’ la morte ma è anche dio; e la bambina grassa e impacciata che non riesce a giocare con gli altri, che è il disagio, ma forse anche la salvezza. Guardano gli altri vivere nel parcheggio del quartiere, che è anche un po’ parco giochi, che è anche un po’ piazza, e non si muovono. Della verità, invece, non c’è traccia.

Toni Servillo è bravo, ma non è siciliano, mentre il resto del cast sì, e la differenza si sente ancor prima di vedersi. In più è costretto a recitare l’unico personaggio veramente macchiettistico di tutto il film, e crea una rottura strana, che funziona, ma che non nasconde una certa artificialità. Soltanto lui, in ogni caso, avrebbe potuto reggere una metamorfosi simile. L’altra cosa un po’ difficile da spiegare è che un film ambientato a Palermo sia stato in realtà girato in Puglia, ma probabilmente su questo punto mi mancano delle informazioni. A ogni modo, se il film resiste nelle sale, ve ne prego: andate a vederlo.

Francesco Rigoni

* Dice Wikipedia: “Alla 69esima Mostra di Venezia il film, proiettato in versione originale con sottotitoli in inglese il 1 settembre 2012, ha ottenuto dalla giuria il premio ‘per il miglior contributo tecnico’, consegnato in data 8 settembre a Daniele Ciprì per la fotografia”. È già qualcosa. (A.G.)

bella addormentata

BELLA ADDORMENTATA (Italia 2012)

locandina bella addormentata

Eluana
Un giorno avevo la febbre. Mi capita più o meno ogni inverno di farmi venire uno di quei febbroni da cavallo che ti scatenano allucinazioni mistiche facendoti passare la voglia persino di respirare. Ero a casa da solo, e in quel periodo ero pure disoccupato. Insomma, una meraviglia. Sdraiato sul letto accendo pigramente la tv e alle mie orecchie, da un fastidioso accento lombardo – una voce ben nota – giunge notizia che una ragazza in coma da 17 anni non merita di riposare in pace perché tutto sommato potrebbe ancora avere figli. Ed è pure di bell’aspetto! Mi viene la nausea, vomito. In maniera ben poco metaforica, purtroppo. Complice anche la febbre, certo. In quel momento capisco che questo Paese è spacciato. Magari un giorno i fatti mi smentiranno, lo spero con tutto il cuore, ma per ora quel momento non è ancora arrivato, e continuo a pensare che l’Italia, se ha permesso al proprio primo ministro di dire certe cose senza pagarne le conseguenze in tribunale o magari in una piazza piena di forconi, sia un Paese morto, sepolto, finito. Come Eluana per 17 anni.

Il film
Al centro della vicenda c’è proprio il caso Englaro, intorno a cui, in un modo o nell’altro, ruotano idealmente tre vicende distinte: quella di un deputato del Pdl in crisi di coscienza e di sua figlia, fervente cattolica che si reca a Udine a pregare per Eluana; quella di un’attrice francese che accudisce la figlia in coma come se fosse ancora viva, sperando in un improbabile risveglio; e quella di un medico che cerca in tutti i modi di impedire a una tossica depressa di togliersi la vita. Tre storie, tre “belle addormentate”, tre donne che in modi diversi stanno morendo, tenute in vita con le unghie e con i denti da chi (il medico, la madre, il governo) non si vuole arrendere all’inevitabilità della morte. Quello che cambia sono gli intenti: per il medico si tratta di deontologia professionale (“Il mio mestiere è guarire chi sta male”, dice), ma forse anche di solitudine (“Ma non hai una casa?” “Sì, ma nessuno che mi aspetta”); per la madre, ovviamente, di amore materno, per quanto malato e slegato ormai dalla realtà; per il governo, invece, si tratta di mera convenienza (“Non si va avanti senza l’appoggio del Vaticano”).
Emergono le consuete ossessioni di Marco Bellocchio (la religione, la politica, la psicanalisi…) in questo film amaro, intenso, pesante e – devo ammettere, per quanto non ami particolarmente il regista emiliano – bellissimo. Spietato, a tratti grottesco e quasi pornografico (il rumore del respiratore della ragazza in coma è praticamente insostenibile) nel mostrare diversi tipi di sofferenza fisica e psicologica, Bella addormentata è un film importante che – come tutte le pellicole capaci di affrontare con intelligenza e profondità controversi episodi di cronaca, denunciando le storture e le menzogne che contraddistinguono il nostro Paese – andrebbe fatto vedere a tutti. Pure ai bambini delle scuole, che magari ne uscirebbero un po’ impressionati ma sicuramente arricchiti. Personalmente ho amato molto la storia della ragazza depressa (un’ottima Maya Sansa, mentre il medico è Pier Giorgio Bellocchio, figlio del regista, bravissimo anche lui), che dei tre episodi è quello più ricco di speranza, mentre ho trovato eccessivamente “carica” e opprimente la vicenda affidata a Isabelle Huppert (nientemeno), madre dall’amore malsano che si prende cura della figlia in coma conciandola come se fosse viva: troppo evidente il riferimento – soprattutto estetico – alle “belle addormentate” delle fiabe (persino il nome, Rosa, rimanda al racconto originale), e l’atmosfera “gotica” à la Rebecca convince solo a metà. Molto riuscita, invece, per quanto più scontata, la storia del deputato (un sempre grande Toni Servillo): bellissima l’idea di rappresentare gli onorevoli della Repubblica come antichi romani alle terme, depressi, pigri e indolenti. Passano i millenni, sembra suggerirci il regista, ma le dinamiche rimangono le stesse.
Fa incazzare, fa star male e fa pensare, questo film, che non è un capolavoro ma ci va molto vicino.

