tv. b. / 19 (revolution)

revolution

REVOLUTION

Ci risiamo: un’altra serie tv prodotta dall’infaticabile J.J. Abrams. Ci ri-risiamo: ancora un futuro prossimo postapocalittico in cui è successo qualcosa di inspiegabile che ha cambiato per sempre le sorti del pianeta. Questa volta il pretesto è un improvviso e irreversibile blackout mondiale che ha reso assolutamente inutilizzabile qualsiasi apparecchio elettrico (pc, telefoni, televisioni, elettrodomestici) e meccanico (automobili, aerei, mezzi militari). Riusciranno i protagonisti a sfuggire alla terribile Milizia del generale Monroe? Riuscirà la bella Charlie a ritrovare suo fratello, preso in ostaggio dai militari? Riuscirà l’umanità a tornare alla tanto comoda era moderna, lasciandosi alle spalle quella sorta di medioevo futuristico in cui si è ritrovata a vivere dopo il blackout?

Continua a leggere

tv. b. / 18 (the newsroom)

jeff daniels in the newsroom

THE NEWSROOM

Io, se fossi Dio, maledirei davvero i giornalisti. E specialmente tutti, che certamente non sono brave persone e dove cogli, cogli sempre bene. Compagni giornalisti, avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete; avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate, e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento. Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbè, lo ammetto: la scomparsa dei fogli della stampa sarebbe forse una follia, ma io, se fossi Dio, di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia.

Will McAvoy è un celebre anchorman americano, noto per la sua imparzialità, per il suo “fiuto” giornalistico e anche per il suo caratteraccio. Durante una conferenza in una gremita aula universitaria gli viene posta con insistenza una domanda a cui cerca in tutti i modi di non rispondere: “Perché, secondo lei, l’America è il paese migliore del mondo?”. Messo alle corde, ammette che secondo lui l’America, con i suoi alti tassi di ignoranza, disoccupazione e arretratezza in vari campi, non è affatto il paese migliore del mondo. Gelo totale, l’aula ammutolisce. Tre settimane dopo, di ritorno da un forzato “esilio” vacanziero, McAvoy deve tentare di ricostruirsi una carriera e una credibilità pubblica. Per aver pronunciato la peggiore delle bestemmie a stelle e strisce.

Un incipit che è una bomba per una delle serie tv più intelligenti, sottili, eleganti e appassionanti che mi sia mai capitato di vedere. Trasmessa negli Stati Uniti dalla HBO (ovviamente: l’Home Box Office sta alla televisione attuale come, non so, la RKO al cinema hollywoodiano degli anni Quaranta), The Newsroom (“la redazione”, nei cui spazi si svolge la maggior parte degli episodi) segna un ulteriore passo in avanti nella narrazione televisiva, nel racconto dell’attualità, nell’utilizzo dei dialoghi e nell’avvicinamento dell’arte del piccolo schermo a quella del cinema.

Partiamo proprio da quest’ultimo elemento. Sappiamo tutti bene che cinema e tv sono due media distinti, con tempi, risorse economiche e obiettivi ben diversi. Ma è altrettanto vero che, fino a poco tempo fa, difficilmente la qualità di un prodotto televisivo di fiction era in grado di avvicinarsi a quella di un film per il grande schermo. Ebbene, da una decina d’anni a questa parte (con qualche importante esempio in un passato un po’ più remoto; cfr. Twin Peaks) le cose sono cambiate radicalmente, e The Newsroom a questo cambiamento, a questa costante sfida al rialzo delle produzioni televisive, contribuisce in maniera determinante. Tutto, qui, è di altissimo livello: il cast, davvero, appunto, cinematografico (curiosamente, molti dei protagonisti – Jeff Daniels, Emily Mortimer, Alison Pill, il grande vecchio Sam Waterston – hanno lavorato in una o più occasioni con Woody Allen, e come nei suoi film anche qui si parla tanto tanto tanto con scambi di battute velocissimi e arguti), le musiche (di Thomas Newman), la fotografia (nitida, dinamica, senza fronzoli), le scenografie (perfettamente credibili e ricche di dettagli, a evitare l’effetto posticcio ben noto, purtroppo, alle fiction italiane), il montaggio (veloce, brillante, abile a saltare tra i vari spazi e piani temporali – il terzo episodio, in particolare, risulta assolutamente geniale proprio grazie a un montaggio tutt’altro che scontato)… Ogni cosa è perfetta, insomma. Già, perfetta: non mi viene in mente un termine migliore.

sam waterston

Anche perché la perfezione non è fatta solo di mestiere, di attori brillanti, di tecnici dotati di innegabile perizia: la grandezza di The Newsroom è determinata anche, forse soprattutto, dai suoi aspetti “sentimentali” e – cosa piuttosto rara per un prodotto di fiction televisiva – morali. Parlo di sentimento perché, come ben sa il creatore di The Newsroom, lo scafato Aaron Sorkin, nessuno si metterebbe mai a guardare 10 episodi di una nuova serie tv (tra l’altro della durata di circa 60 minuti l’uno: 600 minuti di vita non sono pochi) se i suoi protagonisti non offrissero spunti in grado di smuovere emotivamente, anche solo un po’, un pubblico subissato da fiction di ogni genere. E The Newsroom di spunti ne offre in abbondanza, grazie a una serie di personaggi assolutamente umani, tridimensionali, ben costruiti, lontani anni luce dalle tradizionali distinzioni buono/cattivo, bello/brutto, protagonista/antagonista. In questo racconto corale ogni personaggio è interessante, approfondito, utile allo svolgimento della trama. Non so voi, ma io mi sono appassionato alle vicende di Will, di Mac, di Jim e di Maggie sin dal primo episodio, e non è una cosa da poco.

Parlo, poi, di morale perché mai come in questo caso una fiction televisiva ha saputo essere tanto severa, tanto sprezzante e tanto combattiva nei confronti delle storture, delle ingiustizie e delle ipocrisie della società. Il cattivo giornalismo, certo, ma non solo: l’americanismo acritico dei conservatori statunitensi (non a caso la serie si apre con l’episodio raccontato all’inizio del post), la politica più ignorante e violenta (il Tea Party), l’opportunismo del mondo degli affari e via dicendo. Pur mantenendo sempre un tono piacevolmente leggero (spesso si sorride) e per niente moralista, The Newsroom è una fiction indignata, indispettita, infastidita dallo stato in cui versano le cose nel nostro mondo, e desiderosa di mostrare la via percorrendo la quale la società potrebbe dare una svolta a se stessa: al centro della vicenda c’è, non a caso, il tentativo di McAvoy e della sua executive producer di produrre un tg innovativo, libero dalla spada di Damocle degli ascolti, privo di notizie infondate, di gossip, frivolezze e inutili allarmismi. Ed è per questo che la frase di Giorgio Gaber citata in apertura, così perfetta per descrivere il giornalismo che – anche e soprattutto in Italia, patria del berlusconismo culturale – va oggi per la maggiore, è quanto di più distante dall’operato dei protagonisti di The Newsroom, perennemente alla ricerca di un’informazione di qualità. Perché trasmettere per l’ennesima volta l’ennesima sparata di Sarah Palin, quando si può dare una notizia utile e concreta?*

Un grande prodotto televisivo, una grande lezione di etica – non solo – giornalistica, resa ancora meno scontata dal fatto che le vicende narrate negli episodi si svolgono a partire dal 20 aprile 2010 (giorno del disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon), data molto vicina dal punto di vista cronologico a noi che vediamo la serie e dunque, necessariamente, non ancora metabolizzata – non del tutto, almeno. Un conto è parlare di giornalismo quando si tratta di eventi ormai storicizzati, se non mitici, leggendari (mi viene in mente ad esempio l’Ed Murrow – citato anche in The Newsroom – di Good night, and good luck), un altro è parlare di attualità. La scelta di Sorkin di ambientare la sua serie in un’epoca molto vicina alla nostra ma comunque abbastanza lontana da poter essere vista con un certo distacco – storicizzando quindi il nostro passato prossimo, rendendo oggetto di studio e analisi il nostro ieri – è assolutamente geniale: The Newsroom è cronaca e storia allo stesso tempo. Ma d’altronde è proprio di questo che stiamo parlando: di puro genio.

Alberto Gallo

* Perché intasare le homepage dei quotidiani online con animaletti carini e donne nude quando si potrebbe contribuire in modo un po’ più intelligente alla crescita culturale e alla consapevolezza del popolo italiano, verrebbe da chiedere agli editori di certi giornaletti nostrani…

tv. b. / 17 (homeland)

claire danes in homeland

HOMELAND

È ambientata nel 2011 questa serie tv, ma la sua storia inizia molto tempo prima. Dieci anni, per la precisione, indietro a quell’11 settembre 2001 che ha cambiato la storia americana e che qui non viene mai direttamente citato. Terrorismo, spionaggio, guerre, politica, kamikaze, tradimenti, servizi segreti… Di questo parla Homeland, di questo mondo costruito sulla paura che gli attentati alle Torri Gemelle ci hanno lasciato in eredità. Protagonisti sono l’agente della Cia Carrie Mathison e Nicholas Brody, soldato americano tornato in patria dopo otto anni di prigionia in Iraq.

Capolavoro. Lo dico subito a scanso di equivoci: Homeland (o almeno la sua stagione d’esordio – la seconda è in lavorazione) è una delle serie televisivie più belle, coinvolgenti e stupefacenti che siano mai state prodotte. Dimenticate Syriana, Nessuna verità e tutti i polpettoni medioriental-spionaggistico-noiosi post-11 settembre che il cinema ci ha propinato negli ultimi anni: il piccolo schermo, a quanto pare, ha metabolizzato artisticamente il trauma di quel giorno molto meglio del suo fratello maggiore,* e se stiamo ancora aspettando un film veramente valido sul mondo di oggi visto sotto questo punto di vista, be’, l’analoga serie tv è già invece nelle nostre mani, acquistabile o scaricabile fin da subito. E se ancora non l’avete fatto vi consiglio caldamente di rimediare, per una serie di ottimi motivi.

damian lewis in homeland

I personaggi innanzitutto. Raramente mi è capitato di vedere un prodotto televisivo così profondo sotto il punto di vista dell’analisi psicologica dei suoi protagonisti. A spiccare, in particolare, in tutta la sua drammaticità, è Carrie, personaggio così vivido e ben costruito che rimanerne indifferenti è praticamente impossibile. Interpretato alla perfezione da Claire Danes – che non si sforza grazie a dio di risultare più bella di quanto non sia e che anzi, talvolta, fa della sgradevolezza estetica del suo personaggio uno dei punti di forza della sua interpretazione – questo agente della Cia appassionato di jazz, malato di mente e terribilmente solo è dotato di un’umanità quasi sconvolgente, che sfocia in un finale (gli ultimi secondi dell’ultima puntata) veramente da lacrime. Accanto a lei un altro personaggio molto riuscito, Saul Berenson, capo di Carrie alla Cia: anch’egli solo e depresso, è reso ancora più interessante dalla sua durezza iper-razionale, condizione che lo porta a risultare talvolta simpatico e talvolta molto antipatico agli occhi dello spettatore – o almeno a me è capitato così. Più difficile, invece, dare un giudizio sul sergente Brody: interpretato da quella faccia da schiaffi di Damian Lewis (che già avevo mal sopportato nelle poche puntate di Life che mi è capitato di vedere), si tratta di un personaggio talmente doppio, falso e antipatico, per quanto anche lui estremamente umano e vulnerabile, che non si riesce a capire se sia poco riuscito o troppo riuscito. Sin dal primo episodio non ho desidarato altro che in qualche modo sparisse dalla serie, lasciando spazio all’adorabile Carrie.

