blue jasmine

BLUE JASMINE (Usa 2013)

locandina blue jasmine

La newyorkese Jasmine, un tempo ricca e felicemente sposata, ora sola, senza lavoro e in preda a un esaurimento nervoso, si trasferisce a San Francisco dalla sorella Ginger, commessa di supermercato, per cominciare una nuova vita. È con questo incipit terribilmente simile a Un tram che si chiama desiderio che Woody Allen risorge dalle ceneri di To Rome with Love per tornare a occuparsi seriamente di quella cosa chiamata cinema.

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woody

WOODY ALLEN: A DOCUMENTARY (Usa 2012)

locandina woody

Che bellezza, finalmente un documentario su Woody Allen, il mio regista preferito!

(Perdonate l’attacco così fanciullescamente entusiasta, ma quando al cinema arriva proprio il film che avresti sempre voluto vedere, uno dei tanti, farsi prendere da una gioia incontrollata e un po’ acritica è praticamente inevitabile.)

Diretto da Robert B. Weide, Woody è un Bignami perfetto, una biografia per immagini ideale per farsi un’idea di Allen Stewart Königsberg come attore, come regista e, per quanto possibile, come uomo. Ok, il film non è niente di particolarmente originale, limitandosi a illustrare la carriera e le vicissitudini personali di Woody attraverso spezzoni dei suoi film più noti e interviste a personaggi che in modi diversi gli sono stati vicini nel corso degli anni (Diane Keaton e Tony Roberts, immancabili, ma anche Mariel Hemingway, Dick Cavett, Scarlett Johansson, il biografo Eric Lax ecc.), ma il tutto è confezionato con gusto, cura, ammirazione e affetto – e tanto basta, per quanto mi riguarda. Poi certo, si potrebbe obiettare sul fatto che alcune pellicole anche molto importanti nella filmografia del Nostro vengano un po’ trascurate (mi viene in mente Radio days, ad esempio, che io amo molto e che nel documentario non è nemmeno citato, o Sogni e delitti e Tutti dicono I love you), o sul fatto che l’approfondimento – mi si passi il termine – filosofico sul pensiero del regista rimanga un po’ in superificie (l’ebraicità di Woody non viene quasi mai tirata in ballo, così come alcune sue ossessioni quali la musica jazz, il cibo, la magia ecc.), ma il fatto è che per realizzare un documentario veramente completo sull’universo alleniano non sarebbero bastate quattro ore di pellicola, e allora tanto vale accontentarsi. Qualche chicca, in ogni caso, Woody la propone: lo sapevate, ad esempio, che il famoso split screen di Io e Annie, la scena in cui Alvy Singer e Annie sono entrambi dallo psichiatra e dicono cose assolutamente inconciliabili*, in realtà non è affatto uno split screen? Le immagini furono semplicemente girate in contemporanea su un set diviso a metà da un muretto, in modo che gli attori potessero sentirsi. L’idea – il colpo di genio! – fu del direttore della fotografia, il leggendario Gordon Willis, già artefice delle meravigliose atmosfere del Padrino (e d’altronde Woody Allen non si è mai fatto mancare nulla in ambito direttori della fotografia, avendo lavorato anche con Carlo Di Palma, Vilmos Zsigmond, Sven Nykvist… Ma sto divagando). Interessante, anche, l’indagine sul metodo di lavoro alleniano, che prevede una macchina da scrivere tedesca in possesso del regista da cinquant’anni, forbici, pinzatrici e nemmeno l’ombra di un computer.

Insomma, nulla di sconvolgente o innovativo, questo Woody, ma andate a vederlo, per favore, che un ripasso, se realizzato con la giusta dose di eleganza e ammirazione per l’oggetto in questione, e se l’oggetto in questione, soprattutto, è uno dei più grandi registi del XX (e forse anche XXI) secolo, non potrà che giovare. Se invece siete stati su Nettuno fino a ieri e di Woody Allen non sapete nulla, be’, ecco a voi l’occasione giusta per rimediare.

Alberto Gallo

* PSICHIATRA: “Quante volte alla settimana fate sesso?”
LEI: “Molto spesso, tre volte alla settimana”
LUI: “Quasi mai, tre volte alla settimana”

to rome with love

NERO FIDDLED (Usa/Italia/Spagna 2012)

locandina to rome with love

Cos’hanno in comune The tourist, Somewhere, Miracolo a Sant’Anna e The american? Il fatto di essere tutti film hollywoodiani girati completamente o parzialmente in Italia. E sono tutti delle cagate pazzesche. To Rome with love, il nuovo film di Woody Allen, in questo elenco, che potrebbe sicuramente includere mille altre pellicole del passato più o meno recente, ci sta come un pesce nell’acqua.

