i dieci film più attesi del 2014

la rosa purpurea del cairo

Una delle conseguenze più fastidiose dello stato in cui versano le cose – tutte queste guerre, crisi economiche, violenze, populismi ecc. che quotidianamente funestano le nostre vite, a livello mediatico ma anche e soprattutto pratico – è che, nell’opinione di molti, il futuro ha smesso di esistere. O, più precisamente, ha smesso di esistere come opportunità, come speranza di cambiamento in senso positivo, facendoci arrendere al timore, alla paura che il domani sarà drammatico come l’oggi o forse – probabilmente – anche peggiore. Continua a leggere

l’insostenibile leggerezza degli academy award / 7

argo

La buona notizia è che, una volta tanto, non ha vinto un film del cazzo: Argo, per quanto, secondo me, un po’ sopravvalutato, è un bel film, e aggiudicandosi l’Oscar come miglior pellicola dell’anno ci consegna anche un nuovo Autore con la A maiuscola: Ben Affleck. E chi l’avrebbe mai detto! L’ex fidanzatino di Jennifer Lopez, l’ex belloccio di film non proprio indimenticabili come Amore estremo, Bounce e Pearl Harbor, l’ex uomo inutile che persino i Griffin prendevano pesantemente per il culo. Insomma, una carriera in grande evoluzione artistica, e di questo dobbiamo rendergli merito. Argo si aggiudica anche le statuette per la miglior sceneggiatura non originale e per il miglior montaggio.

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i dieci film più attesi del 2013

django unchained

È stato un anno interlocutorio e non eccezionale, il 2012. Sì, in generale, ma anche da un punto di vista cinematografico, con parecchie delusioni e qualche buona sorpresa. L’anno che sta per iniziare, in ogni caso, si preannuncia interessante. Ecco quali sono, secondo me, i dieci film da non perdere per nulla al mondo tra quelli che approderanno sui grandi schermi italiani da oggi al prossimo 31 dicembre.

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c’era una volta il manhattan bridge

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la mail (e una bellissima foto newyorkese) di un gentile e attento lettore.

Dopo sei o sette visioni televisive di C’era una volta in America, il capolavoro di Sergio Leone, domenica scorsa l’ho potuto apprezzare al cinema per la prima volta. Rinnovato il mio trasporto per l’opera, mi son messo quindi a girovagare in rete alla ricerca di materiali sul film.

Ho così scoperto il suo blog.

Ho letto le sue riflessioni, espresse all’indomani della visione dell’edizione restaurata e ampliata del film, e mi trovo – in massima parte – a condividerle. Non fosse altro perché anch’io ritengo C’era una volta in America il più bel film che mi sia stato dato di vedere nei miei 44 anni di vita.

Un unico appunto, se permette, ancorché di mero dettaglio: il ponte che fa da cornice alla scena dell’agguato da parte di Bugsy non è quello di Brooklyn, bensì è il Manhattan Bridge (che collega ugualmente Brooklyn e Manhattan ed è posto subito a nord del primo, sull’East River).

Allego, per mero divertimento, un’istantanea presa a New York alcuni anni fa, quando mi ci recai appositamente alla ricerca di quello scorcio.

Francesco Lepri

(cliccare sulla foto per ingrandirla)

la noiosa classifica del british film institute

vertigo

Lo fanno ogni dieci anni. Il sondaggio, intendo, il cui format, portato avanti dal British Film Institute attraverso la sua rivista “Sight & Sound”, prevede che vari critici cinematografici di tutto il mondo stabiliscano la classifica dei migliori film di tutti i tempi.

E che noia, ragazzi: sempre gli stessi titoli che ormai tutti conosciamo a memoria, pochissime pellicole che siano state girate negli ultimi (non dico dieci ma) trent’anni, un miscuglio di generi, date e paesi da non capirci più una mazza… Voglio dire, che senso ha inserire nella stessa classifica un film muto girato in Unione Sovietica negli anni Venti con uno pseudo-horror americano del 2001? Cosa ci fanno uno accanto all’altro Gertrud di Dreyer e Pierrot le fou di Godard? Cosa c’entra un documentario sull’Olocausto della durata di 613 minuti con, tanto per dire, I sette samurai? Ecco le risposte: nessuno; non lo so; niente.

Il minimo sarebbe stato distinguere i film di fiction dai documentari e i film muti da quelli sonori. Perché questa top50, compilata così, ha lo stesso valore di quegli stupidi sondaggi che girano su Facebook che ti chiedono quali di questi 100 imperdibili libri hai letto in vita tua, elencando in ordine sparso La divina commedia, 1984 e Il gabbiano Jonathan Livingston. Che poi è un peccato, perché la maggior parte delle scelte dei critici interpellati, per quanto ovvie, sono assolutamente condivisibili, e casualmente Vertigo e Quarto potere sono pure nella mia, di top10.

E poi che senso ha una classifica dei film migliori di tutti i tempi senza nemmeno una pellicola di Woody Allen e Sergio Leone? Esatto, nessuno.

Nel dettaglio:
1. Vertigo. E grazie tante.
2. Quarto potere. Idem.
3. Tokyo Story. Ok, questo è meno scontato. Ma come rappresentanza nipponica nella top10 avrei scelto piuttosto Rashomon (che comunque è in buona posizione al n. 26).
4. La regola del gioco. E va bene, ci sta tutto.
5. Aurora. Film muto, non ha senso in questa classifica. Meglio una poesia di Borges o l’Eneide?
6. 2001: Odissea nello spazio. E grazie tante.
7. Sentieri selvaggi. Non certo il miglior John Ford, ma è comunque un gran film.
8. L’uomo con la macchina da presa. Cfr. Aurora.
9. La passione di Giovanna d’Arco. Un film nordico da intellettuali ci voleva pure, in top10.
10. . Il miglior film italiano di tutti i tempi non poteva mancare.