Ma ovviamente ciò sarebbe stato impossibile, dal momento che Homeland è proprio basato sulla dualità Mathison/Brody: lei è sola, lui ha famiglia; lei è buona ma nessuno la sopporta, lui è cattivo ma tutti lo amano; lei è monoliticamente convinta di ciò che fa e di ciò che deve fare (salvaguardare con ogni mezzo la sicurezza degli Stati Uniti), lui è internamente dilaniato da un conflitto ideologico e sentimentale (da un lato l’America e la sua famiglia, dall’altro l’Islam e un torto da vendicare). Una fiction bipolare, insomma, come il disturbo che affligge la psiche della protagonista, schizofrenicamente caratterizzata da una cronica mancanza di risposte e certezze: lontana dall’approccio fascisteggiante di 24 (altra recente serie tv di argomento “terroristico”), Homeland non pretende di dividere il mondo in buoni e cattivi. Certo, il punto di vista è fondamentalmente quello americano e la simpatia della sceneggiatura non sta certo dalla parte dei terroristi islamici, ma la scelta, ad esempio, di utilizzare come pretesto di un attentato la volontà di vendicare la morte di un dodicenne (figlio di un membro di Al-Qaeda, Abu Nazir) ucciso durante uno sconsiderato raid aereo americano la dice lunga sul “possibilismo” ideologico della serie – così come il fatto stesso di mettere al centro della narrazione un personaggio ambiguo come Brody, lontanissimo dalle certezze patriottiche a senso unico dell’era Bush jr.

I momenti toccanti (di natura prevalentemente intima) e le scene cariche di suspense sono così tanti da perdere il conto, esaltati da un approccio estetico magari non virtuosistico e particolarmente autoriale (siamo lontanti dall’opulenza di un Boardwalk Empire o di un Mad Men), ma perfettamente funzionale al racconto e mai sciatto o casuale. D’altronde una certa attenzione al dettaglio sarà pur stata fatta se, tanto per fare un esempio, nell’appartamento di Carrie i quadri sono tutti storti. Un prodotto televisivo (basato, come già In treatment, su un serial israeliano – fatto sorprendente, se si pensa a quanto la vicenda di Homeland sia intrinsecamente americana: il riadattamento è stato pensato in modo davvero geniale) di qualità superiore, avvincente e mai banale: dategli mezz’ora di tempo e non potrete più farne a meno.

Alberto Gallo

* E come potrebbe essere altrimenti? L’11 settembre, detto senza alcuna ironia, è stato il più grande spettacolo televisivo di tutti i tempi.

tv. b. / 16 (downton abbey)

downton abbey

DOWNTON ABBEY

Downton Abbey è quella che, con un termine bruttino, in Italia si definisce “miniserie”. Non so fino a che punto un telefilm sia mini e dopo quanto non lo sia più, ma in ogni caso la serie ha una durata di sette episodi, inusuale rispetto a standard Usa che girano intorno ai 20 e al di sotto della già bassa soglia delle dieci puntate di Game of Thrones. Trasmessa dal canale inglese ITV (da noi su Rete4), racconta le vicende di una famiglia inglese della nobiltà terriera dei primi del Novecento, i Crawley, duchi di Downton appunto. Famiglia e località sono immaginarie, e oltre al duca capofamiglia, sposato con un’americana, le vicende girano attorno alle tre figlie femmine e alla servitù.

La serie è stata scritta da Julian Fellowes, premio Oscar per un film bellissimo che di Downton Abbey è quasi paradigma: Gosford Park. Oltre a condividere Maggie Smith, la serie e il film procedono con lo stesso meccanismo dell’“upstairs/downstairs”, raccontando alternativamente ciò che accade ai piani alti (la famiglia nobiliare) e ciò che accade a quelli bassi, invisibili (la servitù).

Gli attori, innanzitutto. Spesso si sente dire in giro che gli interpreti inglesi sono migliori di quelli americani: lontani per tradizione dall’eccessivo “metodo” (Strasberg o Stanislavski) ma molto vicini al teatro, la loro recitazione sarebbe più legata al portamento e alla tonalità di voce. L’inespressività apparente, più che un difetto rappresenterebbe un punto di forza, costituendo una sfida allo spettatore, spinto a indagare ciò che il personaggio sta in quel momento celando, a leggergli dentro. E in effetti sulla parte “segreta” di ognuno sono costruite le cose migliori di questo telefilm. Gli attori di Downton Abbey sono tutti molto bravi, e a voler trovare una crepa nel cast questa forse è nella scelta delle tre attrici che interpretano le figlie (Laura Carmichael, Michelle Dockery e Jessica Brown Findlay), mentre fa piacere rivedere nei panni di Lady Cora Elizabeth McGovern (l’indimenticabile Deborah di C’era una volta in America). Un continuo spasso di snobismo british e battute pungenti è invece Maggie Smith, chiamata a interpretare la “duchessa madre”: straordinaria, in formissima, Maggie qui è l’inglesità fatta persona, tutta cappellini, ventagli, tè e convenzioni. Già presente in Gosford Park in un ruolo praticamente identico, fa davvero impressione vedere come per lei (classe 1934) il tempo sembri quasi non passare mai.

La duchessa madre rappresenta quasi da sola uno dei due cardini principali dell’impianto di Downton Abbey: l’aristocrazia. La serie, al pari di Mad Men, ricostruisce un periodo preciso della Storia e ne mostra la portata rivoluzionaria sulla società. Rispetto alla serie Usa sopra citata, che mostra sì gli anni Sessanta ma li lascia anche piuttosto sullo sfondo, concentrandosi sui personaggi, qui gli eventi del primo Novecento incidono in profondità sulle vite dei personaggi, con effetti irreversibili. Non si tratta solo di mostrare l’utilizzo sempre più massiccio di automobili o elettricità (la primissima immagine della serie, emblematica, è un dito intento a battere un messaggio al telegrafo), ma del simbolismo legato a tutto ciò: la modernità che avanzando inesorabile scardina l’istituto ultratradizionale dell’aristocrazia.

La famiglia Crawley si trova così ad affrontare un mondo che cambia in fretta e ad adeguarsi per non scomparire. Ai due estremi opposti tra conservazione e innovazione stanno i due estremi anagrafici dei Crawley: da una parte la duchessa madre, che con orrore scopre che l’unico erede maschio è un borghese che “lavora per vivere” (un avvocato di Manchester); dall’altra la terzogenita Sybil, sensibile alle rivendicazioni delle suffragette, affascinata dai telefoni, protopaladina dell’indipendenza femminile e attenta al lato umano dei servitori.

Il secondo cardine, in parte legato al primo, riguarda invece l’insieme della servitù. Si fa fatica, inizialmente, a distinguere tra valletti, camerieri e maggiordomi, ma dopo un po’ si entra nel meccanismo e ci si rende conto che è qui, in questo ambiente “downstairs”, che si sviluppano la maggior parte delle trame e delle storie. Su questi personaggi è indirizzata la maggior parte delle simpatie e delle antipatie degli spettatori; tra la servitù si trovano (anche qui, attori straordinari) amori che faticano a sbocciare, segreti inconfessabili e intrighi volti a mascherare, danneggiare e rivaleggiare. Per quanto riguarda i piani superiori tutto inizia con la notizia della morte di due eredi maschi nell’affondamento del Titanic (1912) e da lì in poi la trama si riduce a uno schema semplice: l’apparizione di un possibile erede, la disperata o ridicola ricerca di un marito per una (o forse due) delle figlie e l’incontro/scontro tra una borghesia sempre più presente e la vecchia aristocrazia terriera. Siamo al confine della soap opera, con temi come l’onore, i tradimenti e la dialettica amore/convenienza sociale, ma se tutto questo sistema alla fine non mostra la corda è proprio perché il contraltare, quello che realmente chiama a raccolta gli umori del pubblico, è in mano alla truppa della servitù, solido nucleo di storie.

Se gli stravolgimenti storici in Downton Abbey sono molto sentiti è, probabilmente, proprio perché vengono osservati da due punti di vista così distanti nella scala sociale ma così vicini nello spazio (non va sottovalutata la presenza di alcuni personaggi vicini al socialismo). La prima stagione termina nel 1914, con l’ingresso dell’Inghilterra nella Grande Guerra, e nelle foto che anticipano la seconda stagione alcuni personaggi indossano la divisa da soldato o da crocerossina. Ma al di là della ricostruzione storica, del fascino dell’aristocrazia, degli attori, dell’inglesità e dei costumi, tutti aspetti assolutamente convincenti, Downton Abbey piace e attira soprattutto per una massiccia presenza degli elementi più semplici e basilari da sempre richiesti a una fiction televisiva: suspense e colpi di scena.

Marcello Ferrara

tv. b. / 15 (alcatraz)

alcatraz

ALCATRAZ

Il pretesto narrativo è dei più improbabili, di quelli da prendere o lasciare: nel 1963, quando il carcere di massima sicurezza di San Francisco, Alcatraz, venne chiuso, decine di guardie e prigionieri sparirono nel nulla. Nel 2012 queste persone tornano chissà come e chissà da dove in circolazione, con lo stesso aspetto fisico che avevano al momento della scomparsa e armati di cattive intenzioni. Su di loro indaga una squadra speciale (e un po’ improvvisata) dell’Fbi composta da una giovane agente di polizia, il proprietario di un negozio di fumetti nonché massimo conoscitore della storia di Alcatraz e un federale già guardia carceraria su Alcatraz prima della chiusura.

Ecco, appunto: prendere o lasciare. E soprattutto abbandonare qualsiasi tentazione razionalistica: qui, sebbene il tutto si risolva in fin dei conti in un poliziesco nemmeno troppo originale, siamo dalle parti del fantastico, dell’inspiegabile, del mistero che va oltre le leggi della scienza, del tempo e dello spazio. Questo serial, non a caso, è prodotto dall’incorreggibile J.J. Abrams, già eminenza grigia di Lost. Ed è proprio Lost il termine di paragone più evidente di Alcatraz: entrambe le serie puntano su una costruzione sempre crescente del mistero, procastinando il più possibile il momento della spiegazione; entrambe hanno al centro un’isola piena di enigmi; entrambe prevedono la possibilità, almeno teorica, dei viaggi nel tempo; entrambe hanno come co-protagonista il simpatico ciccione Jorge Garcia; entrambe sono di livello estetico-qualitativo decisamente elevato, cinematografico; ed entrambe presentano forti dosi di citazionismo postmoderno, arricchendo la sceneggiatura di riferimenti al mondo dei fumetti, del cinema, della storia recente e delle altre serie tv – la prima puntata, tanto per dirne una, si apre con un esplicito omaggio alla Donna che visse due volte, e il fatto che uno dei protagonisti sia padrone di un negozio di fumetti garantisce in ogni episodio un ampio ricorso a citazioni di natura supereroistica.