E così ce l’abbiamo fatta. Ce l’abbiamo fatta, tristemente, nella nostra carriera di cinefili, a vedere un film veramente brutto (senza se e senza ma) del regista newyorkese. Cosa che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata semplicemente inimmaginabile. Certo, anche Il dormiglione, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, Melinda e Melinda e un paio di altre pellicole (soprattutto recenti) della filmografia alleniana sono francamente prescindibili, fiacche, poco divertenti. Eppure si trattava di opere comunque piacevoli, molto leggere magari, ma in ogni caso fruibili senza grandi storcimenti di naso. To Rome with love, invece, è un film assolutamente inguardabile. Svogliato, buttato lì, noioso. Un fallimento su tutta la linea.

Risulta persino difficile riportare la trama di questa accozzaglia di episodi malamente abbarbicati l’uno sull’altro: ci sono i soliti amori&tradimenti, i soliti turisti americani in visita in Europa, un tale che si ritrova famoso da un giorno all’altro senza sapere perché (blanda satira dei reality show), una prostituta che insegna a un verginello l’arte dell’amore, un tizio che riesce a cantare bene solo sotto la doccia… Roba così, insomma, da far cascare le braccia anche all’alleniano più appassionato (quale io sono, d’altronde).

Ma la cosa peggiore, e figuriamoci se non si andava a parare lì, è l’incredibile quantità di luoghi comuni sull’Italia presente nella pellicola: si parte con un’ovvia Nel blu dipinto di blu a commentare i titoli di testa e si continua per tutta la durata del film con una fastidiosissima sequela di cantanti d’operetta, manze mediterranee belle e disponibili, discorsi su quanto è buono il cibo italiano e su quanto è affascinante Roma e via di seguito.

E il cast? Pessimo (a parte la sempre adorabile Penelepe Cruz) e doppiato malissimo (ci sono anche parecchi problemi legati al plurilinguismo della sceneggiatura, che si perde completamente con la traduzione in italiano dei dialoghi. Ma questo, almeno questo, non è colpa di Allen). Particolarmente fastidiosa la voce nostrana dell’attore-regista, affidata per la prima volta, dopo la scomparsa di Oreste Lionello, a Leo Gullotta: forse che sia necessario aver fatto parte del Bagaglino per doppiare il povero Woody?

Midnight in Paris non mi aveva entusiasmato, ma in confronto a questo fa la figura del capolavoro senza tempo. Rimane il fatto che l’Allen “turistico” degli ultimi anni (cfr. anche Vicky Cristina Barcelona) convince solo a metà.

To Rome with love: un film imbarazzante.

Alberto Gallo

midnight in paris

MIDNIGHT IN PARIS (Usa/Spagna 2011)

locandina midnight in paris

Che l’ipernewyorkese Woody Allen sia da tempo innamorato dell’Europa, e in particolare della Francia e dell’Italia, è cosa nota ormai a tutti; che arrivasse a girare un film interamente a Parigi (città già frequentata, insieme a Venezia, in Tutti dicono I love you) era solo questione di tempo: Midnight in Paris, in questo senso, è anzitutto un atto d’amore, così come fu, anni fa, Manhattan nei confronti di New York e così come sarà, probabilmente, Bop Decameron nei confronti di Roma. Ma c’è un’altra grande passione, nell’universo alleniano. Un vizio, quasi: l’estrema propensione alla malinconia, la tensione verso un passato idealizzato e forse mai esistito. Che si tratti dell’epoca d’oro del cinema hollywoodiano (come in Provaci ancora Sam o La rosa purpurea del Cairo), degli anni gloriosi della radio (Radio days) o dei roaring twenties (Pallottole su Broadway) e thirties (Accordi e disaccordi), il regista ha sempre cercato conforto nei decenni passati, epoche e luoghi anche molto diversi tra loro ma sempre caratterizzati da una purezza di fondo, dall’essere distanti da un presente sempre troppo caotico, smaliziato, eccessivo. In questo altro senso, dunque, Midnight in Paris è anche la summa del pensiero malinconico di Woody, del suo sentimento di estraneità nei confronti di un mondo e di una contemporaneità che in fondo non gli appartengono. Parlo di summa perché stavolta, in modo ancor più radicale rispetto alla Rosa purpurea del Cairo, dove già faceva la sua comparsa l’elemento fantastico, il tuffo nel passato avviene in modo esplicitamente impossibile e inspiegabile: Gil, uno sceneggiatore di Hollywood dei giorni nostri in vacanza nella capitale francese con la futura moglie e i genitori di lei, si trova catapultato ogni notte a mezzanotte nella Parigi degli anni Venti, insieme a Ernest Hemingway, i coniugi Fitzgerald, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Salvador Dalì e Luis Buñuel. Non sappiamo come ciò sia possibile e come mai soltanto Gil riesca a compiere questo viaggio nel tempo, ma non importa: tutto è estremamente coerente nell’universo alleniano, un universo dove Europa è sinonimo di passato, dove il sogno (anche d’amore) è più importante della realtà e dove “la vita è sostanzialmente insoddisfacente”, come ammette lo stesso Gil alla fine del film, ma lo è in un modo poetico, intellettual-alto borghese e tutto sommato… soddisfacente.