Alberto Gallo

il gioiellino

IL GIOIELLINO (Italia-Francia 2011)

locandina il gioiellino

Ispirato al crac Parmalat e a tutti i disastri di finanza creativa che negli ultimi anni hanno distrutto o quasi l’economia mondiale, Il gioiellino è diretto da quell’Andrea Molaioli che pochi anni fa s’era fatto benvolere da tutti i cinefili italiani con il suo film d’esordio La ragazza del lago. Interpretato, come anche in questo caso, da un Toni Servillo che – e vabbè, non fa più notizia – da solo vale il prezzo del biglietto.

Biglietto che comunque anche il resto del film – che pure non è proprio il capolavoro che ci si sarebbe potuti aspettare – contribuisce a ripagare ampiamente: pur scontando qualche eccesso di freddezza intellettuale e una non condivisibilissima propensione a voler sembrare, sempre e a tutti i costi, una pellicola intelligente e autoriale (tutti quei movimenti di macchina così esibiti, quelle frasi argute che sembrano aforismi… ma che bisogno c’è!), Il gioiellino riesce a mostrare in maniera interessante e originale la discesa nel baratro dell’illegalità di un’azienda intenzionata, nei suoi primi anni di esistenza, a farsi portatrice di non meglio specificati “alti valori” (italianità? onestà? tradizione? qualità?). E in questo baratro ci arriva lentamente, dolorosamente, un po’ alla maniera di quei personaggi di Martin Scorsese che iniziano le loro attività con scaltrezza e determinazione e finiscono con le braghe calate o morti ammazzati. Personaggi che comunque, salvo i due protagonisti (Servillo, appunto, e un altrettanto bravo Remo Girone), non riescono a essere davvero profondi e trimidensionali come lo script avrebbe voluto, sbatacchiati come sono e mollati/ripresi in maniera un po’ casuale – nemmeno il suicidio di uno dei protagonisti, metafora dell’onestà che non paga, riesce a essere particolarmente toccante. E il personaggio di Sarah Felberbaum? Banaluccio. Ma lei è così bella che è quasi impossibile accorgersene.
Tra Paolo Sorrentino e il vecchio Martin, sempre lui, Il gioiellino è un film (forse troppo indulgente) che vedere non guasterà.

Alberto Gallo

cinema.italiano.nuovo. (?)

le quattro volte

Reduce dalla visione, in evidente ritardo, di Io sono l’amore (interessante, manierista e sopravvalutato) di Luca Guadagnino, mi sono interrogato – esatto, non avevo niente di meglio da fare – sullo stato di salute del cinema italiano d’autore. Finita l’onda lunga dell’hype entusiasta per la doppietta di Cannes e relativo successo commerciale di Gomorra e Il Divo, tutti (o meglio: tutti i giornali generalisti, che di hype esclusivamente vivono – e non solo quando trattano di cinema) hanno smesso di parlare di quella che frettolosamente era stata definita la “rinascita del cinema italiano”.

“Rinascita del cinema italiano”. Tutte balle.

Per due motivi.