A differenza di Lost, però, ed ecco qual è il vero limite di Alcatraz, l’impostazione narrativa è decisamente statica e prevedibile, dal momento che, semplicemente, ogni puntata prevede l’arrivo di un cattivone dal 1963, che in quaranta minuti (tanto dura ogni episodio) viene identificato, inseguito, preso e incarcerato – cosa che rende questo serial terribilmente simile a un qualsiasi convenzionale poliziesco televisivo. Certo, poi c’è la macrotrama, il mistero del salto temporale che spinge lo spettatore a chiedersi come tutto ciò sia possibile, ma se non dovessero intervenire clamorose e geniali svolte narrative (per ora sono stati trasmessi 6 episodi, su 13 previsti per la prima stagione) sarebbe un po’ pochino.

Alberto Gallo

tv. b. / 14 (breaking bad)

breaking bad

BREAKING BAD

Che dire su Breaking Bad? Cominciamo dal contesto. È una stagione fortunata per la televisione e per il formato della fiction a puntate (anzi, a “stagioni”). C’è chi, nelle pagine dei giornali, ha tentato l’azzardato ma non così fuori luogo paragone con il genere letterario del romanzo. Ci sarebbe da mettere un po’ d’ordine, anche per collocare Breaking Bad al suo giusto posto, ma non è questa la sede.

Ciò che mi rimane da dire è che mi manca Walter White, adesso che ho visto tutte le puntate delle quattro stagioni sinora trasmesse. E più ancora di Walter mi manca Jesse Pinkman, il malcapitato giovane spacciatore drogatello che finisce coinvolto, sin dalla prima puntata, nella più catastrofica crisi di mezza età che sia mai stata narrata. Mi manca l’attenzione al dettaglio, la pazienza degli autori nel non voler mai, assolutamente mai abbandonare le redini della narrazione. Si entra, passo per passo, nella crisi di Walter. Non è improvvisa. Lo sembra, e invece è molto dosata. A un gesto clamoroso corrisponde un turbamento della coscienza, un ripiego, un tentativo di fuga dalla follia. E poi un altro baratro. E sembra che la battaglia non finisca mai. Ma qual è lo scopo di Walter? Dare un’opportunità di sopravvivenza alla propria famiglia, nel momento in cui il cancro ai polmoni lo porterà via? Oppure la malattia è soltanto la goccia che fa traboccare il vaso della sua pazienza, lo specchio di fronte a cui vede il riflesso ipocrita di tutta la civiltà che egli stesso ha sempre deciso di difendere, anche a costo, a volte, della sua dignità personale? Forse Walter, messo alle strette, ha imparato una dura lezione: che l’uomo è solo al mondo, che ciò che conta è il raggiungimento del proprio risultato, che la vita è innanzitutto la costruzione di una casa e la difesa di questa casa – un po’ come il giovane Dustin Hoffman si ritrova costretto a fare in Cane di paglia – prima che sia troppo tardi. Forse Walter vede l’ipocrisia dietro la sicurezza ostentata dai suoi cognati, Marie e Hank, e che aleggia all’interno del proprio focolare. Vede tutta la pochezza di queste vite al di là del loro sfoggio di cose e di atteggiamenti, e la crudeltà del mondo che lo costringe, lui, uomo di scienza, mente brillantissima, a fare il professore di chimica alle superiori e lo sguattero in un autolavaggio come secondo lavoro. Per questo la sua sfida continua. Non soltanto per l’immediato guadagno che la produzione di metanfetamine gli consente di ottenere, soldi sicuri per un futuro incerto (è davvero così? Anche ciò non è così scontato), ma anche per sfidare lo sbirro Hank, agente dell’antidroga, così sicuro di sé e della propria integrità e forza, tanto da permettersi di fare la voce grossa come e quando vuole, anche in casa d’altri (vedi: quella di Walter). La sua sfida personale contro il mondo diventa un’intricata matassa di rapporti che coinvolge i membri della sua famiglia: la bella Skyler, moglie fedele, forte, intelligente, caparbia, ma anche lei banale nella generale banalità delle persone che abitano il mondo, piccola ed egoista nei suoi desideri, nelle sue intenzioni; e suo figlio Walter Jr., un ragazzo d’oro zecchino nonostante il peso del suo handicap, innamorato del padre e della sua famiglia, cresciuto ignaro dei pericoli che abitano il mondo, fin troppo protetto e sottovalutato, nonostante la sua intelligenza e il suo coraggio.

C’è una ricerca ostinata, da parte degli autori, supportati con grande cura e grande maestria dalla regia, di scovare quell’area grigia nel quale il bene si tramuta in male e viceversa, nel quale gli atteggiamenti e le convinzioni delle persone si tramutano in debolezze e ipocrisie. Walter è una lancetta che oscilla pericolosamente da un lato all’altro senza mai trovare il proprio equilibrio, e il proprio mondo inclina pericolosamente a ogni suo cambio di umore. Assistiamo alla trasformazione del mondo di Walter in una realtà disfunzionale. La disfunzionalità stessa, tuttavia, non è una degenerazione, bensì l’effetto di un disvelamento, di qualcosa che è sempre stato là. E ancora: la stessa confusione delle situazioni trasforma continuamente rapporti, persone, punti di vista. Ogni puntata cambia la disposizione delle forze in gioco, ogni menzogna produce un’esplosione di ramificazioni di trame che poi, un po’ alla volta, si dipanano e ritornano alla fonte. Per certi versi Breaking Bad ricorda alcune opere letterarie (e torna il parallelo con il romanzo): un po’ Tristram Shandy, per le peregrinazioni e le disavventure quasi ostinate del proprio protagonista, per i rovesciamenti e i capitomboli; un po’ I promessi sposi, poiché, proprio come i due sposini manzoniani, lo stesso Walter White là dove passa crea scompiglio e accende la scintilla del cambiamento, del rovesciamento, ed è a sua volta rovesciato e costretto a far fronte, a volte, ad eventi che vanno al di là della suo controllo, come lo schianto di un aereo. Oppure no? Un po’ buddhista, questa serie si svolge partendo dalla riflessione che a ogni causa corrisponde un effetto. Un po’ protestante, la colpa è un oggetto centrale nella vita di ogni personaggio. Cos’è la responsabilità? A che punto la responsabilità si tramuta in presunzione? Breaking Bad è la storia di un mondo. Un mondo non sempre plausibile (è pur sempre fiction), ma a tutti gli effetti un universo di personaggi che si incontrano e si scontrano, ciascuno con un proprio ruolo e una propria convinzione. Da scardinare, da riformulare, rivedere, mediare a ogni giro di vite.

Cosa ne sarà di me senza Walter White? Ce la farò ad aspettare durante i mesi che mi separano dalla prossima stagione? Cosa guarderò nel frattempo? Qualcosa mi dovrò inventare. Mi auguro nel frattempo di avervi invogliato a provare a seguire le avventure del prof. White. E non lasciatevi condizionare dal riferimento costante alla chimica: questo non è House, non è Csi. La scienza non è un pretesto: al limite, forse, un discorso nel discorso. Come un esperimento chimico, le persone si incontrano, si congiungono, formano composti originali, nuovi, creano la vita. Il sottotitolo italiano, Reazioni collaterali, per quanto suoni un po’ squallido e futile, è molto azzeccato. È una buona glossa del titolo inglese: una possibile traduzione della forma gergale “to break bad”, infatti, non è altro che “sbroccare”. Più chiaro di così.

Francesco Rigoni

tv. b. / 13 (game of thrones)

game of thrones 1

GAME OF THRONES (prima stagione)

Difficile riportare la trama di questa serie tv, così complessa e così ricca di personaggi. Direi però che l’espressione “intrighi di palazzo”, calata in un contesto fantasy-medievale, rende bene l’idea di cos’è Game of thrones (tradotto in italiano come Trono di spade – titolo non fedelissimo ma nemmeno stupido, dal momento che in effetti il trono oggetto del contendere è fatto proprio di spade).

Ispirato alla serie di romanzi A song of ice and fire di George R. R. Martin (anche co-sceneggiatore), si tratta di un prodotto televisivo incredibilmente bello, appassionante, sfarzoso e, sotto molti aspetti, inedito. Dirò di più: prodotto dalla ormai infallibile Hbo (che negli ultimi tempi ci ha regalato anche Mildred Pierce, Boardwalk empire e Bored to death), Game of thrones è la serie televisiva che segna il definitivo sorpasso della narratività televisiva su quella cinematografica, almeno in ambito di prodotti di consumo: il piccolo schermo possiede attualmente non soltanto la disponibilità economica, ma anche l’entusiasmo che da un po’ di tempo manca al cinema commerciale. Per non parlare di una questione strutturale come quella dei tempi: l’ampio respiro di una serie tv concede a un certo tipo di narrazione (esemplare è proprio il caso del fantasy) la calma che il cinema non può permettersi, la possibilità di approfondire personaggi, contesto e sottotrame. Motivo per cui Game of thrones batte Il signore degli anelli per 10 a 0.

game of thrones 2

Ogni cosa è praticamente perfetta, nella prima stagione di questo serial: la sceneggiatura (parto della mente del geniale David Benioff, già autore del romanzo e dello script cinematografico della 25esima ora – scusate se è poco), le colossali scenografie, la recitazione (protagonista è Sean Bean, già nel Signore degli anelli; accanto a lui Mark Addy, il ciccione di Full Monty, e soprattutto il sempre convincente Peter Dinklage, il nano di numerosi film)… Il mondo di Game of thrones, per quanto volutamente stereotipato e riconducibile a mille altri film e romanzi medievaleggianti, è un mondo credibile e perfettamente coerente, un luogo e un tempo impossibili eppure ricchi di sentimenti e situazioni che non possono che coinvolgere lo spettatore sin dai primissimi minuti del primissimo episodio.

Vorrei brevemente sottolineare, infine, la radicale cattiveria di questo serial, la sua irriducibile propensione al pessimismo sociale, umano, storico e politico: è vero che Game of thrones è un fantasy ambientato in un Medioevo inesistente, ma la perfidia dei personaggi, la crudeltà delle convenzioni sociali e la violenza nelle relazioni umane qui descritte hanno un qualcosa di profondamente inquietante: il figlio illegittimo del protagonista viene chiamato da tutti “il bastardo”; il nano, pur essendo il rampollo di un’influente famiglia, è per tutti “il mezzo uomo”; le donne sono tutte “puttane” (e molte lo sono davvero); la prima puntata si chiude con il tentato omicidio di un bambino di dieci anni, colpevole di aver visto fratello e sorella a letto insieme; chi alza la voce contro un potente viene punito nei modi più atroci; i rapporti sessuali si riducono spesso a stupri (parecchio espliciti), incesti o occasioni a pagamento… Non male, e non poco, per essere soltanto una serie tv.

Alberto Gallo

tv. b. / 12 (terra nova)

Terra Nova

TERRA NOVA (primi episodi)

Che risultato si ottiene se sommiamo Lost ai dinosauri? Terra Nova, la serie tv prodotta, tra gli altri, da Steven Spielberg e recentemente andata in onda sul canale Fox. Di Lost riprende l’ambiente selvaggio, tropicale e ostile, il gran numero di misteri, il fatto che i protagonisti si trovino catapultati in una realtà tutta nuova e molto pericolosa e un approccio corale alla vicenda (protagonista è la famiglia Shannon, composta da cinque persone, ma intorno a loro ruotano decine di personaggi più o meno importanti). Per quanto riguarda i dinosauri, invece, be’, ce n’è in gran quantità, dal momento che il pretesto narrativo è un viaggio nel passato di qualche milione di anni determinato dall’impossibilità di vivere il pianeta Terra del presente, troppo inquinato e affollato. I coloni di Terra Nova (questo il nome della città fondata nel passato) provengono da un 2149 non troppo diverso dal nostro caro, vecchio 2011.