Ho sentito parlare piuttosto bene, in giro, di questo film. Personalmente non sono così d’accordo: Midnight in Paris è un film grazioso, piacevolmente leggero, pieno di sincera ammirazione per la città di Parigi e per coloro che in passato la popolarono. Eppure credo che sia anche molto facile appassionare e divertire il pubblico con l’apparizione un po’ random di tanti grandi personaggi del passato (trovata che talvolta sfiora l'”effetto Forrest Gump”, come quando Gil suggerisce a Buñuel con una ventina d’anni di anticipo la trama dell’Angelo sterminatore), con una storia d’amore impossibile ma non poi così triste e con le bellezze da cartolina (soprattutto nei titoli di testa) di una città sicuramente affascinante ma che al cinema s’è vista spesso in modo ben più originale e penetrante. Dico questo con tutto l’affetto possibile per un regista che amo e ho amato come nessun altro, per un artista che a quasi ottant’anni riesce ancora a confezionare un film all’anno senza mai aver partorito qualcosa di almeno decente ma spesso sublime. Ma il fatto è che da qualche film a questa parte non mi convince più tanto l’espediente degli attori famosi usati in piccole parti (qui, a parte i protagonisti Owen Wilson e Marion Cotillard, compaiono anche Michael Sheen, Adrien Brody, Kathy Bates e persino Carla Bruni), il parlare alla fine sempre delle stesse cose, la necessità di introdurre personaggi inverosimilmente negativi e monodimensionali (in questo caso la moglie di Gil e il saputello Paul) per metterne positivamente in risalto altri (in questo caso Adriana e lo stesso Gil) e un basso profilo estetico e narrativo portato al limite estremo (non si ride nemmeno più, da un po’ di tempo a questa parte, nei film di Woody. Al limite si sorride un po’, ogni tanto). Certo, Midnight in Paris è anche un film estremamente curato – nella fotografia, nelle scenografie, nei costumi – e non sciatto e nemmeno stupido, ci mancherebbe, ma sono sempre più convinto del fatto che Woody Allen dovrebbe tornare a osare un po’ di più, a puntare più in alto, almeno un’altra volta prima che il corso naturale degli eventi (di Manoel de Oliveira ce n’è uno al mondo) glielo impedisca irreversibilmente. Io ci credo ancora, così come credo ancora fermamente, tanto per fare un nome, a Bob Dylan e ad un suo prossimo capolavoro – magari anche postumo. Con Woody, invece, appuntamento a Roma, tra un annetto circa.

Alberto Gallo

Post scriptum: ho visto Midnight in Paris in lingua originale grazie al solito benemerito cinema Centrale di Torino. Non oso nemmeno pensare agli scempi del doppiaggio di un film che mischia continuamente personaggi francofoni, anglofoni e ispanofoni. A proposito di accento spagnolo: spassoso – e, appunto, assolutamente indoppiabile – il cameo di Brody nei panni di un Dalì particolarmente appassionato di rinoceronti: uno dei pochi momenti davvero divertenti del film.

classifica di fine stagione / 4

Un’altra stagione di cinema è giunta al termine. Una stagione veramente insipida, forse la peggiore da quando curo questo blog, tanto che per la prima volta ho fatto davvero fatica a trovare dieci titoli validi da indicare come i migliori dell’anno. Le delusioni e le schifezze, in compenso, non sono mancate.
Come d’abitudine ho preso in considerazione soltanto i film recensiti su questo blog – da settembre 2010 a oggi.

inception

*** I DIECI FILM MIGLIORI DELLA STAGIONE ***

Inception
(Usa/Uk 2010)
Noi credevamo
(Italia/Francia 2010)
Il cigno nero
(Usa 2010)
Venere nera
(Francia/Italia/Belgio 2010)
The next three days
(Usa/Francia 2010)
13 assassini
(Giappone/Uk 2010)
Il ragazzo con la bicicletta
(Belgio/Francia/Italia 2011)
Habemus papam
(Italia/Francia 2011)
The tree of life
(India/Uk 2011)
Source code
(Usa/Francia 2011)

noi credevamo

*** I CINQUE FILM PEGGIORI DELLA STAGIONE ***

The american
(Usa 2010)
Devil
(Usa 2010)
The tourist
(Usa/Francia 2010)
Skyline
(Usa 2010)
Parto col folle
(Usa 2010)
Menzione speciale, inoltre, per La misura del confine e soprattutto per Dreamland, che tanto avrei voluto vedere ma che nelle sale della mia città, purtroppo, non è mai uscito.

the tree of life

*** I CINQUE FILM PIU’ SOPRAVVALUTATI DELLA STAGIONE ***

Somewhere
(Usa 2010)
Un gelido inverno
(Usa 2010)
Il discorso del re
(Uk/Australia 2010)
The social network
(Usa 2010)
Thor
(Usa 2011)

black swan

*** CINQUE FILM PARTICOLARI CHE VALE LA PENA DI VEDERE ***

American life
(Usa/Uk 2009)
Buried
(Spagna 2010)
Scott Pilgrim vs. the world
(Usa/Canada/Uk 2010)
Oncle boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures
(Thailandia/Spagna/Germania/Uk/Francia 2010)
Kill me please
(Belgio/Francia 2010)

habemus papam

*** LE CINQUE DELUSIONI MAGGIORI DELLA STAGIONE ***

L’altra verità
(Uk/Francia/Italia/Belgio/Spagna 2010)
Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni
(Usa/Spagna 2010)
Hereafter
(Usa 2010)
Boris – Il film
(Italia 2011)
Green hornet
(Usa 2011)