Alberto Gallo

Ps: a proposito di Vertigo/La donna che visse due volte, mi sono sempre chiesto perché nello studio del dottor Wilson ci sia il poster in versione italiana. Il titolo nostrano è il solito viaggio psichedelico di chi ha confuso il ruolo del traduttore con quello dell’autore o artista, ma in questo caso è un dannatissimo colpo di genio.

the golden temple (un progetto interessante)

the golden temple

1908 – 1948 – 2012. Londra sarà la prima città ad ospitare per la terza volta le Olimpiadi. Il mega-appalto da milioni di sterline è stato vinto promettendo un’Olimpiade partecipativa, verde, sobria, inserita in un più ampio progetto di rigenerazione urbana.

Nell’est di Londra, in una delle aree più dismesse e trascurate della città, fervono i preparativi. Una recinzione elettrificata protegge un imponente cantiere di 2,5 Km2. Al suo interno lo stadio, il tempio dell’intrattenimento e del gioco, costruito sopra le scorie radioattive di un reattore nucleare. Un secondo tempio, dedicato al consumismo, è quasi pronto. È il centro commerciale più grande d’Europa, targato Westfield. Il 65% dei visitatori lo dovrà attraversare per poter raggiungere il parco olimpico. Il terzo tempio doveva essere la moschea più grande d’Europa, ma il piano di costruzione è stato abbandonato. Nell’area sono però attive numerose comunità religiose, spesso di stampo pentecostale. Occupano lo stesso spazio simbolico di quella moschea che non c’è.

Intorno a questi templi d’oggi incontriamo vari personaggi che ci guidano nella scoperta di questa “rigenerazione”. Tra loro: Mike, fotoreporter che vive in una barca nei canali industriali di Londra; John, imprenditore del capitalismo “puro”; Sue, guida olimpica orgogliosa del progetto di riqualifica; e l’apostolo Ben, Generale di Dio, evangelizzatore ghanese in tenuta militare. Seguendo le loro storie ci muoviamo attraverso un luogo simbolico e reale al tempo stesso. La trasandatezza ex-industriale e il carattere di retro–magazzino che da sempre contraddistinguono l’East London cozzano contro un processo di riqualificazione e spinta avanguardista, tra residenti sfrattati, canali pittoreschi, frenetici lavori in corso e chioschi locali costretti a chiudere per essere rimpiazzati dai punti vendita delle grandi catene commerciali.

the golden temple 2

The Golden Temple è il primo lungometraggio di Enrico Masi, prodotto da Caucaso Factory con la partecipazione di Aplysia.

Il documentario parla del cantiere delle prossime Olimpiadi, ma non solo. Attraverso le storie raccolte nell’East End di Londra emerge un duro e cupo ritratto della società dei consumi, in bilico tra crisi e “rinnovamento”. Un’odissea umana nel capitalismo più disperato e paradossale. Le Olimpiadi come specchio del contemporaneo, a partire da Westfield, il centro commerciale più grande d’Europa, ingresso obbligato per il villaggio Olimpico.

The Golden Temple è un film no budget, finanziato attraverso una campagna di sottoscrizioni dal basso, attraverso un progetto di editoria collettiva (crowd-funding, o community-funding). Con un contributo di 15 euro si può aiutare questo documentario a vedere la luce (o meglio, il buio della sala!), e come ricompensa ogni sostenitore riceverà un dvd del film e verrà nominato nei titoli di coda.

Cliccare qui per saperne di più, e qui per vedere il promo del film su Vimeo.

(A cura di Aplysia)

l’insostenibile leggerezza degli academy award / 6

the artist

Permettetemi di iniziare in modo un po’ particolare questa tradizionale – siamo ormai al sesto anno: come vola il tempo! – disamina sui vincitori della notte degli Oscar, trascurando per un attimo il trionfatore (Michel Hazanavicius con il suo The artist) per rendere omaggio al solito, eterno, grandissimo Woody Allen: l’attore, sceneggiatore e regista newyorkese si è aggiudicato la sua ennesima statuetta, questa volta per l’original screenplay di Midnight in Paris. Come forse saprete il film in questione non mi ha proprio entusiasmato, ma sono comunque felice che un maestro come Woody abbia saputo trovare ancora, a distanza di decenni, un suo posto nell’industria cinematografica che conta. Spero che questo premio possa rilanciare le sue quotazioni, decisamente in ribasso negli ultimi anni – almeno in America.

E vogliamo parlare di Dante Ferretti? Il nostro Dante Ferretti? Scenografo tra i più geniali di tutti i tempi, questo mostro sacro (italiano) del cinema (mondiale) si è aggiudicato la terza statuetta della sua carriera grazie al lavoro svolto su Hugo Cabret di Martin Scorsese (film che, tra l’altro, si è aggiudicato soltanto premi tecnici. Giusto così). Già The aviator e Sweeney Todd gli avevano permesso, nel 2005 e nel 2008, di entrare negli annali dell’Academy. Meno male che c’è lui, in questo periodo non certo esaltante per il cinema italiano (almeno per quanto riguarda i riconoscimenti internazionali). Meno male che c’è lui e meno male che ci sono pure i fratelli Taviani. Ma di questo parleremo in un’altra sede.

E poi sì, certo, The artist. Che dire? Una valanga di premi decisamente meritata per un film che sfiora la perfezione: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista (quella faccia da schiaffi di Jean Dujardin), miglior colonna sonora e migliori costumi. Tutti sacrosanti. Ha vinto un film d’autore, quest’anno, un film anche rischioso, unico, potenzialmente non commerciale, e di questo non possiamo che essere felici: una volta tanto il baraccone degli Oscar ha saputo premiare una pellicola concepita come un’opera d’arte, un prodotto capace di divertire il pubblico (perché The artist rimane comunque un film estremamente godibile, pure se muto e in b/n) senza fare ricorso ai soliti cliché hollywoodiani. La cosa più sorprendente è che tutto ciò avvenga proprio con un film che mette Hollywood al centro della sua vicenda: The artist è (anche) un metafilm sull’industria cinematografica, sui suoi divi usa e getta, sulla crudeltà di un mondo a cui, in fondo, interessa soltanto accumulare denaro. Un film muto, francese, in bianco e nero e critico (sebbene in modo tutto sommato bonario) nei confronti di Hollywood: decisamente il vincitore più improbabile di un Oscar da molti anni a questa parte.