Che boiata pazzesca. Veramente una delusione, questo serial dalle grandi ambizioni e dai minimi risultati. I difetti di Terra Nova sono così tanti che non so nemmeno da dove cominciare: il cast è scadente, la vicenda è banale, prevedibile e spesso involontariamente ridicola, gli effetti speciali non sono un granchè, il patetismo di stampo familiare domina incontrastato, i personaggi sono stereotipati, le poche scene “leggere” o ironiche sono goffe e involute… E poi, appunto, le similitudini con Lost sono davvero troppe, laddove invece Jurassic Park e lo spielberghismo in generale sembrano essere piuttosto una forma mentis, un’attitudine a non osare, a sedersi comodamente sugli allori della narrazione cine-televisiva più trita e ritrita.

Ora, non ho visto tutti gli episodi di questa serie (in ogni caso secondo Wikipedia ad oggi ne sono stati trasmessi, negli Usa, soltanto cinque) e quindi il mio giudizio è inevitabilmente parziale, ma quello che posso dire è che queste prime puntate non mi hanno sicuramente trasmesso alcuna voglia di andare avanti nella visione. Se, anni fa, dopo cinque episodi della prima serie di Lost, mi avessero detto che Kate Austen finiva divorata dal mostro di fumo o che Jack Shephard era uno degli Altri ci sarei rimasto male, ma male davvero, come se si trattasse di un fatto reale. Se oggi, invece, mi dicessero che Jim Shannon è un tirannosauro travestito da essere umano o che un buco nero si mangia Terra Nova e tutti i suoi abitanti, be’, un’alzata di spalle sarebbe già uno sforzo eccessivo.

Alberto Gallo

tv.b. / 11 (mildred pierce)

mildred pierce

MILDRED PIERCE

California, gli anni della Grande Depressione. Mildred Pierce è una mamma, una disoccupata, una donna in carriera, una moglie divorziata, un’amica, una persona disperata, una manager di successo, un’amante appassionata. Un personaggio moderno, insomma, che incarna nel bene e nel male ciò che siamo o eravamo soliti chiamare “il sogno americano”.

Tornano in tutto il loro splendore i potenti mezzi della Hbo (Boardwalk empire, Bored to death…) per una miniserie in cinque episodi che fa dello sfarzo nella messa in scena, dell’eleganza e del lento, sontuoso respiro i suoi grandi punti di forza. I nomi, innanzitutto: il regista di Mildred Pierce è Todd Haynes, che dopo il capolavoro cinematografico I’m not there, su Bob Dylan, torna alla magnificenza estetica che aveva caratterizzato il suo film del 2002 Far from heaven. Protagonista è Kate Winslet, perfetta come sempre, al cui fianco stanno attori del calibro di Guy Pearce e Evan Rachel Wood. Le musiche, bellissime e toccanti, sono di Carter Burwell, già artefice di score cinematografici per i fratelli Coen (L’uomo che non c’era, Non è un paese per vecchi, A serious man) e per Spike Jonze (Essere John Malkovich, Adaptation, Nel paese delle creature selvagge).

Un capolavoro, quindi? Non proprio, per quanto mi riguarda. Innanzitutto perché in questa miniserie c’è un evidente scarto tra valore estetico e valore narrativo. Detto in parole povere, ed esagerando un po’: Mildred Pierce è una soap opera all’ennesima potenza, un melodramma vecchio stile pieno di lacrime, amori impossibili e traditi, cadute (morali, economiche) e relative resurrezioni. Tutto questo, c’è da dire, è espresso in modo impeccabile, con un’ottima prova di tutto il cast, con ambienti e scenografie meravigliosi e con una regia virtuosa, ma rimane il fatto che si tratta di un prodotto di maniera, di un fotoromanzo confezionato alla grande – e pensare che il romanzo omonimo da cui è tratto è di James M. Cain, le cui opere hanno ispirato film epocali come Ossessione di Luchino Visconti e La fiamma del peccato di Billy Wilder. Un altro elemento che mi ha fatto un po’ storcere il naso durante la visione di Mildred Pierce è la sua sostanziale mancanza di coraggio: la pellicola comincia bene, benissimo, con la descrizione perfetta della vertiginosa caduta sociale della protagonista, che da signora benestante si trova improvvisamente, dopo l’abbandono del marito, a dover fare i conti con una realtà economicamente disastrosa e lavori sempre più umilianti. Si tratta di scene estremamente attuali: l’angoscia di Mildred, costretta per sopravvivere ad accettare una condizione sociale che non è la sua, è l’angoscia di milioni di giovani del XXI secolo, figli mai cresciuti di una borghesia in caduta libera. Anche il quinto e ultimo episodio della miniserie è molto azzeccato, dal momento che mostra in tutta la sua crudeltà, in tutto il suo squallore, il rapporto madre-figlia che è sì al centro di tutte le puntate, ma che solo nel finale esplode emotivamente come esploderebbe nella vita reale (la figura di madre vittima e comprensiva nonostante tutto è credibile solo fino a un certo punto). Tra questi primo e ultimo episodio, però, il miele è tanto, così come tanti sono i momenti che sembrano girare un po’ a vuoto, laddove invece a mancare è il coraggio di mostrare situazioni (sociali ed emotive) veramente estreme. Forse se Mildred Pierce fosse stato ridotto, asciugato, da cinque a tre episodi ne avrebbe guadagnato in intensità emotiva, perdendo quegli elementi beautifuleschi e quella mancanza di mordente che invece qua e là lo caratterizzano.

Si tratta in ogni caso di un prodotto di alto livello, un po’ troppo strappalacrime per i miei gusti ma sicuramente non fallimentare: se mai la televisione italiana arrivasse a confezionare qualcosa di simile non si potrebbe che gridare al miracolo.

Alberto Gallo

tv.b. / 10 (the kennedys)

greg kinnear e katie holmes, ovvero jfk e consorte

THE KENNEDYS

La storia della famiglia Kennedy dal giorno dell’elezione di JFK alla Casa Bianca (1960) fino alla morte violenta di Bobby (1968), con qualche salto indietro agli anni della gioventù dei ragazzi e del patriarca Joe, ambasciatore negli anni del New Deal. Otto anni in otto episodi, dunque, per un affresco corale di uno dei periodi più interessanti e complessi della storia americana. Questo è The Kennedys, miniserie statunitense-canadese andata in onda ad aprile su ReelzChannel e presto anche sui nostri teleschermi (La7).

Che dire? Difficile, molto difficile e ambizioso il progetto di affrontare con un prodotto televisivo di soli 320 minuti la storia di un clan tanto importante, numeroso e influente. Progetto, infatti, non del tutto riuscito, sebbene il risultato finale sia tutt’altro che spregevole – tanto per dire: un serial di questo livello qualitativo in Italia sarebbe assolutamente impensabile, anche solo per questioni di budget.

Cominciamo dalle cose che non mi sono piaciute.

1) The Kennedys è un prodotto nato vecchio: lontano anni luce dalle serie tv che nell’ultimo decennio hanno dato nuova linfa vitale a un genere che sembrava moribondo (mi riferisco soprattutto a Mad Men, Lost e House), The Kennedys fa di un tradizionalismo pseudotelenovelistico una delle sue principali caratteristiche: grandi drammi familiari, musiche pompose (e bruttissime), scene patetiche e strappalacrime, regia anonima, struttura narrativa abbastanza lineare (sebbene non manchino i flashback alla Lost che però, in questo caso, sanno tanto di spiegoni raffazzonati) e via dicendo. Persino la sigla di apertura è di uno squallore senza pari, degna del peggior legal drama degli anni Novanta. Da queste parti, insomma, nessuno se l’è sentita di osare. Avranno pensato, forse a ragione, che non ce ne fosse bisogno: la storia della famiglia più famosa d’America è già di per sé un’attrattiva non da poco.

2) L’andamento narrativo è inspiegabilmente diseguale, e in ogni caso insufficiente. Mi spiego meglio: va bene che Bobby, poverino, eterno fratello minore anche quando il maggiore se n’era andato per sempre, non è stato un personaggio carismatico come il padre o JFK, ma che senso ha riassumere la sua carriera politica dal 1963 al 1968 in un paio di scene da cinque minuti quando per l’elezione di Jack con tanto di campagna elettorale si sono impiegati due interi episodi? Com’è possibile che la crisi missilistica cubana venga liquidata in mezz’ora scarsa nel corso di una puntata che dà quasi la stessa importanza a una delle tante scappatelle extramatrimoniali del Presidente? Perché l’unico accenno alle cause (mai del tutto spiegate) dell’assassinio di JFK consiste in un servizio di telegiornale della durata di pochi secondi? Si tratta di episodi storici di importanza fondamentale cui sono stati dedicati in passato interi lungometraggi (Thirteen days, JFK), qui viceversa affrontati con estrema superficialità. È vero che il plot sceglie di concentrarsi sui Kennedy come persone più che come figure politiche, ma le due cose si sarebbero potute fondere in maniera molto più armoniosa e approfondita – magari con un paio di episodi in più, senza dare l’impressione di assistere, come spesso invece accade, a un bignami di storia contemporanea.

3) La ricostruzione degli anni Sessanta, per quanto precisa e ben fatta, è sciatta. Pensate a Mad Men (la cui prima stagione si svolge proprio durante la campagna elettorale di Kennedy contro Richard Nixon) e alla serie infinita di dettagli (vestiti, pettinature, accessori, arredi) che ne arricchiscono la qualità estetica. Ecco, qui tutto ciò è completamente assente. È vero, ancora una volta, che The Kennedys non vuole essere un serial su un epoca, ma solo su una famiglia che in quell’epoca visse, ma con qualche sforzo estetico in più ne sarebbe uscito un prodotto decisamente più interessante.

4) Alcune scene potenzialmente molto interessanti sono state sfruttate proprio male. I due omicidi di Jack e Bobby, ad esempio: alquanto dimenticabili.

barry pepper è bobby kennedy

The Kennedys, dunque, è un prodotto poco innovativo, eccessivamente “strizzato” dal punto di vista dei tempi narrativi e esteticamente poco accattivante. Eppure gli aspetti positivi, in queste otto puntate, non mancano.

1) Il cast. Veramente perfetto, per bravura e somiglianza. Greg Kinnear nella parte di JFK è impressionante, assolutamente mimetico. Stesso discorso per Barry Pepper (Robert, che è anche il personaggio più interessante) e persino per quella cagna di Katie Holmes, che nei panni della bella statuina Jacqueline Bouvier ci sta a pennello. A spiccare è però soprattutto il sempre geniale Tom Wilkinson nella parte di papà Joe. Meno somiglianti e necessari gli alter ego di Frank Sinatra e Marilyn Monroe, ma si tratta di particine di poco conto.

2) Com’è come non è, con tutti i suoi difetti The Kennedys è una serie estremamente accattivante. Sarà che la materia prima, la storia tragica della famiglia statunitense più in vista della sua epoca, è già di per sé interessante, ma io in questi ultimi quattro giorni non riuscivo più a staccarmi dallo schermo del pc. Cosa che non mi capita tanto spesso, devo dire.