Alberto Gallo

incontrerai l’uomo dei tuoi sogni

YOU WILL MEET A TALL DARK STRANGER (Usa/Spagna 2010)

locandina incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

È un Woody Allen stanco e un po’ svogliato l’autore che ha scritto e diretto questa commedia non così dolce e non così amara. L’anziana Helena è appena stata abbandonata dal marito Alfie dopo quarant’anni di matrimonio. La loro figlia Sally lavora in una galleria d’arte ed è sposata con Roy, scrittore fallito che la tradisce con la vicina di casa Dia. Nel frattempo Alfie si sposa con l’attrice-prostituta Charmaine, conosciuta da poco, e Helena si appassiona di occultismo.

Che dire? Potremmo partire dal titolo, che come al solito in italiano è stato tradotto in maniera vergognosa (e per Woody non si tratta certo della prima volta, basti pensare a Il dittatore dello stato libero di Bananas o Sogni e delitti) – così vergognosa che si perde pure il doppio senso di uno dei pochi motti di spirito del film, quando Roy dice a Helena che sicuramente anche lei, come le è stato predetto dalla veggente Cristal, incontrerà uno sconosciuto alto e scuro, lo stesso sconosciuto alto e scuro che prima o poi incontreremo tutti, ovvero la morte (che in inglese è un termine maschile). Ma tanto per cambiare potrei prendermela anche con il doppiaggio, qui a livelli da “ora esco dalla sala e chiedo indietro i soldi del biglietto”. Mi riferisco in particolare al personaggio di Charmaine, la cui parlata da oca pseudoromana è a dir poco fastidiosa e ricorda un po’ il trattamento riservato alla povera Mira Sorvino nella Dea dell’amore (altro titolo tradotto vergognosamente – e siamo di nuovo lì).

Ma la verità è che ci sto girando intorno, sto in tutti i modi evitando di dire che questo film è forse il Woody Allen peggiore che mi sia mai capitato di vedere. Non tanto per il fatto che in Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni non si ride, non si piange e non si riflette, quanto piuttosto per la strana sensazione che non ci venga nemmeno raccontata una storia: si ha quasi l’impressione che Woody sia capitato per caso nella vita di una famiglia di Londra con la sua telecamera e ne abbia ripreso qualche conversazione, qualche scaramuccia, qualche passeggiata in centro. Impressione rafforzata dal fatto che la storia “non finisce”, non si risolve, lasciando in sospeso il percorso (interiore, professionale, matrimoniale) dei protagonisti. Sono davvero poche le scene memorabili del film (su tutte il lungo piano sequenza della litigata casalinga tra Roy, Helena e Sally), e molto spesso i dialoghi sono quasi banali, insipidi. Tutto ciò fermo restando che si tratta comunque di un film di uno tra i maggiori autori americani della storia, che come sempre scrive e dirige con gusto circondato da grandi professionisti capaci in un modo o nell’altro di risollevare le sorti della pellicola: mi riferisco in particolare al direttore della fotografia, il geniale ungherese Vilmos Zsigmond (già in Sogni e delitti e Melinda e Melinda), e a un cast di grandi nomi in cui spiccano Naomi Watts, Antonio Banderas, Josh Brolin, Anthony Hopkins e Freida Pinto.

Tanti i topoi alleniani in questa pellicola: la magia, i tradimenti, le frecciatine alla psicoanalisi, l’ambientazione altoborghese, gli amori fallimentari, la colonna sonora jazz, la voce fuori campo… Eppure per la prima volta non mi sono sentito a casa. Spero tanto che il progetto parigino in fase di realizzazione ci riporti indietro il vecchio Woody.

Alberto Gallo

2000/2009: cinquanta film da salvare

La 25ª ora

Tra poche settimane il primo decennio del XXI secolo se ne sarà andato. Ecco dunque una classifica dei 50 film più belli e memorabili di questi dieci anni, suddivisa in due parti: “top 20” e “gli altri 30”. All’interno delle due categorie ho disposto i film in ordine cronologico. Solo due regole: 1) i film devono essere usciti al cinema (motivo per cui non c’è, per esempio, Angels in America); 2) in ogni categoria è ammesso un solo film per ogni regista. Al fondo due ulteriori classifiche, dedicate all’Italia e ai cartoni animati. All’interno di ogni sezione i film sono disposti in ordine cronologico.