Per il resto non ci sono state molte sorprese: cinque statuette, come si diceva, tecniche e meritate per Hugo Cabret (scenografia, sonoro, missaggio del suono, effetti speciali e fotografia), un contentino a Paradiso amaro (sceneggiatura non originale), il solito premio a Meryl Streep per il solito biopic che non ho voglia di vedere (Iron Lady, su Margaret Thatcher), il solito miglior film straniero al solito polpettone mediorientale (l’iraniano Una separazione, che non ho visto e magari è bellissimo) e poco altro da segnalare. Piuttosto questa edizione è stata segnata dalle sue assenze: nemmeno una candidatura per l’indimenticabile Melancholia (ma un piantagrane come Lars Von Trier verrà sempre emarginato dagli Oscar, c’è poco da fare), per Drive (eppure Ryan Gosling ha tutte le carte in regola per diventare il prossimo Brad Pitt o Johnny Depp), per Shame (troppo scabroso ed europeo), per Carnage (un quartetto di attori così e nemmeno una nomination?) e per J. Edgar di Clint Eastwood, il cui protagonista Di Caprio, almeno lui, l’avrebbe meritata. Ma le regole del gioco le conosciamo, inutile lamentarsi, e quest’anno, in ogni caso, è andata bene così.

Alberto Gallo

Oscar 2011
Oscar 2010

i dieci film più attesi del 2012

woody allen e penelope cruz sul set a roma

Nel 2011 le uscite cinematografiche interessanti non sono mancate, e – da Polanski a Lars Von Trier, da Almodovar a Woody Allen – sono spesso state all’altezza delle aspettative. Ecco ora un breve elenco dei film più attesi del 2012 in Italia.

1) Dopo il già mitico Petroliere, Paul Thomas Anderson torna con The master, storia ispirata, pare, alla setta di Scientology, nel film chiamata The Cause. Nel cast, tra gli altri, Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix. Musiche, come nel film precedente, del Radiohead Jonny Greenwood. Più di così…

2) Io non è che sia andato pazzo per Midnight in Paris, ma a molti è piaciuto. Questi molti, dunque, attenderanno con particolare trepidazione il progetto romano di Woody Allen, Nero Fiddled, con Penelope Cruz, Ellen Page, Roberto Benigni e lo stesso Woody. Nel cast anche una pletora di attorucoli nostrani. Mah!

3) Con Fantastic Mr. Fox ci ha fatto capire che un regista, quando è geniale, può cimentarsi alla grande, una tantum, anche con i cartoni animati. Ora Wes Anderson torna con Moonrise Kingdom, ambientato negli anni Sessanta. Nel cast un inedito – per Anderson – Bruce Willis e il solito, adorabile Bill Murray.

4) Quando il più grande regista vivente, a settant’anni suonati, decide di cimentarsi con la più rivoluzionaria, per quanto incompiuta, delle recenti innovazioni cinematografiche, c’è di che leccarsi i baffi. Lui è Martin Scorsese, l’innovazione è ovviamente il 3D e il film in questione è Hugo, basato sulla – pare – bellissima graphic novel The invention of Hugo Cabret di Brian Selznick.

5) Ho adorato Persepolis, secondo me uno dei cartoni animati migliori di tutti i tempi. Ripongo dunque grandissime aspettative su Poulet aux prunes, nuova opera cinematografica della fumettista iraniana Marjane Satrapi, co-diretta come la precedente da Vincent Paronnaud. Questa volta però non si tratta di un cartone, ma di un film con attori in carne e ossa. Tra i quali spicca il mio adorato Mathieu Amalric.

6) C’è poco da fare: il miglior film mai tratto da un fumetto è The dark knight, ennesima pellicola su Batman, diretta nel 2008 dal geniale Christopher Nolan. Tra poco uscirà il seguito di questo inquietante capolavoro, e si intitolerà The dark knight rises. Stesso cast, stesso regista: una garanzia.

7) Un nuovo cartone animato della Pixar è sempre un evento. Dopo gli ultimi capolavori Up e Wall-e arriva la favola Brave, diretta da Mark Andrews.

8) Ho letto Molto forte, incredibilmente vicino 5 o 6 anni fa, e non mi ha fatto una grande impressione. Ma è stato un caso letterario mondiale, e probabilmente il film tratto da questo romanzo di Jonathan Safran Foer sarà un caso cinematografico altrettanto importante, come già accadde nel 2005 con Ogni cosa è illuminata. Le premesse per un prodotto commerciale di buon livello, d’altronde, ci sono tutte: regista è il bravo Stephen Daldry (The hours), protagonisti Tom Hanks, Sandra Bullock e Max von Sydow.

9) Dopo esserci sorbiti i vari Thor, Hulk, Iron Man e Captain America singolarmente, tanto vale a questo punto sorbirseli nel film che li riunisce, The Avengers. Peccato che a dirigerlo sarà Joss Whedon, regista per anni e anni della serie tv Buffy. Non proprio un autore, insomma.

10) Tanto per citare un nome italiano in questa classifica, devo dire che sono abbastanza curioso di vedere come se la caverà Dario Argento con il suo Dracula 3D, esperimento singolare in quanto primo film nostrano in 3 dimensioni. Una cosa è certa: non potrà essere più brutto degli ultimi film del regista romano.

Alberto Gallo

tohorror film fest 2011

TOHff_poster2011

Solo due righe per segnalare l’imminente arrivo del ToHorror Film Fest, 11esima edizione.

Il festival si svolgerà al Blah Blah di Torino, in via Po, dall’8 al 12 novembre prossimi.