3) Non mi vengono in mente molti altri pregi relativi a questa serie. Peccato, volevo arrivare almeno a tre. Posso ancora dire, però, che più volte la storia dei Kennedy, così com’è stata narrata qui, mi ha fatto venire in mente.. be’, vediamo se ci arrivate da soli: un patriarca ricco e potente che ha costruito un impero con mezzi più o meno leciti; una famiglia americana cattolica e di origine europea; tre fratelli, il maggiore dei quali, destinato a ereditare ed ampliare l’impero, muore in giovane età, lasciando il fardello nelle mani del fratello minore, eroe di guerra; una lunga decadenza fisica del patriarca che coincide con la fine del periodo di prosperità della famiglia. Detta così, a me sembra tale e quale la storia del Padrino – e a giudicare dal montaggio alternato presente nella scena dell’omicidio di Dallas direi che la saga di F.F. Coppola dev’essere venuta in mente anche a Jon Cassar, regista di questo serial.

Alberto Gallo

tv.b. / 9 (wilfred)

wilfred

WILFRED (prime puntate)

Dici cane parlante antropomorfo e un po’ cinico e a cosa pensi? Be’, non so voi, ma io penso a Brian, il migliore amico di casa Griffin. E non a caso dietro alla versione americana di Wilfred, remake dell’omonima serie tv australiana partita nel 2007, c’è proprio David Zuckerman, già produttore esecutivo di Family guy.

L’idea di partenza è di quelle semplici ma geniali: Ryan (interpretato dal redivivo Elijah Wood) è un giovane avvocato in crisi esistenziale. Nel giorno in cui tenta il suicidio bevendosi un frullato di psicofarmaci (in realtà, si scopre dopo, sono soltanto innocui zuccherini) l’avvenente vicina di casa gli chiede di tenerle per qualche ora Wilfred, il suo cane. Peccato che la bestia in questione, nella mente un po’ bacata di Ryan, sia un burbero omaccione con un debole per la birra e la marijuana che di animalesco ha soltanto un lercio costume di carnevale. La vita del ragazzo ne verrà assurdamente sconvolta.

È ancora difficile dare un giudizio complessivo su questa serie, i cui primi episodi stanno andando in onda proprio in questi giorni negli Usa (su Fx), ma se non altro posso già affermare le seguenti cose con una buona dose di sicurezza:
1) le prime tre puntate, della durata di 20 minuti ciascuna, mi sono piaciute molto. Il tono è un po’ triste ma anche ironico, la messa in scena è di livello decisamente buono e, soprattutto, il personaggio di Wilfred (interpretato con forte accento australiano dall’attore Jason Gann) è spassosissimo e originale, sorta di via di mezzo tra il coniglio di Donnie Darko (per la perfidia) e il tigrotto di Calvin & Hobbes (animaletto di pezza per tutti ma non per il suo padroncino, con cui gioca e parla e riflette da essere umano);
2) difficile trovare termini di paragone per un prodotto così strambo e sotto molti punti di vista inedito, ma ogni tanto, per certi aspetti, Wilfred mi ha fatto ripensare a Bored to death: entrambe le serie vedono protagonista un giovane uomo in crisi, entrambe sono esteticamente semplici ma ben confezionate, entrambe vedono la presenza di personaggi di contorno decisamente macchiettistici (in questo caso c’è Spencer, vicino di casa manesco e fissato con la pornografia) e entrambe sono strutturate a episodi brevi guardabili separatamente ma coerenti e ricchi di rimandi narrativi interni (per esempio Ryan e Wilfred rubano a Spencer le sue piante di marijuana nel primo episodio, ma ne subiscono le conseguenze nel terzo);
3) come (quasi) tutte le serie tv contemporanee che si rispettino, anche Wilfred fa del citazionismo un po’ a casaccio uno dei suoi punti di forza: ogni puntata, ad esempio, è aperta da una citazione di un celebre personaggio storico o letterario (Mark Twain, Thomas Fuller, Ghandi), frase che indica genericamente il tono che avrà l’episodio. E poi, come dimenticarlo, c’è Matt Damon, ossessione cinematografica del Cagnaccio.
Visione caldamente consigliata. E per ora è tutto.

Alberto Gallo

tv.b. / 8 (carlos)

edgar ramirez in carlos

CARLOS

È un mondo disperato, grigio e pieno di tensione, il mondo di Carlos. Anni di piombo, di bombe, di attentati e rapimenti. Di buone cause annegate nei milioni di dollari e nella politica/diplomazia internazionale. È il mondo tetro degli anni Settanta-Ottanta, quello che già era stato portato su grande schermo, in tempo reale, da R.W. Fassbinder (Germania in autunno, La terza generazione…) e, nei decenni successivi, da Steven Spielberg in Munich, da Michele Placido in Romanzo criminale e da Uli Edel in La banda Baader Meinhof. Ma in questo caso la faccenda è diversa, lo schermo è piccolo, siamo in tv, nella tv di altissima qualità di una miniserie in tre episodi diretta dal francese Olivier Assayas.

Carlos. Come il protagonista assoluto della vicenda, al secolo Ilich Ramírez Sánchez, venezuelano, vent’anni da nemico pubblico numero uno per le polizie di mezzo mondo, “terrorista” rosso accusato di decine di omicidi, marxista votato alla (e pagato profumatamente per la) causa palestinese. È tutto perfetto o quasi in questo serial franco-tedesco da poco passato anche sui nostri teleschermi: la recitazione è di altissimo livello (il protagonista Édgar Ramírez se la cava alla grande), il ritmo è serrato, le scene d’azione, per quanto anti-spettacolari alla maniera europea, sono efficaci, e la messa in scena è di un’eleganza assoluta.

carlos2

Mi preme, però, fare due considerazioni. Innanzitutto quella che si potrebbe chiamare la tentazione della bellezza o, più semplicemente, il rischio di mitizzazione del personaggio Carlos e dei suoi compagni. Dico questo perché, come spesso accade quando il cinema si trova ad affrontare personaggi ambigui, figure al confine tra ciò che chiamiamo bene e ciò che chiamiamo male, la “bellezza” del lato oscuro della forza rischia di avere il sopravvento etico ed estetico sulla narrazione, trasformando i protagonisti della vicenda in eroi maledetti. In questo caso l’errore è stato solo sfiorato, ma rimane in Carlos – sorta di incrocio impossibile tra Che Guevara e Johnny Depp – e nelle sue bellissime amanti un residuo di inutile fascino da rock star, laddove un pizzico di realtà in più (il vero Ilich non è certo dotato di grande fascino, nemmeno nelle sue poche immagini giovanili) avrebbe forse giovato allo spessore della vicenda, de-hollywoodianizzandola. Anche la seconda considerazione prende spunto da un errore schivato eppure in una certa misura percettibile, dal momento che, in questi tre episodi da un’ora e tre quarti ciascuno, sono talmente tante le location in cui si svolge l’azione che sembra quasi di assistere a un ennesimo prodotto da film commission in stile trilogia di Bourne: Parigi, Londra, Vienna, Berlino, la Siria, la Libia, BudapestCarlos tende a perdersi nei meandri dell’Europa e del Medio Oriente, sballottando i suoi personaggi in una serie di spostamenti che alla lunga risulta difficile da seguire. Forse se fosse stato eliminato qualche viaggio e se la sceneggiatura si fosse magari concentrata esclusivamente sulle tre o quattro operazioni più significative dei protagonisti il risultato sarebbe stato più godibile.

Rimane il fatto che si tratta di piccolezze, come piccoli e inutili risultano in fin dei conti tutti i discorsi che sono stati fatti sulla verosimiglianza del plot con gli accadimenti reali (persino il vero Carlos si è lamentato, minacciando di denunciare Assayas): si tratta di un film, non di un corso di storia contemporanea, e che alcuni fatti siano stati romanzati o liberamente interpretati per me ci può anche stare. La cosa importante è che Carlos sia un grandissimo e imperdibile prodotto di fiction televisiva, condito, tra l’altro, da un’ottima colonna sonora new wave (Feelies, Wire, New Order…) – musica che, come le imprese di Carlos, sa essere al contempo esaltante e deprimente.

Alberto Gallo

tv.b. / 7 (boardwalk empire)

boardwalk empire 1

BOARDWALK EMPIRE

In questi ultimi tempi, dopo essermi goduto con enorme soddisfazione l’ennesima stagione di House e le prime due di Mad Men, mi era fugacemente passato per la testa il pensiero che le serie tv americane avessero raggiunto il loro punto artisticamente più elevato, e che sostanzialmente nulla avrebbe potuto essere altrettanto valido. Ebbene, dopo aver visto la prima (e per ora unica) stagione di Boardwalk empire posso dire con una certa dose di sicurezza di essermi sbagliato alla grande: questo serial, prodotto da – e scusate se è poco – Martin Scorsese e Mark Wahlberg, è qualcosa di clamorosamente bello e appassionante, un kolossal televisivo degno del miglior cinema che rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti da una fiction per il piccolo schermo.

Siamo ad Atlantic City, New Jersey, all’indomani della fine della prima guerra mondiale, quel periodo della storia americana comunemente noto come proibizionismo. Protagonista della vicenda è il politico/boss della malavita Enoch “Nucky” Thompson (un immenso Steve Buscemi), che con le sue manovre sporche controlla il traffico illegale di alcolici e le sorti politiche della città. Accanto a lui (ma più spesso contro di lui) il giovane reduce – ma anche gangster in erba – Jimmy Darmody (un Michael Pitt finalmente libero dal suo ruolo di vice Di Caprio), il fondamentalista cristiano e incorruttibile agente federale Nelson Van Alden (quella geniale faccia da pazzo che risponde al nome di Michael Shannon) e un giovane, ma già violentissimo, Al Capone. Il mondo di Boardwalk empire (titolo che fa riferimento al lungomare di Atlantic city, finestra sull’oceano) è un posto pericoloso e selvaggio dove immigrati italiani, irlandesi ed est-europei contendono a negri, ebrei e ad ogni altra sorta d’etnia il controllo del crimine organizzato, tra sparatorie, regolamenti di conti, bordelli e corruzione ai massimi livelli. Un immaginario tipicamente gangsteristico, dunque, che emerge in tutta la sua potenza evocativa grazie a costumi e scenografie incredibilmente curati in un continuo rimando ai classici cinematografici del genere (come non pensare a C’era una volta in America durante la cerimonia di inaugurazione del proibizionismo? E come non ricordare il finale del Padrino con tutti quei montaggi alternati che sono ormai un vero e proprio topos del genere gangsteristico?).

boardwalk empire 2

Ma ci sono, in questa serie, anche dosi massicce di originalità, elementi non riconducibili ai “soliti” film di mafia. Il fatto di ambientare la vicenda ad Atlantic City, per esempio. Scelta che permette allo script di tenersi lontano dalle usuali ambientazioni chicagoane o newyorkesi (sebbene qualche scena si svolga proprio in queste due città, capitali della malavita americana degli anni Venti); oppure il fatto di inserire nella vicenda personaggi lontanissimi dagli stereotipi gangsteristici: è il caso del già citato agente Van Alden, che passa le serate a fustigarsi per i suoi peccati, o di Richard Harrow, reduce di guerra che in battaglia ha perso metà del suo viso, costretto dunque a girare con una maschera di ceramica a coprire il volto sfigurato. Si tratta forse del personaggio più riuscito dell’intero serial, una figura tragica e complessa (voce bassa e roca, quasi un mostro da film horror che nonostante il carattere mansueto non può che spaventare chiunque gli capiti a tiro, soprattutto i bambini) che getta un’ombra di inquietudine in tutte le azioni in cui viene coinvolto. Altro elemento che allontana Boardwalk empire dai classici film di gangster è l’importanza e l’originalità attribuita ai ruoli femminili: certo, c’è la pupa del boss (interpretata dalla splendida Paz de la Huerta), c’è la spogliarellista, ci sono un gran numero di puttane e mantenute, ma c’è anche Angela Darmody, moglie di Jimmy pittrice e lesbica, e c’è soprattutto Margaret Schroeder, amante di Nucky, immigrata irlandese povera, ingenua ma anche intelligente e preparata (in una parola: moderna) il cui ruolo rappresenta l’onesta e pacifica razionalità della donna in un mondo dominato da uomini crudeli e violenti.