1) Il cinema italiano (come il rock e mille altre cose) non è mai morto. Ok, non siamo più negli anni Cinquanta-Sessanta, quando con Fellini, Antonioni, Petri, Germi, Rossellini, Visconti, Pasolini e compagnia il cinema italiano dettava legge un po’ in tutto il mondo. E non siamo più nemmeno nella generazione successiva dei Sessanta-Settanta, quando con Bertolucci, Argento e Leone i nostri film sbancavano i botteghini del vecchio e nuovo mondo. Ma il cinema italiano, comunque, è sempre stato importante e stimato anche negli anni Ottanta e Novanta. Vuoi grazie a Nanni Moretti, vuoi grazie ai fratelli Taviani o a fenomeni commerciali e a sprazzi anche artistici come Gabriele Salvatores o Giuseppe Tornatore, ma da noi la settima arte non è mai andata in pensione. Invecchiata sì, impoverita sicuramente, inattuale forse, morta no di certo.

2) Affidare a due-titoli-due la rinascita di quella che è (prima di tutto) un’industria e (poi) un’arte con una storia secolare alle spalle mi sembra un punto di vista quantomeno discutibile. Eppure.

sorrentino e garrone premiati a cannes

Eppure qualcosa è successo/sta succedendo. Partiamo pure da quei due film, Gomorra e Il Divo, opere della maturità di due registi sicuramente non nuovi alla creazione di pellicole interessanti. Paolo Sorrentino aveva già raggiunto una certa notorietà e ottime dosi di originalità d’autore qualche anno prima con due film, L’uomo in più (2001) e Le conseguenze dell’amore (2004), sempre spalleggiato, come anche nel Divo, dall’attore-feticcio Toni Servillo*. E anche Matteo Garrone, romano, aveva già fatto cose pregevoli con Estate romana (2000), L’imbalsamatore (2002) e Primo amore (2003)**. Ma questa entità indecifrabile chiamata critica non se n’era accorta, e ha dovuto aspettare i premi di Cannes (maggio 2008) per gridare al miracolo di un nuovo cinema italiano.

Lo stesso anno è stata la volta anche di Paolo Virzì con Tutta la vita davanti. Questo sì davvero un miracolo, dal momento che il regista toscano aveva fino a quel punto prodotto soltanto pellicole, come dire, così così, carine (alcune brutte, anzi), dimenticabili. Con Tutta la vita davanti, invece, storia attualissima e divertentissima e commoventissima ambientata in un call center, Virzì è riuscito, nel suo modo popolare e accattivante, a dipingere uno degli affreschi più veritieri e profondi del nostro Paese, tra arrivismo, povertà, volgarità, disprezzo della cultura e tirannia della televisione. Due anni dopo, cioè l’anno scorso, Virzì si è ripetuto con La prima cosa bella, storia forse meno urgente ma altrettanto toccante e riuscita di una mamma, i suoi due figli e le loro vicissitudini dagli anni Settanta ai giorni nostri, a Livorno. Entrambe le pellicole hanno ottenuto grandi riscontri di pubblico, e la seconda è stata scelta come rappresentante italiana nella corsa agli Oscar, non ottenendo però la nomination. Premiata, invece, ma al Festival di Torino, un’altra opera molto molto molto interessante, a metà strada tra fiction e documentario: si tratta di La bocca del lupo di Pietro Marcello (2009), film che illustra con trasporto e (com)passione la vita dei quartieri popolari di Genova, tra puttane, scaricatori di porto, criminali e travestiti. Esseri umani, insomma, descritti senza moralismi e senza ipocrisie. Se La bocca del lupo è stato l’unico film italiano mai premiato al TFF in quasi trent’anni un motivo ci sarà, no? E a metà strada tra fiction e documentario è anche un’altra opera recente, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, ambientata nel mondo rurale e “antico” dei monti calabresi. Non ho visto questo film, ma mi sento di poterlo aggiungere a questa breve disamina sul nostro cinema recente per averne letto una recensione entusiastica sui Cahiers du cinema (dicembre 2010): “Se molti non mancheranno di vedere, in questo bell’esempio di cinema folk, una certa tendenza al manierismo – scrive Joachim Lepastier – noi preferiamo assaporare questa bella unione tra elegia e trivialità, tra le nostre anime di pastori e il partito preso delle cose che, dialogando, aprono a una discreta ma felice riconciliazione dell’arte colta con l’arte naïf”. Anche in Italia Le quattro volte ha ottenuto ottimi riscontri di critica, ma al cinema, purtroppo, s’è visto poco. Sempre sui monti, tra i pastori, ma questa volta centinaia di chilometri più a nord, nel Piemonte meridionale, si svolge Il vento fa il suo giro (2005), “caso” cinematografico più unico che raro (almeno nel nostro Paese) di pellicola partita senza alcuna promozione pubblicitaria e venuta lentamente a galla tra i cinefili grazie al passaparola. Personalmente ho sempre ritenuto questo film, diretto da Giorgio Diritti, abbastanza sopravvalutato, ma la sua originalità (quando mai si è visto, tra le altre cose, un film recitato interamente in dialetto occitano?) e la sua solida impronta autoriale sono innegabili. Quattro anni dopo, e con mezzi economici decisamente meno improvvisati, il regista si è ripetuto con lo straziante L’uomo che verrà, ambientato sui colli appenninici vicino a Bologna durante l’occupazione nazista (strage di Marzabotto). Anche qui lo stile è semplice, quasi dimesso, rurale, nel solco di una scuola olmiana vicina alla gente semplice vittima delle offese della storia e della socità (Ermanno Olmi è sicuramente una delle figure più influenti sul cinema italiano attuale).