Chi legge di tanto in tanto questo blog probabilmente sa che non sono un superappassionato di horror e affini, ma è sempre bello che ci siano manifestazioni cinematografiche di questo tipo, portate avanti con pochi mezzi ma tanta ammirevole passione per il cinema, quale che sia il genere. In una città come Torino, poi, un festival di cinema dell’orrore, devo dire, ci sta a pennello, e allora ben venga questo ToHorror Film Fest.

Non ho ancora letto bene il programma delle proiezioni e degli eventi, ma credo proprio che quantomeno andrò a vedere il film italiano The Gerber Syndrome (di Maxi Dejoie, martedì 8 novembre, ore 20.30), di cui ho letto ottime cose su uno degli ultimi numeri del Mucchio Selvaggio. Uno di quei film da fine del mondo che si vedono sempre volentieri.

A questo link tutti i dettagli.

Alberto Gallo

perché il cinema e l’estate si odiano? (un anno dopo)

le superdotate

Era il 5 luglio del 2010, e tanto per cambiare mi stavo lamentando di qualcosa. Passato un anno + due settimane, mi sto ancora lamentando della stessa cosa, non avendo in questi 365 + 14 giorni trovato risposta all’apparentemente banale domanda che fa bella mostra di sè nel titolo di questo post.

Il fatto è che no, proprio non riesco ad arrendermi a questa triste evidenza, alla ciclica mancanza di proiezioni interessanti nei cinema italiani durante il lungo, interminabile periodo estivo. Eppure con la crisi economica, con il tasso di disoccupazione alle stelle, con il costo della vita sempre più elevato e tutte queste altre amenità che ormai sappiamo a memoria la gente dovrebbe anche essere costretta a starsene un po’ di più a casa, d’estate. Non dico tutto luglio e tutto agosto, ma quantomeno una buona parte di questi mesi torridi in cui, tra l’altro, la probabilità di trovare code in autostrada si fa drammaticamente più elevata. E allora, tutta ‘sta povera gente, vogliamo farla andare al cinema sì o no? Cosa cambia rispetto agli altri mesi dell’anno? Un po’ di aria condizionata e via, in poltrona si starà sicuramente più comodi e freschi che non a casa di fronte all’ennesima replica della Principessa Sissi su Rai1 (ma veramente la gente c’ha voglia di passare le serate estive di fronte a un film austriaco del 1955? Esiste il cinema austriaco, Michael Haneke a parte? Perché?). E invece no, niente da fare. I cinema si ostinano a chiudere per ferie, e quelli che rimangono aperti si limitano a riproporre film della stagione passata o a proiettare schifezze inenarrabili.

Ecco un breve estratto della programmazione torinese di oggi: Ken il guerriero – La leggenda del vero salvatore (cartone animato giapponese del 2008); La vita facile (merdata italiana uscita nei cinema a marzo); Habemus papam (bello, ma uscito ad aprile); In un mondo migliore (uscito a dicembre 2010); Angéle e Tony (uscito ad aprile). Questo per quanto riguarda i film in seconda (terza? quarta?) visione. Passiamo alle novità: Transformers 3 (ok, non l’ho visto. Ma non rimedierò. Non c’è nemmeno Megan Fox); Per sfortuna che ci sei (commedia franco-belga cui persino MYmovies dà 1,5 stellette. E non è che MYmovies si sia mai distinto per la severità dei suoi giudizi); Harry Potter e i doni della morte – Parte II (se vi piace il genere… a me no); L’ultimo dei templari e I guardiani del destino (cagate pazzesche che tra l’altro, comunque, sono in sala già da più di un mese); Le donne del 6° piano (mediocre, e pure questo uscito a inizio giugno) eccetera, eccetera, eccetera.

In conclusione, considerato il fatto che le poche novità decenti ancora in circolazione (Venere nera, 13 assassini) le ho già viste e sicuramente anche voi, non ci rimane che aspettare tempi migliori. Venerdì prossimo, magari: Captain America pare che non sia malaccio. O magari Bitch slap. Sottotitolo italiano: Le superdotate.

Alberto Gallo

cannes!

cannes 2011

Solo poche righe per trasmettervi la piacevolissima sensazione di acquolina in bocca che ho provato poco fa nel leggere l’elenco dei film e dei registi che parteciperanno alla prossima edizione del Festival di Cannes: dall’11 al 22 maggio prossimi saranno in competizione per la Palma d’Oro nomi importanti e altisonanti del cinema mondiale come Lars Von Trier (Melancholia, con un cast stellare che comprende Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling e John Hurt; e dopo Antichrist è lecito aspettarsi di tutto), i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne (già premiati due volte a Cannes), il pazzo giapponese Takashi Miike (forse che la tragedia del suo Paese potrà avere qualche peso nell’assegnazione dei premi?), Pedro Almodòvar (La piel que habito, speriamo sia un po’ meglio dell’ultimo Gli abbracci spezzati) e, rullo di tamburi, Terrence Malick (il tanto atteso e rimandato The tree of life).

Particolarmente interessante il fronte italiano, che vedrà in gara due autori che in un modo o nell’altro non hanno bisogno di presentazioni: Nanni Moretti, già Palma d’Oro dieci anni fa (dieci anni!) con La stanza del figlio, presenterà Habemus Papam (in uscita domani sugli schermi italiani), mentre Paolo Sorrentino, apprezzatissimo due anni or sono sulla Croisette con Il Divo, sarà in competizione con il suo primo progetto internazionale, This must be the place (nel cast Sean Penn e Frances McDormand). La scuola vecchia e quella nuova, insomma, due talenti che continuano a tenere alta la bandiera del nostro cinema sempre così geniale e così in crisi come il Paese da cui, suo malgrado, prende vita.

Personalmente, però, l’appuntamento più atteso di questo 64esimo Festival di Cannes (il cui presidente di giuria sarà Robert De Niro, il meno cinefilo dei divi del cinema: mah!) è il nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, ovviamente fuori concorso – noblesse oblige. Come sempre, quando si tratta di Woody, il cast è ricco di nomi celebri del firmamento hollywoodiano, da Owen Wilson a Adrien Brody (di nuovo insieme dopo le faville di Il treno per il Darjeeling), da Michael Sheen a Marion Cotillard fino – ahinoi – a Carla Bruni. L’ultima fatica del nostro, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, era stata piuttosto deludente: ora non possiamo che aspettarci un capolavoro o poco meno.