Sulla (elegante) falsariga di Mad Men anche Boardwalk empire evita di cadere nella trappola del colpo di scena a tutti i costi: la trama, come accennato sopra, è molto avvincente, ma tutto si svolge con una tale lentezza narrativa che quasi non ci si accorge che qualcosa stia accadendo. Perché ciò che conta, in questo serial, non è tanto il cosa, quanto il come: la qualità estetica del prodotto è talmente elevata da risultare quasi manierista, ma in un modo virtuoso che riesce a coniugare perfettamente azione e riflessione, indagine storica (molti personaggi sono ispirati a figure realmente esistite) e intrattenimento, tette&culi (in gran quantità) e classe sopraffina. Come sopraffina e di livello cinematografico è la prova dell’intero cast, in cui spicca il già citato Buscemi nel suo ruolo più bello e importante da anni a questa parte. Talmente bravo lui e talmente sfaccettato questo personaggio che dopo 12 episodi di 50 minuti l’uno ancora non si riesce a capire se si tratti di una figura totalmente negativa oppure no. Probabilmente anche in questo caso si tratta semplicemente di un personaggio moderno, lontano dagli stereotipi manichei del gangster/politico corrotto: assassino, pappone, malavitoso, emotivamente fragile e insicuro, protettivo nei confronti delle persone a cui vuole bene, convinto di agire per il bene della collettività, ipocrita, spietato, capace di passare nella stessa giornata dall’associazione femminile per la difesa dei valori a un bordello a una distilleria illegale. Mi ricorda qualcuno.

Alberto Gallo

tv.b. / 6 (boris)

boris 1

BORIS

Nei giorni in cui comincia a circolare il trailer di Boris – Il film, la mente non può che tornare alle tre già mitiche stagioni di Boris, la serie tv. Che, per quanto mi riguarda, è forse l’unico prodotto di fiction veramente valido e originale partorito dalla televisione italiana negli ultimi – boh? – vent’anni.

L’azione si svolge sul set di una produzione televisiva di quart’ordine (vedi alla voce “metatelevisione” – ecco, ora che l’ho detto posso andare avanti tranquillo) chiamata Gli occhi del cuore, parodia di una di quelle serie tv sentimentali che affollano i (veri) palinsesti italiani. Protagonisti sono il regista di questa fiction René Ferretti (ipocrita e geniale, un “autore” venduto alla tv commerciale), la severissima – e un po’ triste – assistente alla regia Arianna, l’attore principale Stanis La Rochelle (rompiscatole e pieno di sè), lo stagista non pagato Alessandro (unico personaggio normale e razionale di Boris, rappresenta l’ipotetico punto di vista dello spettatore) e il trucido capo elettricista Biascica. Accanto a loro una pletora di folli che vanno e vengono e soprattutto fanno tanto casino, impedendo alla troupe – già di per sè non proprio efficientissima – di portare avanti il lavoro.

boris 2

Se c’è una serie cui Boris potrebbe essere paragonata, si tratta senza dubbio di Scrubs: entrambe sono molto divertenti, entrambe riescono ad accostare in modo credibile leggerezza (molta) e tristezza (ogni tanto), entrambe si svolgono in uno spazio limitato (l’ospedale, il set) ed entrambe fanno della stronzaggine dei protagonisti i loro punti di forza. Il personaggio di Alessandro, inoltre, è molto simile a quello di J.D., entrambi giovani ed ingenui rappresentanti della razionalità in un contesto di – per quanto ridicoli – malefici pazzi. Ma ovviamente le differenze tra i due serial sono molte, e risiedono quasi tutte nell’esilarante e originalissima presa per il culo della televisione (e di conseguenza della società) italiana portata avanti da Boris. Con una cattiveria senza paragoni, attraverso Gli occhi del cuore ci viene sbattuto in faccia tutto il marciume del piccolo schermo italiano e del mondo che ad esso gira intorno: corruzione, inefficienza, droga, qualità scadente dei prodotti, ingiustizie, raccomandazioni, interferenze politiche… C’è lo stagista che lavora tutto il giorno e non vede una lira, l’amante del grande capo che diventa protagonista della serie nonostante le sue dubbie capacità recitative, il direttore della fotografia che non fa niente tutto il giorno e si prende il merito delle idee degli altri… Insomma, signore e signori, ecco a voi una delle satire più graffianti del sistema Italia, un universo lontano anni luce dai concetti di meritocrazia, solidarietà e duro lavoro.

Ma i meriti di Boris non si esauriscono qui. Un grande lavoro, ad esempio, è stato fatto sulla costruzione dei personaggi, che – come nelle migliori serie internazionali – sono disegnati talmente bene da sembrare reali, con tutto ciò che ne consegue in termini di immedesimazione spettatore-personaggio. E questo – ciò che rende Boris ancora più geniale – nonostante l’esasperata caricatura dei personaggi stessi, che riescono dunque a essere tanto realistici quanto iperbolici nelle loro manie, nei loro difetti e nella loro perfidia. Così come riescono a essere allo stesso tempo odiosi e simpatici: come non voler bene al supercafone Biascica, che aspetta da anni, inutilmente, gli straordinari di Libeccio (altra fiction immaginaria cui l’elettricista aveva lavorato prima degli Occhi del cuore)? Come non affezionarsi a René Ferretti, il cui cinismo sembra essere nato più che altro dalla frustrazione per anni e anni passati a fare un lavoro che odia? Come non immedesimarsi, almeno un po’, nella gelida Arianna, che spesso più che severa sembra essere tanto sola? Paradossalmente il personaggio meno riuscito sembra essere proprio Alessandro, troppo realistico per risultare particolarmente simpatico (anche se la sua condizione lavorativa è così tipica, in Italia, che molti vi si saranno ritrovati).

boris 3

Tutto ciò tenendo bene a mente, comunque, che rispetto ai grandi serial americani Boris è una produzione “povera”. Condizione che inevitabilmente si riflette sulla qualità estetica del prodotto, imparagonabile a quella delle produzioni milionarie d’oltreoceano. Boris è sicuramente un serial ben fatto, distante anni luce da tutte le altre fiction italiane, ma rimane pur sempre un prodotto “artigianale” (specialmente la prima stagione: dopo, con il grande successo di pubblico e critica, devono essere arrivati più soldi), cosa che emerge dalle scenografie, molto minimali e più o meno sempre le stesse, dalla presenza di numerosi goof, dalle non grandissime ambizioni di regia e fotografia… Si tratta in ogni caso di un piccolo limite che è stato aggirato bene: immagino, per esempio, che gran parte del budget sia stato utilizzato per il cast, ricco di volti noti del cinema e della tv italiana, attori di conseguenza spesso impegnati in parodie dei propri vecchi personaggi. Ci sono tra gli altri Pietro Sermonti (già in Un medico in famiglia), Caterina Guzzanti (già nei programmi di Serena Dandini e della Gialappa’s), Paolo Calabresi (attore teatrale ma anche Iena su Italia1), la stellina del cinema per ggiovani Carolina Crescentini e Antonio Catania (già interprete di film come Pane e tulipani, Segreti di stato e alcune pellicole di Aldo, Giovanni e Giacomo). Il protagonista assoluto della serie, Francesco Pannofino, è invece uno dei maggiori doppiatori italiani. Molto nutrita anche la schiera degli special guest, tra cui spiccano Corrado Guzzanti (protagonista di quelli che possono essere considerati i momenti di Boris più esilaranti in assoluto), Marco Giallini, Roberto Herlitzka, Laura Morante e Giorgio Tirabassi. La musica dei titoli di testa è affidata invece nientemeno che a Elio e Le Storie Tese.
Una serie tv assolutamente geniale e adorabile, uno dei pochissimi motivi per non disprezzare completamente il nostro piccolo, vituperato e lottizzato schermo. Appuntamento al cinema il 1 aprile.

Alberto Gallo

tv.b. / 5 (scrubs)

scrubs 1

SCRUBS (stagioni 1-8)*

La serie tv che più di ogni altra ha segnato la mia giovinezza. E per giovinezza intendo il periodo, per ora, più bello della mia vita, ovvero gli anni dell’università. Ricordo decine di puntate viste con i miei amici su Mtv, battute citate in gran quantità, serate di studio intervallate da qualche episodio visto di straforo, cofanetti dvd con le serie complete comprati come regali di laurea… Credo addirittura che Superman, canzone dei titoli di testa di questo serial, sia stata in assoluto la prima canzone che ho scaricato in vita mia – con un programma antidiluviano che si chiamava WinMX. Insomma, capirete che non sarò proprio oggettivo nel giudicare una serie nei confronti della quale provo un grande affetto e i cui protagonisti, come talvolta mi accade con film e telefilm, mi sono spesso sembrati uno specchio fedele degli alti e bassi della mia vita. Sigh.

Ma andiamo con ordine.

Quando: i giorni nostri (che poi ormai non sono più così tanto nostri, dal momento che la prima serie è andata in onda nel 2001 – l’ultima nel 2010). Dove: il Sacred Heart Hospital, in America. Chi: dottori, infermieri, inservienti, avvocati… Insomma, tutto l’entourage necessario a far andare avanti un ospedale. E ovviamente i pazienti. Protagonista è il giovane medico J.D., il cui monologo interiore (ora puerile, ora onirico, ora riflessivo) funge da voce narrante e punto di vista delle vicende che coinvolgono tutti i personaggi. Accanto a lui il suo migliore amico Turk, l’infermiera Carla, Elliot (di cui J.D. è innamorato) e il terribile dottor Cox, sorta di House ante litteram e mentore di J.D. Gli episodi alternano quasi sempre storie ospedaliere mediamente tristi (particolarmente importante è il rapporto medico-paziente), che permettono agli specializzandi di crescere come professionisti e come persone, e storie di contorno – generalmente più leggere – che scavano nella vita privata dei protagonisti.

scrubs2

Strana serie, Scrubs. Strana e abbastanza difficile da giudicare in quanto, ben più di molti altri telefilm, alterna momenti di pura comicità ad altri piuttosto tristi e riflessivi (non a caso Wikipedia lo classifica come “comedy-drama television series”). In generale si può dire che si tratti di un telefilm leggero al 70 per cento e “pesante” per il restante 30. I momenti di maggiore ilarità sono quelli che illustrano la mente ridicolmente deviata di J.D., cui basta una parola, un’immagine o un ricordo per scatenarsi in siparietti assurdi e demenziali. J.D. è un ragazzo che vive in un mondo tutto suo, un mondo tutto sommato felice e un po’ puerile che spesso cozza in maniera anche drammatica con la realtà (ospedaliera e sentimentale) che lo circonda. A riportarlo sulla Terra è quasi sempre il dottor Cox, personaggio duro-ma-giusto per eccellenza, i cui cattivissimi ed elaboratissimi rimproveri/insulti sono le lezioni di vita di cui i medici alle prime armi hanno davvero bisogno, anche se spesso non lo sanno – certo, la sua abitudine di appellare sempre J.D. con nomi femminili non è forse l’atteggiamento più educativo del mondo, ma dopo le prime volte nessuno ci fa più caso, e questo uso diventa più che altro sintomo del disagio dello stesso Cox, quasi condannato dal suo stesso carattere solitario e scontroso a insultare tutti in qualsiasi occasione.