mystic river

*** TOP 20 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – La 25ª ora, di Spike Lee
(Usa, 2002)
3 – Il pianista, di Roman Polański
(Regno Unito/Francia/Polonia/Germania, 2002)
4 – Mystic river, di Clint Eastwood
(Usa, 2003)
5 – Big fish, di Tim Burton
(Usa, 2003)
6 – Dogville, di Lars Von Trier
(Danimarca/Francia/Svezia/Norvegia, 2003)
7 – Le invasioni barbariche, di Denys Arcand
(Canada/Francia, 2003)
8 – Eternal sunshine of the spotless mind, di Michel Gondry
(Usa, 2004)
9 – Ferro 3, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2004)
10 – Match point, di Woody Allen
(Regno Unito/Irlanda/Usa/Russia, 2005)
11 – Inland empire, di David Lynch
(Usa/Polonia/Francia, 2006)
12 – Il vento che accarezza l’erba, di Ken Loach
(Gran Bretagna, 2006)
13 – Le vite degli altri, di Florian Henckel von Donnersmarck
(Germania, 2006)
14 – Volver, di Pedro Almodóvar
(Spagna, 2006)
15 – La promessa dell’assassino, di David Cronenberg
(Gran Bretagna/Canada, 2007)
16 – Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel
(Francia/Usa, 2007)
17 – Io non sono qui, di Todd Haynes
(Usa/Germania, 2007)
18 – Non è un paese per vecchi, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2007)
19 – Il petroliere, di Paul Thomas Anderson
(Usa, 2007)
20 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)

match point

*** GLI ALTRI 30 ***
21 – Fratello, dove sei?, di Joel e Ethan Coen
(Usa, 2000)
22 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti
(Italia, 2001)
23 – Mulholland drive, di David Lynch
(Francia/Usa, 2001)
24 – Il favoloso mondo di Amélie, di Jean-Pierre Jeunet
(Francia, 2001)
25 – Il ladro di orchidee, di Spike Jonze
(Usa, 2002)
26 – The hours, di Stephen Daldry
(Usa, 2002)
27 – Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, di Kim Ki-duk
(Corea del Sud, 2003)
28 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana
(Italia, 2003)
29 – Kill Bill Vol. 1 & 2, di Quentin Tarantino
(Usa, 2003-2004)
30 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino
(Italia, 2004)
31 – Million dollar baby, di Clint Eastwood
(Usa, 2004)
32 – 2046, di Wong Kar-Wai
(Francia/Hong Kong, 2004)
33 – Collateral, di Michael Mann
(Usa, 2004)
34 – The village, di M. Night Shyamalan
(Usa, 2004)
35 – Mare dentro, di Alejandro Amenábar
(Spagna/Francia/Italia, 2004)
36 – Heimat 3, di Edgar Reitz
(Germania, 2004)
37 – Hotel Rwanda, di Terry George
(Canada/Gran Bretagna/Italia/Sudafrica, 2004)
38 – The jacket, di John Maybury
(Usa, 2005)
39 – Good night and goodluck, di George Clooney
(Usa, 2005)
40 – The departed, di Martin Scorsese
(Usa, 2006)
41 – Radio America, di Robert Altman
(Usa, 2006)
42 – I figli degli uomini, di Alfonso Cuarón
(Gran Bretagna/Usa, 2006)
43 – L’ultimo inquisitore, di Milos Forman
(Spagna, 2006)
44 – Inside man, di Spike Lee
(Usa, 2006)
45 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
46 – Sogni e delitti, di Woody Allen
(Usa/Gran Bretagna, 2007)
47 – Il treno per il Darjeeling, di Wes Anderson
(Usa, 2007)
48 – Onora il padre e la madre, di Sidney Lumet
(Usa, 2007)
49 – Gomorra, di Matteo Garrone
(Italia, 2008)
50 – Il nastro bianco, di Michael Haneke
(Austria/Francia/Germania, 2009)

volver

*** ITALIA – TOP 10 ***
1 – La stanza del figlio, di Nanni Moretti (2001)
2 – Il mestiere delle armi, di Ermanno Olmi (2001)
3 – Buongiorno, notte, di Marco Bellocchio (2003)
4 – Io non ho paura, di Gabriele Salvatores (2003)
5 – La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana (2003)
6 – Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino (2004)
7 – Romanzo criminale, di Michele Placido (2005)
8 – La terra, di Sergio Rubini (2006)
9 – Gomorra, di Matteo Garrone (2008)
10 – Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì (2008)

le vite degli altri

*** CARTONI ANIMATI – TOP 10 ***
1 – La città incantata, di Hayao Miyazaki
(Giappone, 2001)
2 – Shrek, di Vicky Jenson e Andrew Adamson
(Usa, 2001)
3 – L’era glaciale, di Chris Wedge e Carlos Saldanha
(Usa, 2002)
4 – Alla ricerca di Nemo, di Andrew Stanton
(Usa, 2003)
5 – Appuntamento a Belleville, di Sylvain Chomet
(Francia, 2003)
6 – La sposa cadavere, di Tim Burton e Mike Johnson
(Gran Bretagna, 2005)
7 – Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
(Francia/Usa, 2007)
8 – Wall-e, di Andrew Stanton
(Usa, 2008)
9 – Valzer con Bashir, di Ari Folman
(Israele/Germania/Francia, 2008)
10 – Up, di Pete Docter e Bob Peterson
(Usa, 2009)

Clicca qui per vedere la classifica in versione video.