Alberto Gallo

l’insostenibile leggerezza degli academy award / 5

(In evidente e colpevole ritardo. Quest’anno è andata così…)

natalie

Mi piacerebbe poter dire che l’83esima premiazione degli Academy Award è stata un’edizione all’insegna della mediocrità, ma il fatto è che si tratta di una condizione talmente frequente nella storia degli Oscar da rasentare quasi la tautologia – scrisse agitando un bicchiere di porto e guardando sconsolato il poster di À bout de souffle. Perciò mi limiterò a fare un paio di considerazioni, suddividendo le notizie in buone e cattive.

Buone notizie. La buona notizia principale – sebbene di buona notizia si possa parlare soltanto in relazione alla non eccelsa qualità media delle pellicole premiate dall’Academy in otto decenni abbondanti di storia – è che quest’anno non sono stati premiati film del cazzo. Nessun kolossal, nessun campione d’incassi tutto muscoli e niente cervello, nessun film di James Cameron o di Ridley Scott… Niente capolavori, niente schifezze: è già qualcosa. Il premio più ambito è andato a Il discorso del re, opera di media caratura, elegante e futile come tante altre, che si è aggiudicata anche le statuette per la migliore regia e per il miglior attore protagonista, quest’ultima invece parecchio meritata dal sempre bravo e stiloso Colin Firth. Altra buona notizia, a proposito di attori, riguarda la splendida Natalie Portman, che si è aggiudicata il premio per la migliore interpretazione femminile in Il cigno nero (ma su questo film ci torneremo). Ottimia cosa anche il fatto che il sopravvalutatissimo, inutile e persino fastidioso The social network abbia fatto cilecca in tutte le categorie più importanti, escluso il premio – e vabbè, che ci volete fare – per la miglior sceneggiatura non originale. Sono contento anche per la statuetta andata al mio idolo Christian Bale, miglior attore non protagonista per The fighter (sul quale non posso esprimermi perché non l’ho ancora visto), e per i quattro Oscar tecnici assegnati a Inception (effetti speciali, fotografia, suono e montaggio del suono) – e d’altronde se non li vinceva lui chi altro?

colin

Cattive notizie. Ora, non so se si tratti di un record, ma che Il grinta su dieci nomination non si sia aggiudicato nemmeno un premio mi sembra assurdo e – caspita! – persino ingiusto. Continuo a non aver visto The fighter, ma possibile che questa Melissa Leo sia stata più brava dell’adorabile Hailee Steinfeld nel film dei Coen? Diciamo che Il grinta ha avuto la sfiga di trovare avversari molto forti in tutte le categorie. E il fatto che Joel e Ethan avessero già vinto un bel po’ di Oscar pochi anni fa per Non è un paese per vecchi ha sicuramente avuto il suo peso. Assurda, secondo me, anche la scelta di premiare il mediocre Tom Hooper (Il discorso del re) al posto di Darren Aronofsky come miglior regista: confermo il mio tiepido giudizio su Il cigno nero, ma non c’è il minimo confronto a livello di regia! Come dare il Pallone d’Oro a Del Piero invece che a Messi. Incomprensibile. E su questa edizione degli Oscar non ho altro da dire. Tranne che mi sembra molto indicativo sullo stato di salute di questo premio il fatto che un paio di statuette minori (ma in un caso nemmeno tanto) siano andate a opere oscene e imbarazzanti come Alice in wonderland di Tim Burton (scenografia e costumi) e Wolfman (trucco). Per l’Italia, quest’anno, nemmeno un premio di consolazione.

Alberto Gallo

cinema.italiano.nuovo. (?)

le quattro volte

Reduce dalla visione, in evidente ritardo, di Io sono l’amore (interessante, manierista e sopravvalutato) di Luca Guadagnino, mi sono interrogato – esatto, non avevo niente di meglio da fare – sullo stato di salute del cinema italiano d’autore. Finita l’onda lunga dell’hype entusiasta per la doppietta di Cannes e relativo successo commerciale di Gomorra e Il Divo, tutti (o meglio: tutti i giornali generalisti, che di hype esclusivamente vivono – e non solo quando trattano di cinema) hanno smesso di parlare di quella che frettolosamente era stata definita la “rinascita del cinema italiano”.

“Rinascita del cinema italiano”. Tutte balle.

Per due motivi.

1) Il cinema italiano (come il rock e mille altre cose) non è mai morto. Ok, non siamo più negli anni Cinquanta-Sessanta, quando con Fellini, Antonioni, Petri, Germi, Rossellini, Visconti, Pasolini e compagnia il cinema italiano dettava legge un po’ in tutto il mondo. E non siamo più nemmeno nella generazione successiva dei Sessanta-Settanta, quando con Bertolucci, Argento e Leone i nostri film sbancavano i botteghini del vecchio e nuovo mondo. Ma il cinema italiano, comunque, è sempre stato importante e stimato anche negli anni Ottanta e Novanta. Vuoi grazie a Nanni Moretti, vuoi grazie ai fratelli Taviani o a fenomeni commerciali e a sprazzi anche artistici come Gabriele Salvatores o Giuseppe Tornatore, ma da noi la settima arte non è mai andata in pensione. Invecchiata sì, impoverita sicuramente, inattuale forse, morta no di certo.