Eppure, altra stranezza di Scrubs, Cox non è il solo stronzo della situazione. Anzi, si può dire che quasi tutti gli anziani dell’ospedale siano piuttosto cattivelli. Parlo di stranezza perché, per essere una serie, come si diceva, così leggera, la quantità di cattiveria è assolutamente notevole. Cattivo è il dottor Kelso, primario di medicina e arcinemico di Cox; cattiva è Jordan, ex poi nuovamente moglie di Cox; cattivissimo è l’Inserviente (di cui non sappiamo il vero nome), il cui principale scopo nella vita è rendere impossibile l’esistenza di J.D. attraverso scherzetti e dispetti di ogni genere. Ma ovviamente non c’è solo stronzaggine in Scrubs, che attraverso i personaggi più giovani (Carla, Turk, Elliot e ovviamente J.D.) sa illustrare in modo molto originale e a tratti commovente concetti/sentimenti profondi e positivamente umani come l’amicizia, l’amore, l’insicurezza e il passaggio dalla giovinezza all’età adulta (sarà per questo, forse, che mi sono/ci siamo tanti affezionati a questa serie: i protagonisti sono cresciuti con noi, e noi con loro).

Meno notevole è il discorso tecnico-qualitativo: Scrubs è un serial carino, ben confezionato, ma non raggiunge certo (se non in rari casi, specialmente nelle stagioni 3 e 4) le vette artistiche e le ambizioni di molti altri telefilm coevi. In ogni caso è stato un grandissimo e durevole successo commerciale, tanto che Mtv ne trasmette le repliche praticamente senza interruzione da quasi un decennio. Cosa che ha anche permesso alla produzione di assoldare come special guest celebrità hollywoodiane del calibro di Michael J. Fox, Colin Farrell, Brendan Fraser, Dick Van Dyke e Courteney Cox. Non sarà il telefilm più bello del mondo, ma – che diamine! – ci si può affezionare un bel po’ anche ai prodotti (come alle persone) non così eccezionali.

Alberto Gallo

*Non ho preso in considerazione la stagione 9, sorta di spin-off con nuovi protagonisti e un taglio diverso.

tv.b. / 4 (house)

house - greg e lisa

HOUSE

Se dovessimo schematizzare la qualità di una serie tv attraverso quelli che, secondo me, sono i tre parametri fondamentali, ovvero la qualità estetica (regia, fotografia, ambienti…), l’interesse del plot (ovvero, semplicemente, quanto è coinvolgente la trama) e la bellezza dei personaggi (livello di identificazione spettatore-protagonisti), sebbene questo terzo criterio sia fondamentalmente soggettivo, quella che otterrebbe il punteggio maggiore sarebbe senza dubbio House. Che personalmente ritengo il livello più alto mai raggiunto da una produzione televisiva di fiction. Se a questi tre parametri aggiungiamo elementi come la bravura degli interpreti e il fatto, più unico che raro (cfr. Lost), che in sette stagioni (2004-2011, per un totale di 144 episodi) la qualità del prodotto non è calata nemmeno un po’, la conclusione è solo una: capolavoro.

La vicenda, a grandi linee, la conoscono ormai anche i sassi: Gregory House è un medico (un diagnosta, per la precisione) scorbutico e geniale. Misantropo, tossicodipendente, zoppo, perfido, manipolatore, egoista, puttaniere e quant’altro. Eppure, anzi di conseguenza, estremamente umano, tanto che è difficile non volergli almeno un po’ di bene – a distanza. Intorno a lui un entourage che cambia parzialmente di stagione in stagione ma che ha come punti fermi l’oncologo James Wilson, migliore amico – suo malgrado – e confidente di House, la direttrice dell’ospedale Lisa Cuddy, il cui rapporto con il suo dipendente più talentuoso è riassumibile banalmente con il classico odi et amo, e gli assistenti-colleghi Foreman, Cameron, Chase e via dicendo. Troppe e troppo importanti le cose da dire su questo serial, perciò, se permettete, come nel caso di Lost organizzerò il discorso per punti.

house - taub e tredici

1) Lo sviluppo narrativo. Semplicemente geniale: ogni singolo episodio di House è fruibile come prodotto a se stante, un mini-film di 40 minuti con un inizio, uno sviluppo e una fine, eppure ogni puntata è anche legata a quelle che la precedono attraverso a) una serie di sottotrame ricorrenti che possono durare cinque o sei episodi (es: House che deve scegliere i suoi nuovi assistenti, House che si trova in una clinica di disintossicazione, la Cuddy che vuole adottare un bambino…) e b) una macrotrama che, si può dire, va avanti da sé, imperniata sui grandi temi della vita di House e degli altri protagonisti. Appartengono a questa macro-categoria, per esempio, i rapporti tra House e la Cuddy oppure la patologia di House alla gamba, che lo spinge a drogarsi di Vicodin e ad essere, in generale, ciò che è. House, quindi, a differenza di Lost e di Mad men, è affrontabile sia come serie di episodi indipendenti uno dall’altro sia come una super-serie – coerente – da centinaia di episodi. Se volessimo fare un paragone molto lusinghiero si potrebbe per esempio accostare House alla serie di Heimat, specialmente il secondo volume. Notevole è anche lo sviluppo narrativo all’interno di ogni singola puntata, incentrato generalmente su un caso clinico da risolvere, al quale si affianca un episodio, generalmente più leggero, della vita privata di House o dei suoi colleghi. E qui i soliti rompiscatole, magari studenti al primo anno di medicina, vi diranno che la trama è improbabile, che generalmente non è così difficile capire la patologia di un paziente, che i metodi di House sono assurdi eccetera eccetera eccetera. Ebbene, può darsi, ma vi ricordo che stiamo parlando di una serie tv, non di una lezione di anatomia, e che l’unica coerenza necessaria in questo caso è quella estetico-narrativa. E d’altronde se le malattie dei pazienti di House fossero così facili da scoprire la serie nemmeno esisterebbe. Il metodo utilizzato dai medici del Princeton-Plainsboro è quello classico “alla Sherlock Holmes”, come se la malattia fosse un mistero da risolvere o un crimine di cui trovare il colpevole. Curioso il fatto che proprio la miniserie Sherlock (tre episodi) prodotta dalla Bbc nel 2010 abbia come protagonista un personaggio che è una palese scopiazzatura di House. Spalleggiato da un altro personaggio (l’immancabile dottor Watson) che è una palese scopiazzatura di Wilson.

2) La varietà dei registri. Sarebbe impossibile, specialmente per quanto riguarda la macrotrama, sopportare ore e ore di malattie, di casi clinici disperati, di sofferenze psicologiche, di incomunicabilità sentimentale e via dicendo. Gli autori di House hanno pertanto scolpito la loro creatura in modi molto variegati, alternando i sentimenti, soppesando con saggezza tristezza e leggerezza, concedendo allo spettatore momenti di tensione e altri di distensione. House riesce a commuovere, a disgustare, a divertire (certi siparietti sono decisamente comici) e a far incazzare lo spettatore con la stessa naturalezza e la stessa eleganza, senza mai strafare in un senso o nell’altro. La storia di odio e amore tra Greg e Lisa, ad esempio, ci mette sei stagioni e decine di episodi a concretizzarsi (in questo, come in Lost, c’è un leggero effetto telenovela), eppure non si arriva mai a pensare che il brodo è stato allungato eccessivamente o che la sceneggiatura non sa dove andare a parare. Tutto, in House, è costruito in modo perfetto, senza sbavature e senza esagerazioni in alcuna direzione.

3) La qualità estetica delle serie. Impeccabile. Attori, regia, fotografia, musiche… tutto pressochè perfetto, elegante, mai banale. Basti pensare che la serie è prodotta, tra gli altri, dal regista Bryan Singer (quello dei Soliti sospetti) e che in cabina di regia si sono alternati nomi come lo stesso Singer e Juan Campanella, premio Oscar per il meraviglioso Il segreto nei suoi occhi. La musica dell’opening sequence è invece affidata a Teardrop dei Massive Attack. Che altro aggiungere? Chapeau.

Alberto Gallo

tv.b. / 3 (mad men)

mad men - joan

MAD MEN (stagioni 1 e 2)

Se Lost rappresenta, in ambito televisivo, il non plus ultra circa gli aspetti di plot e coinvolgimento emotivo spettatore-personaggio, Mad men è invece il serial più esteticamente curato, raffinato e perfetto che si sia mai visto sul piccolo schermo.

Ambientato a New York e dintorni nei primi anni Sessanta, si muove intorno ai dipendenti dell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, di cui fanno parte il donnaiolo direttore creativo Don Draper, la segretaria (poi copywriter) Peggy Olson, la crudele e provocante Joan Holloway, il giovane e ambizioso Pete Campbell e le loro rispettive famiglie. È incredibile lo sfarzo, la cura per il dettaglio, l’eleganza formale che trasudano da ogni singolo fotogramma di Mad men: ogni oggetto, ogni poster, ogni accessorio, persino la marca delle sigarette fumate dai personaggi… nulla è lasciato al caso, e tutti i dettagli contribuiscono alla costruzione di un’atmosfera che ricorda da vicino quella presente in alcuni film come Far from heaven, Revolutionary road e parte di The hours. Atmosfera invero alquanto inquietante, in cui la bellezza estetica di ambienti, attori e costumi si fonde alla perfezione con le ingiustizie di una società sotto certi aspetti ancora peggiore di quella attuale. Senza calcare troppo la mano su aspetti politico-sociali (Mad men non è né vuole essere un serial di denuncia), ogni puntata affronta a viso aperto le ingiustizie, le ipocrisie e la fondamentale tristezza degli anni Sessanta in America: sessismo, discriminazione razziale, discrepanze economico-sociali, spietatezza del mondo degli affari, tradimenti coniugali, omofobia, alcolismo, scorrettezza politica… ce n’è per tutti i gusti. Il mondo di Mad men, immerso nella cupa atmosfera della guerra fredda, è un mondo di squali in cui solo i più spietati e i più furbi (o i più ingenui) riescono a sopravvivere. E la cosa notevole è che tutto viene narrato senza grandi colpi di scena, senza scene madre, senza avvenimenti straordinari, all’insegna di un’asciuttezza narrativa e di un rigore formale veramente rari per un prodotto televisivo – cosa che, allo spettatore occasionale, potrebbe anche far storcere il naso: il rischio noia è sempre dietro l’angolo. I principali ribaltamenti narrativi di questo serial nascono dall’interiorità dei personaggi, dai ricordi ingombranti del loro passato, dal loro senso di inadeguatezza rispetto al mondo in cui si trovano, piuttosto che da eventi oggettivamente notevoli. Anche in questo caso, dunque, come in Lost (anche se per motivi completamente diversi), è necessario seguire ogni episodio con grande attenzione se si vuole coglierne il significato profondo.

mad men - sterling e draper

Coerenti con la loro missione di esploratori della mente e dei sentimenti umani, gli autori di Mad men hanno deciso di mettere in secondo piano anche il contesto storico: sappiamo della campagna elettorale di Kennedy contro Nixon (la strategia di quest’ultimo è curata proprio dalla Sterling Cooper, azienda super-conservatrice), sappiamo del “pericolo rosso”, sappiamo che Marilyn Monroe e Jacqueline Bouvier erano i punti di riferimento estetici per le donne dell’epoca, viene citato Bob Dylan, ma poco altro ci viene detto, tanto che i piccoli riferimenti storico-politico-sociali presenti in qualche episodio risultano comprensibili solo a chi già possiede una conoscenza almeno basilare di quel contesto (condizione, più difficile per noi non-americani, che arricchisce evidentemente la fruizione del testo).* Eppure, con trovata geniale, il passare del tempo viene comunque scandito, ma da elementi apparentemente poco significativi come l’arrivo, in ufficio, della prima fotocopiatrice o l’uscita al cinema di determinati film (per esempio nella prima stagione viene citato L’appartamento di Billy Wilder, film che illustra vicende molto simili a quelle narrate in alcuni episodi di Mad men).