giorgio diritti sul set di l'uomo che verrà

Ma ridurre il cinema nostrano del terzo millennio alle piccole storie di provincia, alle produzioni indipendenti e a tematiche di nicchia sarebbe un errore, dal momento che negli ultimi anni abbiamo assistito all’uscita di un buon numero di pellicole – sempre d’autore – ben più ricche, elaborate e potenzialmente appetibili per il grande pubblico. È il caso, ad esempio, di Vincere (2009), da molti considerato una delle vette del vecchio maestro Marco Bellocchio, sul tema della nascita del fascismo, o del recentissimo Noi credevamo (2010), di Mario Martone, che va ancora più indietro nel tempo e più in là con le ambizioni, riuscendo a dar vita a un avvincente e credibile affresco del Risorgimento italiano. Pellicole che soltanto a un’analisi superficiale potrebbero sembrare slegate dall’attualità politico-sociale del nostro Paese – Paese che del fascismo e del Risorgimento si porta ancora dietro la pesante eredità. Ma la denuncia del nostro cinema arriva anche a tempi più recenti e a temi ancora più drammatici per la loro perdurante influenza sul nostro sviluppo etico e culturale: è il caso di Fortapàsc, diretto nel 2009 da Marco Risi, sconvolgente ricostruzione (con un grande Libero De Rienzo) della carriera e della morte del giornalista napoletano Giancarlo Siani, ammazzato dalla camorra nel 1985. Ancora più incazzato e attuale, quasi un instant movie, il documentario di Sabina Guzzanti Draquila – L’Italia che trema, presentato con successo all’ultimo festival di Cannes, denuncia corrosiva e ferocemente ironica à la Michael Moore incentrata sulla ricostruzione del post terremoto in Abruzzo.

la bocca del lupo

Ed è così che il (nuovo?) cinema italiano ci riporta non a caso là dove avevamo cominciato, a Gomorra, alla mafia, compagna fedele e indesiderata della vita di ogni italiano, dopo un giro che ha attraversato Roma, il Piemonte, la Calabria, Napoli, l’Emilia, la Toscana e 150 anni di storia del nostro Paese. Un cinema che sa essere colto ma anche popolare, difficile e divertente, ironico e arrabbiato, urbano e rurale. Un cinema che attinge a espedienti narrativi anche molto diversi tra loro – il documentario, il “romanzo popolare”, l’inchiesta di denuncia, il dramma storico… – e capace, a volte, di incontrare i favori del pubblico senza scadere nella volgarità e senza sentirsi obbligato al confronto con quel grande fratello (ehm…) chiamato televisione, vero egemone, piaccia o no, della nostra vita culturale. Cosa manca? Perché, nonostante questi esempi virtuosi, il cinema italiano non riesce a essere ai livelli di un tempo? Mancano i soldi, ovviamente, e chi i soldi sappia metterli a frutto (vedi alla voce “produttore”). Manca un pubblico di massa, quel pubblico capace nei decenni scorsi di dare fiducia (e, di conseguenza, successo commerciale) anche a opere meno immediate, più intellettuali e riflessive. Manca il cinema di genere, cui l’Italia ha dato tantissimo negli anni Sessanta e Settanta (basti pensare all’horror o allo spaghetti western, celebrati in tutto il mondo e fonte di enormi ricchezze per il nostro cinema), oggi relegato nel dimenticatoio o affidato a produzioni di quart’ordine. Manca, in generale, una spinta culturale, politica e imprenditoriale capace di vedere nel cinema d’autore (così come nella musica, nel teatro ecc…) una possibilità per creare qualcosa di bello ed economicamente vantaggioso. Colpa di quel cinema di massa volutamente scadente e triviale, forse, che attira pubblico e investimenti. Colpa della televisione, probabilmente, complice di tutte le peggiori nefandezze del nostro Paese, e di chi l’ha voluta così.