2) Affidare a due-titoli-due la rinascita di quella che è (prima di tutto) un’industria e (poi) un’arte con una storia secolare alle spalle mi sembra un punto di vista quantomeno discutibile. Eppure.

sorrentino e garrone premiati a cannes

Eppure qualcosa è successo/sta succedendo. Partiamo pure da quei due film, Gomorra e Il Divo, opere della maturità di due registi sicuramente non nuovi alla creazione di pellicole interessanti. Paolo Sorrentino aveva già raggiunto una certa notorietà e ottime dosi di originalità d’autore qualche anno prima con due film, L’uomo in più (2001) e Le conseguenze dell’amore (2004), sempre spalleggiato, come anche nel Divo, dall’attore-feticcio Toni Servillo*. E anche Matteo Garrone, romano, aveva già fatto cose pregevoli con Estate romana (2000), L’imbalsamatore (2002) e Primo amore (2003)**. Ma questa entità indecifrabile chiamata critica non se n’era accorta, e ha dovuto aspettare i premi di Cannes (maggio 2008) per gridare al miracolo di un nuovo cinema italiano.

Lo stesso anno è stata la volta anche di Paolo Virzì con Tutta la vita davanti. Questo sì davvero un miracolo, dal momento che il regista toscano aveva fino a quel punto prodotto soltanto pellicole, come dire, così così, carine (alcune brutte, anzi), dimenticabili. Con Tutta la vita davanti, invece, storia attualissima e divertentissima e commoventissima ambientata in un call center, Virzì è riuscito, nel suo modo popolare e accattivante, a dipingere uno degli affreschi più veritieri e profondi del nostro Paese, tra arrivismo, povertà, volgarità, disprezzo della cultura e tirannia della televisione. Due anni dopo, cioè l’anno scorso, Virzì si è ripetuto con La prima cosa bella, storia forse meno urgente ma altrettanto toccante e riuscita di una mamma, i suoi due figli e le loro vicissitudini dagli anni Settanta ai giorni nostri, a Livorno. Entrambe le pellicole hanno ottenuto grandi riscontri di pubblico, e la seconda è stata scelta come rappresentante italiana nella corsa agli Oscar, non ottenendo però la nomination. Premiata, invece, ma al Festival di Torino, un’altra opera molto molto molto interessante, a metà strada tra fiction e documentario: si tratta di La bocca del lupo di Pietro Marcello (2009), film che illustra con trasporto e (com)passione la vita dei quartieri popolari di Genova, tra puttane, scaricatori di porto, criminali e travestiti. Esseri umani, insomma, descritti senza moralismi e senza ipocrisie. Se La bocca del lupo è stato l’unico film italiano mai premiato al TFF in quasi trent’anni un motivo ci sarà, no? E a metà strada tra fiction e documentario è anche un’altra opera recente, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, ambientata nel mondo rurale e “antico” dei monti calabresi. Non ho visto questo film, ma mi sento di poterlo aggiungere a questa breve disamina sul nostro cinema recente per averne letto una recensione entusiastica sui Cahiers du cinema (dicembre 2010): “Se molti non mancheranno di vedere, in questo bell’esempio di cinema folk, una certa tendenza al manierismo – scrive Joachim Lepastier – noi preferiamo assaporare questa bella unione tra elegia e trivialità, tra le nostre anime di pastori e il partito preso delle cose che, dialogando, aprono a una discreta ma felice riconciliazione dell’arte colta con l’arte naïf”. Anche in Italia Le quattro volte ha ottenuto ottimi riscontri di critica, ma al cinema, purtroppo, s’è visto poco. Sempre sui monti, tra i pastori, ma questa volta centinaia di chilometri più a nord, nel Piemonte meridionale, si svolge Il vento fa il suo giro (2005), “caso” cinematografico più unico che raro (almeno nel nostro Paese) di pellicola partita senza alcuna promozione pubblicitaria e venuta lentamente a galla tra i cinefili grazie al passaparola. Personalmente ho sempre ritenuto questo film, diretto da Giorgio Diritti, abbastanza sopravvalutato, ma la sua originalità (quando mai si è visto, tra le altre cose, un film recitato interamente in dialetto occitano?) e la sua solida impronta autoriale sono innegabili. Quattro anni dopo, e con mezzi economici decisamente meno improvvisati, il regista si è ripetuto con lo straziante L’uomo che verrà, ambientato sui colli appenninici vicino a Bologna durante l’occupazione nazista (strage di Marzabotto). Anche qui lo stile è semplice, quasi dimesso, rurale, nel solco di una scuola olmiana vicina alla gente semplice vittima delle offese della storia e della socità (Ermanno Olmi è sicuramente una delle figure più influenti sul cinema italiano attuale).

giorgio diritti sul set di l'uomo che verrà

Ma ridurre il cinema nostrano del terzo millennio alle piccole storie di provincia, alle produzioni indipendenti e a tematiche di nicchia sarebbe un errore, dal momento che negli ultimi anni abbiamo assistito all’uscita di un buon numero di pellicole – sempre d’autore – ben più ricche, elaborate e potenzialmente appetibili per il grande pubblico. È il caso, ad esempio, di Vincere (2009), da molti considerato una delle vette del vecchio maestro Marco Bellocchio, sul tema della nascita del fascismo, o del recentissimo Noi credevamo (2010), di Mario Martone, che va ancora più indietro nel tempo e più in là con le ambizioni, riuscendo a dar vita a un avvincente e credibile affresco del Risorgimento italiano. Pellicole che soltanto a un’analisi superficiale potrebbero sembrare slegate dall’attualità politico-sociale del nostro Paese – Paese che del fascismo e del Risorgimento si porta ancora dietro la pesante eredità. Ma la denuncia del nostro cinema arriva anche a tempi più recenti e a temi ancora più drammatici per la loro perdurante influenza sul nostro sviluppo etico e culturale: è il caso di Fortapàsc, diretto nel 2009 da Marco Risi, sconvolgente ricostruzione (con un grande Libero De Rienzo) della carriera e della morte del giornalista napoletano Giancarlo Siani, ammazzato dalla camorra nel 1985. Ancora più incazzato e attuale, quasi un instant movie, il documentario di Sabina Guzzanti Draquila – L’Italia che trema, presentato con successo all’ultimo festival di Cannes, denuncia corrosiva e ferocemente ironica à la Michael Moore incentrata sulla ricostruzione del post terremoto in Abruzzo.