Alberto Gallo

whatever works

locandina whatever works

Recensione in anteprima – per l’Italia – dell’ultimo film di Woody Allen, visto a Parigi il 5 agosto 2009. Uscirà nelle sale italiane il 18 settembre.

L’ho detto mille volte e lo ripeterò ancora: io Woody Allen lo accetto a scatola chiusa. Che produca schifezze (gli è capitato molto raramente) o capolavori (ne conto almeno dieci), per me il regista newyorkese fa sempre la cosa giusta. Sedersi in sala e vedere quei titoli di testa in bianco e nero con i nomi degli attori protagonisti in ordine alfabetico è come essere a casa. Non sono io che una volta all’anno pago 5-7 euro per scoprire cosa s’è inventato stavolta il vecchio nevrotico, ma è il vecchio nevrotico che una volta all’anno decide di farmi un regalo sempre gradito.
Che poi il contenuto di questo regalo sia a volte un po’ meno perfetto e memorabile è un altro discorso. E’ il caso di Whatever works (tradotto incautamente in italiano come Basta che funzioni. Ogni commento è superfluo), commedia stanca e un po’ svogliata (siamo all’incirca dalle parti di Melinda e Melinda) ma non per questo priva dei consueti colpi di genio alleniani.

La vicenda, come sempre, è semplicissima: Boris Yellnikoff (interpretato da Larry David, sconosciuto in Italia ma celebre negli Usa per essere la mente dietro serie tv di successo come Seinfeld e Curb your enthusiasm) è un pensionato nevrotico e misantropo che cerca di isolarsi dal mondo ed è convinto di essere il protagonista di un film che tutti costantemente stanno vedendo. Un giorno piomba in casa sua la giovane Melodie Celestine (la scialba Evan Rachel Wood, che sembra voler imitare senza grande successo la mimica di Vivien Leigh), scappata di casa e senza un soldo. Nonostante un inizio difficile i due si innamorano e si sposano. Il matrimonio, però, sarà messo a dura prova dalla differenza di età e dalle trame di Marietta, cattolicissima madre di Melodie.
La trama si esaurisce qui, ma come sempre sono le parole, i discorsi, le battute a fare la differenza: Woody, tornato a Manhattan dopo l’esilio anglo-spagnolo, dimostra per l’ennesima volta di essere in grado di far ridere di cose tragiche (suicidio, insensatezza della vita, solitudine, nevrosi) e di saper girare sempre intorno agli stessi temi senza mai ripetersi.

Non siamo ai livelli di certi capolavori alleniani degli anni Duemila (su tutti Match point e Cassandra’s dream), ma Whatever works è un film che si fa guardare con piacere. Nonostante un finale affrettato ed eccessivamente conciliante.

Alberto Gallo

Ps: ci si potrebbe domandare come mai il regista abbia scelto di affidare il ruolo principale, assolutamente e perfettamente ritagliato su se stesso, a un altro interprete. Forse Woody è stanco di fare l’attore – degli ultimi 6 film che ha diretto è protagonista del solo Scoop. Rimane il fatto che Larry David è un clone piuttosto convincente, come 11 anni fa lo fu Kenneth Branagh per Celebrity.

vicky cristina barcelona

locandina vicky cristina barcelona

Se ne vedono pochi di film così, in giro. Specialmente negli ultimi anni. Una semplice storia d’amore, senza troppi drammi nè troppa gioia nè troppa poesia, un rapporto a quattro che ruota intorno a un bel pittore spagnolo, oggetto del desiderio di tre splendide donne – due americane e una compaesana, che è pure la sua ex moglie. Si prendono, poi si lasciano, poi si riprendono ancora. Vanno in giro per Oviedo e Barcellona, si nutrono di buon cibo, buon vino e tanta arte. Fanno l’amore, si corteggiano, si infuriano, pedalano in campagna.

Un po’ poco? Forse. Ma nel cinema la semplicità, se non è noiosa, non è un difetto. E, se è anche vero che in un modo o nell’altro Woody Allen la semplicità l’ha sempre cercata, specialmente negli ultimi anni, con Vicky Cristina Barcelona il regista newyorkese sembra aver trovato la quadratura del cerchio, immergendo le sue ossessioni cinefilo-esistenziali nelle placide (almeno all’apparenza) acque del cinema francese, che nonostante il titolo e l’ambientazione iberica è la vera fonte d’ispirazione del suo ultimo lavoro: se con Interiors e Stardust Memories Allen aveva strizzato l’occhio a Bergman e Fellini, qui i modelli sono piuttosto il Truffaut di Jules e Jim e delle Due inglesi e il Rohmer della Collezionista, del Ginocchio di Claire e del periodo “quattro stagioni”.