Alberto Gallo

*Dall’alto dei suoi cinquant’anni suonati Servillo negli ultimi anni sembra essere diventato l’uomo nuovo del cinema italiano. Notevole, sempre in ottica di cinema d’autore, la sua partecipazione all’ottimo La ragazza del lago di Andrea Molaioli (già assistente alla regia di Moretti), grande successo di critica e pubblico nel 2007.
**Sempre nel 2008 Garrone ha prodotto un altro significativo caso cinematografico, Pranzo di ferragosto, diretto e interpretato da Gianni Di Gregorio, già co-sceneggiatore proprio di Gomorra.

una vita tranquilla

UNA VITA TRANQUILLA (Italia/Germania/Francia 2010)

locandina una vita tranquilla

Esistono film – abbastanza rari, a dire la verità – il cui senso risiede nella forza interpretativa, nella presenza, in una parola nel carisma del proprio protagonista. È questo il caso di Una vita tranquilla, dramma dalle tinte noir diretto dal giovane Claudio Cupellini la cui raison d’être, detto in soldoni, sta tutta nella straordinaria prova dell’ormai infallibile Toni Servillo, attore capace, con la sua sola faccia nemmeno tanto bella, di nobilitare qualsiasi opera a cui gli capiti di prendere parte (unica eccezione alla regola, per quanto mi riguarda, il mediocre Lascia perdere, Johnny!. Ma lì Servillo faceva solo una particina). Non che questa pellicola, ambientata in Germania tra i saloni di un albergo-ristorante gestito da un italiano, sia scadente, anzi. Solo che, come Qualcosa è cambiato è un buon film grazie a Jack Nicholson, Una vita tranquilla si fa guardare piacevolmente grazie a Servillo, non a caso premiato al Festival di Roma come migliore attore protagonista.

E il direttore di questo ristorante, Da Rosario, è proprio lui. La moglie tedesca, un bravo figlioletto biondo, un locale sempre pieno… una vita tranquilla, insomma. Fino al momento in cui, senza preavviso, la pace di questa esistenza viene stravolta dall’arrivo di due ragazzotti dall’aria poco raccomandabile, ovviamente anche loro italiani. E il passato di Rosario torna a galla in tutta la sua prepotenza.

Non tutto è perfettamente messo a fuoco, nell’intreccio di questa vicenda: alcune sottotrame sono poco approfondite o abbandonate a metà (l’amante di Rosario, la relazione tra uno dei due ragazzi italiani e Doris, la cameriera del ristorante…), la tensione costruita intorno al misterioso passato del protagonista viene sciolta forse troppo presto e c’è qualche somiglianza di troppo con un altro film interpretato da Servillo, l’ormai storico Le conseguenze dell’amore. Eppure tutto è condotto con una certa eleganza minimale, con un gusto che riesce a non scadere mai nel film di genere (sebbene, specialmente nella seconda parte della pellicola, gli elementi gangsteristici non manchino) pur trasmettendo un persistente senso di inquietudine.
Bella la canzone dei titoli di coda, cantata nientemeno che da Blixa Bargeld.

Alberto Gallo

noi credevamo

NOI CREDEVAMO (Italia/Francia 2010)

locandina noi credevamo

Il contesto. Come forse saprete questo film è uscito venerdì nei cinema italiani in sole 30 copie. Una quantità ridicola, se confrontata alle centinaia di sale cinematografiche in cui generalmente vengono proiettati i film commerciali, anche nostrani. Una scelta ancor più incomprensibile se pensiamo che Noi credevamo è non solo un film sul Risorgimento che capita a fagiolo per i 150 anni dell’Unità d’Italia, e che potrebbe dunque rappresentare, per il nostro misero e ignorante popolo, una buona occasione per ripassare un po’ di storia e magari farsi anche un’opinione sui processi che portarono alla creazione del Regno d’Italia, ma è un film sul Risorgimento girato da uno degli Autori più importanti del nostro cinema, Mario Martone. Direttore del Teatro Stabile di Torino e regista di alcune pellicole bellissime e misconosciute (Morte di un matematico napoletano, L’amore molesto…), il napoletano Martone è l’ennesima dimostrazione di come l’Italia non sappia valorizzare i propri talenti.
Trenta copie.
E intanto comincia il tamtam pubblicitario per Natale in Sud Africa.
Polemiche a parte ieri – che bella sorpresa! – la sala grande del Cinema Massimo di Torino era stracolma. Per lo più di vecchietti che a intervalli regolari facevano partire improbabili suonerie di cellulare, ma comunque stracolma. Evidentemente a volte il pubblico italiano vale più di quanto non vogliano farci credere, se tre ore di pellicola sul Risorgimento non hanno spaventato qualche centinaio di persone in un sabato pomeriggio d’autunno. E nessuno, a quanto mi è sembrato di vedere, ha abbandonato il suo posto prima del tempo.