la bocca del lupo

Ed è così che il (nuovo?) cinema italiano ci riporta non a caso là dove avevamo cominciato, a Gomorra, alla mafia, compagna fedele e indesiderata della vita di ogni italiano, dopo un giro che ha attraversato Roma, il Piemonte, la Calabria, Napoli, l’Emilia, la Toscana e 150 anni di storia del nostro Paese. Un cinema che sa essere colto ma anche popolare, difficile e divertente, ironico e arrabbiato, urbano e rurale. Un cinema che attinge a espedienti narrativi anche molto diversi tra loro – il documentario, il “romanzo popolare”, l’inchiesta di denuncia, il dramma storico… – e capace, a volte, di incontrare i favori del pubblico senza scadere nella volgarità e senza sentirsi obbligato al confronto con quel grande fratello (ehm…) chiamato televisione, vero egemone, piaccia o no, della nostra vita culturale. Cosa manca? Perché, nonostante questi esempi virtuosi, il cinema italiano non riesce a essere ai livelli di un tempo? Mancano i soldi, ovviamente, e chi i soldi sappia metterli a frutto (vedi alla voce “produttore”). Manca un pubblico di massa, quel pubblico capace nei decenni scorsi di dare fiducia (e, di conseguenza, successo commerciale) anche a opere meno immediate, più intellettuali e riflessive. Manca il cinema di genere, cui l’Italia ha dato tantissimo negli anni Sessanta e Settanta (basti pensare all’horror o allo spaghetti western, celebrati in tutto il mondo e fonte di enormi ricchezze per il nostro cinema), oggi relegato nel dimenticatoio o affidato a produzioni di quart’ordine. Manca, in generale, una spinta culturale, politica e imprenditoriale capace di vedere nel cinema d’autore (così come nella musica, nel teatro ecc…) una possibilità per creare qualcosa di bello ed economicamente vantaggioso. Colpa di quel cinema di massa volutamente scadente e triviale, forse, che attira pubblico e investimenti. Colpa della televisione, probabilmente, complice di tutte le peggiori nefandezze del nostro Paese, e di chi l’ha voluta così.

Alberto Gallo

*Dall’alto dei suoi cinquant’anni suonati Servillo negli ultimi anni sembra essere diventato l’uomo nuovo del cinema italiano. Notevole, sempre in ottica di cinema d’autore, la sua partecipazione all’ottimo La ragazza del lago di Andrea Molaioli (già assistente alla regia di Moretti), grande successo di critica e pubblico nel 2007.
**Sempre nel 2008 Garrone ha prodotto un altro significativo caso cinematografico, Pranzo di ferragosto, diretto e interpretato da Gianni Di Gregorio, già co-sceneggiatore proprio di Gomorra.

2010 in review

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Where did they come from?

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Attractions in 2010

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classifica di fine stagione – 2 August 2009
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perché il cinema e l’estate si odiano?

dwayne johnson

Io proprio non lo capisco. Eppure un’arte così bella e una stagione, pure lei, così bella avrebbero tutti i presupposti per andare d’accordo. Senza contare che l’aria condizionata sparata a mille in molte sale è uno dei pochi sollievi che si può permettere chi, come me, è costretto a passare in città gran parte del periodo più caldo dell’anno.
Lo ammetto. Ieri, per disperazione, sono andato a vedermi Alice in wonderland. Versione originale in inglese, rigorosamente 2D. Veramente un filmaccio, forse il peggiore in assoluto di Tim Burton (qui la stroncatura). Ma non è questo il punto. Il punto, innanzitutto, è che la frescura che mi sono goduto per due ore valeva bene un misero spettacolo e i cinque euro spesi per il biglietto. In secondo luogo la scelta è ricaduta su un film di seconda visione, peraltro giustamente bistrattato da tutti nei mesi scorsi, semplicemente perché non c’era assolutamente nient’altro da vedere. Desolazione totale. Squallore. Vuoto pneumatico. Non ci credete? Ecco allora una rapida scorsa dei titoli proposti in questo periodo nei cinema di Torino: Poliziotti fuori – Due sbirri a piede libero, A-Team, Prince of Persia – Le sabbie del tempo, Sex and the City 2, Tata Matilda e il grande botto, 5 appuntamenti per farla innamorare, The Twilight Saga – Eclipse… Devo continuare? Titoli che da soli già basterebbero a far passare la voglia di cinema anche all’appassionato più incallito. Per non parlare dell’Imbroglio del lenzuolo, con l’ineffabile Maria Grazia Cucinotta, e un numero imbarazzante di seconde visioni (Avatar, Soul kitchen, Departures… non proprio dei capolavori, insomma). Un disastro senza precedenti.
Tutto ciò per scusarmi con gli affezionati lettori di questo blog: perdonate la scarsa frequenza di aggiornamento, ma ciò che manca è la materia prima!
Penso comunque, ammesso che la disperazione non abbia il sopravvento, che in questi giorni andrò a vedermi un paio di titoli che si mormora non siano male: l’iraniano About Elly e una follia a cartoni animati intitolata Panico al villaggio. Roba francese. Chissà che non si rivelino piacevoli sorprese in questa torrida estate che, chissà poi perché, tanto odia il cinema, ricambiata con altrettanta convinzione.

Alberto Gallo

(Ah, dimenticavo: tra i film in programmazione in questo periodo c’è pure L’acchiappadenti! Con Dwayne Johnson aka The Rock! Rabbrividiamo…)

david di donatello

Maya Sansa nell'Uomo che verrà

Ovvero: un premio alla pochezza del cinema italiano.

Voglio dire: li chiamano “gli Oscar nostrani”, ma in Italia è già tanto se il 10 per cento della popolazione è a conoscenza del fatto che esistano, ed è ancora minore la percentuale di persone che, di anno in anno, viene a sapere quali siano le categorie, i candidati, i vincitori ecc… Io stesso, che comunque di cinema ne mastico un bel po’, sapevo dell’edizione di quest’anno solo perché ho sentito di sfuggita il servizio del tg3 (credo), e perché ieri notte, tornando a casa verso l’una e mezza, ho assistito in diretta agli ultimi scampoli di premiazione – penosa, tra l’altro, con un Tullio Solenghi così scazzato che mi chiedo se l’abbiano ricattato, per convincerlo a partecipare in qualità di presentatore.