Vicky Cristina Barcelona non è un film memorabile, così come non lo era, a suo modo, il Racconto d’autunno. Ma è una piacevole lezione di stile, l’ennesima svolta di un regista che da quarant’anni non riesce a smettere di stupire.

Alberto Gallo

sogni e delitti

locandina sogni e delitti

Londra.

Ian (Ewan McGregor) è un perdigiorno che lavora controvoglia nel ristorante del padre. Terry (Colin Farrell), suo fratello, è uno sfaccendato che lavora altrettanto controvoglia in un’officina meccanica. Il primo ha il vizio di far credere alle donne di essere un ricco uomo d’affari. Il secondo nutre un’attrazione fatale per pillole, alcool e gioco d’azzardo. Le loro (abbastanza misere) vite raggiungono l’apice del fallimento quando Ian si innamora di un’attrice molto chic e molto snob che capisce di poter tenere con sè solo a suon di regali e quattrini, mentre Terry perde al tavolo da poker qualcosa come novantamila sterline. Che fare? Sorta di abbronzatissimo deus ex machina, nella capitale inglese si materializza Howard (Tom Wilkinson), il classico “zio d’America”, medico losco e milionario con sede in California che si offre di aiutare i due fratelli in difficoltà. Ma il prezzo che chiede in cambio è estremamente elevato: Ian e Terry dovranno uccidere Martin Burns, un collega dello zio in procinto di testimoniare contro di lui a un processo che potrebbe spedirlo in galera per parecchi anni.

Terza variazione sul tema “delitto e castigo” nella filmografia alleniana (dopo Crimini e misfatti e Match point, anche se alcune considerazioni semiserie sull’omicidio e le sue conseguenze erano già presenti in Amore e guerra), Sogni e delitti è un’opera che, procedendo per sottrazione a livello tanto estetico-formale quanto contenutistico, fa dell’eleganza più minimale il suo grande punto di forza. Tutto è essenziale, in questo film: i dialoghi sono scarni, la recitazione misurata, le musiche (del grande Philip Glass, si tratta del primo score originale in un film di Woody Allen) mai invadenti, la morte mai mostrata. Eppure ogni minimo particolare è estremamente curato, ogni dettaglio perfettamente compiuto nella sua semplicità: era dal devastante bianco e nero di Manhattan che Woody Allen non produceva un film tanto – mi si passi l’espressione – bello da vedere (le scene in barca, in particolare, valgono da sole il prezzo del biglietto). La fotografia, non a caso, è del geniale Vilmos Zsigmond (quello del Cacciatore e di Un tranquillo weekend di paura, tanto per intenderci).

Per quanto riguarda le riflessioni psico-filosofiche sul tema dell’omicidio e del senso di colpa, invece, la faccenda è decisamente più complessa e, nell’insieme, meno soddisfacente. Il fatto è che, come il già citato Match point, Sogni e delitti propone una sceneggiatura la cui peraltro innegabile profondità è ridotta all’osso, i cui dialoghi sono completamente spogliati dalle logorroiche elucubrazioni che hanno fatto per trent’anni la fortuna di Woody Allen: il risultato è uno script serrato e diretto, poco intellettuale, molto adatto, sotto certi aspetti, a un thriller movie (sebbene Sogni e delitti appartenga solo in parte al genere in questione). Eppure la sensazione è che manchi qualcosa. Quel qualcosa che aveva reso davvero memorabile l’analoga vicenda di Crimini e misfatti (il peso dell’eredità culturale ebraica, un senso di colpa illustrato in modo più colto e elaborato, una vicenda più complessa…) e, in tono minore, anche di Match point (la tensione erotica tra i due protagonisti, un discorso non banale sull’ascesa sociale di un proletario, un’idea di esistenza illustrata come fortuita e afinalistica sequenza di episodi…). Nel caso di Sogni e delitti ogni riferimento culturale, filosofico ed esistenziale è lasciato sullo sfondo, a favore di una vicenda che preferisce concentrarsi maggiormente sull’atto stesso dell’omicidio (peraltro illustrato, come si diceva sopra, in maniera assai efficace ed elegante) e i suoi risvolti più materiali: davvero accettiamo di ammazzare quell’uomo? Quando? Dove? In che modo? Come ci sbarazzeremo dell’arma? Certo, l’ultima parte del film è quasi interamente incentrata sul pentimento di uno dei fratelli e sulla sua esigenza di riscatto morale, ma si tratta di riflessioni (volutamente) piuttosto scarne e superficiali.

Sogni e delitti è il film meno alleniano della filmografia del Nostro (assai meno di Match point, che già a suo tempo aveva rappresentato una piccola svolta). Si tratta di un’opera asciutta, sobria ed elegante (fredda, potrebbero dire i maligni) che, pur fallendo – talvolta – nel tentativo di suscitare nello spettatore i moti d’animo cui vorrebbe dar vita (disprezzo, pietà, ansia, compassione), riesce nell’intento di creare una splendida atmosfera di palpabile tensione e di rigorosa, algida compostezza. Cosa non facile e non banale per un film che parla in fin dei conti di un volgare omicidio.