Il film. Se l’espressione “imponente affresco storico” ha mai avuto un senso in ambito cinematografico, è questo il caso. Storia di un gruppo di idealisti-indipendentisti dal 1828 agli anni immediatamente successivi all’Unità, Noi credevamo segue le avventure dei suoi protagonisti (interpretati da Luigi Lo Cascio, Francesca Inaudi, Luca Barbareschi, Andrea Renzi e Toni Servillo nella parte di Giuseppe Mazzini) lungo i sentieri del Cilento, i boulevard di Parigi, i vicoli oscuri di Torino e le fumose strade di Londra. E lo fa senza retorica, evitando di esaltare o condannare una parte piuttosto che l’altra: i Piemontesi sono dipinti come dei prussiani dal cuore di pietra e la mano pesante, ma anche come coloro che – unici in tutta la Penisola – seppero dare forma concreta al sogno unitario; Mazzini è visto come un eroe romantico ma anche come un uomo indeciso e pieno di contraddizioni; Felice Orsini come un idealista tutto d’un pezzo ma goffo e pieno di sè. È chiaro che la simpatia dell’Autore va tutta ai protagonisti – repubblicani, democratici e antisabaudi -, in particolare a Domenico, interpretato da Lo Cascio, ma anche questi personaggi sono dipinti senza retorica, senza enfasi, in tutte le loro contraddizioni di uomini e donne di un’epoca travagliata. Inutile dire che si tratta di un film (un kolossal?) girato in grande stile, con scenografie, costumi e scene di massa molto ricchi ed elaborati e un’attenzione al dettaglio quasi maniacale. Alla maniera di Senso e Novecento, Noi credevamo è un filmone con un’anima e un’impronta autoriale notevoli, una pellicola impegnativa ma non noiosa, colma di un senso di profonda delusione per un Paese nato storto (“come un albero piantato male”) ma non banalmente disfattista.

Il mio giudizio. Un film imperdibile. Elegante, avvincente, toccante, storicamente (dicono gli esperti) accuratissimo. È molto raro che in Italia vengano prodotte opere così ambiziose: sarebbe un peccato se Noi credevamo passasse inosservato. Invito dunque tutti i cinefili a prendersi un pomeriggio o una serata libera e investire tre ore del loro tempo per tuffarsi in un film – passatemi il termine – davvero importante.

Alberto Gallo

il divo

locandina il divo

Che dire di questo film che non sia ancora stato detto? Un’opera bellissima, intensa, capace di scavare a fondo non solo nell’animo di un uomo ricco di contraddizioni ma anche nelle dinamiche più generali del potere e degli abusi che spesso ne derivano. Una pellicola diretta con un incredibile gusto per l’immagine, spesso eccessiva ma sempre geniale, che ha riportato il grande cinema italiano d’autore alla ribalta internazionale.

Vero, vero, tutto vero.

Ciò che più colpisce, però, sono due elementi che la critica ha spesso trascurato.

Innanzitutto l’assoluta imparzialità dell’autore. Nonostante sia facile cadere nell’errore di leggere quest’opera come una severa e sprezzante denuncia nei confronti del Divo Giulio (errore dovuto al fatto che, probabilmente, molti di noi si sono recati in sala a vedere questo film con un’idea ben precisa e generalmente non positiva di Andreotti), non c’è niente di più lontano dalla realtà: per ogni atto d’accusa scagliato contro il Senatore a vita c’è un’assoluzione. A ogni cinica considerazione del democristiano corrisponde un suo gesto di estrema tenerezza. Ogni suo errore o atto malvagio è compensato da solitudine e dolore fisico. Andreotti è carnefice spietato, ma la vita, di cui è vittima, è spietata con lui: la gobba, le emicranie e gli amori non corrisposti sono il prezzo da pagare per cinquant’anni di potere assoluto.