E poi, insomma, che credibilità può avere un premio che candida Baarìa a 13 statuette?

Ciò detto, i premi di quest’anno sono andati per la maggior parte a pellicole decenti se non memorabili: uscito a testa bassa Giuseppe Tornatore con il suo insipido polpettone (che si è aggiudicato solo il premio – scontato – per le musiche, volato tra le mani di Ennio Morricone), trionfatore della serata è stato Marco Bellocchio con il suo Vincere. Film che io ritengo assolutamente sopravvalutato (credo che Morandini, ormai affetto da demenza senile, gli abbia dato 5 stellette), ma comunque nettamente superiore a Baarìa, a Mine vaganti di Ferzan Ozpetek e a molti altri film candidati. Vincere si è beccato la statuetta per la regia, per la fotografia, per le scenografie, per i costumi, per il trucco, per le acconciature (??), per il montaggio e per gli effetti speciali visivi. Non ha ottenuto però il premio più ambito, quello per il film migliore dell’anno, vinto da Giorgio Diritti con il suo ottimo L’uomo che verrà, premiato anche per il miglior produttore (la Rai, guarda un po’. Indovinate su che canale è stata trasmessa la premiazione…) e per il miglior fonico di presa diretta.

I premi più importanti sono andati insomma a due pellicole ambientate durante il ventennio fascista, all’inizio e alla fine del periodo – finora – più buio della storia italiana: vorrà pur dire qualcosa, in anni come i nostri? Che si cerchi, nel mondo del cinema più colto e intellettuale, di capire il presente attraverso gli errori e gli orrori del passato? Ai posteri…

Ancora due parole per il mio amatissimo Paolo Virzì, che con il suo La prima cosa bella si è portato a casa 3 meritate statuette (sceneggiatura, attrice protagonista, attore protagonista) e per il premio al miglior film straniero, andato a Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. In questo, almeno, il piccolo David ha battuto il crudele gigante Oscar.

Alberto Gallo

Ps: tutto questo nel giorno in cui il nostro (ah, come fa male dirlo!) “ministro della cultura” Sandro Bondi “ha declinato l’invito a partecipare al prossimo Festival di Cannes, esprimendo rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda, Draquila, che offende la verità e l’intero popolo italiano”. Bene, allora significa che non faccio parte del popolo italiano. Lo sospettavo ormai da lungo tempo.

l’insostenibile leggerezza degli academy award / 4

tarantino, deluso dalla notte degli oscar, si consola così...

Signore e signori, giustizia è fatta: The hurt locker 6 – Avatar 3. Con un punteggio tennistico il film di Kathryn Bigelow (prima regista donna ad accaparrarsi un Oscar: bene bene, qualche quota rosa di tanto in tanto non fa male, anche a Hollywood) straccia il polpettone di James Cameron, dato per favorito da molti, anche dall’alto delle sue nove candidature. Una doppia disdetta per il vecchio Jimmy, che non solo vede sfumare il suo sogno di fare il bis, dodici anni dopo Titanic, ma si vede soffiare le statuette migliori nientemeno che dalla sua ex moglie. Materiale da suicidio. The hurt locker si aggiudica i premi per miglior film, regia e sceneggiatura originale, mentre ad Avatar vanno le briciole – ovvero gli Oscar tecnici per fotografia, scenografia ed effetti speciali. Ottime notizie anche dal fronte animazione, con il bellissimo Up che si aggiudica i premi per miglior cartone animato e miglior colonna sonora.

Ora, entrando nel merito della qualità cinematografica delle pellicole premiate qualche piccola perplessità comunque rimane. Innanzitutto il mistero The hurt locker: mi sbaglierò (o forse sono reduce da un’esperienza di teletrasporto spaziotemporale), ma sono convinto di aver affittato questo film da Blockbuster non meno di un anno fa. Perché diavolo un film così vecchio è stato nominato agli Oscar di quest’anno? Ma il vero problema è che, per quanto posso ricordare, non si tratta di un film poi così eccezionale. Mai e poi mai avrei pensato che potesse vincere un Academy Award. Il più importante, per giunta! Ma sono comunque contento per la Bigelow, di cui ho sempre amato moltissimo il sottovalutato Strange days.
Molto meno soddisfacente il discorso Tarantino, il cui capolavoro Bastardi senza gloria si becca un solo premio – peraltro meritatissimo, per Christoph Waltz come attore non protagonista. Avrebbe meritato ben di più. Per quanto mi riguarda avrei dato a questa pellicola clamorosa le statuette per la miglior regia, miglior fotografia e miglior film.
Sono comunque molto curioso di vedere un altro paio di film ancora inediti in Italia e premiati la notte scorsa, tra cui Precious (ok, è prodotto da Mariah Carey che vi recita anche una piccola parte, ma a parte questo dev’essere un bel film) e Crazy heart – finalmente un Oscar a Jeff Bridges!

Infine che dire? Mah, per quanto mi riguarda è stata un’edizione degli Oscar piuttosto mediocre. Già il fatto che le nomination per il miglior film siano passate da 5 a 10 la dice lunga sulla crisi di idee e innovazione del mondo hollywoodiano – checché ne dicano i profeti del 3D. Dieci nomination, tra l’altro, di cui almeno 5 perfettamente inutili (Tra le nuvole e An education? Ma va’ là!). Le pellicole memorabili si contano sulle dita di una mano – personalmente salverei dall’oblio giusto Tarantino, Disctrict 9 e Up.
Ottantadue anni di leggerezza sempre più insostenibile: anche gli Oscar stanno diventando vecchi. Ma il Tapiro d’oro a James Cameron ci rende tutti un po’ più felici.

Alberto Gallo