Geniale sin dalla bellissima e stilosissima title sequence (che ricorda da vicino i lavori di Saul Bass), parodiata anche in una puntata dei Simpson, Mad men (partito nel 2007 e ancora in produzione) è uno dei serial televisivi più premiati di tutti i tempi. A buona ragione.

Alberto Gallo

*Fa eccezione l’ultima puntata della seconda stagione, interamente incentrata sulla crisi missilistica cubana.

tv.b. / 2 (bored to death)

bored to death - 1

BORED TO DEATH

Cosa fare se: a) la tua ragazza ti ha mollato, b) la tua carriera da scrittore, nonostante un promettente inizio, stenta a decollare, c) la tua stessa intera esistenza è di una noia mortale? Semplice: si può mettere un annuncio su craiglist.com spacciandosi per investigatore privato e inventarsi una vita (più o meno) nuova di zecca. Certo, se vivi a Manhattan le cose saranno sicuramente più facili. Se poi i tuoi migliori amici sono un editore milionario e un autore di fumetti che passa il 90 per cento delle sue giornate a fumare erba allora il gioco è fatto. L’annoiato in questione risponde al nome di Jonathan Ames (che guarda caso è anche il nome dell’autore e produttore della serie), trentenne intellettuale, timido, un po’ sfigato e molto ebreo newyorkese. Le cui avventure, tra cocktail in super-attici, “duelli” sul ring, tentativi di riconquistare la bella Suzanne e una serie infinita di fughe precipitose da malavitosi sui generis, sembrano un improbabile miscuglio tra le storie di Raymond Chandler e quelle di Woody Allen.

bored to death - 2

Prodotto dalla Hbo, Bored to death (due stagioni tra il 2009 e il 2010, per ora) è un delicatissimo, divertentissimo e – per i canoni televisivi – coltissimo pastiche di action all’acqua di rose e sentimentalismo, un serial che fa dell’amore per la letteratura e per certo cinema americano intelligente e leggero i suoi punti di forza. Per non parlare del cast, di livello cinematografico, il cui protagonista Jason Schwartzman (attore feticcio di Wes Anderson, già in Rushmore, Il treno per il Darjeeling e Scott Pilgrim vs. the world), con la sua espressione un po’ triste e la sua eleganza tendente al nerd, sembra nato apposta per interpretare questa parte. Accanto a lui altre facce più o meno note come l’americanissimo mascellone Ted Danson nella parte del vecchio editore bevitore e donnaiolo e Zach Galifianakis, già visto in Una notte da leoni, da qualche anno lo strambo per eccellenza del cinema hollywoodiano. E di tanto in tanto, nei 25 minuti di ogni episodio (che forse stanno un po’ stretti ad avventure che avrebbero bisogno di più respiro), c’è spazio anche per qualche comparsata eccellente, come Jim Jarmusch e… Kevin Bacon.

Troppo ricercato, old fashioned e sotto tono per diventare un grande successo televisivo, Bored to death è un serial unico nel suo genere. Personalmente, nonostante qualche eccesso di stupidità demenziale e di fighettume intellettuale radicalchicaltolocato, lo trovo bellissimo, originale e a tratti geniale. Uno di quei rari casi in cui è impossibile non immedesimarsi, almeno un po’ e almeno per chi, come me, ogni tanto si sente piuttosto annoiato e deluso da questo baraccone chiamato società, nelle vicissitudini del protagonista. E certi lampi di umorismo surreale sono davvero da antologia.

Alberto Gallo

tv.b. / 1 (lost)

Non mi sono mai occupato di televisione, ma per una volta, dopo anni e anni passati a vedere serie tv, ho deciso di cimentarmi anche in questo ambito e sbilanciarmi in qualche opinione sui serial recenti che ho seguito con maggiore interesse. Comincerò con Lost e nelle prossime puntate mi occuperò di Bored to death, House, Mad men, Scrubs e Boris.

lost - kate e sawyer

LOST

Il grande amore televisivo della mia vita. La serie che prima e più di ogni altra ha portato oltre il livello di – semplicemente – bellezza, spessore ed elaborazione richiesto alle produzioni per il piccolo schermo. La premessa narrativa è apparentemente semplice, quasi elementare: un gruppo di persone che per lo più non si conoscono, in volo dall’Australia agli Stati Uniti, precipita con l’aereo su un’isola del pacifico ignota al resto del mondo. C’è un medico, una fuggitiva, un grassone che ha vinto alla lotteria, un truffatore, una rockstar fallita e varia altra umanità.
Ma l’isola non è ciò che sembra.
Innanzitutto perché non è disabitata (da qualche parte, nascosti nella fitta vegetazione tropicale, “gli altri” tramano piani indecifrabili e crudeli), ma soprattutto perché nasconde una serie infinita di misteri e trabocchetti: un bunker sepolto in profondità, il relitto di un altro aereo e quello di una nave antica, strane presenze che minacciano i sopravvissuti, guarigioni inspiegabili e improvvise… Insomma tanta, tanta carne al fuoco. Ma ridurre Lost alla pur elaboratissima serie di vicende avventurose/misteriose che si creano e si disfano in ogni episodio sarebbe una grave sottovalutazione di un testo che può essere letto in mille modi (e d’altronde se su internet è nata addirittura un’enciclopedia chiamata Lostpedia che ha Lost come esclusivo oggetto un motivo ci sarà).

Ecco dunque, in sintesi, gli elementi notevoli di questa serie prodotta dall’americana Abc.

lost - hurley

1) I personaggi e i rapporti che tra essi intercorrono. Lost è un serial emotivamente molto, molto coinvolgente: in 6 stagioni e 121 episodi, andati in onda tra il 2004 e il 2010, lo spettatore attento, quello che non si perde puntate e avvenimenti importanti, impara a conoscere i protagonisti come se fossero persone reali. E badate, io non sono uno di quelli che hanno pianto quando Friends è finito o quando è morta la mamma di Bambi, ma Lost è studiato apposta per far sì che lo spettatore abbia l’impressione di accompagnare in prima persona i protagonisti nelle loro avventure. L’immedesimazione è totale. Questo per due motivi: a) il patetismo di questa serie è pari più o meno a quello di una telenovela, di cui conserva anche i tempi dilatati e l’attenzione riposta alle storie d’amore, meglio se contrastate: non ho mai visto Beautiful, se non saltuariamente quando, da piccolo, mia nonna e mia sorella mi ci costringevano dopo pranzo, una volta alla settimana, ma credo che il triangolo amoroso tra Jack, Kate e Sawyer sull’isola sia pari più o meno, per inconcludenza, latte alle ginocchia e tira e molla, a quello tra Ridge e le sue due mogli. La differenza sta nella qualità della scrittura, della recitazione e della messa in scena, non negli intenti o nei sentimenti; b) dei personaggi, attraverso vari flash back sulla loro vita prima dell’incidente, sappiamo praticamente tutto. Inoltre è facile – anzi, gratificante – mettersi a confronto con i protagonisti di Lost perché sono tutti, senza esclusione alcuna e sotto molteplici punti di vista, dei perdenti, dei falliti totali. Dunque da un lato ci si può rispecchiare, dall’altro ci si può sentire superiori (crudeltà e ingenuità della natura umana). Aggiungo inoltre che, personalmente, trovo la maggior parte dei personaggi estremamente interessante: sono costruiti bene, in modo non scontato, e le avventure che li coinvolgono riescono a essere ora divertenti, ora commoventi, ora avvincenti, in un continuo rimando ai generi cinematografici e televisivi che va dalla commedia all’americana (in particolare per quanto riguarda il personaggio di Hugo “Hurley” Reyes), all’action movie (il passato di Kate Austen e quello di James “Sawyer” Ford), dal medical drama (Jack Shephard) al dramma sentimentale (Sayid Jarrah e le sue sfortunate storie d’amore) ai film di yakuza (Jin-Soo Kwon e sua moglie Sun-Hwa Kwon).

2) I riferimenti culturali. E per cultura non intendo solo filosofia, storia, scienza, Bibbia e cose elevate di questo genere, che pure sono spesso tirate in ballo sebbene talvolta in maniera americana (banale), ma anche musica pop, fumetti, televisione, letteratura popolare, leggende metropolitane, cinema ecc… La sceneggiatura di Lost è interessante perché spinge lo spettatore a domandarsi costantemente “Cosa vorrà dire questo? Dove l’ho già sentito? Quale riferimento nascosto conterrà questo avvenimento?” Una trappola pop in cui è facile cadere quando già i nomi dei protagonisti (Jack “il pastore”, Hume, Rousseau, Bakunin, John Locke in seguito Jeremy Bentham…) nascondono una serie infinita e variegata di rimandi culturali.

3) La virale necessità di sapere come andrà a finire la serie. È talmente fitta e volutamente oscura la sequenza di misteri che circondano la vicenda che è impossibile (sempre data per scontata l’attenzione dello spettatore, che qui – cosa che invece allontana molto Lost da una soap opera – è tenuto a vedere ogni singolo episodio con la massima concentrazione) non chiedersi dove porterà tutto ciò. A questo punto bisogna però fare una distinzione, dal momento che la serie è nettamente divisa in due: le prime tre stagioni e le altre tre. È opinione comune che gli autori di Lost si siano bevuti il cervello più o meno a fine 2006, perdendosi nei meandri della loro stessa fantasia. Quando parlo di grandezza della serie mi riferisco dunque alle prime tre stagioni. Come un giallo di Agatha Christie frullato con un sussidiario illustrato di cultura for dummies e forti dosi di Twin Peaks (di cui Lost è l’unico credibile erede per ambizioni e indecifrabilità), le avventure dei perduti sull’isola creano un effetto-attesa davvero difficile da evitare una volta che ci si precipita dentro – motivo per cui chi invece non ci precipita non potrà mai capire l’assuefazione di un fan di Lost, bollando il tutto come un’immensa e poco credibile stronzata: prendere o lasciare, amare o odiare, Lost non concede vie di mezzo. Il tutto, non dimentichiamolo, condito da una maestria registico-narrativa da far invidia al romanziere più scafato e al cineasta più navigato: credetemi, di film e telefilm ne ho visti tanti, ma raramente mi è capitato di trovarmi a bocca aperta come mi è accaduto di fronte ad alcune delle tante svolte narrative (via via sempre meno credibili e riuscite) che caratterizzano questa serie tv. Roba da far venire i brividi solo a pensarci. Una grande serie, c’è poco da fare, con buona pace dei (tanti) detrattori.

Alberto Gallo