A stupire è poi l’approccio incredibilmente pop e postmoderno (ammesso che qualcuno sappia cosa significhi questo termine) a un tema tanto delicato. Il regista Sorrentino è irriverente nel commentare stragi e oscure trame politiche con musica rock e “trucchetti” cinematografici di ogni tipo: scritte in sovrimpressione che fanno molto Sergio Leone, ralenti che fanno molto Tarantino (l’arrivo della “corrente andreottiana” della Dc è un esplicito omaggio alle Iene), scene accelerate, voci fuori campo ecc…: Il Divo, come tutto il cinema di Sorrentino, è ipertrofico, esibito ed estetizzante. Quasi glam.

Niente di più distante da Gomorra, niente di più simile. Grande l’interpretazione di Toni Servillo.

Alberto Gallo

Ps: qualcuno era comunista perchè Andreotti non era una brava persona…

gomorra

locandina gomorra

Innanzitutto una premessa: chi scrive non ha letto il libro di Roberto Saviano da cui il film è tratto (che, per chi ancora non lo sapesse, è un romanzo-inchiesta sul mondo della camorra), perciò non aspettatevi confronti o cose di questo genere. Tanto ne troverete a bizzeffe su centinaia di altri siti e giornali.

Dal punto di vista prettamente cinematografico Gomorra – sesta fatica del regista romano Matteo Garrone – è un film radicale. Radicale nel suo (neoneo)realismo, che prevede l’uso del solo dialetto napoletano (sottotitolato), la presenza di attori non professionisti (accanto a star del calibro di Toni Servillo) e il rifiuto pressochè totale di ogni aspirazione estetica, tanto nelle inquadrature quanto nelle scenografie, nei suoni e nelle musiche. Radicale nella sfacciataggine con cui sbatte in faccia allo spettatore l’immenso squallore della periferia napoletana, che viaggia al ritmo dei successi di Gigi d’Alessio su auto truccate straripanti armi e droga. Radicale nell’esibizione della violenza mafiosa, che non risparmia vecchi, donne e ragazzini. Radicale a livello narrativo: i quattro episodi scelti dal regista – che rimestano nelle acque più torbide della malavita napoletana: iniziazioni alla vita mafiosa, smaltimento illegale di rifiuti tossici, estorsioni e stragi – sono intrecciati tra loro in modo volutamente confuso e indefinito, tanto da spiazzare lo spettatore privandolo di precise coordinate spazio-temporali.

Lontano anni luce dalla visione elevata, morale e quasi romantica che spesso i film americani conferiscono alla mafia e ai suoi esponenti, Gomorra è un film crudo, sincero e deprimente, indispensabile per capire le agghiaccianti dinamiche che stanno dietro ai milioni di euro mossi ogni giorno dal “sistema”. Forse troppo legato alla drammatica realtà italiana per essere apprezzato (e premiato) al festival di Cannes, ma non vederlo sarebbe un grave errore.

Alberto Gallo

buone notizie

la ragazza nel lago

Poche righe un po’ tardive per annunciare un paio di buone notizie. Riguardanti il cinema italiano ma non solo.

Innanzitutto i David di Donatello. Assegnati qualche giorno fa, hanno decretato la vittoria di uno splendido film, La ragazza del lago di Andrea Molaioli (tornato nelle sale per l’occasione), che si è aggiudicato ben dieci statuette (tra cui miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura. E scusate se è poco!). Sconfitto su tutta la linea il decisamente inferiore Caos calmo, dato inizialmente per favorito dall’alto delle sue 18 candidature. Assolutamente ineccepibili i riconoscimenti assegnati a Toni Servillo (miglior attore per La ragazza del lago), a Ivano Fossati (miglior canzone, L’amore trasparente, dalla colonna sonora di Caos calmo) e ai fratelli Coen (il loro Non è un paese per vecchi è stato giudicato miglior film straniero dell’anno). Meglio invece sorvolare sul premio “giovane” assegnato a Silvio Muccino e al suo Parlami d’amore.

E poi Cannes. Se l’anno scorso il festival più importante d’Europa aveva drammaticamente snobbato il nostro cinema, stavolta potremo vantare ben due promettentissimi film in concorso. Si tratta di Gomorra, di Matteo Garrone (tratto dal best seller di Roberto Saviano) e di Il divo, di Paolo Sorrentino, incentrato su un argomento spinosissimo: Giulio Andreotti. Entrambe le opere potranno vantare come protagonista l’attore italiano più geniale degli ultimi anni, Toni Servillo (vabbè, il più geniale insieme a Luigi Lo Cascio). Ma non è tutto: a Cannes verrà presentata anche l’ultima fatica di Sua Maestà Wim Wenders (girata interamente in Sicilia e intitolata non a caso Palermo shooting) nonchè, fuori concorso, Sangue Pazzo di Marco Tullio Giordana (ambientato a Torino). La giuria del festival sarà presieduta da un altro mostro sacro, Mr. Sean Penn. Ci sarà di che leccarsi i baffi…

Alberto Gallo

qualche consiglio

bobdylanS

Un quantomai benvenuto periodo di febbrile inattività ha permesso al sottoscritto di concedersi numerose puntate presso le sale cinematografiche, in fortunata coincidenza con il (post) Festival di Venezia. Ecco perciò un breve elenco dei film più interessanti in circolazione, con un altrettanto breve commento.