Woody Allen, consapevole di aver dato e detto tutto nei generi cinematografici da lui frequentati – con risultati eclatanti – negli ultimi trentacinque anni (film comici, drammatici e commedie romantiche, sempre con un occhio a Freud e uno all’Empire State Building), ha deciso di cambiare strada. E noi, colmi di gratitudine, non possiamo che seguirlo.

Alberto Gallo

i love woody

woody e scarlett

Lo scopo di queste poche righe è molto semplice: in attesa dell’uscita del nuovo – come sempre attesissimo – film di Woody Allen (Sogni e delitti, ultimo capitolo della trilogia londinese) il vostro recensore di fiducia desidera mettere le mani avanti, e dichiarare a priori il suo sconfinato amore per l’opera del regista newyorkese. Egli è per il sottoscritto un punto fermo, un’inesauribile fonte di gioia, una delle poche sicurezze in questa spesso deludente valle di lacrime (cos’avete capito! intendo la cinematografia attuale…). E badate bene a quanto appena scritto: questo è un discorso aprioristico! Ovvero: anche se Sogni e delitti dovesse risultare il film più scarso e inutile della stagione o dell’intera filmografia alleniana, per il sottoscritto nulla, proprio nulla cambierebbe. Il grande amore non segue le regole del buon senso, se c’è c’è e lì rimane.

Ciò detto, il vostro recensore di fiducia (che, chissà perchè, parla di se stesso in terza persona come il più ignorante dei calciatori, e che d’ora in poi verrà indicato con la sigla v.r.d.f.) ci terrebbe a fare un paio di considerazioni, una molto personale (cionondimeno piuttosto commovente e interessante), l’altra più generale e, sì, scientifica.

Considerazione n.1 (personale): il sottoscritto è ahimè venuto al mondo troppo tardi, perdendo in tal modo l’occasione di godersi al cinema in prima visione le opere migliori del Nostro (che a suo insindacabile avviso sono, nell’ordine: Io e Annie, Manhattan, Zelig, Crimini e misfatti e Radio days). Ciononostante da ormai nove anni (per la precisione da Accordi e disaccordi, visto al cinema Romano di Torino con i compagni di liceo) il film puntualmente annuale di Woody Allen è per lui un appuntamento fisso. Come si diceva prima: una delle poche sicurezze in questa spesso deludente valle di lacrime (cosa avete capito! Intendo la vita…). Certo, la qualità delle opere in questione è spesso altalenante, per non dire – talvolta – piuttosto deludente. Eppure non esiste film di Woody Allen che il v.r.d.f. non si sia gustato con grande piacere. Ogni sua opera ha qualcosa da dire, ogni sua singola battuta è geniale, ogni idea necessaria. Vedere un film di Mr. Königsberg è sempre e comunque un’esperienza positiva. Punto. E poi, insomma, volete mettere l’emozione, quella sorta di abitudine curiosamente ecumenica che parte dall’esclamazione “È uscito l’ultimo film di Woody Allen!”, continua con la risposta “Dobbiamo assolutamente andare a vederlo!” e finisce con un branco di cinefili più o meno improvvisati stipati in un cinema generalmente pieno a sgranocchiare pop corn e ridere a crepapelle (be’, non sempre in realtà, ma il senso è quello)? Permettetemi poi di dire che le fanciulle raramente rifiutano l’invito ad andare a vedere “l’ultimo film di Woody Allen”, magari seguìto da un bicchiere di vino rosso che fa molto intellettuale newyorkese e poi chissà. Grazie, Woody.

Considerazione n.2 (scientifica): è da qualche anno che il v.r.d.f. si trastulla con l’idea (che cede in questo preciso istante a chi abbia la voglia e il tempo e i mezzi per metterla in pratica) di compilare una tabella recante i topoi alleniani allo scopo di dimostrare – se mai ancora ce ne fosse bisogno – il genio del newyorkese, che consiste nella capacità di girare incessantemente lo stesso film senza mai – paradossalmente – ripetersi o quasi. In altre parole questa tabella dovrebbe essere strutturata nel seguente modo: in verticale i titoli dei film, in orizzontale i suddetti topoi. Ogni singolo topos presente in ogni singolo film verrà semplicemente indicato con una “x” (o, all’inglese, con una “v”). Si noterebbe in tal modo che, tanto per fare qualche esempio, il 90% dei film alleniani è commentato da musica jazz (e vabbè, questo lo sanno tutti), l’80% presenta la storia di fratelli o sorelle, l’85% si svolge a New York, il 78% comprende un omicidio e il 92% parla di tradimento coniugale. Ovviamente si tratta di cifre indicative. Obiettivo della ricerca: dimostrare quanto il genio del Nostro sappia rendere sempre originali e diverse storie che potremmo definire “archetipiche” o esemplari, parabole – ora tragiche ora leggere – delle nostre esistenze quotidiane. Grazie, Woody.

Alberto Gallo