Io non sono qui (di Todd Haynes): splendida fantabiografia di Bob Dylan. Per l’occasione il grande cantautore americano è interpretato da sei personaggi diversi – ognuno per ogni fase della sua vita – tra cui spiccano per originalità un bambinetto di colore, Richard Gere e una donna (Cate Blanchett, semplicemente fantastica). Caleidoscopico, discontinuo e intricato, ma sempre e comunque geniale come il personaggio che descrive, il film verrà forse apprezzato maggiormente da quanti abbiano una certa dimestichezza con la vita e l’arte di Dylan, ma il suo valore cinematografico rimane fuori discussione. Numerosi i rimandi alla storia della settima arte e le citazioni cinefile (Vigo, Fellini, Godard, Spike Lee…). Julianne Moore interpreta Joan Baez, mentre in una piccola parte appare Kim Gordon dei Sonic Youth.

Il vento fa il suo giro (di Giorgio Diritti): pastore francese in fuga dal mondo si traferisce con moglie e figli in un paesino dell’Occitania, regione montana situata nel sud del Piemonte. Accolto con malcelata diffidenza, dovrà fare i conti con la piccola e gretta umanità contadina del luogo. Belli i paesaggi, elegante e discreto (quasi olmiano) il tono con cui le piccole vicende sono narrate, interessanti le musiche che si rifanno alla tradizione occitana, ma ciò che veramente conta in questo film è la perfetta rappresentazione della psicologia e della morale contadina (piemontese ma non solo), fatta di piccole invidie, grandi rancori e morboso attaccamento alla “roba”. Film coraggioso e importante per il cinema italiano, si è fatto conoscere soprattutto all’estero, dove ha vinto numerosi premi in festival minori.

La ragazza del lago (di Andrea Molaioli): una giovane fanciulla uccisa, un paese dove molti hanno qualcosa da nascondere, un ispettore che cerca di individuare il colpevole. Il solito giallo? Forse sì, ma assolutamente perfetto. Perfetta l’interpretazione dei protagonisti (tra cui spicca il sempre grande Toni Servillo), perfetta l’atmosfera di sottile inquitudine che la vicenda trasmette, perfetta la tensione che porta lo spettatore a chiedersi fino agli ultimi minuti di film chi è l’assassino, perfetta la caratterizzazione dei personaggi, tutti un po’ malinconici e antieroici. Un’atmosfera alla Twin Peaks per una delle migliori pellicole italiane dell’anno, che riesce a trasformare un brutale e banale omicidio in pura poesia.

Reign over me (di Mike Binder): da qualche anno a questa parte è nato un vero e proprio genere nella cinematografia americana: i film sul post-11 settembre. Il capostipite di questo interessante filone è stato il capolavoro di Spike Lee La venticinquesima ora, pellicola che descriveva una New York triste, grigia e sostanzialmente diversa da quella che un secolo di cinema made in Usa ci aveva abituato a conoscere. La Big Apple di Reign over me – vuota, autunnale, inospitale – non è molto diversa. È in questa sorta di città fantasma che si incontrano due vecchi amici dell’università (interpretati magistralmente da Don Cheadle e Adam Sandler) da tempo lontani. Uno è depresso e asociale da quando moglie e figlie hanno perso la vita nell’attacco a Ground Zero, l’altro è insoddisfatto della sua vita e rischia di essere espulso dallo studio dentistico in cui lavora. La ritrovata amicizia li aiuterà a superare, sebbene parzialmente, le difficoltà in cui si trovano. Si tratta di un’opera imperfetta (troppo lunga, troppo parlata, talvolta inconcludente se non persino soporifera) e non sempre centrata e necessaria, ma drammaticamente sincera, ben recitata ed elegante. Bellissima la colonna sonora, che comprende tra gli altri Bruce Springsteen (il cantautore newyorkese per eccellenza, come già ci aveva insegnato La venticinquesima ora) e gli Who (Reign over me è un brano della rock opera Quadrophenia).

Alberto Gallo